Mese: luglio 2011

Due Racconti di Crystal “Pixie” Nwankwonta

La fiera del Kitsch

Pizzi. Tovaglie a quadretti sormontate da statuette di cerbiatti e nani. Donne corpulente che urlano travestite da travestiti in pvc rosa e grembiulini smerlettati di bava e sughi secchi. Capelli sui quali cappelli nei quali volano quaglie intrappolate da merletti inamidati da poco. Bimbi che mangiano fili interndentali raggomitolati su bastoni, retaggi antichi di alberi oramai senz’anima.
Bambini urlanti con nonne urlanti con giochi urlanti con macchine che si rincorrono ringhianti mentre genitori variopinti ridono e bevono caffè in tazzine fatte da vecchiette incartapercorite che sanno di rancido.
Che lavoro fai, come stai, e la famiglia?
Cinque secondi di silenzio. Altre facce stesse domande.
Che lavoro fai, come stai, e la famiglia?
Una vecchia baldracca grida che quello è il suo posto. Un vecchio cerca di toccarmi il culo. La baldracca sbraita. Il vecchio sbraita. I bambini urlano. Poi arriva un ragazzo in pantaloncini e ciabatte che dietro ad un cespuglio s’incula la vecchia baldracca, tra le grida dei bambini e quello delle mamme e del vecchio che è stato superato, il ragazzo allunga alla vecchia 10 euro. Non si rispetta più la fila, neanche in posta. La baldracca si rimette le mutande ed aspetta il vecchietto sorridendo, gli è andata bene stavolta.
Un trans mi saluta mentre ritorno verso la strada di casa. In mano una palla di neve con dentro due cerbiatti innamorati. La butto dentro il canale per poco non sfioro una barca. Ho sempre adorato il Kitsch ma portarlo dentro casa è un altra cosa.

 “Do you have a life.. or am i just living”.

Addio.

Questo hai sussurrato salendo sul treno che ti portava via da me, non ti sei girata a osservare le mie lacrime che cadevano lente, silenziose, mentre il mio respiro bloccava le parole che tu volevi sentire.
Silenzio.
Non li sopportavo più i tuoi silenzi pieni di noia e d’indecisione. Ti avevo detto Ti Amo tante di quelle volte, mentre tu guardavi lontano, che mi era venuta la nausea. Chissà cosa pensavi mentre te lo dicevo. Ieri sera è stata l’ultima volta, ora partirò per la mia città e non mi vedrai mai più.

Mi volto.

Non voglio vedere le tue spalle. Il ricordo del corpo che ho amato, fino alla notte passata, ritorna come un onda. Tu che mordevi e ringhiavi, mi abbracciavi con le tue lunghe gambe, incatenandomi al tuo corpo sinuoso. Inarcavi la schiena e ansimavi mentre ti mettevo a pecora. Ti montavo con forza, grugnivi. Ti sculacciavo e urlavi di piacere. Graffiavo la schiena e ti mordevo il collo mentre mi dicevi Ti Amo, lo gridavi. Io volevo divorarlo quel Ti Amo. Volevo che tu capissi. Ed ora quella schiena da cui ho distolto gli occhi, si allontana, quella schiena che rigida fà muro tra i nostri cuori. Voglio tornare indietro e dirti ti amo, voglio dirti ti amo tutte le notti, tutti i giorni, fino a spaventarti.

Fischio.

La porta si chiude. Gesti automatici. Controllo la borsa chiusa, poi il biglietto che ho in mano. Carrozza otto, posto Quarantacinque. A destra la carrozza a sinistra c’è la nove. Si apre la porta automatica, un altro sibilo. Guardo lentamente i posti che sono davanti a me. Venti. Trentaquattro. Cinquanta. No, sono andata troppo oltre, mi volto velocemente. Un piccolo scontro con un ragazzo, mi guarda in volto e sorride, si sposta e mi fa passare. Sento i suoi occhi sul mio culo. Trovo il posto e mi siedo sorridendo. Finalmente mi sento amata. Chissà se il posto di quel ragazzo è vicino al mio.

Passi.

Metti un piede dietro l’altro e vai via.
E’ l’unica cosa che ti rimane da fare, Andrea. Fallo. Vattene.
Cerco di autoconvincermi, ma non ci riesco, il mio corpo non si muove. Dò le spalle al treno che si porta via tre mesi della mia vita. Non riesco ne a scappare, ne a fermarlo. Tutto questo è troppo grande per me, eppure devo fare qualcosa, sento il treno che incomincia a muoversi. Mi giro di scatto e corro verso la carrozza numero otto. Sono poche falcate, arrivo subito. Guardo i finestrini dei treni sperando di trovarla. La vedo. Sorride ad un ragazzo con i capelli castani. Faccio altre due falcate. Anche lui sorride. Mi fermo. Il treno agita i miei lunghi capelli. Rimango a guardarlo allontanarsi verso l’orizzonte dei miei sogni. Lo vedo scavalcare il crocevia delle vite ed inserirsi in un altra. Lontana da me.

Epilogo.

Aspettando alla stazione mi ritrovo a guardare gli alberi. Un tempo non c’era tutto questo verde. Il sole passa attraverso le foglie. Ho la vaga impressione che il mondo si sia capovolto. Sembrano i riflessi del sole sull’acqua quelle foglie che sfrusciano. Da quanto tempo che non vedo il mare. Non posso vederlo più. Aspetto che ritornino i suoi passi come ogni anno. Abbasso lo sguardo e sorrido, non è cambiata dall’ultima volta. E’ solo un pò più vecchia. S’inginocchia e toglie i fiori secchi, ne mette di nuovi. Mi sono sempre piaciute le margherite. Sorrido, mentre pulisce il vetro che separa il mio viso dal mondo. Dico arrivederci, mentre nel pulviscolo riecheggia il suono graffiante dei suoi rimorsi.

Biografia

Crystal ” Pixie” Nwankwonta è nata a Roma il 19 novembre 1981, lavora come commessa ma si diletta a scrivere. Pixie è un soprannome dato da uno dei primi lettori dei suoi racconti, ci si è affezionata e gli è rimasto come uno stampo.

Uno dei suoi racconti è stato pubblicato sia sul sito: http://www.opifice.it/content/view/994/54/

che sul sito di Itaca: http://ithacaservizieditoriali.blogspot.com/2011/06/crystal-pixie-nwankwonta-piccoli.html

Una sua poesia ” Donna di Strada” è stata pubblicata su di un libro intitolato ” Diglielo al vento, Donna in poesia- Versi al femminile” redatto dalla Redazione Flanieri.
http://crystalpixie.tumblr.com/ Il suo Blog/ Diario.

