Futuro semplice – Gianni Montieri – ed. LietoColle – collana Erato, 2010 (post di natàlia castaldi)

Con gioia ripropongo a un anno di distanza questo articolo, che racconta con i limiti della lettura soggettiva, un bel libro che apprendo oggi essere in seconda ristampa. Le cose buone funzionano ancora.

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E’ ufficiale, da oggi il primo libro di Gianni Montieri è disponibile per l’acquisto online

Qui il collegamento al sito della LietoColle, da dove è possibile ordinare “Futuro semplice”

Poetarum Silva, che vanta la presenza di Gianni tra i suoi autori, saluta così il suo “Futuro semplice”

“A vele piene, Gianni!”

la redazione tutta.

***

Futuro semplice – Gianni Montieri

Le cose muovono incontro al giorno

ho sogni interrotti

senza un approdo a far da sponda

mi risparmio la paura

aspetto la seconda risposta

la carezza inattesa

l’accordo, l’apertura.

.

Cos’è un “futuro semplice”? Un tempo in-definito ancora da venire, una speranza, un progetto da realizzare, costruire o – semplicemente – da augurarsi?

Non solo, è nell’aggettivazione che la connotazione temporale acquista la sua valenza, il suo spazio semplice come il rituale e quotidiano ripetersi dei gesti, che nel reiterarsi segnano gli oggetti, consumano della nostra presenza le cose, imprimendo loro l’odore dell’appartenenza, il calore del guscio, quel senso “materno” di certezza.

la casa non sta nelle pareti colorate / sta nelle mani dove la testa appoggia / quando duole per la gravità del giorno

Avete mai fatto caso a come i vecchi siano attaccati agli oggetti più consunti ed a quanto sia difficile allontanarli da una vecchia coperta, un logoro maglione, una plurincollata tazza per la zuppa di latte?

Futuro semplice. L’essenziale? Essenziale come il necessario, il poco da portarsi dietro; essenziale come pregno della nostra essenza, perché vissuto, “certificato”.

“Certificato”: certus + factus, certo perché già fatto, già provato e sperimentato: semplicemente “rassicurante” nella sua certezza come l’odore del caffè “prima di berlo”.

conoscere l’azione successiva induce calma / riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale /

annusare il caffè prima di berlo lo certifica

Ma come arrivare ad un “futuro semplice” se non vivendo nell’osservazione rituale del presente per impossessarsi dei suoi gesti, dei suoi “punti di riferimento”, degli incroci negli scambi repentini di tempo nelle sue frazioni tra passato e presente continuo?

Il tempo: una convenzione? – forse. Uno spazio? – probabile. Una condizione in itinere – (in)certezza. Ma che certezza può dare una cosa che sia “in itinere”, in viaggio, in divenire? A rollin’ stone doesn’t take musk – dicono gli inglesi –una pietra che rotola sempre non raccoglie muschio intorno a sé:

Io sto al sud proporzionalmente / appartenenza più che somiglianza / porto tracce degli umori, la durezza /

-certi sguardi- […] dicono che non ho l’accento / particolare privo d’importanza /

le parole tronche, questo conta / sono tutti i miei risparmi

Qualunque cosa sia il tempo, è il nostro passo a determinarsi misurandolo, è l’occhio a fissarne i cambiamenti di luci ed ombre, la pelle a percepirne gli sbalzi di temperatura nell’alternarsi delle stagioni. Cosa fare?

Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del naviglio

Cercare un’appartenenza che concilî nelle intercapedini di spazio e tempo la memoria per in-vestirsi della propria certezza.

tenersi un ricordo appeso a un chiodo / una voce sentita alla radio /

che quasi in ombra canti / per fortuna o per altro.

Muoversi lentamente apprendendo la fretta nella metropolitana tra gli scambi di passaggio.

l’istante in cui si mischiano i corpi / sulle scale della metropolitana /

quando nulla pare deciso / prima dei caffè, delle brioche / si fa finta di essere uguali.

