Giorno: 2 aprile 2011

Alcune cose – di Carmine Vitale – Casa Ed. L’Arcolaio (post di natàlia castaldi)

Alcune cose – Carmine Vitale – Ed. L’Arcolaio

Alcune cose

Carmine Vitale

poesie, anno 2010, Ed. L’Arcolaio

Scheda per l’acquisto del libro

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da Una terribile tenerezza

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* Ragù

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Agli angoli delle cose

pensavi mentre giravi il sugo;

un po’ alla volta se ne andava la memoria

come un geco all’alba nella tana.

Ti ricorderò come oggi in vita

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e domani vento e fiori di gerani rossi

impazza la solitudine verso quelle foto

come il profumo che fa male ogni domenica mattina.

Sono parole in anticipo sulla morte

.

che mi vengono da un luogo angusto come il cuore,

da un dolore prematuro da un odore.

Con cura asciughi le macchie silenziose

.

sul bordo del lavello immacolato;

con cura riponi le stoviglie e

aggiungi un po’ d’amore,

sai che non mi basterà questa porzione.

I pugni stretti nella notte

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di una tachicardia da fumo

di un cane abbandonato nel giardino

di come quando ero un ragazzino

di quando le mosche mangiavano il cortile

e il pallone correva in diagonale verso il sole.

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Ad ogni pasto profumato

ad ogni età che se ne è andata,

verso casa ritorno con lo sguardo

e un’ultima girata a fuoco lento

mi dice di sperare che è lontano

il tempo delle more e degli addii

. 

***

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da Il tempo degli addii 

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*Itinerario 1                        (poche cose meravigliose)

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Lungo un marciapiedi una serie interminabile di divieti

– Leggi non scritte,

pretese umane

arbitrarie –

.

È severamente vietato entrare –

ai trasgressori sarà

riservato.

Non sostare,

spazio privato

.

Ho la febbre bassa e l’odore del catrame.

Il cielo è bianco

le ossa del cranio mi fanno male

.

Ho in mente l’opera prima

                  il vecchio testamento,

il conficcare di oggetti aguzzi fino a penetrare

le macchine in fila che schiacciano gli alberi,

le formiche che evadono

la fretta di morire

.

Organico  ,

indifferenziata

Riciclabile  ,

vietata l’affissione

Il codice  ,

la coordinata

 .

L’esistenza.

Vietato scritto accanto alle cose.

Dalle case le luci gialle accese,

i fiori accartocciati

le preghiere alla fermata dei mezzi,

le molte lingue –

Si fa buio,

la freccia dice verso la stazione

.

Attraverso entrate uscite grate

Feritoie            scale.

Un altro caffè un’altra vita.

E la natura morta.

Per divieto      Per passo carrabile,

sotto la luce dell’insegna

è mancato all’affetto dei suoi cari

.

Vorrei rifare la prima elementare,

rimettere il grembiule

– spingere le lacrime.

È che le foglie sono rovesciate,

si rivoltano come le parole.

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Su di una porta è scritto: entrare.

Su di una porta: uscire.

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***

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da Lo stato delle cose 

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* Compagno Jack

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Hai lasciato la porta aperta

su un’altra america

in un bagno pubblico

con occhi che afferrano di azzurro solo le mattonelle.

Piove sui marciapiedi,

ho i piedi bagnati.

La guerra inizia silenziosa,

canta la tua voce

nella brina mattutina

su e giù per la città.

.

Di inverni ne sono già passati tre.

Il tempo non boccia mai le sue stagioni.

È un potere che si arroga solo l’uomo;

Naso Aquilino visse pacificamente

fino al massacro di Sand Creek.

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Sembra il tuo ritratto.

Le parole hanno messo a ferro e fuoco

quel poco di me che ancora rimane.

Nonostante siano trascorsi quattro secoli di guerra,

tra indiani e visi pallidi,

un giorno ho capito.

.

Volevo che tu lo sapessi

.

(Per un compleanno di Jack Hirschman)

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Scrivere recensioni a libri di poesia mi è diventato noioso, insopportabile quanto leggerne, perché troppo spesso si percepisce, quasi fosse un dovere recensorio, quel dire tanto e troppo, fino a sovrapporre qualcosa in più e scovare qualcosa in meno, che in qualche misura aggiunga ciò che proprio non è necessario.

Quando ho ricevuto questo libro l’ho letto, l’ho divorato anche troppo in fretta, ché a volte la bellezza mette ansia che non fa centellinare. La poesia però va centellinata, presa e ripresa, poi lasciata a decantare, per tornarci su e provare nuovo stupore per le mille cose nuove che, nel tempo, ha lasciato maturare.

Secondo la mia balzana idea, Poesia è quanto di più fisso, flashiato, stimmatizzato eppure mai stabile, mai statico e in costante movimento ci possa essere. Perché? La domanda è da un milione di dollari, e la risposta quanto di più banale: perché la poesia cresce, accompagna e scandisce le tappe di chi la legge, non vedo che utilità potrebbe avere, diversamente.

