Mese: Mag 2011

SOLO 1500 N. 1 – Vivian Maier

Solo 1500 n. 1

 

Leggo sul domenicale de Il Sole 24 ore (art. di Serena Danna) di Vivian Maier , fotografa. Morta in disgrazia nel 2009 a 83 anni. Torno su: fotografa. Vivian non ha fatto altro per tutta la vita che fotografare. Fotografare – attenzione – senza mai stampare, nemmeno una foto, mai. I suoi sono scatti rubati in strada, a Chicago, New York, Manila, Bangkok, Pechino.  Vivian è un genio della fotografia che nessuno avrebbe mai scoperto se un agente immobiliare non avesse comprato a un’asta di quartiere per (soli) 400 dollari i suoi negativi, non si fosse incuriosito e intuito quanto quelle foto fossero speciali. Maloof (questo il nome) chiede pareri a esperti, le fa girare on-line, senza riscontro, fino a che  non sceglie di pubblicarle su FLICKR (sito che contiene milioni di fotografie) da lì comincia un percorso che porterà presto la Maier nella prossima edizione di Bystander e in mostra a Londra dal 7 luglio. Mi faccio una domanda: centomila negativi in sessant’anni di scatti e nessuna stampa, perché? Le risposte che mi vengono sono due, ma forse una comprende l’altra. La prima è che il vero artista è forse quello che si basta, ovvero, il piacere della Maier stava tutto nel momento del scatto, il dopo non le interessava. Lei scattava e andava bene così. La seconda risposta, nasce da conversazioni con qualcuno che di fotografia s’intende molto più di me ed è questa: Il fotografo “vero”, quello bravo davvero, nel momento in cui scatta, sente, sa già d’aver ottenuto quello che stava cercando.

@ gianni montieri

Poesie di Lorenzo Mari

Poesie di Lorenzo Mari*

[Con Lorenzo Mari  continua la seconda fase della rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio TetiGreta RossoValentina De LisiChiara DainoDomenico Ingenito, Simona MenicocciCarmen GalloFrancesco TerzagoTommaso Di DioMariasole AriotLuca Minola e Alessandro GiammeiAnna RuotoloMichele OrtoreAlfonso Maria PetrosinoSergio Garau e Marco BiniGiuseppe Nava e Marco Aragno.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi Riccardo Raimondo Nadia Tamanini. Si ricordano inoltre le due pubblicazioni di Natalia Castaldi focalizzate sui poeti di aerea sicula Domenico Stagno e Andrea Cangialosi.]

da Minuta di silenzio (L’Arcolaio, Forlì, 2009)

Sermone di distrazione

Attorno a noi
la resurrezione delle cose,
pagina tremenda. Meglio quando stenta
l’oggetto, lo guardiamo di sguincio
e s’arresta. Non attenta.
Non chiede attenzione.
Lascia il devoto
al suo sermone
		di distrazione.

A fare maglia

Cose che scivolano dal letto e s’ammonticchiano,
cose che cadono di bocca, in scialorrea continua:
non ci faremo caso. Sono gli oggetti
che sempre raccogliamo: sempre ci abbassiamo
alle loro altezze microscopiche, scoprendo tesori
con la coda dell’occhio, tra i riccioli
di polvere, tra bava e bava. Della gobba,
dell’inarcamento cui diamo luogo, della schiena ridicola
non ci curiamo, e procederemo, di nuovo,
alla raccolta indifferenziata del resto –
infileremo perle nei fili,
indefessi. Pronti a cucire gli strappi, a fare maglia
e quindi a disfarla, ricorderemo Penelope –
ma questa volta diremo pure che è odio
ciò che non torna a Itaca.

Resa dell’ecfrasi

L’occhio scontento accorda infine pace
allo schermo nero. Non che l’immagine
sia il surplus di cui fare senza
ma – azzittito il mantra di retina –
ci si consente, perlomeno, un cerchio di silenzio
attorno all’ecfrasi. Rassicura
il fatto che dopo un po’
nel suo angolo prospettico
non piange neanche più
		la figura privata di statuto.

Si arrende, piuttosto
– allo stato liquido,
		indifesa –
al panorama, al suo svolgersi
muto.

Poco filo

Poco filo mi resta ma spero che avrò modo
di dedicare al prossimo tiranno
i miei poveri carmi.
E. MONTALE, Un poeta da Quaderno di quattro anni (1977)

Come sempre i maghi
stanno alla porta: non serve
rabdomante per un’acqua
di niente, che nel carso
e nella dolina conseguente

tutti sanno nell’essere e – a parte –
nel non essere, nello scorrere
e nel fermarsi, tutti conoscono
per i suoi torbidi incantesimi
quale acqua pesante. Nessuno
ha però memoria dei prestidigidatori
esclusi – neppure dei dattilomani borghesi –
o sente la forza di ribadire un debole
pensiero, di brandire senz’averne danno
un bastone ricurvo – per i segni –
nessuno ha il dito legato al gomitolo

al di qua dell’uscio nessuno
sa di che si tratta in realtà:
tirare, sforzarsi ed estrapolare
poco filo.
		(Poco filo, e senza trucco,
purtroppo, senza inganno.)

Inediti

Scossa d’assestamento

Scossa d’assestamento:
non marca nessun passo.

L’allarme si fa eterno,
portando adesso

l’inferno a braccetto
con il silenzio delle urla dipinte

sulle pareti, con il timore
di avanzare una richiesta di riposo –

è come chiedere vita non precaria
ai cancelli di un’azienda. Come salire

sui tetti con le bandiere e sperare
che non crollino – è lo stesso.

Ultima esule

Non è perché sei andata via
che i più saggi ti hanno detta
ultima esule. Intendevano tornare
a contare i passi, inventarsi
una cartografia italiana momentanea,
smetterla di piangersi addosso.

*Biobibliografia

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) vive e studia a Bologna, dove è dottorando in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali. Nel 2004 ha vinto il XII premio Biennale di Poesia di Alessandria e nel 2007 ha ricevuto il Premio Gozzano per la silloge inedita.  Presente con alcuni suoi testi nelle antologie Nella borsa del viandante (Fara, Rimini, 2009, a cura di Chiara de Luca) e Pro/Testo (Fara, Rimini, 2009, a cura di Luca Paci e Luca Ariano) e in alcune riviste di poesia (L’Area di Broca, La Mosca di Milano, Il Monte Analogo, Le Voci della Luna e altre), ha pubblicato le sillogi pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, Siena, 2007, V premio Alessandro Tanzi) e Minuta di silenzio (L’Arcolaio, Forlì, 2009)

Hilde Domin, Con l’avallo delle nuvole. Poesie scelte

Hilde Domin, Con l’avallo delle nuvole. Poesie scelte

Lettura di Anna Maria Curci

Il volume, pubblicato nel marzo 2011 da Del Vecchio editore, offre un’ampia scelta di poesie di Hilde Domin. Come racconta l’editore italiano, Pietro Del Vecchio, la storia della versione italiana del volume Auf Wolkenbürgschaft, uscito nel 1987 con la casa editrice Fischer, è la Storia di un incontro:

Questa è la storia di un incontro. Credo che uno dei sortilegi più efficaci operati dall’arte, e dalla letteratura in particolare, sia quello di evocare e stabilire alchimie tra universi lontanissimi, o garantire la possibilità di relazioni tra i fantasmi che abitano la nostra vita di ogni giorno. Il 3 luglio del 2009 ho visitato la mostra La cucina della strega. Immagini di Janet Brooks Gerlof per il FAUST di Goethe, organizzata e curata dalla dott.ssa Ursula Bongaerts presso la Casa di Goethe di Roma. […]

Con mia grande sorpresa mi sono reso conto che la mostra presentava un ristretto numero di lavori ispirati all’opera di Hilde Domin, di cui la nostra casa editrice avrebbe pubblicato una raccolta di poesie. Da lì a immaginare di arricchire il volume della Domin con alcune tavole della Brooks Gerloff il passo è stato breve. L’entusiasmo della curatrice del volume, Paola Del Zoppo, della traduttrice, Ondina Granato, e della redazione intera è stato unanime. Grazie all’aiuto di Ursula Bongaerts mi sono messo in contatto con i figli di Janet Brooks Gerloff, ed è nato così il progetto di questo libro […].

Le sessantatré poesie di Hilde Domin, tradotte in italiano da Ondina Granato,  sono affiancata da tredici tavole – dedicate ad altrettante liriche della scrittrice tedesca – di Janet Brooks Gerlof. L’accurata premessa e le note bio-bibliografiche sono a firma di Paola Del Zoppo.

