Giorno: 28 giugno 2011

E se la pianura fosse un’isola? Uno sguardo su “Il peso di pianura” di Nadia Agustoni – di Enzo Campi

Enzo Campi

 

E se la pianura fosse un’isola?

Uno sguardo su Il peso di pianura di Nadia Agustoni

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Nadia Agustoni - Il peso di pianura


E se la pianura fosse un’isola?

Si potrebbe circumnavigarla e/o transitare sui suoi limiti, frequentarne i margini. Ma si potrebbe anche precipitare in essa. Vista dall’alto essa assume la configurazione di un buco. È sempre una questione di struttura e di strutture. Un’isola,  piatta come pianura, che tende a restituire due peculiarità apparentemente distinte e delineate: il punto e il buco. Un punto circondato dall’acqua e un buco infinito nel quale rischiare la caduta libera. La struttura dell’isola-pianura è dunque sia orizzontale che verticale, un orizzontale reale (punto, linea, superficie) e un verticale simbolico (buco, cratere, abisso). Questa prima doppia struttura è, idealmente, racchiusa in un’altra struttura, quella propriamente letteraria e poetica. La struttura poetica (che per definizione dovrebbe sempre rappresentare un doppio movimento di presenze e assenze) della Agustoni disseminandosi lungo questi due assi tende a declinarsi come esperienza del vissuto.

Difatti l’isola è anche terra (oltremodo irrorata e resa fertile non dall’acqua che idealmente la circonda, ma proprio da quella struttura poetica che permette alle cose di abitarvi e di fluire), madre, illimitato ricettacolo di umori e passioni. È per questo che precipitano, qua e là,  copiosi getti di linfa,  come per conferire un valore aggiunto alle cose, sia quelle cosiddette inerti che quelle dotate di vita propria.

Agustoni – sicuramente edotta del fare poetico – sa che la (ri)soluzione è quella di donare vita all’inanimato. E allora nei componimenti scanditi in quest’opera possiamo leggere per esempio: “labirinto è la casa / scatola truccata le stanze / orifizio le finestre / ventre ogni angolo”. Questi quattro versi sono solo una delle tante occorrenze, ma  è ancora più interessante e significativo scoprire la netta predisposizione dell’autrice a declinarsi attraverso evidenti giustapposizioni di luce e buio, dove ognuno dei due termini viene spesso associato al vuoto. Ma il vuoto, beninteso, non è il contenitore del nulla o del vacuo. Il vuoto detta il passo e detiene, in sé, i segni del vissuto. È in quel vuoto che avviene quello che la stessa Agustoni definisce “il salto mortale della lingua / quel bisogno di scalare il buio”, ovvero: una delle accezioni di quella che poco prima abbiamo definito “esperienza del vissuto”. Ora, se da un lato possiamo affermare che il vuoto funge da trampolino di lancio per l’avvento della voce o, se preferite, della parola, dall’altro lato dobbiamo conferirgli una specificità o quantomeno una connotazione. Nella poetica Agustoniana il vuoto è anch’esso terra, una sorta di terra di mezzo o, se preferite, un contenitore nel quale deambulare, la cui funzione è quella di permettere il passaggio e la sospensione della vita e della morte.

Nella nostra isola i vivi viaggiano a braccetto con i morti. C’è un condurre e un lasciarsi condurre. E i contenuti semantici sembrano equamente divisi tra le due categorie

E se il peso fosse riconducibile all’iki?

Che cos’è l’iki? Per poter definire le innumerevoli accezioni e sfaccettature dell’iki bisognerebbe scrivere un libro. Per cui ci limiteremo a considerarne solo alcune: rinuncia, rigore, eleganza, armonia, il modo d’essere non solo di un singolo individuo ma di un’intera civiltà. Introdotto in Occidente dal filosofo giapponese Kuki Shūzō, l’iki è un qualcosa che ha a che fare con la fragranza, con il respiro, con l’energia spirituale, con il modo di condursi (del resto come lo stesso filosofo ci fa notare: “Anche Cartesio aveva discusso se ambulo potesse costituire il fondamento cognitivo di sum”), in poche parole – e semplificando – una sorta di fenomeno di coscienza che definisce l’essere e l’esserci, che mette in opera tutti e cinque i sensi, che implica un desiderio di conoscenza, che si attarda nel lavorare sulle sfumature. Al di là delle accezioni relative a quella che viene definita “seduzione per la seduzione”, ciò che salta subito agli occhi è che l’iki esercita un’indubbia fascinazione  in chi osserva dal di fuori. Io parlerei di armonia e di grazia. E la struttura poetica di Agustoni sembra proprio farsi portavoce – tra l’altro con invidiabile naturalezza – di una suadente armonia e di una grazia innata (“la vena è azzurra / io vivo alberi, / nel centro del legno / – in cerchi – gli anni / sono annunciazione. // io vivo al centro dei cerchi / – uno ad uno – nel loro midollo / di preistoria, la mia vita congiura / ha radice capovolta esiste / come se pensasse”).

