Mese: marzo 2011

Cinzia Accetta – poesie (post di natàlia castaldi)

Uomini e cani (13 febbraio 2011)
(ricordo della manifestazione “Se non ora quando”)
.

Uomini e cani

giacche di pelle e

cappotti rossi

capelli lunghi

di tutti i colori

scarpe nuove

stivali al ginocchio

che servono a marciare

lacci di corda

che tengono i cartelli sulle spalle

vecchi con gli occhi chiari

che sorridono ancora

neri che portano

i bambini sulle spalle

e non ti vendono niente

bionde ragazzine

con lo smalto verde acido

carabinieri sui gradini

macchine fotografiche

per ricordare

la folla

la danza

il telegiornale

la musica

per farti dimenticare.

*

Dalla finestra blu
Dalla finestra blu

vedevo l’ombra allungarsi

seduta sul panchetto.

È solo luce pensai,

calore che svapora e polvere

nella stanza in sospensione.

.

Eppure ero li per aspettare,

zitta come dal dottore

portavo nella borsa

semi di mela

e avanzi di taverna.

.

La fila dei mattoni era interrotta

dal curvo verde rame

di una venere mozza.

.

Non vale il tempo di un respiro mi dissi

e se tutto andasse a fuoco

pur si salverebbe

dal gioco dell’oblio.

.

Dunque perché indugiare ancora,

alzai le gambe molli verso il varco

e gettai la lima al cielo

e il cero liso

nel molle dondolare di santuzze

tra nubi e cattedrali

di luce immacolata sullo sfondo

e semi di mela

e avanzi di taverna.

*

Rosso di Cayenna
Evaso sulla punta della lingua,

brucia un pensiero rosso di Cayenna

e chiede vino

a sedare quell’arsura

di sangue che consuma.

Vuole pane

che lascia poi a seccare

e un fresco germoglio da espugnare.

.

Ma a che serve ora il tuo lamento?

Non ti ho chiesto io di assaggiare!

.

Affogati nel rosso dolore che si beve

e manda giù senza esitare.

Domani potrai dire

che si! Brucia maledettamente

e che non è servito a niente.

*

Sulla tavola imbandita
L’afa di agosto

toglie il fiato

come foglia gialla

che galleggia senza voglia.

.

Ore a fissare il fiore rosso sangue

che langue, langue nel calore surreale

di un’estate da ammazzare,

di noia e di zanzare

cornute a volteggiare

sul caloroso pasto

inerme sull’altare.

.

Ore che passano sicure

che dopo sarà uguale,

banale dondolare d’acqua e sale,

esangue mormorio

di vermi nell’attesa

che domani sia oggi

e poi ancora ieri,

ad aspettare un’altra estate da asciugare.

.

Scavare,

piantando la vanga nella sabbia,

urlando monosillabi di rabbia,

secca come pomodori al sole,

scoloriti per restare

ed ancora pasteggiare allegramente

sulla tavola di bocche voraci

da saziare.

*

Cantici cantanti
Un cielo azzurro

che azzurra il cuore,

una luce gialla

che gialleggia d’intensità

e un pavimento rosso,

rosseggiante d’infatuazione.

.

La musica musicando sottilinea

i tuoi timidi passi sulla ghiaia gaia.

Parole paroleggiano i pensieri

e gli occhi intorno a te volteggiano occhieggiando.

..

E un canto di cantici cantanti

che cantilenando

ritmano un battito battuto.

tum tum

combatutto

tata bum tata bum,

riflesso riflettendo

il bagliore dei sensi senza senso,

scintille di domande domandanti

senza assenso.

_______________

Cinzia Accetta

Cinzia Accetta è architetto e docente a contratto di Laboratorio di tecniche del restauro presso l’Università di Palermo. È autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

Suoi racconti e poesie fanno parte di raccolte e antologie.
“Note di Passaggio”, Eidos editore, è il suo romanzo d’esordio.

Il suo ideale come scrittore è quello di rappresentare l’animo umano nelle sue emozioni e contraddizioni.

Oggi.

C’è una notte che da qualche parte comincia e da un’altra finisce,

come due mondi che forse qualche volta si incontrano.

E gli uccelli fanno strada col becco ad un sogno polveroso,

seccati e sopresi che dove c’era il prato ora c’è un campo da golf.

***

Finirò i miei giorni a contare le albe,

fra le rose – quel profumo che mi faceva trasalire –

e tutta la nuova letteratura, che, mischiata a quella vecchia,

darà immagine e significato all’incerto profilo dei colli,

tremolanti nella nebbia, confusi con il gran naso del Tobbio.

***

E tutti gli aerei che passano sulla nostra testa,

nella grande oscurità del cielo,

fanno da cappello alla foresta

e brillano nell’occhio del capriolo.

