Giorno: 9 marzo 2011

C’è nobiltà nel postmoderno?

C’è nobiltà nel postmoderno?

Nessuna identità, nessun segno a scucchiaiare le ore,

nessun impedimento al dire nostrano, al fare che di

mezzo c’è il mare, bisunto di noia e colore sbiadito.

C’è un caprone che si chiama Arturo e sta di fondo

al prato , a volte oscura la porta del sole col suo manto

pezzato di bruno, è bianca l’attesa dell’ombra nel

pomeriggio sguaiato , svalvolato , spennato di incastri

sonori, sincretici sguardi amputati, solcati dal nero

discorso stirato di specchi e  suoni squillanti trombe,

un troubar clair sopravviene all’oscuro dire, password

che non conosciamo,  lasciano l’amaro in gola, sgomi-

tando dal fondo del libro, in terzine dantesche, in sonetti

amorosi, in sanguinamenti, cunicoli di freddo in guaine

d’argento, fiumi di vento, fiumi di vento.

 ***

Così vanno tremanti per valichi, in sentieri verdi, le parole

deboli dell’intendere cardiaco, del piangere con il sale

in tasca, indifferenti al tempo,che oscilla pensoso dal pergo-

lato umido della notte.

Nobili, antefatti probabili, cercati nel dirupo femminile, ergo,

del mistero, della possibile tramortita felicità.

Nel tramonto dei Canti Orfici o quelli di Castelvecchio che rileggo

sempre volentieri in quanto salvezza di natura e di gergo

pregrammaticale- che di spontaneità e vigore fanno scorta-

per non dimenticare mai quello che sarebbe lingua morta,

o morente per i più, poeti che oggi tremano nel dire piatto,

colloquiale, dire di poco, con la somma delle ragioni, con le

doverose differenze, che di Sereni e Caproni non ne nascono più.

 ***

Con ciò non voglio sminuire gli amici poeti che fanno storie,

perché di storie c’è bisogno, nel nucleo germinativo della

letteratura c’è sempre la poesia, solo la poesia, rileggetevi

quello che il vecchio Mallarmé diceva: c’è poesia dove prevale

la ricerca nella scrittura, che dir sia porosa prosa o non lo voglia

punto essere, là c’è comunque poesia.

Nel postmoderno, che il titolo è quello, c’è tutto e quindi il nulla,

il neoarcadismo, prendiamo quello, che la pulizia formale e la

perfezione del sonetto e della struttura ritmica, uniti ai contenuti

d’oggi fanno un po’ ridere forse, ma non sottovalutateli, ennò, ennò!

Quanti di voi saprebbero dipingere un bel volto senza far pasticci?

Insaponatevi per bene e rasatevi davanti allo specchio la mattina,

il volto che vedrete, ripulito e serafico, sarà quello di un poeta?

 ***

Nel vagheggiare della mia scrittura non c’è poi molto di più,

che di meno in meno si costruiscono aquiloni, triestine bore,

formaggi odorosi di fossa e prosciutti imbronciati di grasso,

gustose le parole riprendono il colore originale (prelogico, pre-

grammaticale appunto), dal latino, al volgare, dalla rima al verso

libero, dal verso libero al suono, alle paludi dell’indicibile, al

silenzio che diventa prora, allo sbarco sguarnito di scialuppe,

all’acqua alle ginocchia, alle bracciate forti e decise che separando

le onde, segnano strade di luce, e luci in fondo alla baia, sospendono

ogni discorso e , tremolanti, indicano la direzione, la sostanza fonica,

la meravigliosa proprietà dell’ovvio poetico,che è novità e speranza.

Il perenne mormorio delle cose, al fondo del prato, che diventa mare.

 (inedito, 2011)

Futuro semplice – Gianni Montieri – ed. LietoColle – collana Erato, 2010 (post di natàlia castaldi)

Con gioia ripropongo a un anno di distanza questo articolo, che racconta con i limiti della lettura soggettiva, un bel libro che apprendo oggi essere in seconda ristampa. Le cose buone funzionano ancora.

nc

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E’ ufficiale, da oggi il primo libro di Gianni Montieri è disponibile per l’acquisto online

Qui il collegamento al sito della LietoColle, da dove è possibile ordinare “Futuro semplice”

Poetarum Silva, che vanta la presenza di Gianni tra i suoi autori, saluta così il suo “Futuro semplice”

“A vele piene, Gianni!”

la redazione tutta.

***

Futuro semplice – Gianni Montieri

Le cose muovono incontro al giorno

ho sogni interrotti

senza un approdo a far da sponda

mi risparmio la paura

aspetto la seconda risposta

la carezza inattesa

l’accordo, l’apertura.

.

Cos’è un “futuro semplice”? Un tempo in-definito ancora da venire, una speranza, un progetto da realizzare, costruire o – semplicemente – da augurarsi?