[Novità Editoriale] Vite Parallele – Marco Gasperini&Antonio Limoncelli

Quaderni “il Rabdomante”
ed. 2011

Dialogo 4 “Con lo sguardo proteso al sole pallido…”

Esposizione di fragilità, bassorilievo di carne in sinapsi e gradevoli trasmissioni – Sparire da se stessi e dagli altri, rompere la strada col solco di una nuova città, sodalizio di terra, muscoli e cerimonie, per menti aristocratiche e coraggiose presenze – la mediocrità è contagiosa, ma non per chi è virus. Non ci si ferma restando immobili, ma l’inadeguatezza si ostina a coprire le spalle, anche quando i raggi mostrano senza pudore ogni particolare – La retta interseca liquidità di quieto scorrere, a tratti burrascoso, a modellare il monumento su dorsi calcarei – Unicità, diffusa, rara e preziosa, il dio che manca, rapito da cassa toracica sigillata.
(Marco Gasperini)

La carne della totalità è congelata, l’immanenza è appesa al gancio. Il corpo d’una galassia in cella taglia la strada all’infinito! Anch’io sento freddo, sono sempre solo, ascolto troppo spesso i miei silenzi, il mio deserto di soluzioni, l’arida distesa congeniale, il modello che si plasma per sopravvivere. Agli albori del particolare l’inadeguatezza della varietà, l’irrequietezza del divenire che non accetta di cristallizzare. La ricerca si concede alla trasparenza solo per bere, da un bicchiere, del buon vino. Ed è allegria, rito dionisiaco, orgia di corpi a suggello della bellezza! E dio rompe gli argini, fluisce liquido nel corridoio che interseca il quotidiano. E questo porta spesso la mediocrazia, la dimostrazione burocratica dei sentimenti, la banalizzazione dei gesti affettivi. Alla fine quel che più conta è un abbraccio. (Antonio Limoncelli)

Dialogo 13 “Niente sesso claustrofobico”

C’è arte mal-celata in ogni istinto uomo/animale, niente di sorprendente che non scorra davanti al retro bottega degli occhi durante il tempo assegnato – la ricerca dello scontro senza zampillar di dolore si presenta ossessivo al primo dito che va a lacerare la pupilla, il piacere rotea a corrente alternata dinanzi ogni forma di materia possibile, recitando il ruolo del creatore sottintende alla fallica sottomissione che brucia nell’arsura d’una pressochè universale incomprensione, il sesso inquisisce moltitudini di pensieri liberati nell’attesa di, un numero in più sul punteggio, istantanea dimenticanza presenta il conto all’insoddisfazione, la stirpe si prolunga talvolta, costrizione, probabile fine dell’accoppiamento, che se l’organico conoscesse l’auto da fe, sarebbe altra incombenza sottratta a pretese di perfezione. (Marco Gasperini)

Il sesso disquisisce sulla potenziale soddisfazione, tutto ruota intono all’utero, sottomissione al ginepraio di vagine, porte aperte sull’abisso. La sete di passione viene gelata dall’accoppiamento più probabile e l’insoddisfazione si prolunga fino alla costrizione, al dovere di ripetersi al meglio, di trarre il limite dalla maniacale e ossessiva elaborazione dell’ombra che accidentalmente disegna linee allettanti nel retro bottega. Nella razionale coerenza apollinea del progetto scultoreo, la forma animale più fredda e potente, determina l’economia del piacere, il simbolismo della ragione sensuale e l’esigenza di truccarsi e struccarsi, le giravolte dei volti, sperimentano la menzogna espressiva, la pretesa che il piacere è arte mal-celata, ambiguità androgino/transessuale. E intanto la fallica sottomissione a Dioniso, maschera di carne concettuale, ironia della sorte, fa da capro espiatorio! E le ninfe rendono Pan, una focaccia per Cerbero! (Antonio Limoncelli)

Auto-Biografia di Marco Gasperini

Di brace che non prende, mare che non sconfina, interprete di primavere invernali e struggenti ipotetici accadimenti, dai primi segnali di fine secolo, alle lezioni di nuoto fra sabbie mobili dello zero.
Parecchio da scrivere di tanto niente, ad apporre segni d’interpunzione all’invisibile provvisorio organico.
Egoisticamente, sfumato di soggettiva sopravvivenza, autoindulgente e abbandonato ai piaceri possibili, scendo a compromessi con i limiti della parola e cedo fugace intrattenimento al lettore, uno scambio creativo che gode d’ambivalenza del significato –


Biografia di Antonio Limoncelli

Nasce a Capo d’Orlando nel 1956, critico d’arte, biologo e filosofo, poeta e artista. I primi scritti sono degli anni settanta, il periodo dell’infinito. Dopo la laurea in biologia si occupa di ricerca scientifica per alcuni anni. Insegna chimica per un decennio. Nel 1984 scrive il suo primo libro Potere d’ingresso e l’anno seguente Discutendo l’origine d’una possibilità per diversificare il conseguirsi. Nel 1986 sviluppa la cognizione logica dell’intuizione trasferendo dal caso i nessi d’una causa potenziale. Nel 1989 pubblica Ultimo libro (Fermarsi nella mente) a proprie spese. Negli anni novanta il suo pensiero si dibatte tra l’analisi dei potenziali flussi e la possibile sintesi d’ogni processo. I rituali linguistici seguono ritmi cosmici secondo criteri matematici. Dal 1994 la sua ricerca vuole essere collettiva… diventa giornalista per dirigere una rivista culturale propria, Crisalide tra il 1994 e il 2000 quindi Nova, d’arte e scienza, e Flussi Potenziali, fogli sperimentali d’entropia, dal 2000 ai nostri giorni.
Presidente dell’associazione, il Rabdomante, si occupa di arte e comunicazione.
Ha pubblicato numerosi saggi, tra gli altri: Biografia d’essere (1995), Metafisica analogica (1997), Intorno all’esistenza della ragione (1998), Strutture cosmiche spirituali (2000), Scienza dell’esistenza (2006) Caos ed Estinzione (2009) de Kandinskji (2009). Ha pubblicato inoltre due romanzi: Esistere d’amore (1999) e Ordigni interiori inesplosi (2005). Un vezzo il breve racconto-saggio i Tecnocrati ovvero i Figli della sintesi (Neuro-tentazione della storia di un delirio). E’ del 2010 la raccolta di poesie Cadenze e Cadute – Liriche a cascata.

Solo 1500 N. 9 – Reading per nessuno (ovvero: ‘a machinetta p’ò cafè a una tazza)

Solo 1500 N. 9 – Reading per nessuno (ovvero: ‘a machinetta p’ò cafè a una tazza)

Può capitare, come è capitato e capiterà, di partecipare a un reading poetico, al quale non assista un pubblico numeroso, o al quale non  assista alcun pubblico. Questo capita per difetto dell’organizzazione, perché il reading si tiene in posti strani, perché non lo si pubblicizza, perché nessuno conosce i poeti che lo terranno. Perché di colpo piove. Sono cose che si mettono in conto. Può anche capitare, come è capitato e spero mai più capiterà, che si debba tenere un reading in una condizione molto favorevole: un posto bellissimo, un luogo situato al centro di un paese antico, che sia una serata estiva meravigliosa, che per una circostanza favorevole molta gente confluisca in quel luogo. Bene, molto bene, e invece no. E’ capitato che chi organizzi (e, che in teoria, dovrebbe aver interesse che il pubblico ci sia) manifesti, invece, una strana premura, ma diciamo pure fretta, a trasferirsi, per le letture, in altro luogo che, seppur suggestivo, risulterà essere irraggiungibile anche per il più grande appassionato di poesia vivente. A me tutto questo ha riportato in mente una frase che recitava Massimo Troisi, in uno dei suoi film più belli:  “Scusate il ritardo”. La frase, pronunciata  riferendosi all’anziano e solitario professore, del  quale usava la casa di nascosto, suonava più o meno così: “Chiste nientemeno ancora cu ‘a machinetta p’ò cafè pe una perzona sola. Cioè, secondo me, è proprio ‘o massimo da solitudine. Cioè, chiste nun spera maje ca’ ‘o vene ‘a truvà qualcuno”. Che i poeti – per  qualcuno –  siano delle Moka per single?