Le tende scostate per spiare

una ragazza nella casa vicina, timido, imprudente

con le parole: sarà l’amare che comincia, il diletto, la paura.

La potenza – foto e testo di MG Galatà


foto di Maria Grazia Galatà

la potenza al susseguirsi indaga proiestorie  ferrogrigie similassi in formografie fitte al tatto che nega se nei punti serpentini appena appena regge lo sguardo appoggiandosi al detto di scatto fuimosso in alternanza di sensi . *** .

Massimo Mirabile – poesie (post di natàlia castaldi)

=

nel corpo
———

Da questa malattia non si guarisce, il nesso
segreto degli arti è nelle cose,
la somiglianza nella carezza
fissata sulla forma che divora e
l’intenzione prima del fuoco:

“Il y a
 là
 cendre”.

Esistere non è la prova;
potrebbe darsi – nei fatti – una fenice
di mondo a devastare l’illusione
d’infinite rinascenze e un’apparenza
di movimento rivelare il centro – nuovo
lo stesso punto, vuoto l’intero –
che ad ogni istante copia infedele
dalla sua origine e trova senso
alla memoria nemmeno, il tempo

che qualche d’uno se ne avveda: può
darsi l’incontro, aversi un cuore
ed essergli sodali, alla parola amore – avvinti
ma nel momento in cui si perde tutto
– non invecchiare la parte quasi nulla,
l’insipido boccone che si getta
tra i denti della vita

e vale sempre più
di quanto è reso.

=

la pelle
——–

Ti chiedo s’è la pelle
che ci consegna il presente
dal margine della parola, stesi
lembi che asciugano sul fondo
richiami incerti – incomprensibili,
le notti che artigliano il petto – s’è
la pelle, tesa l’involto
dei corpi e l’intrecciarsi delle dita,
le mani paghe mai d’avere
soltanto preso, il ventre
accolto al calore d’un’altra
schiena nuda, forse

il tuo bacio ti avvince?

Perciò ti chiedo, dimmi
di quest’assenza,

se non è solo immaginare altrove
il nessun luogo d’un amore.

=

soli
—-

sono anche adesso, a pochi metri di distanza
uno dall’altra estranei, sconosciuti
che pure sentono lo stesso
odore di brossura a filo refe,

qualche minuto prima avranno preso
lo stesso identico caffé ristretto, una bustina
di zucchero di canna ed un bicchiere
d’acqua frizzante, ripensando

a quale solitudine sia meno
insostenibile dell’ora che ci attende
a quel silenzio ch’è finire
senza volerlo

e tuttavia li tiene
e così tenue il sospetto di trovarsi
da qualche parte insieme

hanno tentato di fuggire
secoli fa con l’immaginazione
da questo vivere pagato ad ore,
dai troppi file da cancellare, dalle more

di un imperfetto condizionale – ? –
un fuoco d’artificio che la notte
non lasci in bocca l’amaro
ricordo della pioggia e che non sia

misera luce riflessa
a colorarci d’iridi la sera
e polvere da sparo

=

periphèreia
———–

da un’ora lesa, un ora
di gocce d’acqua è l’acqua
diversa in altre gocce

che di continuo torna una molesta
rêverie

d’attese indecorose, deferenze
insane abitudini, intese
immaginarie: innesti

i contrappunti d’un impassibile
inconscio collettivo.

Sarà l’impasse del libero arbitrio
che si concentra sul vassoio delle paste
comperate la domenica, all’uscita
dalla messa – finita,

“andate in pace”

con il crocchiante vostro involto rosacarne
di pirottini ovali posti in fila
come soldati sulla via del fronte
e sia pertanto muto l’imbarazzo

di quella prima scelta che non tocca
per cortesia e senso d’impotenza,
il dopo pasto colpa
di sazietà

perché si gusti infine
anche l’amaro.

=

Di maschere ne ho tre…
————————

La prima è fatta di narcisi
e dura meno d’una primavera,
anche se t’è piaciuta, Io
non la rimetterò.

Questa che indosso è la seconda,
l’ho presa stamattina dall’armadio,
attende il tuo consenso o un cenno
d’insenso e raccapriccio, per levarla

e prendere la terza, la più bella
che ha un becco lungo: è nera,
ha un paio di corna sulla testa ed un sorriso
strano

fa un po’ paura, meno del volto
però, che non ti mostro ancora.

