Mese: giugno 2011

J.R. Wilcock: poesie da riscoprire (post di Natàlia Castaldi)

Ho letto così tanti poeti da doverne leggere ancora fin troppi, ma uno, uno in particolare, costituisce il mio punto fermo per fare boa e ricercare il riparo della terra ferma.

Il poeta di cui parlo è J.R. Wilcock, di cui vi ricopio una selezione di testi tratti dalla raccolta Adelphi del 1980, pag. 233.

buona lettura.

nc

___________

24.

Due case avevano per confine un ruscello,
di qua viveva una pazza, di là un bambino,
e si parlavano da una riva all’altra.
Quello è un racconto, leggilo, di amore puro
se qualcosa di puro c’è nell’amore.
Parlavano di piante e di furetti.

*

31.

Adesso sono completamente solo,
adesso che mi riempi l’universo,
questo allegro universo in espansione
con galassie, cefeidi, supernove,
e tu dietro ogni grado dello spazio,
che a una parola tua si rattrappisce
e si concentra nella tua sola persona
di nuovo come un astro in pulsazione;
non ho più amici, non ho più interessi,
sto qui a studiare la tua cosmografia,
le tue emissioni radio, le tue sizigie,
più esattamente la tua bocca ed i tuoi occhi,
più esattamente quel che c’è in fondo ai tuoi occhi,
e ancora più esattamente, te.

*

5.

L’amore che fa dolce chi aspro era
non si concede ai gregari.
L’amore che ordina le varie percezioni
non resiste alle musiche volgari.
L’amore che fa azzurri l’acqua e l’aria
non può tutto transustanziare.
L’amore che dà senso al mondo esterno
ama il silenzio, la solitudine, il mare.
Tu fuso di fuoco interno,
casta rosa radioattiva,
che il transitorio in eterno
muti nella fiamma viva,
effluvio della materia
per te spirito rifatta,
e della nostra miseria
singola ricchezza astratta,
tu brace di ghiaccio emani
la tua immortalità
solo a chi ha pure le mani
dalla comune viltà.

*

4.

La saggezza non è un dono degli anni
bensì una qualità aristotelica
che si ha o non si ha fin dalla nascita,
un equilibrio fra il fattibile e l’impossibile,
una conoscenza previa alla conoscenza.
Non piove dal cielo ma con noi fiorisce;
non indifferenza ma trattenuta passione,
gioiosa e melancolica accettazione
dell’umana effimera fantastichezza.
Poche cose sa il saggio, ma le ricorda:
che l’uomo è al servizio della donna,
e questa al servizio della maternità,
e gli uni e le altre muovono perpetuati.
Inoltre esiste la parola,
con cui gli oggetti vengono nominati
e i concetti creati,
ciò che ci fa diversi dalle bestie,
un poco, ma non troppo.
Ma non è questa la sapienza da salvare
se ogni uomo in sé la può trovare.

*

3.

Non tutto è stato detto, e ciò che è stato detto
è stato tante volte dimenticato
che il mondo si direbbe appena nato
e la vita dell’uomo, e quella dell’insetto
un universo ancora da scoprire,
e il sole e l’albero che si ostina a fiorire:
tutto è così nuovo e così sorprendente
da sembrare creato di recente.
Ora viviamo con gli occhi nel passato
quasi fosse un futuro da raggiungere;
ma anche il passato è stato creato
qualche minuto prima del presente
non mèta ma ornamento, non precedente
ma complessa decorazione del minuto,
non giudice degli atti, ma teste muto.
Siamo qui dunque con la nostra esperienza
logoro strascico di pelurie e rifiuti
sulla soglia sempre dell’attimo rinnovato,
questo dono che a nessuno è negato
di scorgere un paesaggio ad ogni istante,
fra gli archi del presente un mondo luccicante
dove un’idea non fa soffrire,
nel mare immersi del puro percepire.

*

II

10.

Dobbiamo imitare i saggi della tribù,
gli anziani che impartiscono il segreto secolare;
e i saggi della folla non hanno alcun segreto
né da impartire né da occultare. Eppure:
ciascuno cerchi il suo modello,
quelli che non ne hanno sono schiavi,
come quelli che scelgono per un modello uno schiavo.
L’uomo libero insegna libertà,
il veritiero insegna verità,
il nobile insegna nobiltà.
La terra è piena di figli di nessuno;
eppure là, sulle vette dei secoli
si ergono come statue i grandi antenati
che a tanti morti diedero volto e voce.
Non troverete nel baratro un padre
ma in ciò che ancora non è stato travolto,
cospicua eredità rimasta senza eredi.