Dalla lettura dei versi di Gianni Montieri emerge un disincantato spirito d’osservazione che restituisce senso di duale appartenenza ad ogni piccolo gesto del suo narrarsi in una Milano grigia eppure morbida, malinconica, come una decadente signora rimasta sola ad osservare, appollaiata tra i suoi piccioni, il convulso scorrere e scivolare via di incompiute esistenze dalle sue stesse tasche.

qui di questi tempi è pieno di gru / la città si espande verso l’alto / da ottomila al metro quadro /

[…] / anche Marta va in analisi / non cena mai al cinese / “vai a sapere che ci mettono in quei fritti” /

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo / piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare /

-via i piccioni, via i neri e i braccialetti- / stamattina ci siamo salutati /

[…] / io Londra, tu altrove / cos’ha Milano che non va?

Futuro semplice” è l’aspirazione di una intera generazione di precari, uomini e donne precari negli affetti, precari rispetto alle certezze apprese nell’infanzia, precari nelle abitudini che devono essere sottoposte al vaglio dell’incerto. Ne emerge un quadro generazionale di affetti spezzati, di incognite, di memorie, di corse frenetiche e sguardi lenti, un film neorealista collocato fuori tempo, o – forse – un monito, un allarmante grido nell’assordante silenzio di un individualismo forzato, impossibilitato alla costruzione di una “comunione” di intenti, di vite, che ci rimbalza indietro di mezzo secolo di storia, restando ancorato alle aberranti contraddizioni tra fasulli ottimismi capitalistici e l’ombra dei suoi stessi fallimenti.

Uno sguardo pregno degli umori di una terra che non ha offerto futuro che si muove su un terreno che promette frutti a caro prezzo: quello del tempo tramutato in profitto, soggetto ad ogni “cambio d’opinione”. Non resta che osservare, adattandosi, e “aspettare” (r)esistendo aggrappati alle poche ed importanti certezze del quotidiano, appartenedovi totalmente.

Le poesie di Montieri si possono leggere come capitoli di un’unica narrazione – descrittivi eppure musicalmente lirici nel verso naturalmente propenso all’endecasillabo, troncato e riallacciato in morbidi enjambement – dal procedere “minimalista” ed essenziale nel linguaggio, che rivela uno sguardo onesto e consapevole che non addita, non giudica, non infierisce ma, semplicemente, si racconta narrando.

natàliacastaldi

.
AVANZI
.
Il gesto dell’apparecchiare possiede grazia
così come la mano che chiede alla rosa
di non sentir paura mentre l’altra pota
è un rituale, una funzione
non c’è spavento dentro l’abitudine
conoscere l’azione successiva induce calma
riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale
annusare il caffè prima di berlo lo certifica
.
la casa non sta nelle pareti colorate
sta nelle mani dove la testa appoggia
quando duole per la gravità del giorno
-per il troppo vento-
.
***
.
ANDIRIVIENI
.
Di grazia nei gesti
di sfumature, polvere tolta
e tornata dopo appena un minuto
il coraggio che sta nel perdono
già basterebbe
.
la tenerezza di una mano
quando appena ti sfiora
-farne a meno-
tenersi un ricordo appeso a un chiodo
una voce sentita alla radio
che quasi in ombra canti
per fortuna o per altro.
.
***
.
RESTYLING
.