Gianni Montieri

 

qui il pezzo del film di Troisi, da cui viene la frase:

Scusate il ritardo

 

 

 

 

 

qui i link ai tre numeri precedenti:

N.6   N. 7  N. 8

Agota Kristof – (1935-2011) Oggi siamo un po’ più poveri…

Oggi ci ha lasciato una grande Scrittrice.

Agota Kristof.

Siamo un po’ più poveri.

 

Arriviamo dalla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.

Trilogia della città di K. (incipit)

 

Tornerò a casa.
Fuori gli alberi urleranno, ma non mi faranno più paura, e neanche le nuvole rosse, né le luci della città.
Tornerò a casa, una casa che non ho mai avuto, o troppo lontana perché me ne ricordi, perché non era, non è mai stata veramente casa mia […]
Camminerò in queste strade spazzate dal vento, illuminate dalla luna.
[…] Bambini quasi nudi mi ruzzoleranno tra le gambe, li prenderò in braccio ricordando i miei che saranno grandi, ricchi, e felici da qualche parte. Li accarezzerò, questi figli di chiunque, e regalerò loro cose luccicanti e preziose. Rialzerò anche l’ubriaco caduto nel canale di scolo, consolerò la donna che corre gridando nella notte, ascolterò le sue pene, la calmerò.
Arrivata a casa sarò stanca, mi distenderò sul letto, un letto qualunque, le tende ondeggeranno come ondeggiano le nuvole.
Così il tempo scorrerà via.
E, sotto le mie palpebre, scorreranno le immagini di quel brutto sogno che fu la mia vita.
Ma non mi faranno più male.
da La vendetta
 

Natàlia Castaldi – Dialoghi con nessuno – ed. Smasher 2011

La lettura del libro d’esordio di Natàlia Castaldi “Dialoghi con nessuno”, mi riporta alla mente le parole dette da Giorgio Caproni sul cosa sia la poesia e su quello che il poeta fa scrivendo. Caproni disse più o meno così: “Il poeta è un minatore che si scava dentro e questo suo scavare registra il suo apice, quando in fondo a se stesso, al suo cercare, trova gli altri”. Il nessuno della Castaldi è la scrittura – è il suo corpo a corpo con la parola. Il corpo a corpo con se stessa.. E, da qui, da questo attrito, dalle scintille, i versi si scrivono e sono: ricordo, dolore intimo e dolore storico. A volte adeguati a una metrica più classica, a volte sciolti perché impossibili da imbrigliare. La Castaldi lancia una sfida totale alla parola, attraverso la quale tutto passa: “Me ne sto qui, imbrigliata al sibilo delle parole / come un pavimento vischioso / che s’inceppa nelle suppliche dei topi”. Chi la vince questa sfida, il poeta o la parola? Questo bel libro credo che venga a confermarci che vinceranno o perderanno entrambi ma il risultato verrà stabilito soltanto dopo aver riempito il foglio bianco. “Oggi qualcuno mi chiedeva dell’arte. Foss’essa una volontà / di rintracciare la bellezza, o la crudeltà, o ancora il vero / delle cose. // Ma solo una risposta io credo sia l’essenza / di ogni mia messa in scena: / rappresentare la vita / come non basti l’intera e misera mia vita / a fare”. Natàlia Castaldi, credo ci stia dicendo che dalla parola, dalla musica, dall’arte può e deve nascere altra arte, che la scrittura è il filo che tiene insieme il tempo. E’ la trama che ci attraversa. Il mondo raccontato è un mondo femminile (vedere la bella sezione ispirata a Francesca Woodman) e non solo. Ci sono le donne che hanno accompagnato e qualche volta cambiato la vita di Natàlia. C’è il loro dolore, ciò che hanno subito, la loro grandezza. C’è il suicidio che non è codardia per l’autrice ma un atto di rifiuto estremo. Una scelta politica, sociale. La musica suona fra le passioni di Castaldi e in ogni angolo di questo libro. Inevitabilmente – ben presenti – ci sono in questi versi: la solitudine e la noia. La condizione della solitudine più che imposta dalla società viene vista dall’autrice come “innata” determinata dall’individualismo che regna nella nostra società. Le stanze dove ci porta Natàlia, le sue stanze, sono il luogo dove tutto avviene: la creazione, il ricordo, la rinuncia, il distacco, il calore. Ogni tanto queste stanze si aprono agli spazi come in alcune piccole poesie dedicate alla splendida, tormentata, Sicilia, terra dove Castaldi vive. Arrivati alla fine del libro la conclusione che si trae è quella di non essere stati imbrogliati. La nostra minatrice ha scavato sul serio, fino in fondo, e trovandosi ci ha trovati, rendendo i suoi dialoghi con nessuno, dialoghi con tutti.

Gianni Montieri

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la bellissima immagine di copertina, “ritrovate stanze”, è un’opera appositamente realizzata dalla fotografa professionista Giusy Calia per questo libro.

[inediti] – Federico Strati – poesie e prose (post di natàlia castaldi)

“ispirandomi all’opera di Boris Vian e di Raymond Queneau”

Nuove parole (giugno 2005)

“Autoritratto ?”

Il giovane pachiderma gentile non era uso adirarsi, quando lo cercavano per un aiuto nella foresta, per spostare qualche tronco oppure per rivoltare le foglie dall’erba per renderla appetibile, egli si mostrava sempre disponibile.

Era buono per natura sebbene talvolta fosse un po’ lento nell’esecuzione di qualche incombenza: della sua proboscide si diceva in giro un gran bene. Ma un mattino si svegliò e trovò metà della prateria dove dormiva invasa dalle locuste, brutte belve affamate e loquaci, esse si impadronirono di buona parte della sua radura. Si vide dunque costretto a ritirarsi in una piccola insenatura del fiume che attraversava la foresta e dove viveva una anziana anaconda.

L’anaconda l’accolse con piacere: aveva giusto bisogno di una mano per spostare qualche grosso sasso e masso che, con la prossima piena del fiume, così riteneva, avrebbe sicuramente investito l’imboccatura del suo piccolo stagno. L’anaconda pregò quindi l’elefante di aiutarla nell’impegnativa impresa e di buona lena si misero assieme all’opera: chi per acqua, chi in terra.

Passarono due giorni di lavoro intenso e riuscirono a ricavare non solo un ampio bacino d’acqua, attiguo allo scorrere principale del fiume, ma anche un comodo fazzoletto di terra, fango e morbida coperta di foglie per l’elefante.