*

5.

Chi è legato alla carne deperisce,
come la carne che è in noi deperisce.
Ma la morte mentale avviene prima,
forse alla prima accettazione
di un ordine che non è concordia dei diversi
ma inganno e privilegio del potere.
Per non tradire bisogna avere cento occhi,
ma la ricompensa è la miseria.
Per non mentire bisogna avere cento braccia
ma la ricompensa è il disprezzo.
Per non essere leggeri bisogna essere leggeri
ma la ricompensa è il silenzio.
Per non essere crudeli bisogna essere crudeli
ma la ricompensa è la solitudine.
Seguire il Vangelo, non peccare in spirito
può portare in prigione, ma la prigione è aperta.

*

Spazio

Nella mia stanza non c’è nulla
tranne il fonografo e il letto:
e anche nel cuore non c’è nulla
tranne un figlio da me diverso.
Così c’è spazio per muoversi
sia nel cuore che nella stanza;
ho buttato gli stracci al fuoco,
i sentimeni li ho buttati in mare.
Non tutti hanno vuota la stanza,
non tutti hanno il cuore vuoto:
ci si può lasciare entrare
ogni mattino un mondo nuovo.

*

2.

Preghiera al caso

“Possa tutto mutare e non mutarci;
che i nostri cambiamenti siano identici,
le nostre morti simultanee”
Dev’essere un dolore intollerabile
sentir cessare la felicità.

*

Solo 1500 N. 5 – L’uomo delle figurine

foto di gianni montieri

foto di gianni montieriSOLO 1500 n. 5 – l’uomo delle figurine

Il ragazzo seduto di fronte a me, in treno, indossa una brutta camicia a righe e strani occhiali da vista, modello anni ottanta. Parla al telefono con voce da adolescente, ripetendo, più volte, a chi l’ascolta all’altro capo, che arriverà a Padova in anticipo, essendo riuscito a cambiare treno. Il ragazzo avrà quarant’anni, la mia età, ma mi ricorda ragazzini in pantaloni corti sempre attaccati alla sottana della mamma e almeno un paio di compagni di classe. Io sto leggendo Andrea Inglese, il libro è quello su Kubrick e la sua Odissea nello spazio, leggo e ogni tanto sorrido. Il ragazzo, poco prima di Verona, fa qualcosa di inaspettato: tira fuori dallo zaino l’Album dei calciatori Panini (2010/2011), e un mazzetto di almeno cento figurine, già in ordine di numero. Apre l’album e inizia a incollare. A questo punto mi scuso con Kubrick, le scimmie e Inglese, ma il ragazzo ha tutta la mia attenzione. Prende a incollare le figurine in maniera perfetta, geometrica, senza sbavature. Attacca Corvia del Lecce, Mutu della Fiorentina (chissà se lo sa che è stato ceduto al Cesena proprio oggi), Borriello (che io salterei) e va avanti. Nessun doppione. A me vengono in mente due cose: la prima è che io non sono mai riuscito ad attaccare una figurina diritta. La seconda riguarda i trenini giocattolo  di cui parla Andrea Inglese nel suo libro, quelli tedeschi “precisi fino alla morte”. E mentre sto collegando i due pensieri, il ragazzo, con un colpo da maestro, chiude l’album e tira fuori Topolino.

Gianni Montieri

qui i Link alle puntate precedenti

N . 1    N. 2  N. 3  N. 4

E se la pianura fosse un’isola? Uno sguardo su “Il peso di pianura” di Nadia Agustoni – di Enzo Campi

Enzo Campi

 

E se la pianura fosse un’isola?

Uno sguardo su Il peso di pianura di Nadia Agustoni

.

Nadia Agustoni - Il peso di pianura


E se la pianura fosse un’isola?

Si potrebbe circumnavigarla e/o transitare sui suoi limiti, frequentarne i margini. Ma si potrebbe anche precipitare in essa. Vista dall’alto essa assume la configurazione di un buco. È sempre una questione di struttura e di strutture. Un’isola,  piatta come pianura, che tende a restituire due peculiarità apparentemente distinte e delineate: il punto e il buco. Un punto circondato dall’acqua e un buco infinito nel quale rischiare la caduta libera. La struttura dell’isola-pianura è dunque sia orizzontale che verticale, un orizzontale reale (punto, linea, superficie) e un verticale simbolico (buco, cratere, abisso). Questa prima doppia struttura è, idealmente, racchiusa in un’altra struttura, quella propriamente letteraria e poetica. La struttura poetica (che per definizione dovrebbe sempre rappresentare un doppio movimento di presenze e assenze) della Agustoni disseminandosi lungo questi due assi tende a declinarsi come esperienza del vissuto.

