Massimo Mirabile – poesie (post di natàlia castaldi)

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nel corpo
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Da questa malattia non si guarisce, il nesso
segreto degli arti è nelle cose,
la somiglianza nella carezza
fissata sulla forma che divora e
l’intenzione prima del fuoco:

“Il y a
 là
 cendre”.

Esistere non è la prova;
potrebbe darsi – nei fatti – una fenice
di mondo a devastare l’illusione
d’infinite rinascenze e un’apparenza
di movimento rivelare il centro – nuovo
lo stesso punto, vuoto l’intero –
che ad ogni istante copia infedele
dalla sua origine e trova senso
alla memoria nemmeno, il tempo

che qualche d’uno se ne avveda: può
darsi l’incontro, aversi un cuore
ed essergli sodali, alla parola amore – avvinti
ma nel momento in cui si perde tutto
– non invecchiare la parte quasi nulla,
l’insipido boccone che si getta
tra i denti della vita

e vale sempre più
di quanto è reso.

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la pelle
——–

Ti chiedo s’è la pelle
che ci consegna il presente
dal margine della parola, stesi
lembi che asciugano sul fondo
richiami incerti – incomprensibili,
le notti che artigliano il petto – s’è
la pelle, tesa l’involto
dei corpi e l’intrecciarsi delle dita,
le mani paghe mai d’avere
soltanto preso, il ventre
accolto al calore d’un’altra
schiena nuda, forse

il tuo bacio ti avvince?

Perciò ti chiedo, dimmi
di quest’assenza,

se non è solo immaginare altrove
il nessun luogo d’un amore.

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soli
—-

sono anche adesso, a pochi metri di distanza
uno dall’altra estranei, sconosciuti
che pure sentono lo stesso
odore di brossura a filo refe,

qualche minuto prima avranno preso
lo stesso identico caffé ristretto, una bustina
di zucchero di canna ed un bicchiere
d’acqua frizzante, ripensando

a quale solitudine sia meno
insostenibile dell’ora che ci attende
a quel silenzio ch’è finire
senza volerlo

e tuttavia li tiene
e così tenue il sospetto di trovarsi
da qualche parte insieme

hanno tentato di fuggire
secoli fa con l’immaginazione
da questo vivere pagato ad ore,
dai troppi file da cancellare, dalle more

di un imperfetto condizionale – ? –
un fuoco d’artificio che la notte
non lasci in bocca l’amaro
ricordo della pioggia e che non sia

misera luce riflessa
a colorarci d’iridi la sera
e polvere da sparo

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periphèreia
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da un’ora lesa, un ora
di gocce d’acqua è l’acqua
diversa in altre gocce

che di continuo torna una molesta
rêverie

d’attese indecorose, deferenze
insane abitudini, intese
immaginarie: innesti

i contrappunti d’un impassibile
inconscio collettivo.

Sarà l’impasse del libero arbitrio
che si concentra sul vassoio delle paste
comperate la domenica, all’uscita
dalla messa – finita,

“andate in pace”

con il crocchiante vostro involto rosacarne
di pirottini ovali posti in fila
come soldati sulla via del fronte
e sia pertanto muto l’imbarazzo

di quella prima scelta che non tocca
per cortesia e senso d’impotenza,
il dopo pasto colpa
di sazietà

perché si gusti infine
anche l’amaro.

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Di maschere ne ho tre…
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La prima è fatta di narcisi
e dura meno d’una primavera,
anche se t’è piaciuta, Io
non la rimetterò.

Questa che indosso è la seconda,
l’ho presa stamattina dall’armadio,
attende il tuo consenso o un cenno
d’insenso e raccapriccio, per levarla

e prendere la terza, la più bella
che ha un becco lungo: è nera,
ha un paio di corna sulla testa ed un sorriso
strano

fa un po’ paura, meno del volto
però, che non ti mostro ancora.