Vissero da quel giorno in poi come nella più classica delle fiabe, felici e contenti. Delle loquaci e aggressive locuste non si seppe quasi più nulla: pare che una folata di vento gelido del nord, dicono tramontana, le portò tutte via, le costrinse a migrare.

***

***


“Sei personaggi in cerca di un bar”


Magritte

Tra la folla domenicale, che affollava allegra e chiassosa il parterre della torre Eiffel, oggi vidi dall’alto, essendomi sporto dalle balconate del primo piano, sei persone vestite all’unisono ognuna delle quali si aggirava in modo assai poco caotico nei giardini antistanti la torre. Essi, difatti, disegnavano diverse figure geometriche, tutte a sei lati e vertici. All’inizio mi parve di scorgere una figura a farfalla “isoscele”, ossia composta da due triangoli isosceli identici uniti ad un comune vertice. Lì, nel punto d’unione, due dei sei personaggi si incontrarono e si scambiarono reciprocamente il saluto alzando lievemente la piega della bombetta. Ecco!, dimenticavo giusto giusto di dirvi che tutti e sei erano facilmente riconoscibili a causa del loro completo scuro, del soprabito grigio, della farfalla color argento al colletto e della bombetta stile anni ’30 o ’40 con una striscia verde alla base che portavano fieri e baldanzosi quasi a voler imporre la propria identità in maniera più che manifesta.

La loro danza, quasi impercettibilmente avvertita dalla folla sottostante, era invece palese ed evidente per chi, come me, si trovasse a godere del magnifico panorama di Parigi alle undici del mattino di un bel dì di Maggio dall’alto della torre. Il loro procedere divenne ancor più evidente quando, all’interno della loro litania di gesti, comparvero prima una figura esagonale equilatera e, poi, un ottagono con due coppie di vertici opposte unite. La ricognizione del loro ordinato scivolare tra gli astanti mi prese un po’ alla sprovvista e mi spronò a domandarmi se ve ne fosse un recondito motivo. Un’occhiata veloce a destra e a manca sulla balconata fugarono il mio primo sospetto: che si trattasse di pura televisione (ovvero fiction) o di una trovata pubblicitaria o quant’altro?…

Macché!, dal primo piano della torre non si vedevano da nessuna parte né telecamere né operatori né il normale caos che una troupe cinematografica o televisiva si porta usualmente appresso, gruppuscolo di liberi sfaccendati e stereotipati curiosi annessi.

Ritornai con gli occhi d’abbasso: non potevo quasi crederci!, in un niente i miei sei personaggi erano diventati sette e, come i primi sei, stavano ora costruendo tutta una serie di figure a sette lati: ettagono equilatero, pentagoni perfetti accostati per un lato a triangoli isosceli o scaleni, rombi doppi uniti ad un lato e così via: una innumerevole benché finita congenie di variazioni sul tema si dipanava lì di fronte. Decisi allora di richiamare l’attenzione di qualche altro turista rimasto come me ammaliato dalla vista di Parigi in quel bel mattino terso e primaverile. Ma senza risultato! Riconoscevano taluni, sì!, le sette figure ugualmente vestite, ed altri, forse dotati di più inventiva, si spingevano a fare scommesse nel riconoscere le varie forme disegnate, ma nessuno sostava ad osservare le loro evoluzioni per più di una decina di minuti.

Forse indispettito da tanta indifferenza mi diressi verso gli ascensori determinato a raggiungere il secondo ed ultimo piano della torre: desideravo quanto più possibile carpire dall’alto queste magnifiche, quasi altisonanti, proiezioni di figure, questo fenomeno, ed esser sicuro che non vi fossero telecamere in azione a parte quelle del normale circuito di videosorveglianza della torre stessa.

L’ascensore, colmo di gente come ogni domenica, sussultò sotto il peso di tanti turisti ma, alla fine, ci depose sicuramente al secondo piano. Uscendo, il mio primo impeto fu quello di percorrere velocemente la balconata alla ricerca di camera-men o fotografi professionisti all’opera con il loro abituale allampanato ventaglio di zoom, teleobiettivi e grandangoli.

Ma niente!, nulla di tutto questo.

Rimasi ancor più di sasso a constatare che, da basso, i personaggi erano adesso otto. Congruamente, le loro disposizioni tra la folla dei giardini ora contenevano otto lati ed otto vertici e, qualora due vertici si avvicinassero o si sovrapponessero, al crocevia avveniva un impercettibile scambio di saluto.

Che strana usanza… un rapido gesto, uno sguardo consenziente, un accenno di sorriso e l’immancabile lievissimo sollevarsi ed abbassarsi della piega della bombetta. Dopodiché ripartivano per la prossima figura. Tra l’altro, la folla di gitanti domenicali non era di piccole proporzioni, bensì assai folta, eppure questo gruppetto di persone folkloristicamente vestite attraeva soltanto la mia attenzione. A tal punto che avrei voluto gettar via i miei vestiti, banalmente in stile “casual”, e unirmi a loro, sempre che trovassi il loro fornitore di uniformi.

Eppure, eppure… ancora qualcosa non riusciva a convincermi del tutto. Qualcosa nei loro gesti e nelle loro sembianze mi pareva estremamente artificioso e di palpabile inconsistenza (come se ciò fosse possibile!). Beh!, non sapendo che fare, avendo tuttavia abbastanza tempo a disposizione, mi apprestai all’attesa seduto tranquillo in un cantuccio sulla balconata, mangiando un panino acquistato al bar e continuando ad osservarli.

Si fecero le quattro del pomeriggio, passarono in totale cinque ore ed il gruppo dei “bombettavestiti” crebbe di una unità soltanto. Nove.

Evidentemente al crescere numerico dei partecipanti le combinazioni di figure andavano moltiplicandosi esponenzialmente. Non le vidi proprio tutte, alcuni miei ovvi fabbisogni mi costrinsero a qualche pausa, ma mi parve proprio che essi andavano coscienziosamente esaurendo tutte le figure possibili per un dato numero di vertici.

La torre chiudeva al pubblico alle cinque del pomeriggio, quel giorno pare vi fossero ancora dei lavori di restaurazione da portare a termine nella nottata.

L’inserviente di turno mi obbligò a prendere l’ultimo ascensore per la discesa. Con mio grande stupore e somma sorpresa trovai soltanto un altro visitatore che scendeva con me con quest’ultima corsa dell’ascensore. Era un vecchietto sorridente, espansivo, cordiale e di bassa statura, ma il mio stupore derivava dal fatto che egli fosse vestito in maniera identica alle nove persone da me lungamente osservate durante la giornata. Tutto coincideva tranne che per un’unica pertinente differenza: la sua bombetta portava una striscia azzurra anziché verde. Inoltre, egli portava con sé un treppiede da pittore ed una tela appena dipinta.

All’inizio della discesa esclamò d’un botto, sorridendomi: “Guardi un po’ lei che bella Francia che stavo ridisegnando!”, e mi mostrò immediatamente la tela raffigurante tutti e nove i visi da me scorti nei passeggiatori-camminatori-disegnatori visti nei giardini antistanti la torre. Sullo sfondo del dipinto campeggiava in modo trionfante una di quelle tipiche immagini a strisce azzurro-biancorosso della Francia come se fosse un pentagono patriottico.

