Giorno: 20 maggio 2011

[novità editoriali] Enzo Campi – Dei malnati fiori – Ed. Smasher maggio 2011 (post di Natàlia Castaldi)

Dei malnati fiori - Enzo Campi - ed. Smasher 2011

.

                                            Enzo Campi

 

                                         Dei malnati fiori

.

            (Smasher Edizioni – Collana Orme di poeti)

 

         http://www.edizionismasher.it/enzocampi2.html

 .

.

*

affine
al confine
in cui sfiorare la fine
senza rendermi prossimo
a nessuna implosione
che non sia già esplosa
e conclusa
m’integro alla soglia
ridendomi
nell’escrescenza del sema
che decolora l’abisso
abbacinandone le forme

non c’è una cifra
che valga un corpo votato all’erranza

*

non ancora ancorato
solo accorato
disperdo all’aria
e al riso sincero
del mio lamento
i petali
a uno a uno
recisi
dal bocciolo-sole
privato del suo

                centro

 

C’è dissomiglianza
tra rosa e
rosa?
L’una è sfiorita
l’altra è mistica

*

Corifeo)

non c’è un ego
meno smisurato di questo

solo un ago arroventato
che s’insinua negli incavi tra le dita
sperando che il sangue giunga in soccorso
e regali il suo credo all’inebetita scrittura
che si trascina arrancando
tra sillabe decapitate e verbi inconclusi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

mi si spronò
frusta a frusta
in colpo
d’allora in ora scandito
inerudito assioma
inalberato a soma
che vanisce il sema
che qui s’esibisce
mancandosi

 

dal pugno ben serrato cade lenta
una scia di polvere che si dissolve
senza tentare il contatto con la madre terra:

chiaro indizio di una distanza
assunta a ragione di vita

 

di vano in vacuo mi rialloco e vago

*

non c’è un tempo
più adatto di un altro

 

si flette il corpo
delocandosi
tra smunti riverberi di sole
e tenebre di ghiaccio
amplificando il pus
che tracima dalle ferite
esposte al pubblico dileggio

solo una spanna
d’impura manna
fluida come bava
precipita
in limpide stille
dal livido labbro
teso a respirare
la pienezza del vuoto

*

grondiamo
vacue diaspore
che acuiscono
senso e sesso
riedificando
grammatiche perdute
private del senno

non c’è un alfabeto
più pregnante di un altro

solo soffi
a vanificare
pavide stille di rugiada
che s’ostinano
ad imperlare
l’arido passo dell’erranza
lo so e me lo ripeto
dissimulando il silenzio
in laviche levate
di giochi labiali
appena accennati

*

Corifeo)

nell’assordante silenzio il fragore del nulla
lavora lento ad inguainare la soglia
i soffioni invadono le narici
e il corpo traspira dai pori la puzza del naufragio

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

 

* 

non ho mai detto io sono
solo il cadavere che sono

e sarò qui tumulato
col dito ancora levato
innervato verso l’odiata soglia
spalancata sulla perfida madre
che consente il transito
solo sul sentiero
che elude le rose
e conduce all’abisso

non ho mai amato
le sfingi dissolute
se non nel gesto
di assaporarne l’umore
perché il verbo
non rinviene
che al sordido lume
dell’annosa interrogazione
e sempre s’insinua
tra incavi e pieghe

 

nella muta parata dei gomitoli di fibre
che caracollano mesti alla luce coatta
di un giorno impossibilitato a definirsi
la firma subisce il rifiuto della marca
e il calco cede il passo all’avvento dell’informe

*

si sputano schegge
per disinibire l’arto
nell’umbratile concerto
del cosa è cosa
se non flusso ininterrotto
sì come inscritto a specchio
nelle piaghe del verso

 

schemi schermi
scherniti forati
se mai crivellati
incedono tronfi
a inanellare impavide
crisi irrisolte

e la voce
che sventola lesta
l’appena accennato
soffio
sogna il patibolo
a differire

*

non c’è bisogno
di soffiare

l’anelito c’è

è inconosciuto

Essere scoperto nervo
ad uso inane
del gioco al massacro
è
chiusura della radura.

Mi conduco
ad ibernare il gesto
.

*

si moltiplicano i coacervi
e lo sterco dilaga
mi dileguo dal puzzo
soffiando con tatto
l’anelito aporetico
del mio non sarò mai là
ma accetto
approvo
e non ricambio lo sputo
perché l’imbuto
tracima
l’umore ambrato
che abiura l’ambrosia
e aspira
al sangue versato

*

Corifeo)

pari al pari
terra su terra
rasoterra
rinnegando il cavo
da cui proviene
il viandante
strisciando
s’avvia al monte
non curandosi
dell’incompiutezza della strofa
inneggiando se mai
la catatonia incombente
di un calco improprio
che non restituisce nulla
se non i tagli inferti dalle spine
che non lacerarono mai
alcunché di significativo

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

ristagna un sentore d’inaccaduto
per quanto qualcuno insista nel riproporre
a memoria il gesto di rivalsa con il quale
la sibilla disseminava la sua lava edulcorata

non c’è un guado
che permetta l’attraversamento

le acque sono gravide di senso
e ripudiano le dighe ove frangersi e rifluire

il corpo edotto da millenni di sapide erranze
evita la catarsi e si tuffa nel gorgo
cerca invano un peso
a cui ancorarsi per meglio inabissarsi