“La prima antologia poetica di Hilde Domin pubblicata in Italia”: si tratta di una proposta quanto mai interessante, che segue l’importante iniziativa di Stefanie Golisch, della quale Francesco Marotta ha pubblicato su La dimora del tempo sospeso una significativa scelta di traduzioni di poesie di Hilde Domin, dalla raccolta Gesammelte Gedichte pubblicata nel 2008.

Hilde Domin, all’anagrafe Hilde Löwenstein, poco conosciuta al pubblico italiano, nasce a Colonia il 27 luglio 1909, in una famiglia dell’alta borghesia, di religione ebraica. Il padre è avvocato (“dapprima studiai giurisprudenza, entusiasmata da mio padre”, scriverà Hilde), la madre ha studiato al conservatorio per diventare cantante.

Studia dapprima giurisprudenza, poi scienze politiche, sociologia e filosofia a Heidelberg, Bonn e a Berlino.

Nel 1932, quando le idee nazionalsocialiste cominciano a diffondersi in Germania anche con il ricorso alla violenza, si trasferisce in Italia insieme allo studente di archeologia Erwin Walter Palm, e continua gli studi sia a Roma che a Firenze, dove si laurea nel 1936 con una tesi sulla “Teoria dello Stato del Rinascimento”.. Nello stesso anno sposa Palm, ormai da lungo tempo divenuto il suo compagno.

Nel 1939, a causa delle difficili condizioni di vita per gli ebrei all’indomani del patto tra Hitler e Mussolini, la coppia lascia l’Italia e raggiunge l’Inghilterra, dove entrambi lavorano come insegnanti di lingue straniere presso un college. Un anno più tardi si trasferiscono nuovamente, questa volta nella Repubblica Domenicana, dove restano per ben dodici anni. Lì Hilde Domin lavora come traduttrice, fotografa e segretaria e in seguito anche come lettrice di lingua tedesca all’università.

Nel 1951, sulla scia delle emozioni suscitate dalla morte della madre, scrive la sua prima poesia. Nel periodo che va dal 1951 al 1953 ne scrive più di 200 che cominceranno a essere pubblicate su alcune riviste a partire dal 1957, dopo il ritorno in Germania avvenuto nel 1954.

Dal 1961 in poi, Hilde Domin si trasferisce a Heidelberg, dove lavora come libera scrittrice, traduttrice e curatrice: scrive saggi, romanzi, racconti, poesie e trattazioni scientifiche. Del 1987/1988 sono le sue Lezioni di Francoforte all’Università Johann Wolfgang Goethe. Muore a Heidelberg il 22 febbraio 2006.

La scelta di poesie che propongo di seguito sono la conferma di ciò che Hilde Domin aveva affermato nel saggio del 1966, apparso in un’edizione ampliata nel 1968,  Wozu Lyrik heute. (A che scopo la poesia oggi) e ribadito nel saggio Das Gedicht als Augenblick von Freiheit (Il componimento poetico come attimo di libertà), del 1988, poi 1993, dal quale è tratto questo passaggio:

«A quale scopo leggere poesia, a quale scopo scrivere poesie? Oggi? E quando si chiede così sembra quasi che si dica “ancora oggi?”. Come se ieri avesse avuto un senso ciò che oggi necessita di giustificazione. Due risposte estreme vengono subito alla mente, entrambe in senso negativo. La prima nega la domanda in sé: qui non ci va nessun “a quale scopo”, come l’arte tutta, la poesia è fine a se stessa. Oggi e sempre. Ma è proprio questo il punto: tutto ciò che ha a che fare con la verità è fine a se stesso, il che vuol dire inutile e necessario al tempo stesso. E qui si tratta di provare questa necessità. La seconda risposta nega l’oggetto della domanda in sé: in una società come la nostra bisognerebbe fare qualcosa di utile, “cambiare davvero” la realtà. Ma l’arte non cambia la realtà. Meglio studiare la pagina politica dei quotidiani, piuttosto che leggere o scrivere poesie. Il che non solo non è una vera alternativa, ma in sostanza è solo la ripetizione della logora e da tempo superata constatazione di Adorno che scrivere lirica dopo Auschwitz sarebbe impossibile. E cioè che la lirica, di questi tempi, non basta più per agire sulla realtà.»

Ziehende Landschaft

 Man muß weggehen können

und doch sein wie ein Baum:

als bliebe die Wurzel im Boden,

als zöge die Landschaft und wir ständen fest.

Man muß den Atem anhalten,

bis der Wind nachläßt

und die fremde Luft um uns zu kreisen beginnt,

bis das Spiel von Licht und Schatten,

von Grün und Blau,

die alten Muster zeigt

und wir zuhause sind,

wo es auch sei,

und niedersitzen können und uns anlehnen,

als sei es an das Grab

unserer Mutter.

 

Paesaggio in movimento

 Si deve saper andare via

e tuttavia essere come un albero:

come se le radici rimanessero nel terreno,

come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.

Si deve trattenere il fiato,

finché si calma il vento

e l’aria estranea inizia a girarci intorno,

finché il gioco di luci e ombre,

di verde e di blu,

crea gli antichi disegni

e siamo a casa,

ovunque essa sia,

e possiamo sederci e appoggiarci,

come se fossimo alla tomba

di nostra madre.

 

Auf  Wolkenbürgschaft

                                                               für Sabka

Ich habe Heimweh nach einem Land
in dem ich niemals war,
wo alle Bäume und Blumen
mich kennen,
in das ich niemals geh,

doch wo sich die Wolken
meiner
genau erinnern,
ein Fremder, der sich
in keinem Zuhause

ausweinen kann.

Ich fahre
nach Inseln ohne Hafen,
ich werfe die Schlüssel ins Meer
gleich bei der Ausfahrt.
Ich komme nirgends an.
Mein Segel ist ein Spinnweb im Wind,
aber es reißt nicht.
Und jenseits des Horizonts,
wo die großen Vögel
am Ende ihres Flugs
die Schwingen in der Sonne trocknen,
liegt ein Erdteil,
wo sie mich aufnehmen müssen,
ohne Paß,
auf Wolkenbürgschaft.

Con l’avallo delle nuvole

                                                          per Sabka

Ho nostalgia di una terra

in cui non sono mai stata,

dove tutti gli alberi e i fiori

mi conoscono,

dove non vado mai,

dove però le nuvole

si ricordano bene

di me,

straniera,

che non ha casa in cui piangere.

Vado

verso un’isola senza porto,

butto in mare le chiavi

già alla partenza.

Non arrivo da nessuna parte.

La mia tela è come una ragnatela al vento,

ma non si strappa.

E oltre l’orizzonte,

dove i grandi uccelli

asciugano le ali al sole

alla fine del volo,

c’è una terra

dove mi si deve accettare

senza passaporto,

con l’avallo delle nuvole.

Unaufhaltsam

Das eigene Wort
wer holt es zurück,
das lebendige
eben noch ungesprochene
Wort?

Wo das Wort vorbeifliegt
verdorren die Gräser,
werden die Blätter gelb,
fällt Schnee.
Ein Vogel käme dir wieder,
Nicht dein Wort,
das eben noch ungesagte,
in deinen Mund.
Du schickst andere Worte
hinterdrein,
Worte mit bunten,weichen Federn.
Das Wort ist schneller,
das schwarze Wort.

Es kommt immer an,
es hört nicht auf,  an-
zukommen.

Besser ein Messer als ein Wort.
Ein Messer kann stumpf sein.
Ein Messer trifft oft
am Herzen vorbei.
Nicht das Wort.

Am Ende ist das Wort,
immer
am Ende
das Wort.

Inarrestabile

La propria parola
chi la riporta indietro,
la parola
viva
non ancora pronunciata?

Dove vola la parola
si seccano i prati,
ingialliscono le foglie,
cade la neve.
Un uccello tornerebbe da te.
Non la tua parola,
quella ancora non detta,
nella tua bocca.
Le altre parole le rimandi
indietro,
parole con soffici piume colorate.
La parola è più veloce,
la parola nera.

Arriva sempre,
non smette mai di
arrivare.

Meglio un coltello di una parola.
Un coltello può essere poco affilato.
Un coltello molte volte
manca il cuore.
La parola no.

Alla fine è la parola,
sempre
alla fine
la parola.

Landen dürfen

Ich nannte mich
ich selber rief mich
mit dem Namen einer Insel.

Es ist der Name eines Sonntags
einer geträumten Insel.

Kolumbus erfand die Insel
an einem Weihnachtssonntag.