Non appena fummo scesi entrambi dall’ascensore, al pian terreno, mi accorsi prontamente che i nove volti a me ben noti eran spariti. Non solo, anche l’intera piazza si era fatta deserta con pochissime persone che l’attraversassero. Comunque, il signore dalla bombetta azzurra ripose con cura la tela che mi aveva esibito e, salutandomi assai gentilmente, si allontanò fischiettando giulivo in direzione dei Champs de Mars.

“Che matto!”, pensai, “come se in Italia una cosa del genere fosse possibile!”.

Rimisi i miei occhiali da sole nell’astuccio e mi avviai verso casa, stupidamente riflettendo fra me e me se quel signore avesse voluto in una qualche misura rifarsi a Magritte ed ai suoi quadri.

“… ma no!”, mi dissi, “questo non è umanamente possibile!”, e mi disposi alla ricerca delle chiavi giunto fin sul portone di casa mia.

***

***

Poesie 1988-1990

Tra due pietre si scorge un filo steso,

a terra descrive una curva.

Tre ramoscelli allineati sul terreno argilloso fan da rettilineo,

il traguardo è segnato da una piccola concavità naturale.

Tante formiche seguono questa traccia,

una sola, più furba, le aspetta all’arrivo:

si gode beata la corsa.

Un’altra invece,

forse non ha capito il gioco,

forse fa un dispetto,

procede in senso inverso.

Ed ecco, son arrivate,

le prime sospinte dalle ultime,

tutte in corsa,

capitombolano nella buca.

Al predatore, che paziente aspetta,

vuol poco l’imprigionarle.

Soltanto due si salvano

la più furba e certo la più stupida,

ma non si sa chi per merito chi per difetto.

<Gran premio>

*

Lampi di genio

o parvenze fors’anche estrose

di genuina incompetenza?

La risposta, vera, una, manca:

è quasi assurdo

nel più credibile dei modi.

<Poesia>

*

Il bimbo le dona dei fiori, fiero.

Lei li guarda,

poco convinta,

un po’ indecisa,

poi dice: “portamene altri”

ed è così da tutta una vita.

<Amaro>

*

Il saggio e la vita.

.

La vita disse:

“vivo e mi piace”.

Il saggio ne venne colpito, rispose:

“tu vivi?, e come?

tu vivi?, e dove?

tu vivi?, perché?”.

.

Una pausa.

.

Un soffio e la vita riprese:

“vivo e mi piace

vivo e rido

vivo e corro

vivo e vivo

nel piacere di essere,

nel piacere di dire.”

.

Il saggio, stordito, scosso, quasi sorpreso,

distolse lo sguardo da un fiore, dal mare

e visse come mai aveva vissuto, immortale.

.

Il saggio, amareggiato, turbato nell’aspetto,

indispettito, levò ben lo sguardo e disse,

senza sorriso:

.

“pensare a che serve, pensare fa male, il respiro non regge

oltre questa fantasia, ipocrita, mortalmente reale”.

.

Il saggio, non più saggio, non più uomo,

da una vicina rupe spiccò il salto

per varcare il confine di là dall’orizzonte.

.

Solo, solo, solo, solo,

solo come in un sogno.

<Pazzia>

*

Mi piacerebbe averne

una critica spietata e feroce,

arguta e acuta,

in sostanza…

una critica panciuta.

*

Se per comunicare tra noi

una maschera, una qualsiasi,

sovrapponi al tuo pensiero

e mi dici:

“io son così,

tu sei altro: parliamo…”

non resterò – vedrai – ad ascoltarti

un istante neanche.

<Tra noi>

*

E a questo punto

egli rise:

d’un ghigno rauco, stridulo, garrulo.

Mi fermai,

mi voltai,

stetti a guardarlo,

intenso.

Dopo un po’ la smise

e mostrandomi le spalle

si avviò,

mani in tasca,

verso la città.

Io rimasi,

al solito,

a zappar le zolle:

a seminare il mio odio.

<Improprio>

*

Volava la farfalla,

leggiadra e bella,

ma stronza.

<Contrarietà>

*

*

Un verme color marrone

si aggirava sconsolato

nei pressi d’un burrone,

conscio del suo fato.

“Perch’io mi trovassi

in codesta sgradevole situazione,

senza speranza,

ai limiti di un burrone,

che feci, poi, di male?

A cosa venni meno?

Quando mai violai

legge alcuna di stato?”

Così disse e una farfalla

discesa dall’alto, dai cieli:

“O misero mortale,

che ti lamenti a fare?

Domanda come questa,

è ovvio,

non avrà risposta!

La tua fede,

come ne hai,

è certo mal riposta!

Cadi, dunque, è ben destino!”

E come ebbe parlato

ella si trasse a lato

e levò di tanto imperio il grido

che all’ape frattanto accorsa ingiunse:

“O ape, o guerriera,

ascolta la tua regina

e a questo verme,

che tanto ha osato,

fa’ fare una fine meschina!”

…l’ape,

irata,

scontrosa,

stranamente animosa,

punse il verme

che cadde giusto su una rosa

e poi di lì giù giù per il burrone.

Cadde il verme e spiaccicato e rappreso

si vide il suo corpo in fondo all’antro disteso.

“Superficiale!”

commentò la talpa,

intenta tutto il dì a scavare.

<Superficialità>

*

Finestre

aperte sul cortile

aspettano pazienti,

le persiane sporche,

sbatacchiate qua e là dal vento,

il proprio turno al sole.

Finestre

d’ampi vetri puliti

che danno l’impressione

– soltanto quella –

a noi reclusi in comoda prigione

d’essere a contatto stretto

con una vita che a tratti appare,

si muove,

sul ciglio della strada,

nel nostro cortile.

Illusione

in debito di troppa speranza.

<Finestre>

*

Oggi sedevi, altera ti ergevi

sopra la sedia, fuori.

Col fiato sospeso, ritratto,

guardavi d’intorno i compagni contenta d’esser desiderata.

Primaverile bellezza dei tuoi seni,

rigogliosi in novelle vesti.

E guardavi, compiaciuta e superba d’essi,

con gli occhi socchiusi.

I miseri!

Ma nella visione mi scosse il pensiero:

ti vedevo, io, nel sole, non come oggetto d’amore,

soltanto effimero argomento di sesso.

<Una ragazza>

*********

Banalità

Spero che tu non possa che rider di cuore

se non d’altro che del mio sincero amore.

<rima difficile>

*

Vorrei perpetrare un efferato scempio

d’ogni tuo concetto ed idea, sentimento

razzia a man bassa fare, possederti, averti

e d’ogni tuo lamento gioirne empio.

Perché tutto questo silenzio?

<Passione abrégée>

***

“Abbracciami (o dove si trova il non-sense?)”

E ritrosia mi parve la tua

ad ammettere un amore

senza colpe né dolore.

E insipienza fu forse la mia

a non cogliere i tuoi sospiri

a non credere ai tuoi sentimenti.