Non solo, è nell’aggettivazione che la connotazione temporale acquista la sua valenza, il suo spazio semplice come il rituale e quotidiano ripetersi dei gesti, che nel reiterarsi segnano gli oggetti, consumano della nostra presenza le cose, imprimendo loro l’odore dell’appartenenza, il calore del guscio, quel senso “materno” di certezza.

la casa non sta nelle pareti colorate / sta nelle mani dove la testa appoggia / quando duole per la gravità del giorno

Avete mai fatto caso a come i vecchi siano attaccati agli oggetti più consunti ed a quanto sia difficile allontanarli da una vecchia coperta, un logoro maglione, una plurincollata tazza per la zuppa di latte?

Futuro semplice. L’essenziale? Essenziale come il necessario, il poco da portarsi dietro; essenziale come pregno della nostra essenza, perché vissuto, “certificato”.

“Certificato”: certus + factus, certo perché già fatto, già provato e sperimentato: semplicemente “rassicurante” nella sua certezza come l’odore del caffè “prima di berlo”.

conoscere l’azione successiva induce calma / riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale /

annusare il caffè prima di berlo lo certifica

Ma come arrivare ad un “futuro semplice” se non vivendo nell’osservazione rituale del presente per impossessarsi dei suoi gesti, dei suoi “punti di riferimento”, degli incroci negli scambi repentini di tempo nelle sue frazioni tra passato e presente continuo?

Il tempo: una convenzione? – forse. Uno spazio? – probabile. Una condizione in itinere – (in)certezza. Ma che certezza può dare una cosa che sia “in itinere”, in viaggio, in divenire? A rollin’ stone doesn’t take musk – dicono gli inglesi –una pietra che rotola sempre non raccoglie muschio intorno a sé:

Io sto al sud proporzionalmente / appartenenza più che somiglianza / porto tracce degli umori, la durezza /

-certi sguardi- […] dicono che non ho l’accento / particolare privo d’importanza /

le parole tronche, questo conta / sono tutti i miei risparmi

Qualunque cosa sia il tempo, è il nostro passo a determinarsi misurandolo, è l’occhio a fissarne i cambiamenti di luci ed ombre, la pelle a percepirne gli sbalzi di temperatura nell’alternarsi delle stagioni. Cosa fare?

Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del naviglio

Cercare un’appartenenza che concilî nelle intercapedini di spazio e tempo la memoria per in-vestirsi della propria certezza.

tenersi un ricordo appeso a un chiodo / una voce sentita alla radio /

che quasi in ombra canti / per fortuna o per altro.

Muoversi lentamente apprendendo la fretta nella metropolitana tra gli scambi di passaggio.

l’istante in cui si mischiano i corpi / sulle scale della metropolitana /

quando nulla pare deciso / prima dei caffè, delle brioche / si fa finta di essere uguali.

Dalla lettura dei versi di Gianni Montieri emerge un disincantato spirito d’osservazione che restituisce senso di duale appartenenza ad ogni piccolo gesto del suo narrarsi in una Milano grigia eppure morbida, malinconica, come una decadente signora rimasta sola ad osservare, appollaiata tra i suoi piccioni, il convulso scorrere e scivolare via di incompiute esistenze dalle sue stesse tasche.

qui di questi tempi è pieno di gru / la città si espande verso l’alto / da ottomila al metro quadro /

[…] / anche Marta va in analisi / non cena mai al cinese / “vai a sapere che ci mettono in quei fritti” /

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo / piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare /

-via i piccioni, via i neri e i braccialetti- / stamattina ci siamo salutati /

[…] / io Londra, tu altrove / cos’ha Milano che non va?

Futuro semplice” è l’aspirazione di una intera generazione di precari, uomini e donne precari negli affetti, precari rispetto alle certezze apprese nell’infanzia, precari nelle abitudini che devono essere sottoposte al vaglio dell’incerto. Ne emerge un quadro generazionale di affetti spezzati, di incognite, di memorie, di corse frenetiche e sguardi lenti, un film neorealista collocato fuori tempo, o – forse – un monito, un allarmante grido nell’assordante silenzio di un individualismo forzato, impossibilitato alla costruzione di una “comunione” di intenti, di vite, che ci rimbalza indietro di mezzo secolo di storia, restando ancorato alle aberranti contraddizioni tra fasulli ottimismi capitalistici e l’ombra dei suoi stessi fallimenti.

Uno sguardo pregno degli umori di una terra che non ha offerto futuro che si muove su un terreno che promette frutti a caro prezzo: quello del tempo tramutato in profitto, soggetto ad ogni “cambio d’opinione”. Non resta che osservare, adattandosi, e “aspettare” (r)esistendo aggrappati alle poche ed importanti certezze del quotidiano, appartenedovi totalmente.