=

l’alba
——

d’una scorsa notte a vegliarti,
nuda raccolta del mio nido,
morbida terra su cui ho affondato
come carnose radici di magnolia
in secolare cerca di sorgenti
ogni avvizzito arto, terra

promessa mai mantenuta,
sonno o fragranza di lino sui capelli
e un livido chiaro di luna
che taglia l’ombra tenera dei fianchi
nel mio ricordo, assorto
d’ogni respiro non m’accorgo

né più del tempo, è

=

Amnesia?
——–

S’empie di quel che non le serve, sgorga
e si rabbocca d’imperfetti indicativi
all’usurata ringhiera del presente

sempre s’appoggia, sporge, ricade
ed irrisolta risorge risoluta
in apparenza illesa, illusa

alla memoria, un gorgo
del quale a tratti scorgo
attiguo il bordo, scorro

senza potere (mi preserva
dal tanto meglio sottinteso) quanto
poco rimane da sapere

di ciò che sono – dettagli
d’un primo piano a sfocare –
e solo quando scordo: se non ci fosse

forse di lei (di me) nemmeno
m’accorgerei.

=

passanti
——–

Nelle città, la pioggia
insudicia i passanti, li rallenta,
svapora nel budello dei tombini,
confonde la sintassi delle auto, cola
dai vetri al cielo una condensa
di rimorsi
che grava lo sguardo di pochi
oggetti smarriti.

Distratto sei distratto.
Lasci lo zucchero sul fondo, ti chiedi
dove hai nascosto le carezze
delle montagne, il borboglìo dei fiumi,
i tuoi giocattoli più cari.

Ma qui da un pezzo abbiamo smesso, noi.
Qui non abbiamo tempo: qui
noi si lavora.

=

neve
—-

sul cardine del vento ruota
lo stridere zelante del mattino
che ti profana il sonno – cede
l’imposta al veto del cielo –

e d’improvviso soffia la neve

sul braccio nudo delle coperte,
sulla tua barca d’ossa, un’ombra
che stinge ad infinito gli occhi

per quanto duri è freddo
l’adunco ferro degli anni,
piega il ricordo, passa

tutti gli inverni

=

assedio
——-

Allevano il sogno della culla
e come demoni le mani
isole inaccessibili
stretti sentieri di veglia
dalla città in assedio

tutte le porte aprono sul vuoto,

il petto versa un’amarezza
aliena, densa di volti
è la voragine dei passi
che la parola non cura

impara al suono agro, scarna
torbida gela nel taglio, se piana
chiede coraggio.

Esiste nel modo delle litanie
commosse al respiro d’una bocca
la tua.
____________

Massimo Mirabile

Massimo Mirabile nasce a Palermo l’8 gennaio 1971. Artista poliedrico, scrive, dipinge, fotografa, fissando l’istante nella sua interezza, nel suo profondo significato di tempo, presente e continuo, come bagaglio di memoria ed esperienza.

“Dipingere o sognare non trovo differenza. E’ cura, terapia, salvezza. Né più né meno la poesia, la filosofia, la musica. Prove dell’esistenza. Sono la mia religione, il mio credo, la mia parola. Il mio silenzio.” M.M.

Valentina De Lisi – Identità

Valentina De Lisi – Identità

 

 

Ai Soliti Ignoti c’è un Frizzi pupazzo

che chiede al concorrente in gioco

di provare a indovinare il mestiere

delle comparse, figurine mute

“Identità numero uno!” con la voce di gomma

le sirene della polizia, il pavimento a scacchi

“Con quale sogno, nel caso dovesse concretizzarsi la vincita?”

Mi sposo a settembre, un aiutino ci sta tutto

“È lei la tuttofare in un centro sportivo?”

il jingle col rullante incalza.

Sì, sono io.

Applausi registrati e baci sulle guance.

“Identità numero due!”

Nello studio mi materializzo io.

Ha

le mani lisce ma dei calli

vicino alle unghie.

Non ha

una lavanderia, forse

fa la florist, o noleggia film

Dico florist e confermo! dichiara impettita

la casalinga di Voghera

battendo il martelletto da giudice, sette applausi

e molti “No…” delusi

“Valentina De Lisi, per settantamila euro,

è lei la florist? Conferma la sua identità?”

Lancette dell’orologio, accordo di nona, primo piano,

metronomo, rullante, tonfo cadenzato, tensione posticcia

Io… io…

Io: non ne ho idea.

Lo stesso teleschermo

che mi lascia senza impiego

racconta che l’identità

è nel mestiere,

che chi è senza lavoro non ha corpo.

LEI

Da molto lontano, a vederla tonda e rubiconda nel suo vestito verdeazzurro, mai si poteva immaginarne la vera natura.
Tutto era cominciato quando, tempo addietro, le sue forme si erano avvantaggiate di caratteristiche sensibilmente attraenti.
Ben proporzionata, ogni sporgenza e rientranza al posto giusto, nel suo insieme faceva davvero una gran bella figura.
Erano in molti ad esserne accolti benevolmente, anzi bisognerebbe dire tutti, ché offriva ospitalità e ristoro a chiunque capitasse.
All’inizio, dopo essersi concentrata, aveva sviluppato tutte le caratteristiche, minime e massime della propria esistenza.