Difatti l’isola è anche terra (oltremodo irrorata e resa fertile non dall’acqua che idealmente la circonda, ma proprio da quella struttura poetica che permette alle cose di abitarvi e di fluire), madre, illimitato ricettacolo di umori e passioni. È per questo che precipitano, qua e là,  copiosi getti di linfa,  come per conferire un valore aggiunto alle cose, sia quelle cosiddette inerti che quelle dotate di vita propria.

Agustoni – sicuramente edotta del fare poetico – sa che la (ri)soluzione è quella di donare vita all’inanimato. E allora nei componimenti scanditi in quest’opera possiamo leggere per esempio: “labirinto è la casa / scatola truccata le stanze / orifizio le finestre / ventre ogni angolo”. Questi quattro versi sono solo una delle tante occorrenze, ma  è ancora più interessante e significativo scoprire la netta predisposizione dell’autrice a declinarsi attraverso evidenti giustapposizioni di luce e buio, dove ognuno dei due termini viene spesso associato al vuoto. Ma il vuoto, beninteso, non è il contenitore del nulla o del vacuo. Il vuoto detta il passo e detiene, in sé, i segni del vissuto. È in quel vuoto che avviene quello che la stessa Agustoni definisce “il salto mortale della lingua / quel bisogno di scalare il buio”, ovvero: una delle accezioni di quella che poco prima abbiamo definito “esperienza del vissuto”. Ora, se da un lato possiamo affermare che il vuoto funge da trampolino di lancio per l’avvento della voce o, se preferite, della parola, dall’altro lato dobbiamo conferirgli una specificità o quantomeno una connotazione. Nella poetica Agustoniana il vuoto è anch’esso terra, una sorta di terra di mezzo o, se preferite, un contenitore nel quale deambulare, la cui funzione è quella di permettere il passaggio e la sospensione della vita e della morte.

Nella nostra isola i vivi viaggiano a braccetto con i morti. C’è un condurre e un lasciarsi condurre. E i contenuti semantici sembrano equamente divisi tra le due categorie

E se il peso fosse riconducibile all’iki?

Che cos’è l’iki? Per poter definire le innumerevoli accezioni e sfaccettature dell’iki bisognerebbe scrivere un libro. Per cui ci limiteremo a considerarne solo alcune: rinuncia, rigore, eleganza, armonia, il modo d’essere non solo di un singolo individuo ma di un’intera civiltà. Introdotto in Occidente dal filosofo giapponese Kuki Shūzō, l’iki è un qualcosa che ha a che fare con la fragranza, con il respiro, con l’energia spirituale, con il modo di condursi (del resto come lo stesso filosofo ci fa notare: “Anche Cartesio aveva discusso se ambulo potesse costituire il fondamento cognitivo di sum”), in poche parole – e semplificando – una sorta di fenomeno di coscienza che definisce l’essere e l’esserci, che mette in opera tutti e cinque i sensi, che implica un desiderio di conoscenza, che si attarda nel lavorare sulle sfumature. Al di là delle accezioni relative a quella che viene definita “seduzione per la seduzione”, ciò che salta subito agli occhi è che l’iki esercita un’indubbia fascinazione  in chi osserva dal di fuori. Io parlerei di armonia e di grazia. E la struttura poetica di Agustoni sembra proprio farsi portavoce – tra l’altro con invidiabile naturalezza – di una suadente armonia e di una grazia innata (“la vena è azzurra / io vivo alberi, / nel centro del legno / – in cerchi – gli anni / sono annunciazione. // io vivo al centro dei cerchi / – uno ad uno – nel loro midollo / di preistoria, la mia vita congiura / ha radice capovolta esiste / come se pensasse”).

C’è una sorta di ritmo costante nell’opera, un ritmo scandito con un esatto respiro e che produce quella che prima ho definito fragranza. Non un sapore, né un odore, ma un qualcosa che investe tutti e cinque i sensi e che trasmette una sorta di energia spirituale. Non bisogna dimenticare che l’iki è una “affermazione dipendente da una negazione” e che si fonda essenzialmente sul rigore e su una rinuncia di fondo.