Vorrei carezzarti il seno,

abbracciarti con forti braccia,

saperti ancora vicina e sicura,

saperti amica e non solo sarta

intenta a ricucire i brandelli dei miei desiderî.

Vorrei molte cose dirti od insegnarti,

quasi che il tempo nostro proprio                              (???)

viaggiasse a velocità luminifera                                 (???)

tanto grande da dilatare una vita

in un eterno inseguirsi di momenti felici,

di gioia.

Abbracciami, abbracciami per una volta ancora.

***

You Mood?

I Mood.

Everybody bleeds

on the fallen to pieces glass of reminiscence

futuristic alley of our dictionary

of broken words (net yet swords, I hope)

what about a rope, instead,

where to stick our little frail desire messages

of renewed interests and welcome.

Who knows…

.

till now, just kisses of well sleep and a nice night!

.

23.07 GMT+1 2007.04.10 – bleethinking

*

Non aspettarti una telefonata domani,

anzi, non ti aspettare proprio nulla,

torna pure alla tua vita

senza rimorsi né pentimenti

non perdi nulla di interessante

non acquisteresti nulla di conveniente

resta pure con il tuo vuoto interiore

avvinto alla chimera dei tuoi bisogni materiali,

il resto non conta.

“Riflessione”

Maurizio Manzo – Poesie

All’ombra dei pixel

I
in quel semi sferico cercarsi del viso
tutti i segni d’iride pervaso di labbra
gli compare tragica e felice la luce
mescolato al mimico disporsi Rolando
Musu trova illogico intravisto inudirsi
s’affloscia sul ruvido storto pavimento
preme e sfrega il timpano a strigliarlo di luce
Che l’assorda subdola negli occhi rivolti.

II
trema e sfiora il rapido rumore che ronza
torpore e gironzola da quell’apparecchio
che l’osserva labile osservare dirupi
azzurrati mobili riflessi di mare
increspato al profugo ondulato procedere
ritmato da livide visioni ossessioni
di pestanti brividi incapaci a sostare
ancorati vividi nella sua memoria.

III
come innocuo pensile di brunito tek
non rifrange lamina le luci sfreccianti
ed assorbe simili tutti i desideri
compra e mangia libera la mente lo stress
puoi ammazzare statici intendere volere
annebbiato vomita il rimorso aderente
succulento gastrico fin sopra la gente
gli corrode i palpiti e scoppia la bontà.

IV
ogni giorno vortice ialino onda si forma
ripete l’evolvere avvolgente aggrottarsi
senza cresta il debole infrangersi salino
e accarezza gocciole diffuse asciutte
il decollo s’anima dal cielo sorvola
chiazze d’acqua sterili ai piedi di saguari
mai pregni com’ergersi verso il sole diaccio
sulla roccia rigido abbraccio che oggi è un giorno

V
di sterminio logore folate di vento
seppiato rimestano di sterminio il sangue
vivace di mùtoli corpi sconosciuti
gli passa tra il mestolo sott’occhio e di bombe
ascolta la disputa indecisa sbagliata
ecatombe e la stipula gli uni o gli altri sotto
sterrati dall’erpice furia dissennati
spaccati dai vomeri a tratti divorati.

Biografia

Maurizio Manzo nasce a Cagliari nel 1961.
Roma è la città dell’adolescenza, ma non troverà l’adeguato cibo per la sua mente e torna a casa all’età di 18 anni.
Dove si circonda delle letture che più ama e si emargina volontariamente.
Ha pubblicato un libro, “Coreografia del ghetto storico”, edizioni castello, nel lontano 1985.
Ora per leggerlo si può andare nel suo blog personale:

http://ilcollomozzo.wordpress.com

Alberto Pellegatta – due poesie da “L’ombra della salute” (Mondadori 2011) (post di Natàlia Castaldi)

Alberto Pellegatta – L’ombra della salute

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Alberto Pellegatta

L’ombra della salute

Mondadori (Lo Specchio)

(cliccando sulla copertina si accede al link per ordinare il libro)
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Il libro parte da una suggestione pittorica – gli oli veneziani di Turner, tra cui quelli che rappresentano la chiesa della Salute, di un informale ante litteram, estremamente materico – ma si sviluppa secondo un montaggio immaginativo. I testi, concepiti come autonomi e “indipendenti”, si inanellano per immagini, permettendo anche una lettura “random”. Ci sono altri richiami alla pittura moderna e contemporanea, da Chighine a Wols, da Piranesi al Salon des Refuses ecc. Ho forse ricercato corrispondenze con altre discipline, per esempio con la scienza – dalle lezioni all’Università di Giulio Giorello sull’Universo alla letteratura scientifica – con la filosofia, senza dimenticare la cronaca… Credo che, in qualche modo, ci sia anche qualcosa di “politico”.

Alberto Pellegatta

*** *** ***

 Due poesie

La memoria ha stanze immense

camere colme di specchio

polvere impraticabile. Invece

l’attualità è intermittente

come un’immagine rotta.

*

Nel corpo tonico o nelle quiescenze

meridiane degli oceani,

si nascondono correnti devastanti

flessioni squassi e squagliamenti.

___________________________________

Alberto Pellegatta

Alberto Pellegatta, nato a Milano nel 1978, lavora come giornalista e critico d’arte. Ha pubblicato Mattinata larga (Lietocolle 2000) e L’ombra della salute (Mondadori 2011).

Laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Milano, nel 1999 ha studiato con borsa di studio all’Università di Barcellona, in Spagna. Suoi testi sono stati inseriti nell’antologia I poeti di vent’anni (Stampa, Varese 2000) e in Nuovissima poesia italiana (Mondadori 2004).

Traduce dallo spagnolo e scrive d’arte (L’artista, il poeta, Skira 2010).

Mari Boine Persen: “Vieni, andiamo insieme alla Montagna Sacra” (post di Natàlia Castaldi)

Travolti dagli eventi quotidiani piccoli e vicini, insormontabili, accecanti, a volte si dimenticano o si mettono da parte le cose grandi, quelle che dovrebbero far scaturire momenti di piena riflessione.

Ripropongo allora questo vecchio post così com’era nato diversi mesi fa, in segno di rispettoso silenzio verso il popolo norvegese e il suo dolore.

***

Regia: Mona J. Hoel
Musica: Mari Boine
Produzione: Hélène Berlin

Mari Boine Persen nasce nel 1956 in Norvegia in un villaggio popolato dall’etnia Sami. Da sempre impegnata nella lotta per la salvaguardia delle minoranze etniche nel mondo, Mari Bone scrive i suoi testi quasi esclusivamente nella sua lingua madre, mentre le sonorità che predilige, sono il risultato di un lungo lavoro di metabolizzazione della tradizione folkloristica del suo popolo, sapientemente mescolata e contaminata da rock, jazz, e influenze della musica sudamericana, prevalentemente Peruviana.