Infine aveva voluto aggiungere l’Elemento
Ma Esso si rifiutò di collaborare fin dall’inizio.
Fu per lei molto fastidioso, ma sopportabile, fin quando il contrasto si era manifestato soltanto in episodiche circostanze, come nel cercare riparo dalla pioggia intrufolandosi nei suoi pertugi, oppure nel rivestirsi della pelle d’altri.
Questo, e altro ancora, poteva essere accettabile.
Poi ci fu la moltiplicazione.
Il problema vero si pose quando Essi cominciarono a contrastare le Leggi.
L’insieme delle regole che lei stessa osservava con precisione: non che si trattasse di vere e proprie imposizioni, perché tutte le varianti dell’esistere ne percorrevano sequenze stabilite, dall’inizio alla fine.
Erano state rispettate anche nell’accrescimento generale, dal microbo al mastodonte.
L’atmosfera che avvolgeva il tutto era sempre quella giusta, almeno lei ne era convinta.
Essi non avrebbero dovuto apportare variabili.
Invece non fu così.
Oltre a rifiutarsi di appartenere alla catena alimentare, da lei così ben congegnata, presero a saccheggiarla, con metodo e determinazione.
Ne raschiarono l’esterno per conformarla ai propri disegni, non più quelli necessari alla catena, ma altri stabiliti chissà per quali scopi.
Non lo capiva.
Ma come, andava tutto così bene! Era lambita, carezzata, nutrita, a volte anche adornata…
No, lei proprio non capiva.
Essi intanto la calpestavano, la frugavano fin nelle viscere, la piegavano a ogni loro desiderio.

Quando decise di ribellarsi, la prima volta, fu mossa da una forza incoercibile, si frammentò nel profondo e poi si lasciò andare alla deriva.
Essi parevano estinti.
Ma non fu così, scesero dalla cima del monte su cui avevano trovato scampo e si riversarono ancora sulle sue pianure. Non ci fu nulla che potesse sottrarsi a quella cecità devastatrice.
Il colmo fu quando cominciarono ad aspirarle il sangue dalle vene
Ancora si scrollò, i sussulti si percepirono ovunque, non ci fu piega della sua veste che non ne fosse scossa.
Crollarono le strutture che Essi avevano costruito come bubboni smisurati perforando e innalzando oltre le sue molteplici difese. Dritte al cuore del cielo. Pugnalate di ferro e di cemento. Tutte le loro invenzioni.
E poi quell’asfissia, quell’averla costretta a soffocare nei suoi fumi.

Ora è proprio stremata, ha bisogno di conoscere il parere della sua innumerevole famiglia.
Dirige le sue domande silenziose nell’alfabeto noto ai componenti tutti.
Telepaticamente trasmette il suo stato di estrema difficoltà in Armonica Ohm, un SOS respirato, anzi tossito, mentre intorno tutto crolla, tutto si sgretola, scoppiano pustole in superficie, ondate melmose occupano ogni anfratto, lei straziata, frantumata, in procinto di disintegrarsi definitivamente.
Arrivano gli aiuti, forze magnetiche che l’avvolgono quasi in un abbraccio, che le danno ulteriore energia per l’ultimo, strenuo tentativo di liberarsi di Essi.

La capsula vaga tra i pianeti, in attesa di planare su quello più somigliante a Gaia.
I bipedi elementari che la occupano, con tutta la loro scorta di armi e tutte le registrazioni della loro perfida scienza, esplorano a velocità supersonica alla ricerca di un sistema solare che li possa accogliere, un altro pianeta vivo da colonizzare.

Intanto dalle circonferenze estreme, dai confini dell’universo, arriva lo Scandaglio Monotonale, la Nota segreta avvolge l’astronave, ne penetra lo scudo difensivo, tasta la mente dei passeggeri.
Quello che vi legge non è rassicurante, non dà garanzie.
La decisione è presa.
La capsula viene teleguidata verso uno dei pianeti di sgombero.

All’impatto con l’atmosfera di Thanath Ca[SO4]-2H2O, la sfera viene risucchiata in ciò che mai potrà essere distrutto, la polvere.

Il pulsare delle cose di A’isha Arna’ut

1]

I fulmini
che balenano nel mio corpo
non lasciano traccia nel tessuto della notte.

Durante la discesa un gregge di pecore incrocia il mio
cammino
non lo seguo
e attraverso gli orizzonti.

2]

La nebbia sale lentamente
per poi dileguarsi.

Tutto è al suo posto
ma è più brillante.

4]

I raggi
trafiggono la superficie dell’acqua
leggermente obliqui

ma non la feriscono.

5]

L’idea di scrittura pura
E’ la vana ricerca
d uno specchio liscio
la cui polvere sfiora la seta del cuore.