Rigore e rinuncia sono sinonimi di esperienza. E l’esperienza è profondamente soggettiva. Essa possiede suoni, segni, umori specifici legati per l’appunto al soggetto che la estrinseca e che  la vive. Per oggettivarla bisogna fare ricorso a strutture semantiche capaci di trasmettere (o comunque di evocare) quei suoni, segni, umori che appartengono non all’universale, ma al particolare.

Alternando quindi tempi brevi e lunghi, nella lettura di quest’opera possiamo assistere alla creazione di un tempo ideale (e idealizzato) composto dalla giustapposizione di tanti piccoli particolari volti non tanto a ridefinire l’universale ma a creare delle porte d’accesso, delle soglie da varcare per entrare in quella fatidica terra di mezzo, cui si accennava poc’anzi, ove tutto scorre e al contempo si sospende.

Sembrerebbe quasi un paradosso, ma in questa terra così radicata le cose non hanno un peso specifico e quantificabile. Qui il peso equivale al pensiero, al modo d’essere e a quello che abbiamo definito (rubando il termine a Kuki Shūzō)   “fenomeno di coscienza”. Ed è proprio il pensiero ad essere pesante, o meglio: definisce il suo peso attraverso una leggerezza di fondo che – mettendo sullo stesso piano vita e morte – non può essere inscritta nelle categorie del corporeo. Il peso di pianura è, forse, l’immaterialità delle anime sospese che sopravvivono al transito materiale della vita. Da qui l’energia spirituale che si respira a pieni polmoni in tutta l’opera. E quella terra, quella pianura, quell’isola sono allo stesso tempo ricettacoli pulsanti e cimiteri dormienti. Il peso di pianura è la messa in riposo dinamica di un transito e di un pensiero dove materialità e immaterialità coincidono e incidono.

(Per i riferimenti all’iki si veda Kuki Shūzō, La struttura dell’iki, cura G. Baccini, Adelphi, Milano, 1992)

cosa vuoi che dica la polvere


i diari dell’olocausto mi fan venire in mente

edipo a colono con la giovane antigone

che dà la mano a un cieco e nient’altro.

non una parola li segue, solo un vecchio

e sua figlia e i segni del vuoto intorno a loro,

lo spavento delle genti che in segreto

vedono la ragazza come un toro

e la corsa nella polvere con un dio che le urla dietro

di fermarsi: “è una ragazza, non può raspare la terra fino

alle tombe”.

ma non capiva la sua risposta: “va via! la polvere

cosa vuoi che dica la polvere, qui viviamo,

qui moriamo, un dio non ci ha salvato”.

*

uomini-foreste


l’animale fuggiasco e lumini-astri

fabbrica-stella appesa al gesto

il buio nel largo del mondo e sghemba ai paesi

si dilunga terra da terra ci distrae soltanto la lisca di brina

l’indizio-corolla o il cielo quando si divarica

e nuvola s’apre d’acqua e riempie fessure

ogni voce racchiusa dietro speranza

e uomini-foreste s’impigliano ai nomi.

*

figura


a vena il nero rapace ritorna

fa impronta di percosse

riscrive a dito il profilo

va per figura creata

e a nocche sragiona l’umano

pensa dal polso materia e recinti

si assolve per paura cresciuta.

*

non è muro a muro la casa


non la notte permane, non il caso sorprende

non è muro a muro la casa, c’è nulla che appartiene,

nulla sappiamo e crepita il tempo nostro fuoco,

si sbriciolano le cose, il volto ci dimentica

“aggiustiamo le ossa, l’inverno è un crocicchio

di strade vuote”, rammento che qualcuno parla

muovendo le labbra senza parole intere.

*

cantare confine


nel “come” carbone della memoria

del nostro bene un’eco si stacca:

“t’inchiodano spine

ma hai dote di vento…”

.

la lingua dei morti

prevede l’offerta

e t’impiglia il cuore

rete d’uccelli:

“dovrai cantare confine”.

*

il peso di pianura

ti crescono selva le parole

e a sporta il peso di pianura,

in un gesto congedi l’inverno

nei prati si strappano i fiori

le piccole code a zittirci:

“per fare stagione e mondo

ogni dono sanguina”.

*

.