“Vuolgge mu mielde Bassivárrái” , “Vieni, andiamo insieme alla Montagna Sacra”, è un canto di libertà e riscatto che Marie Boine dedica al suo popolo. In questa canzone “autobiografica”, in particolare, Marie Boine racconta la storia di una giovane donna che sogna di fuggire dall’oppressione ed dal clima di oscurantismo e terrore, che la popolazione Sami dovette subire in seguito alla colonizzazione delle sue terre da parte della Norvegia.

(nc)

Facebook: libertà di pensiero o di censura? Un fatto. (post di Natàlia Castaldi)

Facebook, ovvero il grande fratello a portata di click …

Gente comune, probabili o futuri assassini, movimenti politici e civili, fascisti, anarchici, comunisti, ballerine e veline, escort e puttane, fedifraghi di ogni sesso, età, religione, Chiesa, Stato, servizi segreti, artisti ed aspiranti tali, frustrati, intellettuali, editori, mamme, papà, nonni, scrittori, cantanti, musicisti, accattoni … e poeti: insomma, di tutto un “pot”.

Ma a quale fine, scopo e costo?

Il pregio principale è quello di poter fare rete in tempo reale, ogni notizia corre sul filo dei secondi e raggiunge chiunque, si creano contatti utili, amicizie, legami, insomma una mecca per lo scambio di opinioni e per la diffusione di contenuti con la possibilità di “link a rimando”.

Il grande gioco dell’informazione a basso costo – si vorrebbe dire a costo zero, ma preferisco dire a basso (? – sic!) costo, giacché il prezzo da pagare è alto e salato: la nostra stessa dignità, intimità, esistenza … -, ma non sono qui a fare discorsi morali, non vedo come potrei(!?), del resto ritengo che qualunque strumento sia buono o cattivo in base all’uso che se ne fa, quindi solo e direttamente in relazione alla stupidità o perversione, intelligenza o onestà, di chi ne usufruisce. Dunque, sorvolando l’innumerevole lista di pregi e difetti dei social network, che non mi interessa affatto fare, entro nel particolare raccontandovi l’accaduto.

IL FATTO

Nei giorni scorsi (circa due settimane fa) qualcuno ha segnalato come “offensivi” alla redazione di Facebook tutti i link delle Edizioni Smasher, con il conseguente risultato che nessun utente su tale piattaforma possa più linkare, diffondere, pubblicizzare contenuti, che rimandino al sito della suddetta Casa Editrice.

Le Edizioni Smasher e i suoi autori si sentono profondamente danneggiati e offesi da quello che ritengono un attacco giustificabile solo con la piena e consapevole volontà di danneggiare il lavoro da essi svolto, ed hanno, pertanto, ripetutamente segnalato l’ingiustizia e l’infondatezza di tale segnalazione allo Staff di Facebook, senza ottenere alcuna risposta.

Insomma, la solerte Redazione di facebook si prende la briga di accogliere indiscriminatamente qualunque segnalazione e, quindi, di bannare l’oggetto (o, peggio, il soggetto!) della stessa, ma non si cura minimamente di verificare la fondatezza di quanto le venga segnalato, né tantomeno di rispondere alla richiesta di spiegazioni da parte di chi, ingiustificatamente, si ritrovi discriminato e bannato.

In segno di protesta, in quanto autore Smasher e redattore di questo litblog, pubblico qui di seguito tutti i link delle “offensive” pubblicazioni Smasher.

nc

Our culture book AA.VV. (a cura di Teresa Regna) Edizioni Smasher, 10 euro. 1a edizione maggio 2011 ISBN 978-88-6300-039-9

La ragazza della porta in faccia Valeria Vaccaro Edizioni Smasher, Euro 10,00 1^ edizioni maggio 2011 ISBN 978-88-6300-036-8

Dialoghi con nessuno Natàlia Castaldi Edizioni Smasher - 12,00 euro ISBN 978-88-6300-035-1

Circospette ombre. Discussione sulla fotografia Giulia Carmen Fasolo Edizioni Smasher Volume cartaceo Euro 10,00 - Versione eBook Euro 5,00 ISBN 978-88-6300-038-2

Dialoghi Giuseppe Giunta Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione aprile 2011 ISBN 978-88-6300-030-6

Diecidita Jacopo Ninni Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione maggio 2011 ISBN 978-88-6300-027-6

Dei malnati fiori Enzo Campi Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione maggio 2011 ISBN 978-88-6300-033-7

Le ali della Fenice Benedetto Orti Tullo Edizioni Smasher, 6 euro. 1a edizione aprile 2011 ISBN 978-88-6300-032-0

Sbocciata nelle viscere Antonella Taravella Edizioni Smasher, 10 euro. 1a edizione marzo 2011 ISBN 978-88-6300-029-0

Io, che sono carne che non mi basta Salvatore Amenta Edizioni Smasher, 10 euro. 1a edizione marzo 2011 ISBN 978-88-6300-028-3

Lola F Paola Amerio Edizioni Smasher, 12 euro. 1^ edizione dicembre 2010 ISBN 978-88-6300-023-8

Vocianti Giovanni Abbate Edizioni Smasher, 8,50 euro. 1a edizione ottobre 2010 ISBN 978-88-6300-026-9

Conti zafarani Giovanni Canzoneri Edizioni Smasher, 6 euro. 1a edizione ottobre 2010 ISBN 978-88-6300-025-2

quando qualcuno Simonetta Bumbi Edizioni Smasher - 8,50 euro 1a edizione novembre 2010 ISBN 978-88-6300-024-5

Gli occhi e il cuore Salvatrice Vilardi Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione luglio 2010 ISBN 978-88-6300-022-1

Purgatorio delle anime perse Maria Galella Edizioni Smasher - 12,00 euro 1a edizione luglio 2010 ISBN 978-88-6300-019-1

ipotesi corpo Enzo Campi Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione giugno 2010 ISBN 978-88-6300-020-7

All'improvviso e per sempre Danilo Rinella Edizioni Smasher - 12,00 euro 1a edizione maggio 2010 ISBN 978-88-6300-016-0

Razza impura - di Franco Cilli e Domenico D'Amico - ISBN 978-88-6300-017-7 Euro 14,00 - Pag. 450 1a edizione maggio 2010

Sempre in bilico Fabio Bosco Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione maggio 2010 ISBN 978-88-6300-018-4

Foto/grammi dell'anima - libere im_perfezioni Massimo Bisotti Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione marzo 2010 ISBN 978-88-6300-015-3

Sfioro le parole che taci Giulia Carmen Fasolo Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione aprile 2010 ISBN 978 88 6300 014 6

La primavera di Palma Salvatrice Vilardi Edizioni Smasher - 10,00 euro 1a edizione marzo 2010 ISBN 978-88-6300-012-2

Ancora domani Fabio Ognibene Edizioni Smasher - 12,00 euro 1a edizione marzo 2010 ISBN 978-88-6300-013-9

Un giorno perfetto Marco Degli Agosti - Ed Warner Edizioni Smasher - 8,50 euro 1a edizione febbraio 2010 ISBN 978-88-6300-011-5

"Il mio amico disabile" dell'Associazione Crescere Insieme - ISBN 978-88-6300-010-8 Euro 10,00 - Pag. 96 - con illustrazioni 1a edizione ottobre 2009