6]

Ogni passo che compio
mi chede
di abbandonare
ogni certezza.

7]

Se dovessimo
dimorare nel passato

I nostri occhi
guarderebbero sempre
all’indietro.

8]

La legna è bruciata
E’ diventata cenere.

La cenere non conosce la legna
e la legna non ha mai conosciuto la cenere.

Giuseppe Merico – Io non sono esterno – romanzo

GIUSEPPE MERICO – IO NON SONO ESTERNO – CASTELVECCHI – 2011

Quand’era domenica si pregava il Signore. Io pregavo così: << Padre nostro incolonnato sulla tangenziale, sia santificato il tuo nome e spero tu ce l’abbia un nome, non come me che non mi chiama mai nessuno. Venga il tuo regno lontano da casa nostra, sia fatta la tua volontà e spero tu ce l’abbia una volontà, non come me che la mia è morta. Come in Cielo e così in Terra, come in Cielo e così in Terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano comprato con quattro soldi nel supermercato con gli scaffali vuoti, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li  rimettiamo ai nostri debitori, poi dimmi cosa significa “Rimetti a noi i nostri debiti” che io non l’ho ancora capito. E non ci indurre in tentazione come fa la mamma quando dice “Vieni qui” che mi tocca leccarle i capezzoli, ma liberaci da Lui, liberaci da tutti i Lui, amen>>.

La forza della grande scrittura sta nel  fatto che grazie a essa qualsiasi storia possa essere raccontata, anche la più terribile e devastante. In un Salento cupo, scuro, che più grigio non si può, un posto che non consiglieresti nemmeno al tuo peggior nemico, muovono  le pagine di questo romanzo. Un ragazzo malato segregato in cantina dal padre, costretto a rinunciare a ogni cosa e a subire violenze e abusi sessuali. Una madre che non sa proteggerlo, lo sfasciacarrozze, la Sacra Corona Unita. Non si vede un ulivo, un turista, il mare lo si attende come un miracolo. Giuseppe Merico non ci accompagna dentro le sue storie, non  fornisce le precauzioni per l’uso. Apre la porta con un calcio e  ci scaraventa nella stanza. A quel punto non possiamo fare nient’altro che avanzare parola dopo parola, pagina per pagina, finché nel dolore non riconosciamo il nostro, finché non ci commuoviamo, pure in mezzo a tutto questo male, per poi proseguire ancora e ancora. Il padre, la madre, lo sfasciacarrozze, perfino Magnolia (l’amica immaginaria del ragazzino) sono duri, provati, a tratti repellenti. Eppure ci sono rari momenti, in questo romanzo, in cui si prova un moto di commozione, un accenno di pietà, per ognuno di questi personaggi. Nessuna giustificazione, Nessuna salvezza. E quanto si vuole bene al ragazzo? Quante volte ci vorremmo tuffare nell’inchiostro e tirarlo fuori da lì? Fargli una carezza, dirgli: “Ehi, andrà tutto bene”.

<<Perché sei così, papà>>, gli chiedo.

Se ne sta in silenzio per un po’, poi dice: << Non so come altro essere…>>.

Merico è uno scrittore di cui si aveva bisogno. Scrive in maniera cruda, pulita, tagliente. E’ cristallino e coraggioso. Si mette in gioco di continuo, si scava dentro e da lì dentro, inventa. Non bisogna aver paura delle storie. Una storia ben scritta è qualcosa che ci salva, sempre. Io non sono esterno è un romanzo che si divora, un romanzo che una volta finito si ha voglia di uscire a prendere un po’ d’aria, di fare due passi. Dopo, però, si ha voglia di rileggerlo.

@ gianni montieri

La Costituzione sanguina (post di natàlia castaldi)

Art. 33.

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Art. 34.

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

____________

La Costituzione sanguina.

La Costituzione sancisce il diritto alla pluralità ideologica, religiosa e di pensiero, ed in tale quadro consente che l’istruzione privata – dunque ideologicamente e/o religiosamente orientata – sia permessa e ammessa, a tutela del diritto di ogni singolo cittadino di scegliere, esprimere ed orientare liberamente il proprio pensiero.

E fin qui ci siamo.

Tuttavia, la stessa Costituzione ammettendo la coesistenza dell’insegnamento pubblico e di quello privato, aggiunge e precisa che quest’ultimo debba essere “senza oneri per lo Stato”.

Che cosa significa?