Nadia Agustoni – Il peso di pianura

LietoColle – Falloppio (CO) – 2011

Corpo Interrotto di Monica Ferretti

La seguo da anni, soprattutto come amica e poi come poetessa e fotografa.
In questa sua seconda creatura c’è tutto quello che l’ha formata nel bene e nel male.
Qui c’è il suo corpo, che ama e si addolora, la sua scrittura è cresciuta evolvendosi nella bellezza ma anche nell’asciuttezza che sa riempire.
Versi lunghi senza una tregua, vanno dritti al cuore, vanno dritti all’anima e non cercano rifugio non più.

dall’introduzione di Alessandro Assiri:

Troppo comodo per l’autrice ribadire che si scrive sempre da una lontananza, perchè qui il testo si dipana nel conflitto col gigante che spezza i desideri, fossero pure quelli di essere diversi.L’autrice abilmente ricompone un mosaico identitario usando i tasselli dell’assenza, ma senza presunzioni difensive o assolutorie. Paradossalmente la scrittura diventa un riposo che permette di chiedere, ma non di insistere, di chiedere a una parola di farsi inizio di una vicenda corporea.

Ed. Thauma, 2011


*

mio padre è sparito una mattina d’inverno
con parole che non conoscevo diceva: devo andare
d’un tratto il freddo ha annullato ogni cosa
impedendomi di trovare i segni delle mie origini

*

sai non è colpa di nessuno, solo ci si aspettava
come ci si era lasciati, con le calze a righe senza
il male del silenzio, ciascuno a modo suo a
difendere la vita che cresceva, le spalle curve
di un sarebbe stato che arrivava poi così, senza
sapere di non poter restare

*

il corpo cade dall’alto lo vedo lo conto lo misuro
in dipendenza da forme che lasciano un ricordo
sempre uguale di una geometria che non ubbidisce
più alle mie follie nemmeno il sonno mi toglie il mio
peso

Nota Biografica

Monica Ferretti nata a Verona nel 1972, pubblica il suo primo lavoro “Precario disequilibrio” nel 2008 e nella fotografia trova un’altra delle sue forme d’espressione.
A Verona, nonostante il periodo non ottimo dell’economia italiana, ha avuto il coraggio di aprire una libreria, “Bocù”, percorso e passione che condivide con il suo compagno Alessandro Assiri.

La macchia

era quella del profumo.
Un numero particolare messo apposta
per lei, macchia magra cinque
regalata da una sorella, o da una zia,
e diventata enorme, adesso, era
voluta, una macchia ben voluta, come dire
una macchina, e si ingigantiva
progressive, diventava un tir
quella bontà di frutta, quella
magia dorata e argenta,
mirra!
La santa macchiolina fece girare il
mondo, lo ribaltò dalla parte sbagliata
e il mondo non voleva rigirarsi
ma più del mondo potè lo sporco
della macchietta sulla maglia blu:
sparirono le stelle, s’ingolfò la notte
la luna kamikaze si piantò sull’orsa
e io avevo qualcosa da dirle
che mi s’inficcò sempre nel cuore
o forse no, forse era solo la vaschetta
del biancheggio o così come
la cosa asettica che chiamava amore.

PNG: Persona Non Governabile

Sabato 18 giugno 2011 alle 23, c’è stato il ritorno di PNG – Persona Non Governabile.
Riuniti dopo due anni e mezzo, ultima apparizione nel novembre del 2009, al Titty Twister di Selargius [Ca].
La formazione iniziale comprendeva Arnaldo Pontis, ora è stabilmente il duo Mangone&Belli, in precedenza l’acronimo PNG voleva dire Persona Non Grata, ora è Persona Non Governabile.
Non è un progetto Musicale, ma solo Estetico. Nasce dall’amicizia e dalla volontà di condividere l’attitudine poetica. La dicitura L’unione furente che campeggia nel logo è indicativa di quanto il momento “comunitario” e virile sia il fondamento di PNG. Entro la fine dell’anno esce la loro prima release digitale. Sarà gratuita ed uscirà per la nascente Maldoror Records.
[fonte di queste parole Carmine Mangone]

Evento che si amalgamava con i festeggiamenti della Nautilus, 30 anni d’attività, luogo scelto il CSO El Paso di Torino.

Un palco abbastanza grande ospita un tavolo, la tecnologia ha preso il sopravvento qui, ovviamente deve esserecosì, il noise-industrial si basa sulla tecnologia, rumori-suoni elaborati grazie ai comuter e ad altri strumenti elettroci e non.
C’erano i PNG [carmine mangone & roberto belli] e gli Ex Abrupto [TMK DI TORINO], in esordio con il duo italo-nuragico.

I testi mescolati ai suoni, creati dal Belli, sono un mix fra Perèt, Artaud, Henry, Mangone.