Sie war eine Küste
etwas zum Landen
man kann sie betreten
die Nachtigallen singen an Weihnachten dort.

Nennen Sie sich, sagte einer
als ich in Europa an Land ging,
mit dem Namen Ihrer Insel.

Poter approdare

Mi sono data il nome
mi sono chiamata
con il nome di un’isola.

È il nome di una domenica
di un’isola sognata.

Colombo scoprì l’isola
una domenica di Natale.

Era una costa
a cui approdare
si può sbarcare
qui gli usignoli cantano a Natale.

Si dia il nome, disse qualcuno
quando sbarcai in Europa,
della sua isola.

In questa poesia del 1959, Hilde Domin svela la genesi del nome d’arte adottato a partire dal 1954. Esilio, esclusione, emigrazione, paese di adozione, re-immigrazione, estraneità e straniamento, la composizione poetica, come dirà nelle lezioni di poetica tenute nel semestre invernale 1987/1988 all’Università di Francoforte, come attimo di libertà: i temi ruotano e trovano il loro emblema nella scelta del nome. Di questa lirica ripropongo anche la mia traduzione

Poter approdare

Mi diedi il nome
io stessa mi chiamai
con il nome di un’isola.

È il nome di una domenica
di un’isola sognata.

Colombo scoprì l’isola
in una domenica di Natale.

Era una costa
qualcosa per approdare
ci si può entrare
lì gli usignoli cantano a Natale.

Si chiami, mi disse uno
quando sbarcai in Europa,
con il nome della sua isola.

Filosofi per caso (post di Natàlia Castaldi)

Filosofi per caso - la rivista - immagine di copertina di Alex Stoddard

Da imperdonabile tempo ho ricevuto copia omaggio di una rivista nata di recente. La rivista si chiama “filosofi per caso” e nasce dalla passione per l’indagine sull’arte in tutte le sue forme, con un’attenzione particolare per gli aspetti filosofici che fanno da matrice e propulsore per la creazione artistica senza cadere nell’accademismo scientifico, sì da stimolare ed invogliare anche il lettore più “profano” ad avvicinarsi a questa disciplina, che diversamente apparrebbe distante quanto ostica.

I “filosofi per caso” hanno una storia nata in rete e da sempre si sono distinti quale punto di riferimento per la condivisione di opere, riflessioni e pensiero. La rivista, curata nei minimi dettagli grafici con gusto, perizia e passione, tratta i più svariati argomenti; come ho già detto, un’attenzione particolare è destinata all’arte (letteratura contemporanea, poesia, fotografia, cinema, pittura …), ma anche l’attualità, quale chiave per la lettura del presente e della sua influenza determinante nell’agire quotidiano delle vite di tutti, trova in queste pagine ampio spazio di indagine e riflessione.

Con queste poche righe ringrazio la redazione dei Filosofi per caso per avermi reso partecipe di questa felice nascita e mi complimento per il loro operato, invitando i nostri lettori a leggerli supportando il loro meritevole lavoro.

Per avere informazioni sull’abbonamento potete scrivere a:

filosofipercaso@libero.it

Andrea Leone – Lezioni di crudeltà – (alcuni estratti)

***

Il tempo ora è loro,

il tempo è dei giovani

nobili morti di questa

gelida Grecia del nord.

Indicibilmente giovani,

sempre più giovani.

Essi attendono la nostra bellezza.

Spasmodicamente attendono.

Ascoltano ogni rumore, ogni voce.

La bellezza concessa che spaventa

il tuo solo anno notturno,

la leggenda che loro non sanno

di essere stati.

Un giorno o un anno in attesa.

O decenni. O secoli

La loro guerra dell’eccelsa

primavera li vide

folli di ritorni e di crudeli protocolli

convinti a partire.

***

Hanno orrore di se stessi.

Non dicono il loro nome.

Si guardano allo specchio

e non si riconoscono,

invisibili ai primaverili inviti assidui.

Se qualcuno li chiama

essi dicono

che si tratta di un altro.

Lo schianto ha dimenticato.

Il loro letto è per sempre disfatto,

partiti in fretta

alla stagione della perfezione.

Niente, neppure

la firma sul primo quaderno

o il ragazzo raggiunto a Bologna

una sera d’estate

nessuna immagine dell’intollerabile

malattia mortale incessante

riusciì più a trattenerli.

***

Per un anno, in silenzio

guardarono incantati le nostre mani

ascoltarono i nostri più feroci

discorsi del desiderio, discorsi del martirio.

E si spaventarono in alto per tutto l’anno,

noi non vedevamo

la loro storia dell’eta che ammala,

e nel loro breve

libro ebbe inizio il sacrificio del respiro.

***

Niente è più giovane della fine

la morte è la nuova

malattia di chi non è ancora

apparso ad un impero imperfetto;

la vita, tragedia che si incendia, è vecchia.

Gli anni iniziali degli amanti non furono

più calcolati,

le nuove aule delle cose

non furono più attraversate.

I racconti del diluvio e del convivio

i compagni del gelo nel cervello del tempo

i cari deliri del dovere

furono, insalvabili, abbandonati.

***

A chi è soltanto un nome

noi vorremo ridare

il foulard verde,

il bicchiere di vino,

il costume della nuotatrice

che vince, sale, vuole.

Tutti voi ricordate.

Ti festeggiarono.

All’apparire del più crudele

anno di sole ti festeggiarono:

incendiarono le vecchie pagine della strage,

e nel giorno del definitivo

delirio scrissero il nome.

***

Lo spasmo sovrano del calcolo

il delirio matematico

il sipario si aprì

sull’irripetibile

estasi dell’esattezza,

follia di geometrie rapidissime.

La bella tragedia

l’idea estrema

compì l’eterna

commedia del coraggio,

l’immortale, infantile

scossa della storia

nella scuola dello scandalo

ci sospinse oltre la soglia.

***

La bella età resuscitò i morti.

Convinse i risorti.

Convinse l’incessante

erede delle scienze estreme.

Trattenne queste tenebre dell’erede

febbre millimetricamente,

disse la vertigine dell’origine

in queste ultimissime geometrie

del tremendo incendio giovanile;

spasimo estremo del battesimo

parlò ancora nel nostro concreto risveglio,

accadde durante la delirante

estate delle algebre dissacrate.

Poesie di Andrea Leone tratte da “Lezioni di Crudeltà” Poiesis Editrice 2010

Sui poeti – Poesia utile sia per il direttore che per i poeti (post di Natàlia Castaldi)

A tutti i compagni di mestiere

alcune idee

intorno all’ “incendio del cuore umano con la parola”.(*)

Cos’è la poesia?

Una bazzecola.

Uno scherzo.

Ma per questi scherzi mi viene il raccapriccio.


Uno sguardo con l’occhio della mente sulla federazione,

e per il dolore sono pronto a strillare e ad accapigliarmi.

Per tutti i dintorni

un ventimila poeti stanno piegati ad arco.

La vita li ha rinsecchiti come stoppie.

Sono affamati.

Con i gomiti di fuori.

Ma giorno e notte

son lì che incendiano

cuori di uomini innocenti con la “parola”.

E’ scritto.

Pronto.

Si chiede: ha incendiato?

Se ha incendiato!

Il cuore e anche il costato.

Ma almeno capisse il gregge poetico

che i cuori

bruciano

solamente di vergogna.

Giudicate:

come se ce ne fossero poche di parole in Russia,

si scervella un qualunque spilungone.

E

tira su,

come uno spillo dal fango,

una sciocchezza qualunque,

ma la più facile a rimare.

E ce n’è nella lingua di scemenze simili

che da sole

come un campanello

ti si cacciano nelle orecchie!

Lui la sceglie.

E di nuovo ripassa sul pettinato

perché l’immagine sia “plastica”,

“poetica”

E pettina…

E ancora a gemere:

il feroce direttore ha un debole per i giambi.

Ma provati un po’

a ficcarci dentro

nel giambo

qualche parola

come, ad esempio, “mammifero”.

suda davvero allora

sopra il foglio.

Solo in margine,

su una striscia stretta stretta,

corte righe stanno stese come un verme solitario.

Quanto al resto,

solo punti e virgole.

Una bella lingua, e l’hai tutta sbriciolata.

Peccato, gli spiccioli spesi per la scuola!

In redazione

c’è una tale banda di poeti

che il direttore ha un versamento cronico di bile.

Urta la banda

coi gomiti, con le porte,

e il fattorino urla: “ci siamo riempiti di canaglie!”.

Ma loro vivono in silenzio

in un altro mondo.