Più che interpretare il comma costituzionale, sarebbe doveroso analizzarlo nelle sue parti, quindi partendo da un semplice dizionario della lingua italiana, il Sabatini Coletti, disponibile online, scopriamo che SENZA significa: 1) Con mancanza di, con assenza di, per esprimere un concetto di privazion, 2) Con esclusione di, a parte; etc.; mentre per ONERE si intende: Obbligo, carico che si deve sostenere necessariamente in quanto previsto o disciplinato dalla legge […] [es:  o. fiscali, il complesso dei tributi di cui è gravato un contribuente | o. deducibili, le spese che si possono detrarre in sede di denuncia dei redditi | o. sociali, i contributi previdenziali e assistenziali]. Dunque, senza interpretare, ma solo parafrasando il comma costituzionale, mi pare evidente che laddove dice senza oneri per lo Stato” esso significhi senza ALCUN FINANZIAMENTO da parte dello Stato, né tantomeno senza alcuna AGEVOLAZIONE O SGRAVIO FISCALE, che indirettamente ricadrebbe sul bilancio dello Stato.

Perché?

Per due fondamentali motivi, anch’essi espressi nella stessa Costituzione, troppo spesso violentata, ancorché si preferisca il termine “interpretata”.

In primo luogo, perché la stessa Costituzione stabilisce che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Libero, quindi plurale, non orientato, non fazioso, diversamente da quello privato che già in partenza esprime il suo “indirizzo”, “orientamento”, quindi la sua “parzialità”; e ancora perché la Costituzione stessa, nell’art. 33, cc. 3 e 4, si prende la briga di precisare che l’iniziativa privata è libera di istituire scuole ed istituti di educazione, purché ciò non determini, richieda o implichi alcun onere finanziario per lo Stato, che di contro si impegna – come esplicato nell’art. 34 – a GARANTIRE un’istruzione PUBBLICA, quindi aperta a tutti ed OBBLIGATORIA per i primi otto anni formativi.

In secondo luogo, perché la stessa Costituzione asserisce che la scuola “è aperta a tutti” e ne determina, pertanto, l’obbligatorietà indipendentemente dalle discriminanti economiche che possano sussistere, assumendosi quindi la RESPONSABILITÀ di offrire e permettere ad ogni individuo le medesime possibilità di crescita, formazione e miglioramento socio-culturale.

Con tale ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ, la Nostra Costituzione conferisce allo Stato il dovere di far sì che ogni cittadino – sulla base di un altro fondamentale principio costituente, che prevede l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi ai diritti ed ai doveri previsti dalle Leggi dello Stato – usufruisca del diritto allo studio, incentivando un principio meritocratico per cui, capaci e meritevoli abbiano il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, indipendentemente dalle possibilità economiche a loro disposizione, e questo grazie all’intervento ed al supporto offerto dallo Stato per mezzo di “borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

La Nostra Costituzione sanguina. Possibile che non ce ne accorgiamo?

Under 30 Made in Sicily – Domenico Stagno (post di natàlia castaldi)

Nell’ambito della rubrica dedicata alle giovani voci siciliane, dopo i testi del giovanissimo Andrea Cangialosi, vi propongo l’ironia e il suono della poetica di Domenico Stagno. Buona lettura.

nc

__________________________

Direzione Nord-Sud 

Scorre plausibile ogni citazione
il pensiero di te è limpido e improrogabile,
smaniosi di star fermi
urlano
i quadri alle pareti gongolano
alle costellazioni di ferro dei chiodi
e la luce fievole della giornata
è un po’ spenta, ma si dà.
Giuoco coi tuoi occhi,
patrono della messa e del piccolo
corteo delle tue mani,
dal foro convesso del mio
desiderio
lingue cucite a sfera e nervi sani,
salvi come acciughe,
salvo le intemperie.
Chi si tuffa è meno cieco
di chi sta già in acqua,
trova testuggini a incoraggiarlo
e le sembianze umane
lasciano posto a comodi zerbini
a due, a quattro a cinque posti,
tranne i triangoli,
ma la convergenza è seria:
qui si rischia di rischiare !

*
“Cara prof. (ovvero breve ritratto di una rompi palle)” 

Posticipati i tuoi pensieri
dal legame dativo dell’ora (15: 21+)
in cui ti presto qualcosa
e tu non dai niente,
spicciolate di parole,
parolieri spacciati le tue labbra.
Aspidi spinose di filosofi
e per dessert il cin cin dei bar
cosi che il tragitto
possa farti dimenticare il danno:
hanno detto le lampare
che sei niente male
squamosa di schiuma
e i capelli d’alga:
partecipi ai miei participi attivi,
a parte i cipi cipi del
verbo ceppare
e le viscose applicazioni
di te céppita inula e inutile
nelle esternazioni salivari,
parti cipigliosa dal tuo thesaurus mefitico
e metti i puntini sulle “i”,
e quei chiodi mi crocifiggono
all’ennesimo : “va bene!”.