Sospensioni Camilla Catracchia Edizioni Smasher - 8,50 euro 1a edizione novembre 2009 ISBN 978-88-6300-009-2

Vertigini Scomposte Antonella Taravella Edizioni Smasher, 8 euro. 1a edizione novembre 2009 ISBN 978-88-6300-008-5

notediparole Orlando Andreucci e Simonetta Bumbi Edizioni Smasher, 15 euro 1a edizione ottobre 2009 ISBN 978-88-6300-007-8

Il Dottor Maus e il settimo piano Collana Narrativa per ragazzi Edizioni Smasher, 6 euro - Pag. 58 1a edizione ottobre 2009 ISBN 978 88 6300 006 1

Da vicino nessuno è normale. Giusy e il punto di non ritorno Edizioni Smasher, 10 euro ISBN 978-88-6300-005-4

Le campane dell'inferno Edizioni Smasher, 2009 - Euro 14 euro. 1a edizione ISBN 978-88-6300-004-7

La Dea Bit Edizioni Smasher. 8 euro. 1a edizione maggio 2009 ISBN 978-88-6300-003-0

Io sto con le tartarughe di Simonetta Bumbi - ISBN 978-88-6300-002-3 Euro 12,00 - Pag. 234 1a edizione maggio 2010

Passaggi d'assenza di Giulia Carmen Fasolo - Edizioni Smasher 10 euro ISBN 978-88-6300-000-9

Il pianto delle falene di Giorgio Sannino - Edizioni Smasher, 10 euro. 1a edizione aprile 2008 ISBN 978-88-6300-001-6

Elina Miticocchio – poesie (post di Natàlia Castaldi)

.

La casa degli astanti

non ha specchi ad illuminare la parete

giace la macchina da scrivere sopraffatta

troppi occhi doppi sguardi hanno divorato

il tremore delle mani a cercare le parole

giù nel fondo del labirinto-cielo

vegliano linee sottili i bordi di carta

coperti di polvere muti

eppure un bonsai fiorito riceve acqua

la accoglie come pioggia benefica

come gli occhi innocenti a soffiare la minestra

tenuta al caldo, sotto coperta

nell’attesa del suo ritorno di istante in istante.

*

Per sempre le estati di San Martino

il grano fatto col vin cotto
il melograno da sbucciare

grani rossi da scaldare a fuoco lento

come l’amore che non vuole perire

tu “per sempre” mentre gli anni

passavano treni del desiderio

luci -dalla ribalta- ci allontanavano

bottoni avvicinavano

ago e filo, cappellini, ciprie

lettere a scrittura cubitale

a farmi compagnia

nei pensionati, in case d’affitto

rari i libri

ed ora ho scritto di te

e “tu” resti a profumare la stanza.

*

Parvenza

 

Quando sembra voler catturare il tempo

la donna si fa scrittura

e avanza in direzione opposta alle lancette

Parvenza fa rima con partenza

e si chiede se riuscirà a camminare lungo la fila di mattonelle

come una formichina dispettosa l’irrealtà dei ricordi

avanza prepotente, le sfila di mano il libro dell’inizio.

Si sdraia sul tavolo allora

come giardino d’inverno sembra voler dormire

in gola un cip cip d’amore

oltre le pareti di cucina corre una linea di sconfine.

*

Indicativo è il presente (eppure manca qualcosa)

Cambio l’acqua ai fiori rossi

ogni spina ha un costo

misura il dolore ricomposto

mescolo il caffè della mattina presto

quando mi sveglio e ascolto le voci

parlano in greco indicativo presente

 

“il viola dell’abito fa capriole

ad occhi chiusi arpeggia”

 

sono appese all’attesa ombre

corrono nella polvere di luna

affatto timide, estroverse, in sovrapposizione

intonano un passaggio

di nomi letti dalla rubrica del telefono

a comporre resti d’amore.

 

*

 

Oggi il verde

 

cronistorie come stanze fresche d’ombre

un triciclo a schermare la visione

lascia impronte e calpestare di passi

porte ne ho attraversate con fiducia

guardavo col mio occhio inferiore

tingersi il cielo innevarsi i rami in danze

ripetevo mentalmente come a volermi cullare

oggi il verde

e una foglia incontrava il piede sinistro

si appoggiava festosa in caduta

dal cielo era per me.

*

Circa la poesia

avevo desistito dall’imbroglio di vederla nella foglia staccata, nell’albero a primavera. nulla,la trovai dopo averla cercata per anni, nel silenzio di un dolore non gridato. chi mai avrebbe creduto a quella barca e all’arca di cartone in cui navigavo senza vele.e vento a schiaffi a sbriciolare la piccola figurina di pane

*

Gira il mulino dove sono nata al suono dell’acquaforte (dedicata)

scucito e di schiena il giorno
al passo galoppa mio padre
e porta fiori questa notte
li sparge, li lascia cadere spenti
alle pietre al rintocco li raccolgo

 

dove è l’albero dell’eterna primavera?
ditemi che vive e mi attende
vinco il sonno e l’occhio
capta la luce della luna
tinta è di rosso sole
un riflesso nel mio sentiero espanso.

*

Le ore lente

 

Dài una casa all’incredulità, lascia entrare

della luce l’arco sottile, l’odore terreno

la presenza che colora

il ritorno in voce sembrerà normale

le notti tenui di luna lasciano una scia di neve

una prolungata fioritura.

*

(erano) giorni che non leggevo dell’innocenza (nata guardando “Ponte nel verde” – fotografia di Maria Korporal)

La cercavo nei cassetti come se i tarli avessero gli occhi

desideravo annusarla tra lenzuola fresche di bucato

– la nonna telefonava per dirmi sono tornate le rondini –

 

guardavo altrove per non trovarla

oggi l’ho intravista rappresa nell’occhio scintilla

pagliuzza romantica naufragare tra echi dorati e cieli capovolti.

*

Spighe al sole

si addormentano

zittito il mare non porta respiro

scrive nel cono di luce

effonde il suo canto

non si spogliano radici

innevate di stagioni

fuori tempo

sorreggono la croce

conta poco non riconoscere

la soglia

della gabbia aperta conservo

stelle immacolate

sanno il canto

del mio Signore.

*

Ho sognato elefanti ed io tra porte e stanze e luoghi

 

e zolle di terra e alberi disegnati con l’acqua che cola dal vetro

-Devi essere contenta…!mi diceva sempre

mi sono fatta coraggio ho colto le nuvole nel giorno di pioggia

sono uscita all’aperto

bastava una lanterna per orientare il passo

e camminare a tentoni mi faceva rinascere

alla prima strada, casa, al letto dove mia madre mi aveva partorito

la voce non era perduta dietro i filari dei giorni

la lente dell’occhio socchiuso

a zonzo raggiungeva oltre il suo viso

tentava il salto verso il rosso

sostanza d’amore il grembiule che al collo annodava

un gesto che compio alla lettera come erba

conosce il suo campo.

______________________

 

Elina Miticocchio

“i diari non importeranno a nessuno, forse a pochi ma occorre parlarsi,
svuotare il proprio piccolo occhio in libertà come sempre si è fatto”