Il successo raramente arride al poeta.

Solo quando il direttore si dà troppo al talmudismo,

e si riesce ad affibbiargli alla sprovvista

qualche cosuccia

di due anni prima

lasciata a lungo nel cassetto.

E alla fine

il proto,

sbuffando su quelle scemenze,

taglia il già composto in corpo sei

e chiude coi versi un corpo dietro l’altro,

a strazio dei genitori e a gioia dei critici.

E chiede aumenti il compositore.

Si capisce,

deve comporre storcendo il naso.

Ma in me una decisione è maturata:

d’aiutare questa gente.

Sarebbe un vero peccato se no.

(La proposta andrebbe bene specie verso primavera,

quando tutta la Nep si sprofonda nei versi.)

Io non sono contrario a quella poesia.

Per niente.

In primavera un malinconico tedio ci attira.

Ma abbasso i lavori a mano!

Non c’è nulla di più vecchio

dell’artigianato.

Come specialista d’un lavoro simile

(non avrete niente da ridire),

vi comunico una ricetta universale.

(La novità

è che col mio metodo

i fattorini di redazione sostituiscono i poeti).

La ricetta

Le regole sono semplici, assolutamente,

(Sette in tutto)

1. Si prendono i classici

se ne fa un rotolo

e si passano in un tritacarne.

2. Quello che ne esce

si butta in uno straccio.

3. Quindi, lo si espone all’aria aperta.

(Badare che sulle “immagini” non si affollino le mosche)

4. Lì, si scuote appena appena.

(Se no i segni deboli s’induriscono troppo.)

5. Si lascia seccare (perché non abbia il tempo di eternarsi),

poi si versa nella macchina:

una comune pepaiola.

6. Quindi,

si applica sotto la macchina

della carta appiccicosa

(per prenderci le mosche).

7. Ora è semplice:

gira la manovella,

e attento che le rime non si ammucchino tutte insieme.

“Sangue” con “langue”,

“intorno” con “giorno”,

tutte disposte bene

una dopo l’altra.

Adesso prendi tutto e …

è pronto per l’uso:

per la lettura,

per la declamazione,

per il canto.

E per guarire i poeti da sfaccendate malinconie, così che non si sentano invogliati a sprecar pezzi di carta,

toglierli alla giurisdizione del buonissimo Anatolij Vasil’evič (**)

e passarli a quella del compagno Semasko. (***)

1923 – Vladimir Majakovskij

__________

(*) Perifrasi dalla poesia “il vate” di Puškin.

(**) Commissario del popolo all’istruzione.

(***) Commissario del popolo alla sanità pubblica dal 1918 al 1930.

Marilena Renda – Ruggine

Marilena Renda – Ruggine*


Può fiorire anche la ruggine se un albero è vicino,
se foglie, spighe e cardi spingono e straziano
di una macchina la muscolatura; è questa
propulsione che ricorda allo scheletro teatrale
quando le sue estremità si provavano a toccare.


Qual è la cosa che più amate di questi luoghi
che non conoscete? Quale anemia vi coglie
se intrecciate le mani alla trama screziata
di strade e piazze partorite domani?
Questa città è un nuovissimo sedimento


che non nasconde nulla a gru e scavatrici,
e non trattiene pietre impolverate, collane
ossidate, cucine corrose, lenti sbeccate,
piatti e quaderni, lavatrici e coltelli.
Acqua di palude, germe di malaria.

*

Gibilterra è una città a trasferimento totale,
dove le fondamenta illuminano una luce
di fango. La sua lingua somiglia a una patina,
un bagno elettrolitico da applicare
all’arancia di tufo se smette di splendere.


Lo scanto è una pietra opalina, gemma
di liquirizia, germe della mirra. Paura delle bestie,
e le onde sono il muco degli infortunati.
Lo scanto passa tra le corde delle streghe,
e da gramigna si fa liquore di spiriti selvatici.


L’inverno da queste parti lascia uno scampo.
Imperversi pure la lancia orizzontale
dello strazio, il succo di spighe d’oro
cucite a tradimento sui drappi della festa.
L’inverno vive qui perché non ha una casa.


Il germe dell’andare è una lucertola volante
su un suolo ocra che smotta e marcisce.
«Imparate una lingua e comprate una valigia,
un altrove», fu il richiamo dei sordi, l’antidoto
della violenza alla vendetta, alla ribellione.

*

L’io ricostruito è un pomo secco, smangiato,
e il compimento dell’opera è un sacco bucato.
I neonati bevono muco e gas propano,
gli uomini rovesciano le pieghe delle uova,
le donne partoriscono un letto dal ventre.


La farfalla ortogonale si schiera a difesa delle
stanze del presente, fermo, stretto ai cancelli.
La prima cosa è una fontana, la seconda una
macchina, poi vengono la cucina e il disinfettante
della piaga, sui fili che tengono il moto costante.


Gibilterra l’incompiuta, la rosa di nessuno.
L’acquattata, che cova l’utopia come
ramo di fico in pirtuso della ruggine,
nella macchina che mangia la luce
per restituirne il gambo intero.

*

Il labirinto indica la direzione del cerchio.
Un dio della differenza ci ha regalato queste
bussole di ruggine per il campo minato
della solitudine tra le astronavi fitte,
questi pupi-vedetta per non farci sperdere


nel vuoto quieto di finis mundi e silenzio.
Non si può camminare in questa solitudine,
non si può differenziare questa incertitudine,
nessuno può restituire ciò che un giorno
fu sottratto per colpa di nessuno.


Non vogliamo vivere lontano dai pozzi della luce,
vivere lontano dallo stesso, dalla ronda di faville,
dallo stesso muro e geranio di pietra,
fanale di marce notturne, tigre della memoria,
scenografia di case dirute, tabernacolo assente


di abitanti tristi di grazia perduta.
Tomba grigia al sole, tomba coperta d’erba,
coperchio grandissimo ai tifoni della specie,
buccia di resti inghiottiti dalle serpi
nel passo furibondo di chi ti ha lasciato indietro.

*

Le colline sono declinate in una lingua nuova.
I suoi verbi sono ali bianche che ripetono i nomi
dei dominatori nuovissimi del vento.
Essi non vedono quante ferite sono sparse,
che male sboccia la roccia sulle colline.


Sulle rocce ballano i topi. Da molti anni
conoscono il grigio gramigna che è la base
del pane, le pietre che nutrono i pistacchi,
poi che la sete è la loro balia
e i frutti del deserto sono spicchi asciutti.


Ma il cretto non è deserto, né roccia rossa
permutata in burrone. Eppure tra le sue anse
scivola il fuoco, crepitano i bordi del cemento
sottile, l’acqua sospira, scottano i passi
di quelli che cercano il proprio dolore.

*

C’è un respiro di tregua lieve sopra le montagne.
Accosta i soffioni alla luce, la borragine all’erba-
madre, avvicina il nome alla gota di chi
ha lasciato la presa sugli angoli perduti.
Una corona di rovi alla bocca delle strade.


C’è una luce di soffioni che cresce intatta
sulla bambina di latta e temporale.
Alla luce rammenda le attaccature
degli arti, ricuce i fori che l’aria ha aperto,
imbastisce un discorso ai pertugi stretti


in mezzo alle ferite, alle valli scavate
tra gambe e braccia, tra clavicole e glutei.
La luce dura il tempo dello strappo,
l’annodatura dei fili alla superficie
della stoffa, il tremore dell’ago.

*

Per Proserpina il tempo è un ragazzo mercuriale,
una balena bianca di sangue lunare,
trova sangue e bacche, lena per aumentare.
Qui, i tre lati del tempo crescono
sotto la musica delle macchine veggenti


che disegnano mobile il presente, modulando
ferro e carta in insetti anchilosati,
in fanciulle ruggenti che sognano rinascita
prima che il vento cambi ancora direzione
e la morte deponga ai piedi la sua canzone.


La distanza antisismica ha fatto una luce
senza ombre, perché i cuscini dei corpi
non facciano schermo alla luce diritta
dal cielo alla polvere, al fuoco al sottosuolo.
Non osino gli autofagi unire ciò che la paura


ha voluto separare, dilatare come schiera
lontana da febbre, da richiamo di cerbottana.
Le matite dei saggi hanno tracciato
un disegno di noi, in questo tempo dove
il vetro degli specchi si macchia di nebbia.

*

Se porti la parola nella casa dell’ombra,
poggiala piano sulla soglia che accoglie.
Traduci cosa non più tua, affondi la foglia
in un ordine antico, in una lingua cieca,
siedi su una faglia che non sveglia il sangue.