Di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l’alto
da ottomila al metro quadro
.
(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)
.
anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”
Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo
.
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-
.
stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos’ha Milano che non va?
.
***
.
RISPARMI
.
Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-
.
(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)
.
se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista
.
dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi
.
(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).
.
***
.
PARZIALMENTE TERRENI
.
Ci siamo spartiti molto
dissolto in lontananza il resto
tenendo bene in mente
la scelta fra l'andarsene e il sognare
.
non abbiamo imparato a pregare
accontentandoci dei nostri passi
del suono certo del tacco sull'asfalto
restare in una stanza vuota
a noi non è concesso
cerchiamo conforto nel rumore
-nel suono grezzo-
.
coltiviamo speranze in curva
non avendo mestiere per i rettilinei
nessuna competenza
sui tratti autostradali.
.
***
.
MILANO, ORE 19.30
.
C’è una luna gialla
altezza guglie
a illuminare le conversazioni
gli aperitivi a Piazza dei Mercanti
.
passi rapidi
verso le scale di Cordusio
o in direzione opposta
in coda per il cinema
.
un diniego negli occhi della donna
dice all’uomo che tornerà da solo
al tavolino fa di colpo freddo
-il conto, per favore-.
.
***
.
.
.
L’ASCESA
.
Precipito, rara acqua piovana
come foglia d'inizio autunno
prendo colore scivolando in basso
.
soprattutto non parlo
in questo volo radente
non pronuncio niente
.
è questo che ti sto spiegando
a ogni vuoto d'aria
stretta allo stomaco
ramo che spezzo col peso
racconto un pezzo di questa caduta.
La felicità è un abisso.
.
***
.
ATTRAVERSO MILANO
.
Io Milano l’ho imparata il sabato
nei passi lasciati ai bordi del naviglio
su bancarelle di libri troppo usati
l’ho assimilata nei caffè
bevuti appena dopo l’alba
.
osservando la fretta un po’ di lato
ho allungato la falcata
ne ho preso possesso in metropolitana
un lunedì qualunque di gennaio
sottoterra amando l’interscambio
.
le ho voluto bene veramente
quando ho capito
il senso delle tangenziali
compreso che la nebbia ha una ragione
distinto da lontano
il suono che fa il tram.
.
***
.
ATTO D’AMORE
.
Tornare a sfiorarti
a comprenderti davvero
nella discesa a gomito
che va dal bosco al centro
.
vedere se è rimasta poesia
fuori dalle cartoline
-dai denti-
.
scivolo dentro quelle notti
processioni d’auto sul lungomare
risate chiassose e clacson
.
come ci pareva facile
.
ignoravamo i motivi
delle voragini d’asfalto
dei palazzi fatiscenti
.
l’occhio non distingueva
l’inevitabile dallo straordinario
conteneva nella stessa iride
il contrabbando e San Martino
il parcheggio abusivo e via Orazio
.
un solo panorama
.
adesso che le ragioni dell’età
saprebbero spartire, scegliere
verso nel bicchiere la certezza
che a te devo almeno un uomo.
.
***
.
CONSUETUDINE INVERNALE
.
I piccioni volano bassi
fra strani tagli di vento
il rettangolo di piazza Duomo disegna
una perfetta chiusura del cerchio
.
freddo – noia – silenzio
.
qualcuno scatta foto da cartolina
l’unità di misura di un ricordo
in metrò è segnalato un guasto:
a Conciliazione si è ammazzato un vecchio
.
di essere soli non si smette mai.
*

24 commenti su “Futuro semplice – Gianni Montieri – ed. LietoColle – collana Erato, 2010 (post di natàlia castaldi)

  1. grazie nàt..le sorprese mattutine…valgono come il primo caffè fatto bene…:-)

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  2. Mi piace molto il suo stile che definirei “antilirico”, molto moderno. Ancora una volta direi che la semplicità è frutto di duro lavoro…
    Ciao

