Giorno: 5 giugno 2011

[novità editoriali] La neve nel bicchiere – Francesco Accattoli – FaraEditore 2011 – (più un cadeau) (post di natàlia castaldi)

La neve nel bicchiere - Francesco Accattoli

Ho appena finito di leggere “la neve nel bicchiere” di Francesco Accattoli, ed. Fara 2011. Lo trovo un grande lavoro, omogeneo, senza cadute. La scrittura di Francesco (che non conoscevo ma ho scoperto per caso e di recente qui ) l’ho trovata morbida e, soprattutto, una scrittura che dice, accompagna parlando e si racconta. Si sente la vicinanza con tanta poesia spagnola (classica e contemporanea), in una in particolare, Sevillana, si sente proprio un gusto pittorico, il gusto del tratto e del disegno alla Lorca, o per meglio dire delle canzoni per chitarra di Lorca. Terra madre#1 è molto molto bella, talmente familiare che si può cucire anche addosso alla memoria della mia terra.

Sono cartoline di un tempo che sembra sospeso tra memoria, reale ed ideale, tra presente, passato prossimo e condizionale, come denota il passaggio repentino di modi e tempi verbali, che ne scandisce il ritmo in un continuo fluire. Inoltre ho notato che, coraggiosamente, mantiene l’uso della congiunzione a inizio verso con tutto il sapore della continuità con la poesia buona di Montale e Quasimodo, ad esempio, e gli riesce bene. C’è una sottile ironia qui e lì che accende piccoli fuochi nella neve, mentre la vena civile, senza cadere nel tranello del cronachismo e del raccontino sul perché ed il percome delle cose, trova la sua cifra distintiva e originale. Compratelo, fa bene alla ragione del tempo e delle cose. Buona lettura.

nc

[per ordinare il libro basta cliccare sulla copertina]

 

*

Ogni giorno qualunque

 

Per queste strade non c’è passante,

nessun vecchiaccio, nessun demente

di paese; nessun amico a cui pensare.

Somigliano a una risaia questi

intrugli di corridoi; il piede è fermo,

è un punto solo, ed ha paura.

 

Eppure ecco, tra i muri passa

un suono, il ridicolo volgare

di quel mondo che si fa

col cambio di canale; lo sgomento

fisso come un cero, la cui fiamma

non la smette di pregare, o morte,

o miglior vita, e l’eco si fa chiara

sillaba e poi balbuzie, e così assomiglia

a quell’uscita che non si trova

se non arriva infine il sonno

se non imbruna. Così si dorme

e spira tra le ossa cave un lume

asciutto, una presa di calore,

bastevole ad una piega della tenda

a farsi mano ed indicare

ciò che a tastoni

sembrava ormai altrove.

 

*

Memini

.

Ci sono parole

che affondano con altre parole.

Ci attendiamo un avverbio,

una preposizione,

è tutto una resistenza,

un ciclo informativo,

una mutilazione.

Aspettiamo inermi, profondi, introversi,

prosciughiamo i giudizi

con un’infondata casualità

di sillabe.

 

Eppure

sembra avere un senso.

 

La postura delle labbra,

i fiori, le diversità encomiabili,

la perfezione, io che studio,

io che lavoro, i balocchi

di legno,

le scatole di latta, i biscotti sminuzzati,

le magnolie, gli scialli turgidi della nonna,

le biglie, le scommesse,

le parole che difendono

altre parole, i calcoli falliti,

le parole sono più facili,

le minuscole stazioni della riviera.

 

Concentrazione.

 

S’impara bene dalle nonne, resta la polpa,

il Pater Ave e Gloria, la paura dissipata,

il segnale è dentro il corpo,

 

come a dire: ora è già ora;

 

eppure avrebbe un senso

un poco di neve in un bicchiere.

 

*

La resa

 

Ho concluso, con le spalle serene,

di schiena alla pioggia.

La resistenza ci ossequia, ad uno

ad uno perdiamo il gusto,

diventiamo sottili osservatori, fumiamo,

ci riconosciamo in un buongiorno largo.

Da ieri la poesia ci nuoce,

perché la verità

è un incontro ed io non sono

sicuro di ciò che è dietro le parole.