Siamo nel buio, nel bosco, in questo passato
che è un masso erratico, un museo per insetti,
una casa malata. Un tempo erano amate le case
crepate, i morti che avevano il sonno negli alberi,
gli spacchi visibili fasciati dal tempo.


La trama del luogo, se la guardi rasoterra, è una fuga
di punti impastata di sassi, incrostata alla madre,
una distesa di segni che ruggisce al tatto.
Non gli leggi le radici, non gli mordi la miseria,
non tocchi la pena che sta sotto il perdono.


La perdita dei gioielli è una profezia che si avvera
da sé, un ritorno della minaccia pregressa
del tempo che l’ardore si faceva culla.
«Partorirai gemme con grande dolore e poi,
dopo un anno o due, le abbandonerai».

*

Perché le cose scompaiono, e non c’è strada
per trattenerle ancora un minuto sulla linea
del cielo presente. E questo fu imparato sulla via
delle rovine, nella direttrice imbastita dalla madre
il primo giorno che disse una parola e la terra

diventò un raschio di gomiti mai sollevati
dal suolo, un modo di consolare i fantasmi
che stridono i denti, che smettano alla fine
di ruggire attorno ai piedi di chi
   cammina la terra che non trema. 

Marilena Renda è nata a Erice nel 1976 e vive a Palermo. Insegna, scrive e traduce.

*Nota di Elio Grasso a Ruggine

Nelle letterature italiane l’Epica vissuta nella carne ha perso da gran tempo la sua cognizione, e i poeti vandali del proprio animo continuano a starsene zitti con parole conformiste e servizievoli. Zitti, appunto, con le loro stesse parole, a parte rari e strampalati esempi. Ora in queste bassure accade che una minoranza si scontri e s’incontri con il passato che vuole smetterla d’essere soltanto ornamento. Marilena Renda cammina (fisicamente) dentro le mura di un evento non tanto remoto dal sentirci assolti e non complici dell’assurdo futuro venuto poi. Muove consistente dentro le mura che gemellano Gibellina e Gibilterra, e contro una dolcezza estranea al popolo che subì, estranea ai nomi che abitavano quella faglia in movimento in deragliamento in scostumata esibizione. Tanto da atterrare i figli e far perdere i suoi stessi confini. 1968, come eravamo e come saremmo stati dopo? Che poesie si scrivevano in quell’anno? Ha soprattutto importanza che un poeta oggi porti il sentimento e il risentimento dentro una lingua e con forme che non di sbieco taglino in due un’epoca? E trattino l’evento, quell’evento tellurico, in modo non impressionistico ma del tutto aderente ai fenomeni? Non acrobazie occorrono per rendere visibili quei mostri che sciolgono in acqua i corpi martoriati e le case accatastate. Occorre un’Epica. Renda ce l’ha data. La lunga serie di stanze, ciascuna composta di cinque versi, accentuano secondo una regola, quasi una disciplina data in controtempo, le voci che salgono mescolate alla polvere e ai colori disordinati dai colpi del terremoto. L’aiuto patriota di Mandel’štam, l’Osip che venne sciolto nei ghiacci siberiani, giunge alla gola proprio di Renda, questa poetessa che senza preavviso schiude l’attenzione poiché come abitante di baracca, come sguardo allucinato fra i due poli di Gibellina e Gibilterra, sa smuovere la lingua lungo le fratture. Mandel’štam come un cuneo infilzato nel resto d’Europa, e che ancora trasporta la propria (ma di tutti) notte irreparabile fin dentro questo Sud postumo che ruggisce e che senza simbologia avrebbe bisogno di un capo d’opera. I corpi cadono nelle voragini ma qui vengono riconquistati, tirati su a forza e trasformati in vite resistenti, bilanci di furori per niente astratti. Era l’altro secolo, e si aspettava ancora la fine delle battaglie, pochi sapevano a quale sconsacrazione si andava incontro, eppure il terremoto riempiva le pause e ribaltava l’esistenza dei sopravissuti. La stessa carne dell’autrice nasce da lì, senza programmi per il futuro, ma picchiando sulla roccia la capacità del volare sul fango, infangandosi, restituendo quello sguardo riconosciuto e che si alza sulla mano a proteggere la bocca. Ruggine ha mille spuntoni dentro il corpo, potenzia senza bagnare, alza alla vita quel nulla che di per sé non avrebbe fretta di esibirsi, ma che qui viene smascherato come il più forte inganno. Ripetere senza danni è un’azione di scoperta, per Renda, sapendo la lezione del Novecento e costeggiando le diverse posizioni del tempo quando colpisce con inaudita violenza: ha il suo bel daffare in questa azione dove i bambini sanno fare gli adulti e gli orfani prendono in braccio il resto degli abitanti. Scaraventarsi in quelle onde sismiche fa paura, anche dopo decenni, così si sente come l’aggirarsi nel Grande Cretto di Burri deponga a favore della perdita, e come senza nascondere uno sguardo impaurito si sfiorino le crepe dell’opera e l’abrasione dei venti e delle piogge. La giustizia sta nelle narrazioni inserite lungo il poema, ne fanno il canto principale, la ripresa di una grazia nella voce dei sopravissuti. Intorno stanno le serpi, le erbacce, le madri stese sul ventre, le cascate di ruggine sui muri, le tigri contrarie, sulla via delle rovine: Renda fa scottare i suoi passi lungo i bordi di cemento del Cretto. Ruggine adempie al tempo dell’Epica.

[novità editoriali] – Diecidita – di Jacopo Ninni – Ed. Smasher, 2011 (post di Natàlia Castaldi)

Diecidita - Jacopo Ninni

Jacopo Ninni

Diecidita

ISBN  978-88-6300-027-6
Euro 10,00 – Pag. 66
1a edizione maggio 2011

(cliccando sulla copertina si apre il link per ordinare il libro)

.

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Di tutte le impronte possibili su diecidita.

Prefazione di Natàlia Castaldi e OUTro di Alessandra Pigliaru

Intraprendere la lettura di una raccolta poetica necessita sempre un passo doppio, che nello scarto letterale rintracci tutte le possibili connessioni che fanno di quest’arte la voce più  intima ed immediata dell’universalmente meravigliosa e colorata, dolorosa e cruda parabola spazio-temporale, che convenzionalmente chiamiamo vita e di cui, invano e consapevolmente, tentiamo di decifrare le aporie.

La raccontano in molti la verità
Il dovere di non trasecolare.
Il bisogno di non trascendere
I colori delle tue abitudini
Correre alla festa di tua figlia
Contarne gli anni sulla punta dei capelli
Aspettando che ti dica il nome giusto
Prima di riprendere il respiro
Provare poi a filtrare l’orologio
Privare le lancette di ogni punta
Scolorire il tempo di ogni goccia
O stringere i riflessi al suo rintocco
 […]

Ma, in modo direi quasi prepotente, prescindere l’esperienza vita da quella poetica, nel caso di Diecidita, apparrebbe un’operazione forzata, innaturale, quasi priva di fondamento, giacché pensiero e parola appaiono cesellati e “musicati” per essere espressione l’uno dell’altra, senza mai perdere di tono, senza cadute né abbandoni, ma con un’alta e spontanea delicatezza, che si fa ricerca nella scelta di ogni nota, di ogni singolo suono.

Ho
parole
Divise da colpe
scavate nel fango,
Parole uniformi
Alle voci
Che sento aldilà
Parole di fame
E silenzi
Spezzati a metà

[…]

La scelta del verso libero affida al ritmo intrinseco al verbo, alla sua naturale espressione fonetica, il compito di “cantare” e “tra-durre” ogni sfumatura emotiva che pensiero e immagine esprimono, lasciando al lettore il compito di sussurrarne la verità senza dover ricorrere ad artifici declamatori, ma abbandonandosi ad una semplice lettura piana, che in sé rivela tutti i colori e le possibili intersezioni di luci ed ombre, consoni ad una vera sinfonia.

Confesso che ho cambiato casa stamattina
Bruciato il letto e ogni spora estranea al tuo respiro
Gli occhi rimasti ad indicare sulla porta
Le stelle che mi hai chiesto di lasciare.
Ecco è così che il cuore si separa
Dal silenzio tuo addormito in quella cassa
E io appeso al singhiozzo di ogni passo
Conto il battere dei giorni, ritmo al tuo saluto
Oggi è di qua che si va e ci si conserva
Deviato è Il passo e poco oltre il cancello
sei tu leggera sulla testa del corteo
che guidi ogni lacrima ad attecchire ai muri
[…]

In questi versi a pulsare è la vita, intesa come percorso gravido di colori, speranze, sogni, umori, aspirazioni; dunque imprescindibile dagli schianti, dai dolori, dalle inevitabili mancanze.

