Sbocciata nelle viscere – Antonella Taravella

Antonella Taravella, Sbocciata nelle viscere - Edizioni Smasher 2011

 

La lettura di “Sbocciata nelle viscere” di Antonella Taravella (Edizioni Smasher, 2011) mi ha portato alla mente un frammento del romanzo di Sylvia Plath, “La campana di vetro”:

“Pensavo: dovrebbe esserci un rituale per nascere una seconda volta: rappezzata, rinchiusa e poi riconosciuta idonea a riprendere la via”.

Scrive Anna Montesanto nella sua introduzione “ci si può perdere in questa spirale di distruzione e ricostruzione. Non si può guarire quando la malattia è al contempo cura, ma le parole manterranno sempre il loro magico senso catartico fino a farci consegnare dalla Taravella questo suo nuovo parto d’anima”.

La scrittura di Antonella è tenera e coraggiosa insieme, è parola che spinge, che si offre totalmente, con grande generosità. Parola e corpo viaggiano sulla stessa barca, fluttuano tra le acque o tra le stelle, alla luce del sole o nelle ore notturne, uniti, annodati dal desiderio. Ma c’è un limite, una dolorosa impossibilità: parola e corpo non potranno mai diventare un’unica, inscindibile entità (//so di non essere le mie parole, / ma mi cibo di esse lenta_mente//).

Cibarsi di parole, ri-generarsi, rinascere infinite volte. Affidare alla parola questa grande responsabilità. Fidarsi, lasciarsi condurre dall’ “amore sovrano”. E’ un grande atto di fede nei confronti della poesia, degli sguardi altrui, nella possibilità di trarre salvezza “abbracciando il desiderio / portandolo a spasso sugli occhi”. Una fede che all’inizio può sconcertare, tanto è radicata, profonda. Ma è proprio in questo lanciarsi senza protezione, con gli occhi bendati – tra i desideri e le parole – che sta la forza della poesia di Antonella.

(stefania crozzoletti)

***

 

fragmenta#2

Certi rumori
hanno il suono di uno sciabordio,
l’evasione di un senso che si dondola
come fiore in attesa,
ed è come tremare, sul fondo
mescolandosi al buio delle ciglia chiuse
ferme sul ciglio di una caduta.

***

Mirror

Mi risuonano tardive le tue unghie,
sul fianco porto i nomi degli assenti
strane distrazioni ti riportano indefinito,
smisurate mi sembrano le parole
mucchio di serpenti a sibilare
sugli angoli bui dell’anima
peccando e morendo da sola
contro il muro del tuo appartenere al silenzio
seguo il tratto, il vento
e quando mi renderai polvere
sarò memoria d’eco
un capo chino all’angolo
a baciare i muri freddi dalle stagioni andate
l’occhio che come uno specchio non cambia.

***

La liturgia degli occhi

La liturgia si sversa sugli occhi appena sotto il respiro, ma
tu ed io sappiamo che il destino ha reso la vita rovinosa e
malata, tutto ha un disegno e il nostro traccia due linee
parallele ingovernabili, che non troveranno mai l’incrocio,
non qui, non ora, non nel grembo di madre notte che trema
di paura. Che ad occhi aperti, le lacrime non servono, nulla
crea chiarezza che alla fine, di tregue ne ho piene le tasche,
mentre mancano le parole segnate sui fianchi, i ritardi sulle
gambe, la viscida inappetenza, perché di sbranarsi si è bravi
tutti, è rimanere nel sangue che è un mestiere per pochi
eletti. Nel credo d’ogni giorno, mi sussurro che non devo
incaricare al prossimo la mia urgenza di vita, ma solo a me e
devo discuterne in una riunione di condominio con festino
annesso, perché i festeggiamenti son sempre di rigore dopo,
a chiarimenti avvenuti, quando poi tireremo fuori l’amore il
fuggi fuggi sarà il peggiore del secolo, regalandomi dopo, le
cose peggiori in pacchetti dalle carte aggraziate di rose
ammuffite. Io solo mi so bastare, io solo mi so soffocare, io
solo so venirmi a capo quando sto bene. Ed è nelle rarità
che mi disperdo ed è tutto dannatamente bello, ha un
sapore oscuro, quanto basta alla pancia per piegarsi
d’amore assorto ed io so di te che m’avviluppi l’incertezza e
me la coccoli con la lingua.
Da ora in avanti saremo l’arma, linfa che gocciola perversa
sulle nostra ciglia in preghiera.

***

fragmenta#13

Basta lo schizzo di una parola
per farmi fragile,
basta l’ombra del vento
per essere polvere
da portare a spasso nelle tasche vuote.

***

fragmenta#17

Occorre approntare la parola per gl’inverni a venire
stringendosi addosso assoluzioni e i colpi bassi delle ghiacciate
di brina e aghi di pino conficcati nei silenzi
quando a passi lenti ci sapremo incamminare
lasciando impronte chiazzate d’oscura meraviglia
frammenti poi saccheggiati al vento
chiudendo i palmi al chicco di voce
nato all’alba, sulla tavola, fra i cocci delle ansie
e le briciole d’acqua

***

Di mani vuote

Valle di spighe a gonfiare i miei giorni retrattili
mani vuote in onde di questa bocca gonfia
viscere contratte in amore al vento sferzante
siamo radici, stelle nere in mezzo al nulla
vendendo i domani alle nuvole
nelle incertezze del corpo appeso al mio

17 comments

  1. Davvero è “parola da approntare per gli inverni a venire”, quando, puntualmente, si riveleranno “tardive” le “unghie” altrui. Sa scovare, creare risorse la speranza, e non è vana. Bello aprire la domenica così, con i versi di Antonella Taravella e l’introduzione di Stefania Crozzoletti.

