Poesie di Vladimir D’Amora

Ho lasciato andare…

Ho lasciato andare nel sonno, che tu mi lasciassi,
io non ho saputo trattenere la tua voce In quel momento,
stretti nel bianco dei muri, quando l’obliquità dei corpi fu decisa
dal male solo, tenerti la voce sarebbe stato tutto Ascoltare
Una chiamata che viene dalla prossimità dei cuori, e raggelata,
fenomenale è che sta dileguandosi Intorno devono insistere
altre voci, volontarie, contingenti,
le voci senza passione Sono le voci impaurite di un figlio, poi un marito,
la voce che starebbe bene montata altrove, forse
dove la sua mancanza avrebbe un senso Se a chiamare è un’insistenza muta,
una spinta destinata, riverberarsi in un effetto inapparente,
come il raglio più che elementare e giammai desiderabile,
una specie dell’imposizione mi cucì quella mattina al tuo capezzale La voce
che è risucchiata non dal silenzio, ma dai flussi interni, dai roboanti
e microcosmici e vitali scorrimenti di un liquido che straripando non è vita
La misura La cogenza delle distanze, un equilibrio la vita, pure in quelle dimensioni
costruite per sfaldare il senso, nella cicuta bevuta senza redenzione
E guardarsi per ammutolire, come un bianco estratto dalle viscere
panno e mani lorde, rossissime, come se ancora sangue virginale ci si possa augurare
E solo per crescere, per rigettare il tempo in faccia a chi non ha creduto,
tu devi succhiare sempre ogni occasione Oppure avere il coraggio dell’inefficacia
e senza assimilare, lasciando intorno che banditi e assassini facciano
la parte del figlio, ancora stamane, dalle mie mani cadi

Durate

potrebbe passare un tempo finito
e lungo di tempi saputi
sotto il passaggio d’apparenze
un’illusione formosa
e strepitanti gli anni appropriati
a seminare e perdere ogni inizio
cadendo dai mezzi e ancora
puntando una inezia a leggere
come un segreto instabile
potrebbe durare una vita
la morte anche

Zero uguale

scoppiato è il cuore in questi tempi nuovi
soli mugghiano i mari e soli attendono
la temperata invidia d’inerpicate amebe
ancora rischia lo stretto gettandosi nel suo
inaudite zolle soffrono al potente turno
come
è come se nulla fosse scomparso
dopo che il nulla faticò l’esodo
chiese l’impegnare mitragliate
i segni e le voragini coi fiori sopra
a ricordare un arsenale è ancora
dove fratelli sulle spalle tengono
i vivi si dice masse insalvate
fuochi vertigini colorate e ordine
o
intanto indovinare
il magma asettico
infilare un dito
e persa la faccia
raccogliere la cenere
pure
stirando segni una volta
solo perché s’è vivi
ancora afoni

L’inizio è altro

l’inizio è altro
se la luce pende
a gloria che ancora
manda fitte schegge
e lenta a sé rincula
come lì indovinando
la mano che cuce
pietra all’idea
è la storia
negli esiti forieri
di sterminati echi
un buco consegna
essere a essere
colla organica
muto cedere
interdetta riposa
la quiete d’ogni risposta

Teratografia

Vladimir e poi D’Amora, 36 inverni che so’ finiti tutti, biondo. E napoletano che non ama Napoli, e non solo perché la pizza è ormai di gomma. Indeciso tra Cruyff e Maradona, separato, vendo quelle scritture la cui morte è fantasma, ancora. Due bei lutti, come corpi morti di animali, intrattabili, col coro di sfibranti mormorii e martello. Convivo, ora, con una femmina ossuta, di quella distonia che sì giova al feticismo erotico, ed un fratello camuso e quasi ventenne e bello come i gelati. Quando guadagno, mangio e bevo e leggo, il vino nero, chiuso, sincero. Ma vendo parole, operazioni di parole, spiritica verticalità, con un pizzetto indecente, terso e rado.
Leggo e rileggo, detesto Calvino e Petrarca, Foscolo, la Maraini, Ammaniti e quelle degli orecchini a perla. Gl’impegnati che si dissimulano, lungi da me, e pure i nichilisti pigri. Della poesia, quella che sa andare a capo, mi piacerebbero gl’innografi dalla parola netta e poca, ma sento che il tempo si sazia ad elegie piene di pensieri. Sì al Manga, a Gadda, a Kafka, Tolstoj fu malato di bellezza, all’altro Russo difettava l’ironia, forse. Mi piacciono Longhi e Contini, le loro pagine però, meno quello che teorizzano, e imposero. Pacato godo degli epistolari, i critici, Benjamin e Platone, il Bacon dei trittici, il tratto pudico di Duerer, le foto bianche nere, le auto bombate, e allora immagino le Langhe. E le femmine che m’hanno saputo lasciare, e quelle che fingono, coi denti, di non esser donne, le loro mani. E Tacito. Perché lo senti moralista, ma non fa nulla… Mi faccio piacere Caravaggio e il Rinascimento, dentro adoro Skopas e il Laocoonte però, perché ho consumato tanta televisione. Ancora immerso dalle videocassette, da porno e filmati di calciatori lenti, colle ali storte. Proust mi fu noia dolce dolce, recentemente Michele Mari e McCarthy so’ stati buon farmaco. Ottonieri, tommaso dalle costole da fuori, non so se esista davvero, è come se lo tenga per sé, chiavato in un passato, il suo giudizio. E vorrei che Cortellessa mi dicesse personalmente, pagina per pagina, qual è stato il processo di polverizzazione di Di Ruscio, come lo ha trattato per starci due anni… Saviano e Parrella, non sanno scrivere! Totò è volgare, come la musica che non vuol finire.
Fondai una rivista, multilingue, solo digitale, che ora deve annaspare assai. C’era una volta un architetto, un francese albo e una messicana cresciuta a Borges e aglio. Ci guidava, schivo e geniale, un logico e filosofo e matematico, che ancora pedala per Praga. Il padre, quella specie dello scrittore che fu Kundera, lo chiamava il signor K.K. E c’erano preti capaci di bruciarle le parrocchie, ma pure lesti pompieri, purtroppo. Io tentai di diluire i miei due assilli, Nietzsche & Heidegger, ma invano. Se spieghi il mondo, dopo non sai che ci sarà, e se lo cambi, poi ti tocca dare spiegazioni… Non applicare nulla, non sviluppare nulla, non volere nulla: per alcuni è la comunità che sempre viene, però forse è noiosa, quanto l’attesa. Quando sosto alle fermate dei bus, colle loro tabelle d’arancione meneghino, è solo la disfunzione tecnica, che apre nel ritardo l’autentico del tempo. Il tempo mio, quella mia stupidità.

2 comments

  1. Al programmatico rifiuto di una poesia che significhi per motivazioni ideologiche, Vlad oppone una strenua ricerca, che ha motivazioni in primo luogo esistenziali .

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