[…]
Pietra d’angolo la saliva
Luce schiva, tu di paura
Nel silenzio diluito e vaginale
Ov’io m’addormo, tiepido
Indole segreta il tuo sudarmi
indomita tu e la tua ferita acerba
Cantami la ruggine del sangue
Ricamo e fonte del tuo respiro
[…]

La morte stessa acquista movenze sinuose e nitide, ed il dolore trova dignità nuova, lucida e sensibile che non può lasciare indifferenti dinanzi alla sua tensione mai melensa, mai languida ed abbandonata, ma – paradossalmente – vivida, vera, intensa, che sembra gridare la necessità del ricordo, la volontà di memoria, nonostante tutto, nonostante la speranza, che rigenerata dei sogni e delle movenze di dieci piccole dita, sussurra che c’è ancora percorso, che c’è ancora vita.

[…]
Ho Briciole per terra per perderci nei sogni
Dita fragili per conservarci appesi ad ogni attesa
Una ferita gelida per ricordarci ad ogni fine
Un bicchiere rotto, per annegarci ad ogni nuovo inizio.
[…]

Dunque perché Diecidita?

Dieci sono le dita bambine che tattilmente scoprono come giocare col mondo, dieci sono le dita che ancorano Jacopo alle stelle di una creatura da crescere, e dieci sono le dita di due mani che si intrecciano insieme, tenendosi per mano.

Ti sembreranno poche 10 dita
A contare nelle sere quelle stelle e
al meriggio, ogni fiore del tuo bosco.
Scoprirai così, nella quiete di un sorriso
la sorgente più profonda dei tuoi occhi
per contenere il cielo e ogni suo orizzonte
[…]

E Diecidita perché attraverso dieci dita attuiamo la nostra prima ed infinita missione alla scoperta dello spazio che ci ospita e ci “dà luogo”, tastando e definendo le distanze tra tutto ciò che oggettivamente ci circonda e ciò che soggettivamente sentiamo di essere: materia di sogno, materia di sentimento, materia d’istinto e bisogno, materia di curioso esplorare, materia di conoscenza.

[…]
Ho spazi e mani
per contendere emozioni,
contrasti alla tua bocca
carezze ai tuoi silenzi.
[…]

Una nota a parte credo meriti la poesia – o sarebbe meglio dire le poesie (?) – “È bene che tu sappia”, in cui la fine di un amore è narrata con disincanto e crudezza “scenica”, cinematografica, in cui colori, graffi, odori, esperienze, ricordi, angoli di casa ed azioni, confluiscono in un narrato denso, tagliente, duro, che non giudica, non infierisce, eppure si mostra determinato a voler cacciare per ricostruire, consapevole della sua esperienza,  dell’importanza che comunque ogni passo ha inciso, sia pure dolorosamente.

[…]
Che ho cancellato l’unica poesia
non perché incompiuta o scritta male
Ma sterile, bugiarda, inutile, blasfema.
Parlava di una donna che non c’era
Di sensazioni provate con chiunque
fragili e scontate, come le tue scuse
davanti a un mondo offerto in poche righe
[…]

La caparbia volontà di sopravvivenza in Ninni supera ogni acredine attraverso la delicatezza d’animo sua propria, che traspare nella ponderatezza di ogni termine, che si rivela soppesato, calibrato ad esprimere i colori di ogni singola esperienza.

[…]
Che questa casa ha già cambiato odori
(La luce stessa vi traspira più leggera).
E come i suoi colori, cambia il giardino.
Non più il tuo arancio di calendule e tageti
Ma un semplice, bianco profumato gelsomino
E dell’orto che vantavi come impresa
Resta un solco che non si lascia fecondare.
[…]

Ed il colore, difatti, è protagonista indiscusso di tutta la raccolta, dacché in essa si può perfettamente distinguere un piccola silloge Chromethica, attraverso la quale Ninni sembra rispondere alla fatidica domanda “qual è il tuo colore preferito?”, con una paradossale risposta: “il suo calore”. Ma cosa significa, “il suo calore”? È semplice: il colore, lo studio pittorico del colore che Ninni effettua attraverso la parola, tende ad affermare l’imprescindibile tra percezione visiva e affezione emotiva, che lega ogni esperienza sensibile alla sua interiorizzazione.

Dunque il rosso, sarà calore nella dimensione del fuoco, della passione, del desiderio, della rabbia;

[…]
Ovunque tu
Passi
Calore, rosso
di fuoco
Di Terra su capelli
Rossi
Come tracce su lenzuola
Raccolte
Su rossi morbidi corpi
In Calore
di Silenziosi morbidi Colpi
Come mattutini flebili
Passi
E ovunque tu vada
[…]

ed il bianco espressione percettiva della neve e dei silenzi, ma anche assenza di inchiostro, di suono, ed ancora luce, trascendenza ed inspiegabile memoria; poi ancora i blu e le svariate gradazioni dal cupo al trasparente azzurro che legano indissolubilmente elementi vitali quali acqua ed aria, alla materia di terra e cielo, reale ed ideale, tangibile ed “inspirabile” nel calore dell’irrimediabilmente infinito, etereo, inafferrabile.

A quest’ora che si orienta
al gelido risveglio
Ho una luna riflessa nel vetro
Di un treno che infecondo
sprofonda
Nella liquida sonnambula aria
Per plasmarsi in case

.

E poi città.
[…]

Un lavoro complesso Diecidita, su cui scrivere è intraprendere lo stesso naturale percorso dell’autore, col rischio di perdersi, senza saper mettere un punto finché ci sia inchiostro per poter dire. Un lavoro del quale mi preme sottolineare il messaggio ultimo e complessivo di una speranza tutta terrena e vitale, ancorata al senso semplice di tutte le piccole impronte di un cammino, che ci sia concesso trattenere su diecidita.

[novità editoriali] Enzo Campi – Dei malnati fiori – Ed. Smasher maggio 2011 (post di Natàlia Castaldi)

Dei malnati fiori - Enzo Campi - ed. Smasher 2011

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                                            Enzo Campi

 

                                         Dei malnati fiori

.

            (Smasher Edizioni – Collana Orme di poeti)

 

         http://www.edizionismasher.it/enzocampi2.html

 .

.

*

affine
al confine
in cui sfiorare la fine
senza rendermi prossimo
a nessuna implosione
che non sia già esplosa
e conclusa
m’integro alla soglia
ridendomi
nell’escrescenza del sema
che decolora l’abisso
abbacinandone le forme

non c’è una cifra
che valga un corpo votato all’erranza

*

non ancora ancorato
solo accorato
disperdo all’aria
e al riso sincero
del mio lamento
i petali
a uno a uno
recisi
dal bocciolo-sole
privato del suo

                centro

 

C’è dissomiglianza
tra rosa e
rosa?
L’una è sfiorita
l’altra è mistica

*

Corifeo)

non c’è un ego
meno smisurato di questo

solo un ago arroventato
che s’insinua negli incavi tra le dita
sperando che il sangue giunga in soccorso
e regali il suo credo all’inebetita scrittura
che si trascina arrancando
tra sillabe decapitate e verbi inconclusi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

mi si spronò
frusta a frusta
in colpo
d’allora in ora scandito
inerudito assioma
inalberato a soma
che vanisce il sema
che qui s’esibisce
mancandosi

 

dal pugno ben serrato cade lenta
una scia di polvere che si dissolve
senza tentare il contatto con la madre terra:

chiaro indizio di una distanza
assunta a ragione di vita

 

di vano in vacuo mi rialloco e vago

*

non c’è un tempo
più adatto di un altro

 

si flette il corpo
delocandosi
tra smunti riverberi di sole
e tenebre di ghiaccio
amplificando il pus
che tracima dalle ferite
esposte al pubblico dileggio

solo una spanna
d’impura manna
fluida come bava
precipita
in limpide stille
dal livido labbro
teso a respirare
la pienezza del vuoto

*

grondiamo
vacue diaspore
che acuiscono
senso e sesso
riedificando
grammatiche perdute
private del senno

non c’è un alfabeto
più pregnante di un altro

solo soffi
a vanificare
pavide stille di rugiada
che s’ostinano
ad imperlare
l’arido passo dell’erranza
lo so e me lo ripeto
dissimulando il silenzio
in laviche levate
di giochi labiali
appena accennati