*

Pri (ma) mordi 

Così le dinamiti
sfilavano in passerelle di pietra
sotto lo stupore di mariti e amici
archeologi dalle mille montature.
La fascia in legno massello,
ma-se-lo vuoi anche in radica,
ti arricchisce il ventre ovarico
e passi alla storia.
Storica presenza di lei che ride
e tutti la guardano
e si girano nei capitomboli dei colli
poi come a molla
tornano a guardarsi lo SpettaColo,
tonnano i panini e le tartine:
spetta a Colombo il merito del purè,
eppure tutti se la mangiano
con gl’occhi.

*

Di ritorno
.

Sono con te ma ti piace non vedermi,
il tempo scorre a picco dalle campate
e ti sembri restituita
all’idea di stare zitta.
Si tolgono i rami di bocca le foglie
per sperare di volare nel giardino del vicino,
e sovente la vernice ne resta spaventata
per rimpiazzi anzi tempo e si cicatrizza
laddove lacuna l’attenzione dell’usura.
Conta la staccionata le stazioni dei suoi pali,
e i chiodi li hanno messi adesso,
giungerà a breve l’ora dell’ascensore
e la parola torna a farti suora:
nella meditazione della luce divina
di statuette al neon su ogni piano.
Circostanza memorabile e la casa
è trapezista, di divani e tende
in quell’ordine sconvolto della sera
in attesa del panno, del profumo
delle ciglia e del maglione in lana mista.
L’Abat-jour prova a baciarti le labbra
nella posa del suo nome
ma è di luce che invade l’asta
non di te, ma delle braccia inusate dell’argenteria…
presti l’ultimo sguardo alla finestra
e l’addio è pregato in peristalsi
dalla mano ferma, gli occhi fissi, i piedi scalzi.

*

“La Romantica sfida la Natura” (ovvero 5 5 5 5 5)

Trave principale a parte
la riflessione sui muri è più importante:
quanto è vero che passando
non ti dai un’occhiata? Di te
che temperi lo spigolo a ricordarti la sua finezza,
dove il muro t’abbandona e
lascia respirare le piastrelle, invidia…
belle anche quelle e per dispetto
ci cammini sopra, sfoggiando il tuo
stile dorico, di braccia e ali impreziosite
dagli sfarzi del popolo inca,
accipicchia, …
compete anche la porta e la tenda
nella furbizia di far squadra;
resti sola e t’armi di nastrini
aiutanti spremitori di meningi
ma il pensiero non ti supporta,
non c’è cosa che ti sottenda
né porta che sostenga il tuo andante regolare.
Scappi via ma una stanza vale l’altra
ti rincuori e ti rimpiazzi
all’acqua marina di quei fiori
l’ultimo cargo di salvezza
è la caseina dei tuoi tori
appesi alle pareti dei quadri,
ma son mozzarelle i tori femmina
e t’immergi nello stesso
fastidio dell’avanscoperta,
neanche lei a darti retta la
ripieghi nell’armadio
con due pastiglie, zuccherini di veleno.
Il pensiero della resa
è finemente cesellato nelle ceramiche di Waterloo
ti affretti a formulare l’ultimo
calcolo di stizza
la mole lascia freddati i davanzali
ogni parola resta zitta,
l’ingegno a tungsteno degli illustri
soppiantato dal mormorio di nuovi
neon-logismi.

*

Per un uomo che si perde

Video-pensi dal foro ottico del tuo cellulare e provi a parlare, a dire qualcosa di sensato, ma la sim- card ti smentisce, hai finito il credito, è cessato il tuo diritto di far venire le borse anche all’occhio elettronico di quell’aggeggino. La stazione è deserta adesso, tutti hanno percorso la loro strada, gli spazi dilagano tra la nostra volontà di comunicare così tanto che non avrei più niente da dire, forse nessun motivo per farlo. O forse sono stato anch’io screditato.
Eterni debitori, inconsci oscurantisti di quelle parole che ho già dimenticato, mossi dalle fila di radio e carica batteria, pronti a non sorpassare la linea gialla di delimitazione tra l’umile servire e il campo incolto della coscienza, rintracciabili animisti che smettono volentieri la meditazione piuttosto che perdersi la prima fila delle liti calcistiche e delle serie A “realityste”. Affascinati dalla diceria dei decimi pianeti solari si scaldano per la corsa e corrono la giornata, perché il tempo è poco e tutti, pur rischiando di impelagarsi in inutili occupazioni, sentono di vivere il loro tempo: applicazioni futili di corpo e cuore alla moglie durante il bacio del mattino, stenditoi di lingue ormai secche di tritare sempre le stesse parole che per ora non van poi di moda (e ciò li rende compiaciuti!). Alle luci ortofrutticole carote e finocchi illeciti che si sposano perfettamente con l’insalata dell’ora-pranzo, così è più sazio il non guardare, occuparsi solo del tempo e l’orologio ti avvisa che sta piovendo. Somministrazioni convulse di orgogli e oli ed agli per tentare la religio, un po’ di broncio poi t’accorgi che è più facile dipingere e ti disegni una faccia nuova per il prossimo carnevale e t’indigni per colui che accanto a te, inerte, perde tempo a pensare: “…povero lui, pochi spiccioli possono andar bene per quell’uomo che si perde !”