Un brano usato nella serata Amor Sin Gobierno

In foto qui sotto: Carmine Mangone, Roberto Belli e gli ex Abrupto

SOLO 1500 N. 4 – Invidia, il quarto d’ora di Francesco De Gregori

SOLO 1500 N. 4  – INVIDIA, il quarto d’ora di Francesco De Gregori

“Una mattina uscendo di casa, ho visto che il marciapiede era pieno di siringhe. Ho pensato non mi riguarda finché mio figlio non si punge lì, giocando. “ La frase è di Francesco De Gregori (intervista di Fabio Santini). Quella stessa mattina De Gregori si siede al piano, attacca un accordo : “La storia siamo noi nessuno si senta offeso”.  Il brano è  straordinario e viene registrato in un quarto d’ora. Chi mi conosce sa quanto mi sia caro il tema dell’indifferenza, del “non ci riguarda”. De Gregori, sempre a Santini, parla, a proposito della canzone,” del disinteresse che la gente crede di potersi permettere, ma poi si scopre sempre che non è vero”. Il senso de “La storia”  e del “siamo noi”è racchiuso in quel  pensiero. Il brano è contenuto in “Scacchi e tarocchi” , album meraviglioso. Naturalmente, la mia invidia a cui fa riferimento il titolo non si riferisce a questa canzone, in particolare, o altre, non potrei invidiare una cosa che amo e che non so fare. Neppure so suonare uno strumento, quindi sarebbe come parlare di nulla. Io a Francesco De Gregori invidio un’altra cosa. Gli invidio un quarto d’ora di vita. Ho immaginato tante volte la scena davanti agli occhi: De Gregori, che passeggia e vede le siringhe, pensa, va a casa o allo studio di registrazione, si siede al piano, comincia a suonare, via il primo verso e la canzone che si scrive da sola. Io a Francesco De Gregori invidio da anni quel quarto d’ora di genio creativo. I quindici minuti che fanno la differenza fra il niente e un capolavoro.

Gianni Montieri

qui una versione live de “La storia”

qui i link alle puntate precedenti

SOLO 1500 N.1   SOLO 1500 N.2  SOLO 1500 N. 3

Italo Testa – La divisione della gioia – Ed. transeuropa

Italo Testa – La divisione della gioia – Transeuropa, Massa – 2010

Partendo dal titolo, che è la traduzione letterale del nome della band Joy Division (molto amata da Testa), potremmo azzardare che la divisione della gioia, di cui parla l’autore nel poemetto centrale del libro, è il riconoscere che la fine di una passione, sia già scritta nel suo apice, nel punto più alto della sua eplosione. Le stanze centrali di questo libro, nella loro lirica bellissima, si dispiegano in un ritmo serrato, incalzante e musicale. In un continuo gioco di sponda i due attori del poemetto: si cercano, si trovano, si abbandonano, si perdono, si guardano proiettati in un “senza l’altro”, si ritrovano.  “Come il giorno che stesa sul letto / ti sei girata, tranquilla, e hai visto / le grate che spartivano il vetro, / e alzandoti di scatto hai detto / che non sarebbe successo niente, / che tutto era ancora intatto / e mentre ti guardavo in silenzio / sei sparita nell’angolo cieco: /. I posti di Italo Testa  sono urbani: stanze da letto, finestre, luci, vetrine, panchine: ‎”ma forse anche noi abitiamo / luminose stanze esposte al sole, / forse questo è testimonianza / di ciò che accadendo rimane / come il tuo corpo magro, eretto, / non ha pudore di essere qui / nell’abbraccio di un mattino a caso,/.  Oppure le architetture surreali di Marghera (nella prima sezione: Cantieri) che nel racconto del poeta diventano magiche e, nei loro colori metallici, splendide. “La luce più di tutto, e le cisterne / bianche allineate al mattino // come un gregge disperso all’azzurro // e poi le gru che girano l’ombra / sul muro e lustre emergono dall’acqua / a colmare i vuoti tra le nuvole: /.  Andando avanti nella lettura pare davvero, in sottofondo, di sentire la musica dei Joy Division, o di passare attraverso la luce dei quadri di Hopper, quest’ultimo citato dall’autore in esergo. La divisione della gioia, è un libro acclamato, fin dalla sua uscita, nell’autunno dello scorso anno, leggendolo ci accostiamo, come raramente accade, alla Poesia, quella che ci tocca e resta dentro di noi. Italo Testa è anche saggista e traduttore, ha poco meno di quarant’anni, questo ci fa sperare e affermare che la poesia c’è, qui e adesso. La lezione dei grandi maestri dell’ottocento e del novecento è lì in bella mostra, ma la poesia non finisce con loro, continua grazie a poeti dei nostri tempi. Poeti come Italo testa. “non lasciare, così mi hai detto / che io sia solo mia e mai d’un altro, / che il tuo volere mi allontani / da quanto un giorno mi hai promesso: / .

