Giorno: 7 Mag 2011

[racconti inediti] Il commento – di Domenico Caringella (post di Natàlia Castaldi)

Le lezioni di piano erano le uniche carezze che sua madre continuava a dargli ogni tanto. Quelle che lei aveva fatto in tempo a regalargli da bambino, prima di scappare con il tizio che aveva bussato alla porta una mattina per vendere saponette e che aveva finito per lavare via da casa sua una buona parte di quello che la manteneva in piedi e scolorire suo padre.

Non si aspettava che l’indirizzo sull’inserzione potesse corrispondere ad un anomimo bistrò. Il ragazzo ricontrollò due, tre volte; e due, tre volte si fece indietro per leggere la targa con il nome della strada. Solo allora entrò.

Al bancone, chiese a voce alta di mr. Evans. Gli rispose il braccio alzato di un uomo seduto ad un tavolino, in un angolo, che rimase così, tendente al soffitto o più su al cielo, senza alzare gli occhi dal fascio di fogli che gli stavano sparsi davanti. Quando fu di fronte a lui, quello abbassò il braccio trasformando il gesto di richiamo in un invito ad accomodarsi. Fermò le carte posandoci sopra un bicchiere mezzo pieno di birra scura, si rimboccò le maniche della camicia bianca fin sopra i gomiti ed iniziò a parlargli.

Dell’annuncio. Della novità; di quella nuova rappresentazione della realtà, di cui si sentiva parlare.

E del suo ruolo, di come avessero bisogno di qualcuno che accompagnasse gli altri per mano dentro la storia, nel dolore, nella gioia.

Le parole arrivavano addosso al giovane senza scalfirlo; ascoltò con sufficiente attenzione solo la parte che riguardava la paga, che gli avrebbe evitato la strada e l’abbandono incodizionato e pericoloso alla sorte. Evans sollevò il bicchiere, scelse tra le carte uno spartito e glielo diede. Mentre gli porgeva il foglio, con lo sguardo gli indicò un vecchio pianoforte verticale addossato alla parete, che non aveva notato quando era entrato. Si era subito abituato a quel linguaggio che oscillava senza preavviso dalla parlata fluviale alla gestualità di un mimo, così non attese, si sedette al piano, stese lo spartito sul leggio dalla vernice scrostata e accarezzò i tasti consumati. Suonò per molto meno di un minuto. L’uomo in maniche di camicia e dallo sguardo aperto e lontano del pionere, lo interruppe mettendogli una mano sulla spalla e stringendogli con l’altra il braccio. Quando si alzò, gli offrì un paio di banconote accartocciate ed un foglio con l’indirizzo del posto dove lo aspettavano il pomeriggio seguente.

Quella sera diede una delle banconote al padrone di casa, e l’altra la divise tra la vecchia del mercato, una camicia nuova con il colletto alla moda e una puttana dagli occhi dolci.

Arrivò in anticipo all’appuntamento. L’ingresso principale era sbarrato. Fece un giro intorno allo stabile e trovò un’entrata secondaria sul retro. La porta era socchiusa. Dentro c’èra odore di legno stagionato, polvere e cipolla. Il posto era buio. Si distinguevano appena il pavimento di assi e le pareti. Si diresse verso una luce in fondo, che scivolava sotto a una tenda rossa e pesante. La scostò e si trovò in una grande sala, male illuminata e vuota. Solo un pianoforte a coda, incongruo, in mezzo alla stanza, una cattedrale nel deserto che sembrò chiamarlo, muta. Quando fu davanti allo strumento, lesse la scritta Weser Bros. New York – 1879  in caratteri dorati e rotondi sul mogano e notò che lo spartito sul leggio era lo stesso che Evans gli aveva consegnato al caffè il giorno prima. Si sedette e si limitò a spingere qualche tasto. La voce gli piacque. Sorrise. Ne sentì un’altra alle sue spalle. La riconobbe, prima di voltarsi, per quella del tizio del caffè; e riconobbe come una bilancia il peso della sua mano sulla spalla. Aveva le stesse maniche della stessa camicia arrotolate e il medesimo incanto sul viso, sugli occhi che tendevano a distrarsi e a fissarsi su qualcosa di vago, di spostato. Non era spaesamento, poteva trattarsi di prospettiva e speranza, piuttosto. Questo gli venne da pensare. Si parlarono brevemente.

Quando il buio fu pressoché totale, nella sala si sentirono le voci degli altri, del gregge, alle sue spalle.

Evans gli aveva dato istruzioni precise e semplici sul quando iniziare a suonare. Ma il bambino che si materializzò improvvisamente davanti a lui, come un inganno e una sospresa, lo condusse altrove. Aveva gli occhi tristi e non del tutto consapevoli. Il viso, che era esangue ed opaco, eppure gli sembrò vivo e palpitante. 

Fu il guardarsi allo specchio, più del ritardo sulla tabella di marcia che gli era stata data e dei gesti di disappunto che dall’angolo opposto a quello dove si trovava lui, che gli lanciava l’uomo del bistrò, a fargli posare il primo dito sui tasti del pianoforte e in sequenza, a cascata, gli altri, secondo il sentiero tracciato sullo spartito.

(play  here)

La melodia e l’armonia di quel brano, che la notte prima aveva solo canticchiato leggendo le note e che gli suonava ancora sconosciuto, gli piacquero da subito; questo lo aiutò a procedere senza fermarsi e senza farsi fermare dal ragazzino triste e dalle persone che un minuto dopo l’altro si facevano incontro al bambino. Alcuni restavano per più di un attimo o di un minuto; altri sparivano così come erano apparsi, per tornare o svanire, fino ad essere dimenticati, soppiantati da quello che succedeva dopo. Mentre suonava, amò, odiò, condivise, sussultò. L’uomo che schiaffeggiò senza pietà il bambino, senza che nessuno dei presenti pensasse di intervenire, la donna che gli parlò severa e quella che gli volse le spalle con inspegabile indifferenza, quella che dopo averlo abbracciato piangendo e poi ridendo lo prese per mano e lo portò definitivamente fuori dalla sala, verso una luce che sembrava il sole, per il pianista divennero volti che si impressero con una forza quasi violenta nella sua mente. Più di una volta si scoprì a pensare ad un prodigio, altre ad un romanzo di Dickens, per concludere che era una parte della sua vita ad essergli passata davanti.

Aveva smesso di suonare da qualche minuto quando si accorse di essere rimasto da solo nella sala. O quasi. Perchè Evans lo raggiunse al pianoforte. Sorridendo gli mise in una tasca della giacca altre due banconote che aveva tirato fuori dalla sua, che aveva indosso adesso. Si scambiarono alcune parole. Evans, poi, prima di lasciarlo, gli disse che lo aspettava martedì. E che sì, poteva restare lì ancora un po’ se voleva.

Quando il ragazzo fu davvero solo, chiuse gli occhi e riprese a suonare. Eseguì esattamente lo stesso tema di poco prima e ripensò ad ogni singolo volto,  ad ognuna delle immagini mute che lo avevano portato via, lontano, da qualche parte, mentre era seduto al pianoforte e a cui lui aveva tentato di dare una voce.

Quando uscì dal cinema era buio, il vento si inventava piccoli turbini di foglie e cartacce e l’aria si era fatta più fresca.

Domenico Caringella