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Domenico Stagno

Domenico Stagno è nato a Palermo il 2 Marzo del 1987, diplomato al Liceo Scientifico “Benedetto Croce” di Palermo Corso PNI, prosegue tutt’oggi i suoi studi di Design Grafico. Cantante dell’Orchestra Popolare Rosa Parks. Passioni: scrittura creativa, fotografia, musica, grafica.

Gli elaborati sono coperti da libere licenze Creative Commons

Chiedimi – foto & testo di MG Galatà


@MG Galatà

chiedimi di silenzi e terre bruciate in alture chiedimi se esiste un attimo felice solo un attimo chiedimi altrove di un tempo andato del lato oscuro della memoria ferma all’angolo se c’è alba dopo un tramonto sclerotico di un orizzonte malato a malapena chiedimi . se esisto in tenebre brume

C’è nobiltà nel postmoderno?

C’è nobiltà nel postmoderno?

Nessuna identità, nessun segno a scucchiaiare le ore,

nessun impedimento al dire nostrano, al fare che di

mezzo c’è il mare, bisunto di noia e colore sbiadito.

C’è un caprone che si chiama Arturo e sta di fondo

al prato , a volte oscura la porta del sole col suo manto

pezzato di bruno, è bianca l’attesa dell’ombra nel

pomeriggio sguaiato , svalvolato , spennato di incastri

sonori, sincretici sguardi amputati, solcati dal nero

discorso stirato di specchi e  suoni squillanti trombe,

un troubar clair sopravviene all’oscuro dire, password

che non conosciamo,  lasciano l’amaro in gola, sgomi-

tando dal fondo del libro, in terzine dantesche, in sonetti

amorosi, in sanguinamenti, cunicoli di freddo in guaine

d’argento, fiumi di vento, fiumi di vento.

 ***

Così vanno tremanti per valichi, in sentieri verdi, le parole

deboli dell’intendere cardiaco, del piangere con il sale

in tasca, indifferenti al tempo,che oscilla pensoso dal pergo-

lato umido della notte.

Nobili, antefatti probabili, cercati nel dirupo femminile, ergo,

del mistero, della possibile tramortita felicità.

Nel tramonto dei Canti Orfici o quelli di Castelvecchio che rileggo

sempre volentieri in quanto salvezza di natura e di gergo

pregrammaticale- che di spontaneità e vigore fanno scorta-

per non dimenticare mai quello che sarebbe lingua morta,

o morente per i più, poeti che oggi tremano nel dire piatto,

colloquiale, dire di poco, con la somma delle ragioni, con le

doverose differenze, che di Sereni e Caproni non ne nascono più.

 ***

Con ciò non voglio sminuire gli amici poeti che fanno storie,

perché di storie c’è bisogno, nel nucleo germinativo della

letteratura c’è sempre la poesia, solo la poesia, rileggetevi

quello che il vecchio Mallarmé diceva: c’è poesia dove prevale

la ricerca nella scrittura, che dir sia porosa prosa o non lo voglia

punto essere, là c’è comunque poesia.

Nel postmoderno, che il titolo è quello, c’è tutto e quindi il nulla,

il neoarcadismo, prendiamo quello, che la pulizia formale e la

perfezione del sonetto e della struttura ritmica, uniti ai contenuti

d’oggi fanno un po’ ridere forse, ma non sottovalutateli, ennò, ennò!

Quanti di voi saprebbero dipingere un bel volto senza far pasticci?

Insaponatevi per bene e rasatevi davanti allo specchio la mattina,

il volto che vedrete, ripulito e serafico, sarà quello di un poeta?

 ***

Nel vagheggiare della mia scrittura non c’è poi molto di più,

che di meno in meno si costruiscono aquiloni, triestine bore,

formaggi odorosi di fossa e prosciutti imbronciati di grasso,

gustose le parole riprendono il colore originale (prelogico, pre-

grammaticale appunto), dal latino, al volgare, dalla rima al verso

libero, dal verso libero al suono, alle paludi dell’indicibile, al

silenzio che diventa prora, allo sbarco sguarnito di scialuppe,

all’acqua alle ginocchia, alle bracciate forti e decise che separando

le onde, segnano strade di luce, e luci in fondo alla baia, sospendono

ogni discorso e , tremolanti, indicano la direzione, la sostanza fonica,

la meravigliosa proprietà dell’ovvio poetico,che è novità e speranza.

Il perenne mormorio delle cose, al fondo del prato, che diventa mare.

 (inedito, 2011)