Gianni Montieri

Recensione, precedentemente pubblicata nel numero 5 della rivista QUILIBRI

Verso qualcosa di bello – Paolo Buffoni Damiani

 

La raccolta di neuropoesie di Paolo Buffoni Damiani (Pabuda) dal titolo “Verso qualcosa” è una pubblicazione singolare (altro…)

Lutz Seiler, Nel latino dei campi

“Coltivare una lingua”: mai il senso pieno di questa espressione mi è apparso così familiare come nel leggere e nel tradurre im felderlateinnel latino dei campi, di Lutz Seiler.
La poesia di Lutz Seiler, che dà il titolo alla raccolta di versi pubblicata nel 2010 dalla casa editrice Suhrkamp, suggerisce – “leise”, a voce bassa – percorsi nei campi coltivati delle lingue e, allo stesso tempo, rivendica diritto di parola, lungo “strade radiali”, fuori dalle città, oltre i giardini pre-ordinati, alla ruvidezza della corteccia, al rollio sommesso, alla sete di ponti d’acqua, all’atto creativo, figlio-bimbo seduto sulla collina, che annusa, contempla, percorre con tutti i sensi il “latino dei campi”.

im felderlatein
einmal begründet sind wir ein bast
auf der borke
zu gast in der rinde & inneres kind
der ausfall strassen. diese

strassen sind eine leise gesprochene
sprache noch über das einmal
gesagte hinweg an den gärten
ins felderlatein. dort

sitzt das kind auf einem hügel die
welt ist aus sand gemurmelte sprachen
rollen nach innen wollen
auch wasser brücken

& strassen
benötigen leise
rollende sprachen das
eigene kind im felderlatein

Qui si può ascoltare Lutz Seiler che legge im felderlatein

nel latino dei campi

una volta fondati siamo un filo di rafia
sulla scorza
ospiti nella corteccia & figlio interno
delle strade radiali. queste

strade sono una lingua parlata
a voce bassa oltre ciò che è stato detto
un tempo passa per i giardini
fino al latino dei campi. lì

siede il bimbo sopra un colle il
mondo è lingue mormorate di sabbia
rotolano all’interno vogliono
anche acqua ponti

& strade
hanno bisogno di lingue
che rotolano a voce bassa il
proprio figlio nel latino dei campi

Lutz Seiler
(traduzione di Anna Maria Curci)

Dalla raccolta di racconti Il peso del tempo (traduzione di Paola del Zoppo, titolo originale Die Zeitwaage, letteralmente “la bilancia del tempo”), appena pubblicata dall’editore Del vecchio, riporto le notizie biografiche relative a Lutz Seiler:
“Lutz Seiler (Gera, 1963) è uno dei più importanti scrittori contemporanei di lingua tedesca. Le sue poesie e i suoi racconti gli sono valsi numerosi riconoscimenti, tra i quali il PREMIO ANNA SEGHERS (2002), il PREMIO LETTERARIO DELLA CITTÀ DI BREMA (2004) e il PREMIO INGEBORG BACHMANN (2007). Con Il peso del tempo si è aggiudicato il prestigioso PREMIO FONTANE (2010) e il DEUTSCHER ERZÄHLERPREIS (2010), premio nazionale per la narrativa. Dal 1997 vive a Wilhelmshorst (Potsdam) nella casa/museo in cui abitò fino al 1971 il poeta dissidente Peter Huchel (1903–1981), divenuta, grazie all’attivo impegno di Seiler, un’importante istituzione nel panorama culturale della Germania contemporanea”.
Lutz Seiler è borsista all’Accademia Tedesca di Villa Massimo. Questa è la pagina che lo presenta sul sito di Villa Massimo.

Anna Maria Carpi – L’asso nella neve – ed. Transeuropa (alcuni estratti)

Pubblichiamo alcuni estratti da “L’asso nella neve” di Anna Maria Carpi, ed. Transeuropa 2011 

***

il mio cuore ha l’accesso stretto

il sangue non ci passa facilmente

o rigurgita o rimane dentro,

così gli altri non sanno

che passione ho per loro

che potrei

fermare anche gli ignoti per la strada

e dirgli

tutto quello che ho dentro e non mi passa –

e sarebbe la grazia.