*

Corifeo)

nell’assordante silenzio il fragore del nulla
lavora lento ad inguainare la soglia
i soffioni invadono le narici
e il corpo traspira dai pori la puzza del naufragio

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

 

* 

non ho mai detto io sono
solo il cadavere che sono

e sarò qui tumulato
col dito ancora levato
innervato verso l’odiata soglia
spalancata sulla perfida madre
che consente il transito
solo sul sentiero
che elude le rose
e conduce all’abisso

non ho mai amato
le sfingi dissolute
se non nel gesto
di assaporarne l’umore
perché il verbo
non rinviene
che al sordido lume
dell’annosa interrogazione
e sempre s’insinua
tra incavi e pieghe

 

nella muta parata dei gomitoli di fibre
che caracollano mesti alla luce coatta
di un giorno impossibilitato a definirsi
la firma subisce il rifiuto della marca
e il calco cede il passo all’avvento dell’informe

*

si sputano schegge
per disinibire l’arto
nell’umbratile concerto
del cosa è cosa
se non flusso ininterrotto
sì come inscritto a specchio
nelle piaghe del verso

 

schemi schermi
scherniti forati
se mai crivellati
incedono tronfi
a inanellare impavide
crisi irrisolte

e la voce
che sventola lesta
l’appena accennato
soffio
sogna il patibolo
a differire

*

non c’è bisogno
di soffiare

l’anelito c’è

è inconosciuto

Essere scoperto nervo
ad uso inane
del gioco al massacro
è
chiusura della radura.

Mi conduco
ad ibernare il gesto
.

*

si moltiplicano i coacervi
e lo sterco dilaga
mi dileguo dal puzzo
soffiando con tatto
l’anelito aporetico
del mio non sarò mai là
ma accetto
approvo
e non ricambio lo sputo
perché l’imbuto
tracima
l’umore ambrato
che abiura l’ambrosia
e aspira
al sangue versato

*

Corifeo)

pari al pari
terra su terra
rasoterra
rinnegando il cavo
da cui proviene
il viandante
strisciando
s’avvia al monte
non curandosi
dell’incompiutezza della strofa
inneggiando se mai
la catatonia incombente
di un calco improprio
che non restituisce nulla
se non i tagli inferti dalle spine
che non lacerarono mai
alcunché di significativo

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

ristagna un sentore d’inaccaduto
per quanto qualcuno insista nel riproporre
a memoria il gesto di rivalsa con il quale
la sibilla disseminava la sua lava edulcorata

non c’è un guado
che permetta l’attraversamento

le acque sono gravide di senso
e ripudiano le dighe ove frangersi e rifluire

il corpo edotto da millenni di sapide erranze
evita la catarsi e si tuffa nel gorgo
cerca invano un peso
a cui ancorarsi per meglio inabissarsi

*

Corifeo)

nella polvere il senso
a ricoprire cosa e cose
cose minute di vani minuti
destituiti dall’immediato

tutto avviene senza accadere
nel ricordo di una consumazione
nessun evento degno di nota
solo una nota che reiterandosi
ritarda l’avvento del chiodo
eppure il buio amplifica i pulviscoli
evidenziandone lumi e barlumi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

ciascuno a sé sommato
si rialloca in fine di parvenza

 

e il sollazzo che sopravviene
all’impropria figura
defigurata nello speco
è beata beanza
che avanza incosciente
dalla bordatura
al senza fondo
in cui inscrivere
e vanificare
il punto di fuga

 

evidente riverbero
qui silenziato
a guisa d’incompiiuto

*

dileguato è in me l’agguato

*

solo ascensioni
e accesi accessi
agli ascessi
che insorgono
esondando
da vacue parentesi
e ineludibili incisi
volti a conclamare
l’inesprimibile

 

non c’è una marca
che contraddistingua un corpo votato all’erranza

*

Marzia Alunni

 Alterità e nascondimento

(la condanna metafisica dell’Io)

 

L’opera è accompagnata da una dedica illuminante: “A me stesso, al verbo / e a chi ha voluto che io fossi qui”. È quasi una dichiarazione programmatica che rassicura sull’apporto del poeta, demiurgo che si colloca in disparte e però lascia, come segni infiniti, le parole a denotare il suo intervento mai casuale, piuttosto affrontato con una ‘regia’ non invasiva.

  L’autore, per sua scelta un po’ ‘absconditus’, intende aprire un ciclo, con questo suo contributo, che già si avvale, come prologo, della splendida Ipotesi corpo. In un suo recente intervento difatti precisa: “Quel chi che «detiene la parola» non è portavoce del proprio ego […] Rubo una frase da uno dei prossimi libri del ciclo: «ego ex machina / appare solo dileguandosi»”. 

[…]

Il senso di un’alterità – guadagnata attraverso il cammino, vagabondo e ipotetico, della parola, complice e testimone empaticamente viva della distanza fra ‘io’ e ‘altro’ –  ha un valore specifico nella poesia di Campi, specialmente nel progetto del suo ciclo poetico.

   L’entusiasmo dell’apologeta poi è fra le righe della testualità appartenente al Nostro, ne sono una prova le frequenti domande metafisiche, i passi citati da Ermini, Bigongiari, Travi e Derrida che introducono le quattro sezioni principali in cui è diviso il libro, ai quali si associano, sul piano delle idee, alcune stimolanti ‘narratio’ dell’autore, prosimetricamente unite al  resto del percorso poetico.  

[…]

Nel tentativo di guidare il lettore conviene tuttavia proporre una possibile interpretazione del titolo e dell’opera: Dei malnati fiori. L’aggettivo malnati cattura e risveglia l’interesse perché vi scopriamo subito due aspetti che occorre sottolineare.  Il primo di essi allude allo statuto esistenziale del soggetto, l’Io, quindi del suo mondo, entrambi affetti da precarietà e perciò, in un certo senso, ‘nati male’. La seconda caratteristica chiama in causa il significato emotivo della parola, carica di ostilità, ‘malnato’ è chi viene fatto oggetto di un’invettiva: “Del malnato fiore / ch’a me s’affaccia / con lo sguardo indegno / di chi fomenta lo scontro / voglio amar lo sdegno / che vibra come incontro / nel loco ameno / del disconoscimento”.

L’associazione, tra i fiori e i due originali significati, è frutto di una riflessione sul fondamento dell’essere e di uno sdegno anche per la frattura cosmica che si pone come sfondo alla discrepanza tra parole e cose.

Riecheggiano allora le riflessioni profonde di Flavio Ermini, citate – idealmente –  in un dialogo perfetto con la viva testualità campiana, in quanto: “Torna a farsi chiara la coscienza della frattura che divide le parole dalle cose. […] Consente l’annunciarsi del non-detto con l’inaugurazione di quella silenziosa voce che precede ogni dialogo tra gli uomini e ogni nominazione”.  

Si direbbe allora che per l’autore talvolta “nomina – non – sunt consequentia rerum!”

[…]

“le parole rinunciano al messaggio / e si fanno sensibili”: è il riconoscimento della vulnerabilità umana non rimosso, essere infatti precari al mondo vuol dire fraternizzare con ogni respiro, con qualsiasi delicata, o forte, esperienza, accettandola in un’ottica di rara dignità e bellezza.  L’abbandono alla condizione “malnata” non è senza appello, resta la capacità di sostenere il proprio destino ‘errabondo’ avvalendosi anche della potenza della parola, farmaco (Derrida) non da sottovalutare. È il senso elevato del “ludere”, suffisso dei termini chiave, posti all’inizio di alcune sezioni dell’opera campiana (pre-ludi; inter-ludi; epi-ludi): i significati non sono mai quelli che sembrano a prima vista, parrebbe dire il poeta che tra rime pregevoli e consonanze accentate, filastrocche dotte e più livelli di significato, accompagna il suo lettore in un’avventura testuale senza precedenti.

 ***

 Alessandra Pigliaru

“Tutto avviene senza accadere”

I malnati fiori elogiano il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di Campi che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.

È il chi infatti – e non il cosa.

Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di Campi acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.

Tutto avviene senza accadere – sì.

