Giorno: 8 Mag 2011

Les Camèlèons – William Kessel Pacinotti (post di Natàlia Castaldi)

Xavier Bovet. Molte voci giravano sul suo conto. Uomo colto, di ampie vedute e pochi scrupoli. Grazie alla coltivazione della canna da zucchero realizzava il leggendario rum Les Caméléons, vera delizia per quei pochi che potevano permettersi di spendere l’esorbitante cifra che nessuno, qui a Port de Paix e in tutta Haiti, avrebbe mai potuto raggranellare. Io lo ricordavo ai tempi della scuola. Occhi piccoli, deboluccio e secchione. La vittima perfetta della cattiveria vitale dei ragazzini. Anche della mia.

Percorrendo il viale della sua villa osservavo il parterre de broderie, dove i ricami disegnati con aiuole e piccole siepi di bosso erano tenuti insieme da spire di sabbia rossa. E salendo le scale, di fronte alla porta del suo privatissimo studio, ora che avevo bisogno di un lavoro, uno qualsiasi, mi chiedevo se per caso si ricordasse di quella battaglia con le pietre e di quel piccolo incidente. Speravo proprio di no. Non lo vedevo da allora, da quando i genitori decisero di tenerlo in casa mettendo a servizio un istitutore. Poi lasciai il paese e non ne seppi più nulla. Le porte si aprirono. Si alzò, da dietro la scrivania, e coprì un piatto poggiato su un portavivande in argento. Si pulì la bocca e mi venne in contro. Sorriso gioviale, mano protesa, abito e occhiali scuri . Chiacchierammo. Con eleganza mi descrisse uno ad uno gli oggetti raccolti in quello che aveva tutta l’aria di essere il suo santuario. Mi raccontò la loro storia e i vari passaggi di mano che avevano compiuto prima di arrivare lì da lui e trovare – finalmente pace -. Così disse. Ero a mio agio, sprofondato in una comoda poltrona nella penombra della stanza. Profumo di legni pregiati e fiori che si aprivano giù nel cortile. Inevitabilmente la conversazione poggiò verso i tempi del ginnasio. Fu lui. Io non volevo correre il rischio che ricordasse i crudeli scherzi innocenti e, più di ogni altra cosa, la battaglia a sassate all’uscita della scuola, in quel giorno di primavera del ’51.- Certo che – dissi alzandomi per andare verso il Knabe Parlor Grand Piano d’epoca vittoriana – allora chi avrebbe immaginato per te un futuro da capitano d’industria, da uomo di azione, dalle veloci decisioni. – e continuai sfogliando un manoscritto poggiato sul pianoforte. – Lo studio e la riflessione sembravano essere il tuo destino. –- E’ Capote, un racconto autografo. – fece lui- E chi avrebbe previsto per te un futuro fatto di note, seduto allo sgabello di un piano. Tu che avevi l’impeto, il carisma, la mira di un generale d’artiglieria. –Quel riferimento mi obbligava – Senti Xavier, per quella volta…– Siedi… – mi interruppe, sfiorandosi la fronte per ravvivare i capelli – e suona per me. I miei affari mi hanno sempre trattenuto, rinchiuso in questo studio, impedendomi di venirti ad ascoltare. -Non provai neppure a obiettare, quante altre volte mi sarebbe capitata la fortuna di suonare quel capolavoro di pianoforte. Quando riaprii gli occhi, dalle finestre aperte sul calare del sole, tre o quattro camaleonti occhieggiavano da un ramo.- Incantevole !– disse – Letteralmente incantevole…-E battendo le mani scacciò le bestie, mentre si avviava verso un mobile bar con una dozzina di bottiglie impolverate, ambrate. Tutte con il prezioso stemma ”Les Caméléons”. Ne scelse una, a occhio la più vecchia.