*

Corifeo)

nella polvere il senso
a ricoprire cosa e cose
cose minute di vani minuti
destituiti dall’immediato

tutto avviene senza accadere
nel ricordo di una consumazione
nessun evento degno di nota
solo una nota che reiterandosi
ritarda l’avvento del chiodo
eppure il buio amplifica i pulviscoli
evidenziandone lumi e barlumi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

ciascuno a sé sommato
si rialloca in fine di parvenza

 

e il sollazzo che sopravviene
all’impropria figura
defigurata nello speco
è beata beanza
che avanza incosciente
dalla bordatura
al senza fondo
in cui inscrivere
e vanificare
il punto di fuga

 

evidente riverbero
qui silenziato
a guisa d’incompiiuto

*

dileguato è in me l’agguato

*

solo ascensioni
e accesi accessi
agli ascessi
che insorgono
esondando
da vacue parentesi
e ineludibili incisi
volti a conclamare
l’inesprimibile

 

non c’è una marca
che contraddistingua un corpo votato all’erranza

*

Marzia Alunni

 Alterità e nascondimento

(la condanna metafisica dell’Io)

 

L’opera è accompagnata da una dedica illuminante: “A me stesso, al verbo / e a chi ha voluto che io fossi qui”. È quasi una dichiarazione programmatica che rassicura sull’apporto del poeta, demiurgo che si colloca in disparte e però lascia, come segni infiniti, le parole a denotare il suo intervento mai casuale, piuttosto affrontato con una ‘regia’ non invasiva.

  L’autore, per sua scelta un po’ ‘absconditus’, intende aprire un ciclo, con questo suo contributo, che già si avvale, come prologo, della splendida Ipotesi corpo. In un suo recente intervento difatti precisa: “Quel chi che «detiene la parola» non è portavoce del proprio ego […] Rubo una frase da uno dei prossimi libri del ciclo: «ego ex machina / appare solo dileguandosi»”. 

[…]

Il senso di un’alterità – guadagnata attraverso il cammino, vagabondo e ipotetico, della parola, complice e testimone empaticamente viva della distanza fra ‘io’ e ‘altro’ –  ha un valore specifico nella poesia di Campi, specialmente nel progetto del suo ciclo poetico.

   L’entusiasmo dell’apologeta poi è fra le righe della testualità appartenente al Nostro, ne sono una prova le frequenti domande metafisiche, i passi citati da Ermini, Bigongiari, Travi e Derrida che introducono le quattro sezioni principali in cui è diviso il libro, ai quali si associano, sul piano delle idee, alcune stimolanti ‘narratio’ dell’autore, prosimetricamente unite al  resto del percorso poetico.  

[…]

Nel tentativo di guidare il lettore conviene tuttavia proporre una possibile interpretazione del titolo e dell’opera: Dei malnati fiori. L’aggettivo malnati cattura e risveglia l’interesse perché vi scopriamo subito due aspetti che occorre sottolineare.  Il primo di essi allude allo statuto esistenziale del soggetto, l’Io, quindi del suo mondo, entrambi affetti da precarietà e perciò, in un certo senso, ‘nati male’. La seconda caratteristica chiama in causa il significato emotivo della parola, carica di ostilità, ‘malnato’ è chi viene fatto oggetto di un’invettiva: “Del malnato fiore / ch’a me s’affaccia / con lo sguardo indegno / di chi fomenta lo scontro / voglio amar lo sdegno / che vibra come incontro / nel loco ameno / del disconoscimento”.

L’associazione, tra i fiori e i due originali significati, è frutto di una riflessione sul fondamento dell’essere e di uno sdegno anche per la frattura cosmica che si pone come sfondo alla discrepanza tra parole e cose.

Riecheggiano allora le riflessioni profonde di Flavio Ermini, citate – idealmente –  in un dialogo perfetto con la viva testualità campiana, in quanto: “Torna a farsi chiara la coscienza della frattura che divide le parole dalle cose. […] Consente l’annunciarsi del non-detto con l’inaugurazione di quella silenziosa voce che precede ogni dialogo tra gli uomini e ogni nominazione”.  

Si direbbe allora che per l’autore talvolta “nomina – non – sunt consequentia rerum!”

[…]

“le parole rinunciano al messaggio / e si fanno sensibili”: è il riconoscimento della vulnerabilità umana non rimosso, essere infatti precari al mondo vuol dire fraternizzare con ogni respiro, con qualsiasi delicata, o forte, esperienza, accettandola in un’ottica di rara dignità e bellezza.  L’abbandono alla condizione “malnata” non è senza appello, resta la capacità di sostenere il proprio destino ‘errabondo’ avvalendosi anche della potenza della parola, farmaco (Derrida) non da sottovalutare. È il senso elevato del “ludere”, suffisso dei termini chiave, posti all’inizio di alcune sezioni dell’opera campiana (pre-ludi; inter-ludi; epi-ludi): i significati non sono mai quelli che sembrano a prima vista, parrebbe dire il poeta che tra rime pregevoli e consonanze accentate, filastrocche dotte e più livelli di significato, accompagna il suo lettore in un’avventura testuale senza precedenti.

 ***

 Alessandra Pigliaru

“Tutto avviene senza accadere”

I malnati fiori elogiano il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di Campi che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.

È il chi infatti – e non il cosa.

Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di Campi acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.

Tutto avviene senza accadere – sì.

*

per acquistare il libro direttamente sul sito della casa editrice

http://www.edizionismasher.it/enzocampi2.html

*

articoli correlati: Dei malnati fiori su La dimora del tempo sospeso