C’è una sorta di ritmo costante nell’opera, un ritmo scandito con un esatto respiro e che produce quella che prima ho definito fragranza. Non un sapore, né un odore, ma un qualcosa che investe tutti e cinque i sensi e che trasmette una sorta di energia spirituale. Non bisogna dimenticare che l’iki è una “affermazione dipendente da una negazione” e che si fonda essenzialmente sul rigore e su una rinuncia di fondo.

Rigore e rinuncia sono sinonimi di esperienza. E l’esperienza è profondamente soggettiva. Essa possiede suoni, segni, umori specifici legati per l’appunto al soggetto che la estrinseca e che  la vive. Per oggettivarla bisogna fare ricorso a strutture semantiche capaci di trasmettere (o comunque di evocare) quei suoni, segni, umori che appartengono non all’universale, ma al particolare.

Alternando quindi tempi brevi e lunghi, nella lettura di quest’opera possiamo assistere alla creazione di un tempo ideale (e idealizzato) composto dalla giustapposizione di tanti piccoli particolari volti non tanto a ridefinire l’universale ma a creare delle porte d’accesso, delle soglie da varcare per entrare in quella fatidica terra di mezzo, cui si accennava poc’anzi, ove tutto scorre e al contempo si sospende.

Sembrerebbe quasi un paradosso, ma in questa terra così radicata le cose non hanno un peso specifico e quantificabile. Qui il peso equivale al pensiero, al modo d’essere e a quello che abbiamo definito (rubando il termine a Kuki Shūzō)   “fenomeno di coscienza”. Ed è proprio il pensiero ad essere pesante, o meglio: definisce il suo peso attraverso una leggerezza di fondo che – mettendo sullo stesso piano vita e morte – non può essere inscritta nelle categorie del corporeo. Il peso di pianura è, forse, l’immaterialità delle anime sospese che sopravvivono al transito materiale della vita. Da qui l’energia spirituale che si respira a pieni polmoni in tutta l’opera. E quella terra, quella pianura, quell’isola sono allo stesso tempo ricettacoli pulsanti e cimiteri dormienti. Il peso di pianura è la messa in riposo dinamica di un transito e di un pensiero dove materialità e immaterialità coincidono e incidono.

(Per i riferimenti all’iki si veda Kuki Shūzō, La struttura dell’iki, cura G. Baccini, Adelphi, Milano, 1992)

cosa vuoi che dica la polvere


i diari dell’olocausto mi fan venire in mente

edipo a colono con la giovane antigone

che dà la mano a un cieco e nient’altro.

non una parola li segue, solo un vecchio

e sua figlia e i segni del vuoto intorno a loro,

lo spavento delle genti che in segreto

vedono la ragazza come un toro

e la corsa nella polvere con un dio che le urla dietro

di fermarsi: “è una ragazza, non può raspare la terra fino

alle tombe”.

ma non capiva la sua risposta: “va via! la polvere

cosa vuoi che dica la polvere, qui viviamo,

qui moriamo, un dio non ci ha salvato”.

*

uomini-foreste


l’animale fuggiasco e lumini-astri

fabbrica-stella appesa al gesto

il buio nel largo del mondo e sghemba ai paesi

si dilunga terra da terra ci distrae soltanto la lisca di brina

l’indizio-corolla o il cielo quando si divarica

e nuvola s’apre d’acqua e riempie fessure

ogni voce racchiusa dietro speranza

e uomini-foreste s’impigliano ai nomi.

*

figura


a vena il nero rapace ritorna

fa impronta di percosse

riscrive a dito il profilo

va per figura creata

e a nocche sragiona l’umano

pensa dal polso materia e recinti

si assolve per paura cresciuta.

*

non è muro a muro la casa


non la notte permane, non il caso sorprende

non è muro a muro la casa, c’è nulla che appartiene,

nulla sappiamo e crepita il tempo nostro fuoco,

si sbriciolano le cose, il volto ci dimentica

“aggiustiamo le ossa, l’inverno è un crocicchio

di strade vuote”, rammento che qualcuno parla

muovendo le labbra senza parole intere.

*

cantare confine


nel “come” carbone della memoria

del nostro bene un’eco si stacca:

“t’inchiodano spine

ma hai dote di vento…”

.

la lingua dei morti

prevede l’offerta

e t’impiglia il cuore

rete d’uccelli:

“dovrai cantare confine”.

*

il peso di pianura

ti crescono selva le parole

e a sporta il peso di pianura,

in un gesto congedi l’inverno

nei prati si strappano i fiori

le piccole code a zittirci:

“per fare stagione e mondo

ogni dono sanguina”.

*

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Nadia Agustoni – Il peso di pianura

LietoColle – Falloppio (CO) – 2011