– Immagino che tu voglia parlarmi di qualcosa. –Le mie parole uscirono da sole, precise e fluide. Con poche frasi descrissi gli ultimi anni, il mio ritorno ad Haiti e come le cose, precipitando per me, mi avessero portato sulla rampa delle scale per il suo ufficio.- Ho bisogno di un lavoro – chiusi in maniera semplice e netta. O un si o un no. Nell’arco di tempo passato a cercarne uno, avevo creato quello che definivo il discorso perfetto. Necessità e urgenza, non senza dignità e decoro. Un bluff, in buona sostanza. In realtà ero veramente disperato. Mi aveva ascoltato in silenzio, annuendo e giocherellando con il ciuffo di capelli che poggiava al lato della fronte.- Sai che in un certo senso siamo due sopravvissuti? -Di tutte le possibili risposte, questa mi sorprese. Tant’è che per un minuto buono continuai esponendo garbatamente la mia buona volontà e la certa affidabilità che avrei garantito. Come una gallina che passeggiando lascia sul ceppo la sua testa, mi scossi.- Scusami, credo di non aver capito. -Senza aggiungere una parola, tirò fuori dalla scrivania un volume in pelle rilegato a mano dove erano raccolti articoli di giornale. Sfogliando, vidi le facce di gran parte dei miei compagni. Alcuni li ricordavo, per gli altri i necrologi e i brevi articoli riempivano il vuoto maturato durante la mia lontananza, raccontando cosa avrebbero potuto essere, cosa erano diventati e, soprattutto, chi di loro era morto e come. Poche righe, ad Haiti la morte non è un evento eccezionale, è la nostra dirimpettaia. Dei diciotto ragazzini della nostra classe eravamo rimasti solo io e lui. Un’immagine, un pensiero mi colpì scorrendo tutti quegli articoli ordinati per anno, dal ’52 fino allo scorso 29 maggio 1969. Nove mesi fa.- Questo è un buon motivo per un brindisi. –Ancora una volta non capii. Il prezioso distillato era tra le mie mani.- Al tuo nuovo lavoro. Niente di che, sia chiaro, ma una cosa sicura, senza grandi impegni in modo da non distoglierti dalla tua musica.-

Secco e speziato, il liquido mogano e vermiglio scendeva dentro di me. E io con lui, un sudore freddo e salato. A ondate, note aromatiche di legno e liquirizia, cacao. Antiche e senza alcuna dolcezza.  Fumo. I sapori si rendevano ricordi, filastrocche che avevo dimenticato. E mentre una figura alta tenendomi  per mano mi diceva – non fermarti dopo la scuola.-  , il calore del rum , in un  lento movimento a spirale, mi feriva piccante. Ne avvertivo il bruciore. Una ferita, uno schiocco netto, come una sassata. Voci e risate attorno a me. Vaniglia e legni. Ora era nella gola, poi si attorcigliava nei polmoni.  Inesorabile attorno al cuore. In una stanza profumata dai fiori e dalle candele antiche, tra lenzuola non mie ascoltavo preghiere antiche. Fumo. Odore di cera e muffa. Poi venne  il buio e un sapore dolce di sangue e terra. Camaleonti.  I minuti divennero giorni, fino a quando sull’unghia del liquido apparvero le note oro del sole di Hahiti. Ferivano gli occhi. Qualcuno era morto, qualcuno era tornato indietro.

Barbara Berlendis

Quando riaprii gli occhi Xavier Bovet era seduto dietro la sua scrivania, io non so come sul divano, quello in fondo vicino al mobile bar. Notai che aveva ripreso a mangiare. Il mio palato era ancora immerso in quel limbo, fatto di ricordi e sentori che graffiavano. Altre vite, altre morti e nuovi ritorni. Mi parlava ora con voce nasale, tenendo in mano un cilindro bianco. Mentre nel piatto brulicavano tarme, cibo dei morti.- Non vidi chi lanciò la pietra, sentii solo lo schiocco. Sai quanto tempo rimasi a terra? -Non seppi rispondere, ricordo che cadde buffamente e tutti ridevamo. Continuammo a ridere anche quando Xavier si rialzò, aveva un rivolo di sangue che dalla fronte, scendendo fino al labbro, aveva disegnato un ridicolo baffo rosso.- Tornando a casa – riprese – avevo i pantaloni sporchi di terra. Durante il tragitto ero caduto altre volte, non vedevo bene e avevo la camicia sporca di sudore e sangue. Tra le braccia di mia madre, colori, suoni e profumi si confusero. Morii così. Ma il Papaloa mi riportò indietro. Per chiamare Baron Samedì, usò i camaleonti, il loro sangue e il liquore. Promise diciassette vite per un’anima sola e un rum  fatto per lui dalla carne e dai ricordi.-

Mi avvicinai al tavolo e affondai la mano nel piatto, forma viva e brulicante. Avevo fame. Xavier si accarezzò i capelli scoprendosi la fronte. Un rivolo mogano e vermiglio scorreva dalla ferita.

 

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William Kessel Pacinotti nasce a Roma l’11 febbraio 1969, vive e lavora a Catania.