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Poesie di Vladimir D’Amora

Ho lasciato andare…

Ho lasciato andare nel sonno, che tu mi lasciassi,
io non ho saputo trattenere la tua voce In quel momento,
stretti nel bianco dei muri, quando l’obliquità dei corpi fu decisa
dal male solo, tenerti la voce sarebbe stato tutto Ascoltare
Una chiamata che viene dalla prossimità dei cuori, e raggelata,
fenomenale è che sta dileguandosi Intorno devono insistere
altre voci, volontarie, contingenti,
le voci senza passione Sono le voci impaurite di un figlio, poi un marito,
la voce che starebbe bene montata altrove, forse
dove la sua mancanza avrebbe un senso Se a chiamare è un’insistenza muta,
una spinta destinata, riverberarsi in un effetto inapparente,
come il raglio più che elementare e giammai desiderabile,
una specie dell’imposizione mi cucì quella mattina al tuo capezzale La voce
che è risucchiata non dal silenzio, ma dai flussi interni, dai roboanti
e microcosmici e vitali scorrimenti di un liquido che straripando non è vita
La misura La cogenza delle distanze, un equilibrio la vita, pure in quelle dimensioni
costruite per sfaldare il senso, nella cicuta bevuta senza redenzione
E guardarsi per ammutolire, come un bianco estratto dalle viscere
panno e mani lorde, rossissime, come se ancora sangue virginale ci si possa augurare
E solo per crescere, per rigettare il tempo in faccia a chi non ha creduto,
tu devi succhiare sempre ogni occasione Oppure avere il coraggio dell’inefficacia
e senza assimilare, lasciando intorno che banditi e assassini facciano
la parte del figlio, ancora stamane, dalle mie mani cadi

Durate

potrebbe passare un tempo finito
e lungo di tempi saputi
sotto il passaggio d’apparenze
un’illusione formosa
e strepitanti gli anni appropriati
a seminare e perdere ogni inizio
cadendo dai mezzi e ancora
puntando una inezia a leggere
come un segreto instabile
potrebbe durare una vita
la morte anche

Zero uguale

scoppiato è il cuore in questi tempi nuovi
soli mugghiano i mari e soli attendono
la temperata invidia d’inerpicate amebe
ancora rischia lo stretto gettandosi nel suo
inaudite zolle soffrono al potente turno
come
è come se nulla fosse scomparso
dopo che il nulla faticò l’esodo
chiese l’impegnare mitragliate
i segni e le voragini coi fiori sopra
a ricordare un arsenale è ancora
dove fratelli sulle spalle tengono
i vivi si dice masse insalvate
fuochi vertigini colorate e ordine
o
intanto indovinare
il magma asettico
infilare un dito
e persa la faccia
raccogliere la cenere
pure
stirando segni una volta
solo perché s’è vivi
ancora afoni

L’inizio è altro

l’inizio è altro
se la luce pende
a gloria che ancora
manda fitte schegge
e lenta a sé rincula
come lì indovinando
la mano che cuce
pietra all’idea
è la storia
negli esiti forieri
di sterminati echi
un buco consegna
essere a essere
colla organica
muto cedere
interdetta riposa
la quiete d’ogni risposta

Teratografia

Vladimir e poi D’Amora, 36 inverni che so’ finiti tutti, biondo. E napoletano che non ama Napoli, e non solo perché la pizza è ormai di gomma. Indeciso tra Cruyff e Maradona, separato, vendo quelle scritture la cui morte è fantasma, ancora. Due bei lutti, come corpi morti di animali, intrattabili, col coro di sfibranti mormorii e martello. Convivo, ora, con una femmina ossuta, di quella distonia che sì giova al feticismo erotico, ed un fratello camuso e quasi ventenne e bello come i gelati. Quando guadagno, mangio e bevo e leggo, il vino nero, chiuso, sincero. Ma vendo parole, operazioni di parole, spiritica verticalità, con un pizzetto indecente, terso e rado.
Leggo e rileggo, detesto Calvino e Petrarca, Foscolo, la Maraini, Ammaniti e quelle degli orecchini a perla. Gl’impegnati che si dissimulano, lungi da me, e pure i nichilisti pigri. Della poesia, quella che sa andare a capo, mi piacerebbero gl’innografi dalla parola netta e poca, ma sento che il tempo si sazia ad elegie piene di pensieri. Sì al Manga, a Gadda, a Kafka, Tolstoj fu malato di bellezza, all’altro Russo difettava l’ironia, forse. Mi piacciono Longhi e Contini, le loro pagine però, meno quello che teorizzano, e imposero. Pacato godo degli epistolari, i critici, Benjamin e Platone, il Bacon dei trittici, il tratto pudico di Duerer, le foto bianche nere, le auto bombate, e allora immagino le Langhe. E le femmine che m’hanno saputo lasciare, e quelle che fingono, coi denti, di non esser donne, le loro mani. E Tacito. Perché lo senti moralista, ma non fa nulla… Mi faccio piacere Caravaggio e il Rinascimento, dentro adoro Skopas e il Laocoonte però, perché ho consumato tanta televisione. Ancora immerso dalle videocassette, da porno e filmati di calciatori lenti, colle ali storte. Proust mi fu noia dolce dolce, recentemente Michele Mari e McCarthy so’ stati buon farmaco. Ottonieri, tommaso dalle costole da fuori, non so se esista davvero, è come se lo tenga per sé, chiavato in un passato, il suo giudizio. E vorrei che Cortellessa mi dicesse personalmente, pagina per pagina, qual è stato il processo di polverizzazione di Di Ruscio, come lo ha trattato per starci due anni… Saviano e Parrella, non sanno scrivere! Totò è volgare, come la musica che non vuol finire.
Fondai una rivista, multilingue, solo digitale, che ora deve annaspare assai. C’era una volta un architetto, un francese albo e una messicana cresciuta a Borges e aglio. Ci guidava, schivo e geniale, un logico e filosofo e matematico, che ancora pedala per Praga. Il padre, quella specie dello scrittore che fu Kundera, lo chiamava il signor K.K. E c’erano preti capaci di bruciarle le parrocchie, ma pure lesti pompieri, purtroppo. Io tentai di diluire i miei due assilli, Nietzsche & Heidegger, ma invano. Se spieghi il mondo, dopo non sai che ci sarà, e se lo cambi, poi ti tocca dare spiegazioni… Non applicare nulla, non sviluppare nulla, non volere nulla: per alcuni è la comunità che sempre viene, però forse è noiosa, quanto l’attesa. Quando sosto alle fermate dei bus, colle loro tabelle d’arancione meneghino, è solo la disfunzione tecnica, che apre nel ritardo l’autentico del tempo. Il tempo mio, quella mia stupidità.

Nella bocca del lupo

“Il suo film, secondo me, è un caso raro di ripresa, molto efficace e calcolata e meditata,
di elementi che trovano le loro radici nei tempi – per me, beati – delle ricerche di avanguardia”
(Edoardo Sanguineti)

(2010)


Genova, vista dal basso, ha le immagini e il sapore amaro dei protagonisti de La bocca del lupo, vincitore del 27° Torino Film Festival.

Nato su richiesta della Fondazione San Marcellino (che da anni si occupa di senza tetto ed emarginati), il film diretto da Pietro Marcello non è un film.
E’ il racconto di una storia vera, un documento su un cinema che non esiste più, su una Genova (ma anche su un’Italia) che si è persa.
E’ il neo realismo che ritorna e ci trascina nei vicoli di De André, nell’atmosfera che si respira, in quel niente dove esistono ancora la dignità e il valore della persona.
I due attori protagonisti, Enzo e Mary, sembrano essere usciti da una sceneggiatura di Fassbinder, figli degli Accattoni pasoliniani.
Guardando dritto nella telecamera, raccontano la loro storia, il loro amore, sullo sfondo di una Genova che continua a cambiare.
Dalla stazione al porto, da Via del Campo a Via di Prè, dall’Ansaldo al libro omonimo (che nulla ha a che vedere con la storia) La bocca del lupo di Remigio Zena, tutto cambia.

Dalla fine del film a oggi, oltre a Genova, è cambiata anche la vita di Enzo e di Mary. Hanno realizzato il sogno di avere una casa in campagna (grazie alla Fondazione dei Gesuiti), dove passare la vecchiaia insieme ai loro cani. Vecchiaia che Mary non ha fatto in tempo a vedere. Perché come tutte le più belle cose, ha vissuto solo un giorno, come le rose.
La storia di Enzo e Mary la potete trovare nel cofanetto che comprende il dvd e il libro “Genova di tutta la vita”, libro nel quale sono inserite delle testimonianze su Genova firmate da Edoardo Sanguineti, Eugenio Montale, Giorgio Caproni, Mario Soldati e Maurizio Maggiani. Nel libro sono riportate anche alcune recensioni al film, il racconto di come è nato e un’intervista al regista.  Negli extra del dvd sono stati inseriti le interviste ai personaggi, i filmati di repertorio e la galleria fotografica.