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l’alba
——

d’una scorsa notte a vegliarti,
nuda raccolta del mio nido,
morbida terra su cui ho affondato
come carnose radici di magnolia
in secolare cerca di sorgenti
ogni avvizzito arto, terra

promessa mai mantenuta,
sonno o fragranza di lino sui capelli
e un livido chiaro di luna
che taglia l’ombra tenera dei fianchi
nel mio ricordo, assorto
d’ogni respiro non m’accorgo

né più del tempo, è

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Amnesia?
——–

S’empie di quel che non le serve, sgorga
e si rabbocca d’imperfetti indicativi
all’usurata ringhiera del presente

sempre s’appoggia, sporge, ricade
ed irrisolta risorge risoluta
in apparenza illesa, illusa

alla memoria, un gorgo
del quale a tratti scorgo
attiguo il bordo, scorro

senza potere (mi preserva
dal tanto meglio sottinteso) quanto
poco rimane da sapere

di ciò che sono – dettagli
d’un primo piano a sfocare –
e solo quando scordo: se non ci fosse

forse di lei (di me) nemmeno
m’accorgerei.

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passanti
——–

Nelle città, la pioggia
insudicia i passanti, li rallenta,
svapora nel budello dei tombini,
confonde la sintassi delle auto, cola
dai vetri al cielo una condensa
di rimorsi
che grava lo sguardo di pochi
oggetti smarriti.

Distratto sei distratto.
Lasci lo zucchero sul fondo, ti chiedi
dove hai nascosto le carezze
delle montagne, il borboglìo dei fiumi,
i tuoi giocattoli più cari.

Ma qui da un pezzo abbiamo smesso, noi.
Qui non abbiamo tempo: qui
noi si lavora.

=

neve
—-

sul cardine del vento ruota
lo stridere zelante del mattino
che ti profana il sonno – cede
l’imposta al veto del cielo –

e d’improvviso soffia la neve

sul braccio nudo delle coperte,
sulla tua barca d’ossa, un’ombra
che stinge ad infinito gli occhi

per quanto duri è freddo
l’adunco ferro degli anni,
piega il ricordo, passa

tutti gli inverni

=

assedio
——-

Allevano il sogno della culla
e come demoni le mani
isole inaccessibili
stretti sentieri di veglia
dalla città in assedio

tutte le porte aprono sul vuoto,

il petto versa un’amarezza
aliena, densa di volti
è la voragine dei passi
che la parola non cura

impara al suono agro, scarna
torbida gela nel taglio, se piana
chiede coraggio.

Esiste nel modo delle litanie
commosse al respiro d’una bocca
la tua.
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Massimo Mirabile

Massimo Mirabile nasce a Palermo l’8 gennaio 1971. Artista poliedrico, scrive, dipinge, fotografa, fissando l’istante nella sua interezza, nel suo profondo significato di tempo, presente e continuo, come bagaglio di memoria ed esperienza.

“Dipingere o sognare non trovo differenza. E’ cura, terapia, salvezza. Né più né meno la poesia, la filosofia, la musica. Prove dell’esistenza. Sono la mia religione, il mio credo, la mia parola. Il mio silenzio.” M.M.

6 comments

  1. Bravo Massimo… poesia scritta con gli occhi spalancati per non farsi ingannare dai cambiamenti, per fissare ciò che non cambia… c’è un bel lavoro sulle analogie che ricorda un certo surrealismo…

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  2. Mirabile… sguardi intimi sulla natura dell’umana cosa: di cuori e carni e leganti sentimenti che raccontano, in induzione, il senso delle cose nella legge universale del verso. Incantato, complimenti Massimo!

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  3. … là aussi il y a LA Cendre…

    “All’apparenza, il fuoco si è ritirato, l’incendio è stato domato, ma se vi è là cenere, questo vuol dire che -sotto sotto- un po’ di fuoco resta. Ed è ancora tramite questa sua dissimulazione che esso finge di aver abbandonato il campo. Continua a simulare, continua a mascherarsi sotto la molteplicità, la polvere, le ciprie, il pharmakon inconsistente d’un corpo plurale che non gli appartiene più. Non restare più in contatto con sé, non appartenere più a sé: sta in questo l’essenza della cenere, la sua stessa cenere” (Jacques Derrida)

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  4. di massimo sono grande amico, ma sono diventato amico dopo averne conosciuto i testi. Averne ammirato la pazienza, l’inventiva, la maniera di pensare il verso e rendercelo. Sono molto contento che i suoi testi siano qui a casa nostra. (lui che è cosa nostra)

    gianni

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