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  3. pre-carie: prima che la carie, la parola affetta d’infetto, imperfetto, ci svuoti, prima di diventare cariatidi, prima di essere ciò che già è stato, in involucri fatti di apparenze, nella stessa appartenenza, di genere e gene,prima che tutto il futuro si veda, come un grande in-forme tempo che vacilla, da un infinito passare, prima di ogni altra cosa si guardi al prima e quel prima si farà pre-sente, di qualunque tempo si tratti, poiché tutto la mente rende semplice, semplifica e certifica.
    Natàlia coglie bene il rito, perchè anche la precarietà è rituale del passaggio, è grembo materno di una incessante ri-formula-zione dello stesse seme, senza che si possa distinguere cosa e dove l’indecifrabile zero è marcatura di una differenza.
    Grazie Nat.,per accendere lumi, fari nel fare, nel coniugare, con-giungere (al)l’essere. ferni

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  4. ringrazio tutti per il passaggio e la lettura, quelli scelti sono solo alcuni de versi -tutti da leggere- di Gianni, e spero davvero che questo libro abbia il successo che merita.
    Compriamo libri, compriamoli i libri di poesia, fanno bene al pensiero, all’elaborazione critica del pensiero, sia che essi rispecchino il reale, sia che parlino d’evasione, alla fine sono una porta d’accesso alla “meditazione”. Una poesia non muore dopo aver voltato pagina, riposto il libro, la poesia semina dentro e te ne rendi conto a distanza di tempo, quando ti balena agl’occhi un immagine, un odore, un frammento, uno scorcio mai veduto fisicamente ed il pensiero rielabora facendo tuo tutto un senso, nascosto o – solo – intimo.

    grazie di cuore e a Gianni ancora e sempre grazie per avermi permesso di “leggerlo” per iscritto.

    natàlia

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  5. Peccato averlo saputo solo ora… lo avrei sicuramente incluso nella camionata di libri appena ordinati. Sarà per il prossimo round e con molto piacere.
    Nel frattempo: in bocca al lupo!
    Luigi

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  6. Dai testi qui esposti la prima cosa che salta subito agli occhi è una certà “onestà” di fondo. Ci sarebbe da intendersi sul senso di questa parola che proviene da “hònor” e che vale anche come “integro”. Il percorso qui verte proprio sulla ricerca di una sorta d’integrità, di giustezza che le cose e gli eventi quotidiani rendono più complicata. La risposta è, forse, che la giustezza risieda nelle cose semplici, nel valore da attibuire ai gesti quotidiani, nei risvolti degli avvenimenti e dele parole che entrano a far parte del nostro mondo.
    Io non so se Natàlia abbia fatto un ragionamento di questo tipo nell’elaborare la presentazione di questo libro e di questa poetica, ma il suo pensiero e la sua scrittura sembrano nutrirsi di quest’idea di base.
    Natàlia dona semplicità alla semplicità ed esordisce parlando di un tempo in cui -rielaborando mentalmente il passato e l’immediato- vive l’urgenza (per quanto compassata) della ricerca del futuro. Un futuro anch’esso semplice, come epurato da inutili e improduttive scorie, un futuro da attraversare in punta di piedi e da cantare sottovoce, come se la chiave non fosse quella di urlare e imporre una certa visione delle cose, ma quella che apre la porta senza spalancarla del tutto. La porta resta socchiusa, si offre cioè sia all’entrata che all’uscita con una discrezione, a tratti, disarmante.
    Non c’è categoricità nel pensiero di Natàlia perché non c’è categoricità nella poetica descrittiva di Montieri.
    Tutto scorre -con la dovuta, e sempre più anelata, lentezza- dinanzi agli occhi nella ricerca di un’integrità, di una giustezza che sembra ogni volta sfuggire alla presa e che detta il leit motiv del percorso da compiere.

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  7. Complimenti e auguri, Gianni, leggerò il libro con piacere e attenzione.

    Intanto, ti/mi porto via questa magnifica strofa:

    (ci allenavamo a sognare
    davanti alla chiesa di San Giovanni
    certi che Dio non sarebbe passato
    ma questo ci ha reso tenaci
    indossiamo una pazienza
    non concessa altrove)

    fm

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  8. “stamattina ci siamo salutati
    ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
    io uno zaino, tu una borsa
    io Londra, tu altrove
    cos’ha Milano che non va?”

