Giorno: 12 Mag 2011

Giovanni Nuscis. La parola e lo spessore

Giovanni Nuscis. La parola e lo spessore

Ri-flette il tempo, specchio  e, insieme, parola soppesata, la poesia di Giovanni Nuscis, che si snoda nel n. 4 de I Quaderni di Poiein, in un originale contrappunto tra i  versi dalle raccolte pubblicate e da quelle inedite e le  letture di numerose altre voci:  a partire  dalle note critiche di Gianmario Lucini, che introducono e affiancano l’intero percorso del  Quaderno, gli interventi di Roberto Rossi Testa, Marco Scalabrino, Antonio Fiori, Giovanni Campus, Gian Ruggero Manzoni,  Stefano Guglielmin.

Ne Lo specchio è lo stesso Giovanni Nuscis a consegnarci la sua ‘professione di fede’ e a dar conto del suo procedimento compositivo, così come della ‘necessità’ che lo anima: “Credo nella parola, nella capacità di addensare significati molteplici e suoni, di rappresentare o evocare mondi fisici o interiori, chiaroscuri di senso e silenzi, visione e assenza. Il lavoro sulla singola parola è dunque fondamentale, assieme a quello sul verso, in una concatenazione armoniosa di musica e senso, valutando innanzitutto la sua necessità, le sue implicazioni semantiche e foniche. Leggo e rileggo fino a quando non mi convinco della loro adeguatezza e insostituibilità. Nella parola e per la parola, in poesia, ci si gioca tutto, o quasi.” (p. 9)

Leggo, nel dialogo con il tempo, un procedere coerente e “sorgivo” (Gianmario Lucini), il manifestarsi di uno sguardo diverso e divergente, ma non  per questo meno autentico; ascolto la voce pacata e ferma di una “tensione etica”  che non si esaurisce nello sfogo del momento,  ma resta sempre vigile, pur nella consapevolezza che la veglia comporta dolore.

Riconosco un filo conduttore  che collega questi componimenti scritti in tempi diversi:

Vecchie e nuove fiere                                                                                  

Quale bestia
Dall’antro catodico
Ci parla
Bevendo i nostri occhi?
Non un dio pagano
Con la coda
E il grappolo d’uva
In testa
Ma un garbato Battista
Che annuncia la nostra salvezza
Se solo gli si presta fiducia.

Ah, le fiere di una volta
E le nuove
Con l’imbonitore che ti offre
La magica pozione
O la pignatta.

Ma sì, ascoltalo:
Accerta la tua guarigione
La tua fortuna nel lavoro
Nel gioco, nell’amore
Effettua la prova del fuoco.

Nella tua idiozia sta la sua eccellenza
Come nella veglia
La tirannia improbabile
Del sogno.

(da Il tempo invisibile, Book editore, 2003)

Si facevano d’oro

buttando mani dove capitava,

case su case e buone azioni

e lo Stato: bue grasso

da squartare e dividere.

La sveltezza sempre in basso

lucente come fondo di bottiglia.

Con le piccole astuzie di bottega:

i grammi rubati, la merce scaduta. Mai

ciò che spetta. Impunibili, e sottili

come tela che veleggia

a ogni cambio di vento.

Noi guardavamo il cielo

il volo in caduta dei giorni,

tra lampi di generazioni.

Ci contavamo, ogni tanto, urlavamo

ma indietro tornava la voce.

Si poteva fare di meglio…

sarebbe bastato valerla…

dicevamo, subito smentendoci:

lingue di un fuoco che langue

in un inverno che allunga.

(da In terza persona, Manni 2006)

Se fossimo uniti…

Se fossimo uniti
i pochi condomini che siamo
sarebbe una battaglia vinta.
Ma non c’è grido che si somiglia.
Un’auto abbandonata nel cortile.
Le ruote, prima, poi il motore
rubati, spartiti. Rimane
la carcassa, da anni, ad arrugginire
tra proteste continue.
Nessuno che chiami un carro attrezzi
cerchi il proprietario, l’amministrato-
re, spariti chissà dove.

(da La parola data, , L’arcolaio 2009)

Caldaie

A vent’anni i coetanei

Andavano per piazze e discoteche

Noi si andava invece per caldaie

d’ospedale: io, Luigi

in tuta da lavoro alle pendici

dei monti in cemento delle cliniche.

Mangiatori di patate e laureandi

Tra i chiaroscuri di un ventre pulsante e reietto,

dai borgorismi di calore sparati

in tubi enormi fino ai caloriferi remoti.

Si ragionava ore di libri e di politica.

C’era qualcosa di kafkiano

ci ripetevamo scherzando in

in quel misto di unto,  discorsi

cambi di turno.

In un mondo più umano si sperava

già allora con poche illusioni.

Mi segno mentalmente

ogni volta che passo davanti

a quella chiesa dismessa

senza ministranti e fedeli

di una qualunque fede.

(da Transiti, in Giovanni Nuscis. La parola e lo spessore. Quaderni di Poiein n. 4, puntoacapo,  p. 30)