Giorno: 4 Mag 2011

Viola Amarelli legge “Le api migratori” – di Andrea Raos (Oèdipus, 2007)

Le api migratori – Andrea Raos

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All’alba siamo come gli animali:
non è un risveglio, è scatto
di paura per via del gelo della notte che l’oblio consuma
e richiamato dal tepore della prima luce
è gelo ricordato dal rifulgere
che l’oblio frantuma.

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.“Le api migratori” di Andrea Raos (Oèdipus, 2007) “sotto ‘l velame” di un poemetto “allegorico” percorrono un tracciato di ricerca ontologica, e formale,  sull’inesplicabilità del male e – di converso – sull’insensatezza del vivere.

 In questa scelta incline al pessimismo cosmico di eco leopardiana e a un esistenzialismo naturalistico  alla  Lucrezio –  presente sottotraccia nel libro – la “fabula”, partendo da un episodio reale, si incentra su: la fuga dal laboratorio di uno sciame di api geneticamente modificate con la loro scia di violenza e morte; la catabasi in un’arnia sotteranea dove, in dialogo con Lucano e il suo Bellum Civile, si ribadisce l’innata curvatura di dominio e di crudeltà presente in tutta la natura, umana e non; l’epifania di due  api “solitarie”  che, in un flusso di elegiaca e lucida autoconsapevolezza, registrano l’inanità dell’amore (non è niente. Un’aria portavoce) a fronteggiare l’orizzonte, di dolore e assurda furia, tipico di una schopenhaueriana volontà di vivere (urla la vita). 

Da questa orda di materiale violenza, cieca e cruda – già presente all’inizio del poemetto con una cosmogonia al negativo dove la fuga delle api destinate a trasformarsi negli api è  una metaforica rinascita del caos distruttivo – Raos trae un “intreccio” mirabile, ricorrendo all’alternanza di una prosodia diegetica (Drizza di scatto il capo, c’è un rumore dentro) a una franta sino al limite dell’anacoluto (bambino che sciame), a un lessico generalmente piano (dove non mancano peraltro reminiscenze anche  decadentiste: se ne ingemmano, inverdite dal sale liquefatto che le inneva), ma soprattutto al montaggio di tecniche espressive che pur disparate sono perfettamente coerenti al ritmo della narrazione. 

L’utilizzo di diverse sintassi in chiave centripeta ed ellittica – da quella filmica di un horror fantascientifico dei primi capitoli, a quella dei videogiochi, dai dialoghi da operette morali tra gli api-le api-la madre a quelli da cut up tra api e Lucano, da citazioni di poesia visuale (arnia,   arma) sino alla favola a’ rebours di mandevilliana memoria –  è tuttavia sempre giocato su un registro stilistico che, nella sua voluta mescidanza, programmaticamente si colloca in “alto”, attraverso una scrittura che nelle omofonie, allitterazioni e finanche nelle finali lallazioni (Innevi, devi/nuovi vivi) preserva innovandolo il fonosimbolismo costitutivo della poesia.

La potenza strutturale e l’autenticità dello sguardo tremendandamente abbacinato di Raos a fronte di una materia che continuamente irrompe, Erinni implacata, rendono “Le api migratori” uno dei libri più interessanti di questi anni, presagendone una durata che dà conto della inesaurita reattività della scrittura.