Giorno: 9 giugno 2011

Cristina Leti – Terza remigante – ed. Lietocolle

Cristina Leti –  Terza remigante – ed. Lietocolle 2010

“E’ un inverno, questo, / troppo lungo anche per mattoni alcolizzati / e malte depresse, / per grondaie incontinenti e antenne anoressiche, / per parabole bugiarde e tralicci metrici.” Possiamo partire da qui per provare a raccontare questa bella opera prima di Cristina Leti, da questi versi densi di parole quotidiane, di stati d’animo applicati alle cose.  I versi qui sopra riportati, nucleo centrale, della poesia “Le case”, ben rappresentano la maniera dell’autrice di poetare, di raccontare. Anche qui come, spesso accade nella poesia contemporanea più efficace, ciò che ci circonda, che incrocia lo sguardo, le mani del poeta, diventa verso e attraverso la fluidità,  ben presente, ci restituisce sensazioni, riflessioni, ci costringe a guardare oltre. Nella poesia di Cristina Leti (come nota Alessandro Seri nella sintetica e precisa prefazione) è presente una forte territorialità di una Roma che non conforta come di una provincia che, probabilmente, non salva. “ I tombini a Roma sono come le bocche / insaziabili dei neonati. / A volte però / anche loro rigurgitano acqua e fango.” Per  la Leti contano molto anche le persone che si buttano a spigoli fra i versi e completano il disegno del suo intento poetico.  Azzardando si potrebbe dire: Noi siamo le cose, le cose stanno con noi, le cose ci raccontano, le cose fotografano e portano addosso la nostra anima. E’ naturalmente un’ipotesi che, però,  crediamo abbastanza verosimile. Le poesie della Leti scavano con perizia. I versi, in una precisa alternanza, fra brevi e più lunghi, non perdono mai il ritmo, non permettono al lettore di distrarsi né di smettere di leggere. Cristina Leti hai il talento e il coraggio di cercare le parole nuove, di usare, dunque, quella terza remigante.  “Alla fine del terzo giorno. / il fuochista / mi fasciò stretti i polsi, /  con larghe corregge di cuoio.”

@ Gianni Montieri

LE CASE

Evaporeranno i cattivi pensieri

e con loro

pure le umidità,

che deformano e scrostano cementi e intonaci.

Ogni casa ributterà in strada,

gli inquilini fastidiosi

per godere pienamente e in pace

di quel caldo salvifico

che asciuga solai e soffitte.

 .

È un inverno, questo,

troppo lungo anche per mattoni alcolizzati

e malte depresse,

per grondaie incontinenti e antenne anoressiche,

per parabole bugiarde e tralicci metrici.

Quando poi la pioggia leccherà gli spigoli dei tetti

e piccole lingue di fumo stanche,

accarezzeranno i marsigliesi rossi e rotti,

il barbaglio di una 40 watt,

cederà il passo al gregge dei minuti diurni.

***

Sbatterà il naso la notte

sul dorso freddo dei vetri,

per meglio vedere

il ruotare cieco degli amanti

tra spigoli e specchi.

La verità

è spina dorsale o chiglia

parte emersa sul fondo di bottiglia.

 .

Una piovra rosa attaccata alla parete,

spierà il bacio rubato;

quello dato

tra le ombre cave

e in prossimità delle giunture.

Non esisterà abbraccio più forte

che quello del fuoco e del vino,

tra le buone letture

di poeti ormai dimenticati

al gelo del cimitero degli inglesi

a Roma.

***

BATTERY PARK

I dubbi migliori

si consumano sempre

nello spazio clitorideo.

Tra paradossi idrodinamici

e aumenti di pressione

in corrispondenza delle strozzature.

A me interessa la fisica,

ma pure le boy band.

Ho sognato un campo di grano in carbonio,

respingere il vento verticale di Manhattan.

Aste sottilissime e gialle, lunghe due metri,

rallentare gli spostamenti d’aria

che si creano sotto i grattacieli,

per via dell’Effetto Venturi.

***

Le idee notturne viaggiano solitarie

su strade sterrate di montagna.

 .

Alcune hanno i piedi scalzi,

altre invece, hanno caviglie sottilissime

avvolte in spesse calze di filanca color caramello.

Delle vecchie hanno pure le bocche sdentate

e le vene azzurrine che irrorano i polsi assenti.

Quelle più temerarie e tenaci,

come le caramelle di menta

sperse nelle borsette marroni a fisarmonica,

annaspano sfuse e stantie,

tra i mille tornanti della mente.

 .

In zona liminale si spezzano. All’improvviso.

Fanno la stessa fine dei femori labili delle novantenni.

***

Eppure, ancora, ho fermo il polso.

Pazienza e memoria, quanto basta, per leggere

qualche stupido verso di insensata bellezza e verità:

a Spoon River, in cima alla collina,

gli uni accanto agli altri, riposano,

Hod Putt e Flectcher McGree,

Pauline Barrett, Lucinda Matlock e Minerva Jones.

 .

Nella biacca di un tedioso pomeriggio invernale,

solo bare di legno schiodate

e qualche palmo di terra smossa.

Si vive lontani, quassù,

da truci vendette e bieche menzogne

dai tetti d’ardesia e dalle finestre d’angolo.

 .

Distanti con rammarico, anche

dal fracasso e dai fischi della locomotiva,

dal frizzare del metallo dei vagoni

sugli scambi della strada ferrata.

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NOTA BIOGRAFICA:  

Cristina Leti è nata Rieti nel 1976. Laureata in Lettere Moderne all’Università degli Studi dell’Aquila, ha conseguito successivamente il Master in Editoria e Comunicazione. Pubblicista, collabora con di­versi periodici occupandosi d’arte, letteratura e in particolar modo di narrativa per ragazzi. Sue poesie e racconti brevi sono stati pubblicati su riviste e antologie. Diverse le segnalazioni e i riconoscimenti a Premi Letterari, tra i quali Opera Prima LietoColle 2009 di cui la pubblicazio­ne Terza remigante è il risultato.