Le poesie di Montieri si possono leggere come capitoli di un’unica narrazione – descrittivi eppure musicalmente lirici nel verso naturalmente propenso all’endecasillabo, troncato e riallacciato in morbidi enjambement – dal procedere “minimalista” ed essenziale nel linguaggio, che rivela uno sguardo onesto e consapevole che non addita, non giudica, non infierisce ma, semplicemente, si racconta narrando.

natàliacastaldi

.
AVANZI
.
Il gesto dell’apparecchiare possiede grazia
così come la mano che chiede alla rosa
di non sentir paura mentre l’altra pota
è un rituale, una funzione
non c’è spavento dentro l’abitudine
conoscere l’azione successiva induce calma
riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale
annusare il caffè prima di berlo lo certifica
.
la casa non sta nelle pareti colorate
sta nelle mani dove la testa appoggia
quando duole per la gravità del giorno
-per il troppo vento-
.
***
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ANDIRIVIENI
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Di grazia nei gesti
di sfumature, polvere tolta
e tornata dopo appena un minuto
il coraggio che sta nel perdono
già basterebbe
.
la tenerezza di una mano
quando appena ti sfiora
-farne a meno-
tenersi un ricordo appeso a un chiodo
una voce sentita alla radio
che quasi in ombra canti
per fortuna o per altro.
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***
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RESTYLING
.

Di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l’alto
da ottomila al metro quadro
.
(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)
.
anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”
Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo
.
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-
.
stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos’ha Milano che non va?
.
***
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RISPARMI
.
Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-
.
(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)
.
se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista
.
dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi
.
(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).
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***
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PARZIALMENTE TERRENI
.
Ci siamo spartiti molto
dissolto in lontananza il resto
tenendo bene in mente
la scelta fra l'andarsene e il sognare
.
non abbiamo imparato a pregare
accontentandoci dei nostri passi
del suono certo del tacco sull'asfalto
restare in una stanza vuota
a noi non è concesso
cerchiamo conforto nel rumore
-nel suono grezzo-
.
coltiviamo speranze in curva
non avendo mestiere per i rettilinei
nessuna competenza
sui tratti autostradali.
.
***
.
MILANO, ORE 19.30
.
C’è una luna gialla
altezza guglie
a illuminare le conversazioni
gli aperitivi a Piazza dei Mercanti
.
passi rapidi
verso le scale di Cordusio
o in direzione opposta
in coda per il cinema
.
un diniego negli occhi della donna
dice all’uomo che tornerà da solo
al tavolino fa di colpo freddo
-il conto, per favore-.
.
***
.
.
.
L’ASCESA
.
Precipito, rara acqua piovana
come foglia d'inizio autunno
prendo colore scivolando in basso
.
soprattutto non parlo
in questo volo radente
non pronuncio niente
.
è questo che ti sto spiegando
a ogni vuoto d'aria
stretta allo stomaco
ramo che spezzo col peso
racconto un pezzo di questa caduta.
La felicità è un abisso.
.
***
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ATTRAVERSO MILANO
.
Io Milano l’ho imparata il sabato
nei passi lasciati ai bordi del naviglio
su bancarelle di libri troppo usati
l’ho assimilata nei caffè
bevuti appena dopo l’alba
.
osservando la fretta un po’ di lato
ho allungato la falcata
ne ho preso possesso in metropolitana
un lunedì qualunque di gennaio
sottoterra amando l’interscambio
.
le ho voluto bene veramente
quando ho capito
il senso delle tangenziali
compreso che la nebbia ha una ragione
distinto da lontano
il suono che fa il tram.
.
***
.
ATTO D’AMORE
.
Tornare a sfiorarti
a comprenderti davvero
nella discesa a gomito
che va dal bosco al centro
.
vedere se è rimasta poesia
fuori dalle cartoline
-dai denti-
.
scivolo dentro quelle notti
processioni d’auto sul lungomare
risate chiassose e clacson
.
come ci pareva facile
.
ignoravamo i motivi
delle voragini d’asfalto
dei palazzi fatiscenti
.
l’occhio non distingueva
l’inevitabile dallo straordinario
conteneva nella stessa iride
il contrabbando e San Martino
il parcheggio abusivo e via Orazio
.
un solo panorama
.
adesso che le ragioni dell’età
saprebbero spartire, scegliere
verso nel bicchiere la certezza
che a te devo almeno un uomo.
.
***
.
CONSUETUDINE INVERNALE
.
I piccioni volano bassi
fra strani tagli di vento
il rettangolo di piazza Duomo disegna
una perfetta chiusura del cerchio
.
freddo – noia – silenzio
.
qualcuno scatta foto da cartolina
l’unità di misura di un ricordo
in metrò è segnalato un guasto:
a Conciliazione si è ammazzato un vecchio
.
di essere soli non si smette mai.
*