***

UNA MADRE io l’ho avuta,

viva ardente

sempre via con la mente

inetta a vivere.

Sarà stata poi lei? Mai le ho dormito in grembo.

Era un uccello

che migrava

con le ali tarpate.

.

Così io non ho misericordia di me stessa,

e non ho niente che mi abbracci dentro.

***

MATTINE DISASTRATE,

sola in casa,

avanti e indietro scalza dal computer al frigo

per trovare una frase

nel rhum nel whisky, e non so mai quanto,

scrivo anche mail, confondo

i destinatari

e dico ciò che non dovrei mai dire

perché il mondo ha i suoi usi

e una decenza. Io non l’ho appresa.

Non mi contengo

come fanno gli altri,

io cerco di spiegargli

la mia rovina e so che non si spiega,

e quando è mezzogiorno trasalisco,

devo tornare all’ordine,

vestirmi, mascherare

il caos in cui mi è parso di danzare – ma se è l’unica

felicità che ormai conosco!

Sei…sei in te? osserva gentilmente

il mio compagno a tavola.

Non è severo, solo non capisce. Lui non si chiede

che senso abbiano i giorni –

ovvero sì: nessuno.

Ma io non posso crederci.

***

(A Macerata)

ANNI FELICI quando tutto ami

e in leggerezza lasci

perché nulla è perduto e tornerà.

Anche la vecchia cittadina ho amato,

l’animata provincia in Centro Italia,

amato il corridoio dove dava il mio ufficio,

il portiere che non c’era mai,

il vicolo in discesa all’albergo Centrale,

la luce del mattino sulla piazza,

sotto la torre il venerdì il mercato,

le cene con gli amici,

la campagna coi grilli,

e il mio treno notturno e l’andar via.

Dopo l’ultimo colle il cimitero,

tanit lumini che pareva una festa,

io mi dicevo: là,

là voglio essere sepolta.

Il treno entrava nella galleria,

un lungo buio, poi andava al nord.

E io con lui, e prendevo il giornale.

.

Amore, amore.

E poi non lo sopporti.

***

Qui sul mio tavolo:
ho la luce accesa,
una tazza tedesca di Bayreuth,
la biro e nella scatola
che ho foderato io di carta a fiori
la gomma e il temperino
il rotolo di scotch la cucitrice,
Rapid One, è svedese.
Guardali, ad uno ad uno,
non pensare, non muoverti.
Solo un metro più sotto
c’è la disperazione.
Ancora un’ora, poi berrai qualcosa,
poi guarderai le mail, il telegiornale,
poi qualcuno telefona.

@ Anna Maria Carpi

Tre poesie di Ermanno Krumm

*

Pare che l’occhio non abbia
neppure cominciato a deporre
per piccoli sbalzi la sua materia umida
e che nessuna delle migliaia d’api
sia venuta a ronzare attorno alle campanule
del rosmarino, prendendo, deponendo
il dolce succo, e nessuna delle sue ombre
sia scesa folta in mezzo alle siepi, orlando
linee, sbalzando forme piene di voci
nel loro appello natura.

Punteggiatura animale

In poesia non ci sono punti
ma bui corpi che guardano
dal fondo della storia, dalle grotte
di Lascaux : è la punteggiatura
delle macchie, il salto dei bisonti,
il barrito degli elefanti di una volta
il grido di gente che ha sin troppo piacere
in gola, troppi occhi, troppe mani
in mezzo al giardino, in fondo al pozzo.

Così siamo il percorso perfetto

A tratti congiunti vanno i fari delle auto,
i due punti uniti che non sono mai stati
né i suoi né i miei genitori,
come due ragazzi, a braccetto:

io, pesce preso per sfinimento, cane
col campanello alla coda, lei, lampada,
piano di lavoro, mensola, morbido letto
e azzurro dell’alba, col cielo dentro.

Note Biografiche

Ermanno Krumm (Golasecca, 1942 – Milano, 13 giugno 2008) è stato un poeta e critico d’arte italiano.
“Saggista, intellettuale, giornalista, critico d’ arte e di letteratura, ma soprattutto poeta” Molto intensa la sua attività di critico d’arte per il quotidiano il “Corriere della Sera”. Nelle vesti di poeta ha pubblicato le raccolte Novecento (1992), Felicità (1998), Animali e uomini (2003). Ha inoltre curato, con Monique Charvet, Tel Quel, un’avanguardia per il materialismo (1974) e, con Tiziano Rossi, La poesia italiana del Novecento (1995).