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  2. aprire la domenica così è come quando aspettavi il dolce a fine pranzo la domenica, quella “guantiera” di bignè, che puntualmente facevano capolino alla fine, ma che non sapevi d che gusto li avesse presi mamma perchè era sempre una sorpresa.
    ed è questo…una sorpresa, un bignè nuovo, ed un sorriso dal cuore…grazie stefy…davvero d cuore.

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  3. trovo che Stefania abbia saputo cogliere l’anima di questo libro, ed è vero, la scrittura di Antonella ha una potenza devastante e lei ne è sempre più “padrona” e “dipendente”; “Addict” direbbero gli inglesi, perché è all’interno della parola che Antonella abbisogna di “mettere in scena” il massacro, la distruzione e la semina per la sua stessa fioritura, con la consapevolezza che la dicotomia tra realtà e finzione (per dirla alla Pessoa) permane ed è inevitabile so di non essere le mie parole, / ma mi cibo di esse lenta_mente, purtuttavia sapendo anche che è la creazione l’atto rigenerante e l’istante in cui tutto avviene, si fonde ed ha luogo, un suo luogo salvifico e privo di tempo in cui idea e carne “avvengono” e si fondono, nutrendo e nutrendosi del transito di ogni lettura.

    BRAVE, un bellissimo risveglio.

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  4. tattilità impalpabile e palpabile evanescenza.
    in questa doppia coppia di opposti “sbocciati” e pedissequamente reiterati Antonella “si accade” declinandosi attraverso una scrittura sempre più personale e sempre più matura.

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  5. E’ vero, Antonella sta diventando sempre più brava. Spero di cuore che questo suo libro possa avere tutta l’attenzione che merita.
    Un abbraccio a tutti, e grazie.

    Stefania

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  6. Il senso di questa poesia, intensa, ma raffinata per la sua spiritualità, risiede nella forza indiscussa della parola. L’autrice non spiega quale natura abbia quel potere che è presente nelle preziose sillabe. L’ energia che lo contraddistingue ha lati oscuri, forse è possibile riconoscere che la parola, pur essendo utile a fare chiarezza, non rivela tutto di sé, resta una sorta di riserva di senso da svelare, con intrepido coraggio, perchè l’operazione è radicale, forse impietosa. In poesia la vittoria è nel non combattere le attitudini, assecondarle è fondamentale, con, tuttavia, una totale ed accorta disanima. Da qui l’impietosità dell’operazione poesia-svelamento. Allora la poetessa, in un certo qual modo, si mostra come celebrante e vittima sacrificale, nel tendere alla bellezza rivelata, con la sua ricca e profonda testualità. Si vedano i versi: “Da ora in avanti saremo l’arma, linfa che gocciola perversa /
    sulle nostra ciglia in preghiera.” Essi chiudono il testo “Mirror” , dal titolo assai emblematico, e richiamano lo stupore, ma anche il mistero. La promessa, citata, di essere “arma” e “linfa”, si unisce a quell’aggettivo, “perversa”, che di colpo addìta l’immagine di verità che sta dietro le parole. Da qui l’emergere dell’associazione con la parola “preghiera”, accostamenti tutti che costituiscono una fine dialettica dell’interiorità rivelata e, in un certo senso, esposta al ferimento del mondo. Marzia Alunni

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  7. ringrazio ancora stefania, per la plath, che adoro.
    anna, per la speranza.
    alla dolcezza di massimo e gino.
    a nat, cibo di versi.
    ad enzo, l’incastro che corre di parola in parola.
    e a marzia, inchino, per le sue parole e il suo scavare.

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  8. Me le sono stampate, leggerle e rileggerle è stata scoperta nuova ogni volta.
    La recensione accompagna a non perdere nulla di ciò che è importante non perdere, davvero una voce che guida e da luce a quanto è giusto sia illuminato.
    Ad entrambe grazie e poi… le donne che sanno apprezzarsi vicendevolmente sono davvero una potenza.

    c.

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  9. Leggere questi versi mi ha lasciato un’emozione grande in sintonia con la mia anima, la seguirò con affetto.
    Ho ravvisato d’istinto un’Antonia Pozzi moderna, testimone dei Tempi che stiamo vivendo, un dialogo intimo che diventa universale.
    Grazie
    Cettina

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  10. da molto non ti leggevo (solo per questioni di tempo) e ti ritrovo con stupore e, forse, più pacata d’un tempo ma con la stessa forza che hai sempre impresso ed espresso alle e con le parole.

    un abbraccio,

    Anna

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  11. La scrittura di Antonella procede a strappi, a morsi. Spesso è aritmica. E’ formata da nodi – legami – corde – inciampi. Tutto ciò che trattiene e non (si) libera, lo ritroviamo nei versi di questa raccolta. Tutto ciò che lacera qua si fa parola ed è prima taglio e poi balsamo per la stessa ferita. Molti versi sono fulminanti, a Antonella va riconosciuta una grande capacità di sintesi emotiva. Mi è parso, leggendo, che mi venisse di tanto in tanto sottratta l’aria. La stessa privazione che (forse) permette ad Antonella Taravella di scrivere.

    GIanni Montieri

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