Ricevuto il libro di Carmine e presa dalla foga della prima lettura, pensavo dunque di buttare giù una megarecensione al libro in quattro e quattr’otto, ché io ragiono per cose semplici e aritmetiche. Invece no, quel libro l’ho dovuto lasciare stare, l’ho dovuto mantenere presente e distante per mesi, aprendone una pagina a caso, quando ne sentivo il bisogno, per sentirmi spuntare un sorriso sulle labbra e raccogliermi in un dolore tutto mio, nascosto lì chissà poi come.

È strano come la semplicità di alcune cose possa stravolgere con tutto il suo profumo di pane, di ragù, di vite minuscole e quotidiane, che altrimenti avresti irrimediabilmente lasciato andare, nella stupidità del correre come “satelliti impazziti” nella morsa dell’approssimazione. Ma è proprio allora che le piccole cose sanno sferrare il colpo, entrando come una pagliuzza nell’occhio scoperto alla fragilità dell’esistenza, che vede, finalmente vede, la verità nuda di scoprirsi infinitesimali e profondi come l’universo che ci respira dentro.

E sembra di coglierla quella grandezza immensa che sta tutta nel palmo di una piccola mano giocata a carte con la guerra, che si rintana nel silenzio delle stelle ad aspettare una risposta che sa, sa bene, di non poter trovare se non al mattino, se non nel ricordo da custodire e nella tradizione (tra-duzione) di quell’essere tutto e niente, che ha spinto l’uomo alle più grandi e “normali” conquiste di coraggio e amore, che non c’è storia che possa fissare meglio dell’umanità di un semplice ricordo.

Ecco, io non citerò versi di questo libro, né parlerò di tecnica, metro inesistente, ritmo intrinseco e, a dio piacendo, quant’altro ancora; la sola cosa che intendo fare è invitarvi a comprarlo, non per mettere “un codice a barre” sulle “preghiere da esaudire” (come intelligentemente recita la bella lettera-prefazione di Francesco Forlani), ma perché possedere un pezzo di vita narrata con la tenerezza delle cose da riscoprire, può far bene quanto toccare il proprio dolore con la consapevolezza dei polpastrelli che ne registrino ogni piega, salvaguardando così quel valore ancora possibile in cui sperare: un’umanità infinita e minuscola, ancora degna del suo stesso nome.

Un libro da regalare, da passare di mano in mano, con il sorriso del bene.

Grazie, Carmine.

tua, natàlia.

Piccole poesie.

Quando sarò vecchio, irascibile per poco- le bianche lanugini del tempo

a fare da morbido inverno-, la pace che sentirò sarai tu. Guarderai questi

occhi e svelta, come ora, abbellirai tutti i paesaggi attorno per dare ombra

alla mia voce asciutta.

***

Un buongiorno di primavera e pochi piatti nel lavandino, il riflesso del sole

sui vetri, sulle bottiglie fiorite dei vini del Rodano, sui quadri a pastello che

solo Marta riusciva a riempire di colori incandescenti e selvatici, con quegli

alberi e tutte quelle nuvole bianche e azzurre. Che belli, ricordi?

***

Ritrovare il tessuto del tempo, il tempo passato e il tempo presente.

Le gomene tese a fermare le barche ormeggiate nel piccolo golfo celeste,

Bonnard non sarebbe riuscito, pur lambiccandosi, a produrre così semplici

fiammate d’incanto. Là, poco distante, i nostri sorrisi, sibillini e sinceri,

si raccontano di tutto quello che è stato, delle pagine lette, scivolate fuori-

stelle filanti e coriandoli- entrate nel mare magnum della bellezza,che,

fatta parola, ritorna distratta nel cuore umido della poesia.

***

In questo fraterno

abbraccio mi perdo,

fra il freddo e il tiepido

di questi olimpici giorni.

Mi perdo sì,

so che sempre un tram troverò

ad attendere

la mia lentezza di passo, la mia ubriaca,

sentimentale

risata.

Un pomeriggio rubato,

nessuna fretta nessuna.

Ti troverò lì che mi aspetti,

per ridere e sedermi

vicino e tenermi la mano.

Non si integrava

Non si integrava, a distanza
immigratizia ma sociale ma
non integrata non quella
mascherina, la fata, non rosa e
non quel giornale, rosso, quel
saluto non quella musica figa
l’appartenenza-mistero
(possesso disambigua), non
si faceva vedere qualcosa in mezzo.

Col piccolo cucù cuore a passeggio
sui ponti più lunghi del quartiere inserato
col vento dentro passava Cucù,
la silenziosa bombardata specialmente:

che non s’integrava
alla notte spennellata in
corpo maturo o a
venti bambini seduti a rovescio
nella sala impagliata e
beati saperne ridere cantando:
esce preoccupata dalla porta, a foga,
non ha il tocco armonizzato ora
nuota scorrente e inciampa disintegra.