    Questi versi più la nota di Natalia fanno (lenin avrebbe detto i soviet più l’elettricità) il punto del precarismo. “Cos’ha Milano che non va”, domanda che, allargata ad ogni città, è l’emblema del nomadismo culturale con cui noi, precari per statuto, dobbiamo fare i conti, ed in molti li stanno già facendo. Bel pezzo di XXI secolo. Il XX si era aperto con l’impiegato inetto. Il XXI con il precario ed il precariato, e queste poesie nello spirito, nell’ambientazione metropolitana, nella “caducità” contrattuale mi sembrano un buon rappresentante di questa tendenza communis. Leggerò la raccolta per avere conferme o meno o allargare l’ambito della riflessione soprattutto in merito allo stile prosaico (intendo una ricerca di modelli, maestri, influenze). Intanto complimenti.
    L.

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  9. Gianni ti faccio un grandissimo in bocca al lupo per questo lavoro. Te lo meriti tutto.

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  10. io non ho parole, per una volta non è una frase fatta…ognuno di voi..mi ha prestato un’attenzione…una vicinanza sincera…

    spero di essere all’altezza.
    Quello che mi sento di dire che c’è stata cura, impegno e onestà in questo lavoro. So che è un buon risultato.

    Siete belli e casa nostra è una bella casa

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    • casa nostra … mi rende così felice! (appartenenza, certezza, certificata)

      Gianni, la fortuna tu te la costruisci da solo tra quelle piccole cose che conservi nello zaino e nelle pieghe dei libri di Carver, Moresco e di mille altri.
      buonanotte Gianni, grazie ancora.

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  11. Questa è una bella casa, davvero, le persone sono oneste e competenti nel giudizio e le loro letture profonde e rivelatrici.
    Conosco le tue poesie e “l’onore” (come dice Enzo) che ti contraddistingue, appartiene. So già che è un buon libro e che il tuo percorso è in continuo crescendo come pure l’impegno per diffondere la poesia.
    Tu resta sempre quello che:

    “davanti al mare
    per una volta non accontentarsi”

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  12. La (ri) lettura conferma: “la felicità è un abisso”, un Atto d’amore, tra Avanzi, Andirivieni, Ascese. Vero, Nat, “le buone cose funzionano ancora”. Fa bene averne contezza. Bella la luce che arriva, Gianni.

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  13. Il senso della precarietà approda ad un significato che lo supera. E’ quasi … ‘ultraterreno’ quel felice tratto di maestria con cui il poeta Montieri raffigura, consegna, all’eternità il valore di un’esperienza che giunge a noi così, privata, da essere suscettibile di allusioni. Indirettamente è proprio la sua segreta dimensione a diventare toccante. Il poeta sembra dire che non occorre la straordinarietà per acquisire il dirittto totale di esistere, ma vale di più il sommesso e puro riconoscimento dell’attimo., illuminato da una luce dentro che lo riscatta da ogni limitatezza. Si può essere dunque “parzialmente terreni” come titola un suo testo, suscitare un vivo sentimento di commozione, ancorchè trattenuto dalla severa misura formale dei versi, ma per cosa? Forse per il coraggio di vivere, di resistere alla finitudine.
    La poesia assume, in generale, sempre varie forme e propone frequentemente domande irrisolte per l’uomo odierno. Conducendo una riflessione sul fenomeno, c’è da chiedersi, tuttavia, se il quotidiano potrà sempre ispirare, o non sarà importante cogliere anche i grandi appuntamenti epocali e motivarci ad una poesia che riscopra il ” far grande”, l’invenzione (fantastica?) di mondi alternativi, oppure nuovi approcci all’impegno etico-politico. Nel frattempo i testi di Montieri non si fanno dimenticare nel segno della bellezza che è memoria degli altri e di se stessi. Marzia Alunni

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