 

*

Sevillana

 

Tra il tac del passo ferrato

del baio sta il ventre

teso da una schiena larga

e di nuovo un tac si stacca

dalla mano incatenata

alla sigaretta; sulla cassetta

osserva il mondo e lo trasforma,

come il santo il suo martirio.

Così il cocchiere e il suo cavallo

– entrambi andalusi –

seguono una linea

che non si spezza e avranno

pane per questa sera

ed una noia accumulata

nei muscoli, nei lombi poderosi.

Per quel centesimo che schiocca

senza frusta, e per una volta soltanto,

un tac di slancio

nei campi di Maria Luisa.

 

*

Terra madre #1

 

Ho trovato solo volti di moneta

salutarci dai deserti palazzi,

perché sia vita ci vuole altro, più gerani

serviranno a dare conto di una civiltà

operosa di paese, capace di piegarsi

all’angustia dei muri nuovi, di questi scorci.

Nemmeno si scanneranno i balconi

e le ringhiere, i posti auto

riservati agli inquilini e profanati

ostinatamente. Da lato

a lato in taglio diagonale stanno

i rumori di cantiere, e battono

ancora, senza avvisare.

 

Qui non è mai venuta

la sinistra – la sinistra non viene mai –

coi tamburi e le bandiere,

sono terre di passaggio, di mezzeria,

confine di confine, ultimo rintocco

prima che si faccia sera.

 

E per avere noia

di tanta terra madre, tre Padre

Ave e Gloria, non basteranno

a ripulirsi dell’assunto

che il lavoro di mattone rende

l’uomo più sicuro.

 

*

A questa scuola hanno tolto le finestre

 

A questa scuola hanno tolto le finestre

e due volte muri hanno messo, perché resti

tutto dentro l’odore fosco dei corridoi, e non le piazze,

non ci arrivino le piazze, con le famiglie vivaci dei cortei.

 

T’hanno mai spiegato cosa sono gli operai

o gli africani cottimisti? Perché cadano

dai ponteggi come chiodi arrugginiti, come

grandine pesante sulle auto posteggiate?

 

Che nessuno parli, non s’azzardi voce alcuna

tra gli anziani a raccontare del Ventennio

con i suoi esiliati, o dei meridionali del Dopoguerra,

calciati in culo come si fa con i randagi.

 

Non era Italia da sapere, sudavano , bestie,

nei vagoni della Milano – Bari. E da quel sudore

non si può scappare, come non si scappa

dalla Costituzione. Gridalo ai passanti

 

mentre aspetti il barrato delle due

e pensa al suono del martello, pensa

al tonfo sordo della pioggia sulle lamiere,

l’algebra a fine mese dei professori,

 

fatica con le parole, non le guardare,

perché esse hanno odore e sanno la vergogna,

sanno il senso dell’onore che ora è vinto, meschino,

con i pugni stretti al petto e il viso storto.

 

Oggi è giorno di lezione, leggiamo ad alta voce

i nomi delle strade alla finestra: via De Gasperi,

via Pertini, viale Martiri della Resistenza.

*

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Francesco Accattoli (1977) è docente di materie letterarie e latino nei licei, con esperienze sia in Italia che in Spagna. Nel 2002 esce per Stamperia dell’Arancio il suo primo libro di poesie e prose Come acqua che riposa… Dal 2003 al 2010 è stato voce e chitarra dei Noa Noa. Attualmente si dedica al progetto poeticomusicale Fucine Sonore assieme al poeta Loris Ferri e al chitarrista Alessandro Buccioletti. Sue poesie sono incluse in varie antologie (ricordiamo Calpestare l’oblio, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini, e Porta Marina. Viaggio a due nelle Marche, a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri) e riviste cartacee e sul web. È stato addetto stampa dell’associazione Coneriana Cult ed ha collaborato a testate giornalistiche cartacee e online. Nel 2009 ha vinto il Premio Rabelais e nel 2010 il concorso Arte Ex Tempore. Con Fara ha pubblicato nel 2007 la silloge Un tramonto sommario, all’interno dell’antologia del Premio Pubblica con Noi. Gestisce con serafica lentezza il blog sequestocosmo.wordpress.com

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Un cadeau