Mese: marzo 2011

Enea Roversi – poesie “a ritroso” (post di natàlia castaldi)

Selezione di testi da Disincanto dello scorrere

 

Disincanto dello scorrere

.
Sciaborda tenue il filo d’acqua
Quasi una voce sommessa
Nella corsa a scavare il sasso
Rampa di prato trattenuta
Ad arginare il pensiero
Osservazione in macro da vicino

Cogliere il subitaneo rumore
Dapprima scrosciante e puro
Poi torbido e limaccioso
Approccio di mente e sensi
In luce diviene e si definisce
Il disincanto dello scorrere.

(2006)

*

Hai letto nei miei occhi

.
Hai letto nei miei occhi, un non lontano giorno
La sciatta inquietudine dell’uomo triste
Sedimentarsi e farsi forma discutibile
Plastico sciame di contorsione
Macabra danza di serotonina

Pelle grinzosa in divenire, rasa
Di palpiti e di ventagli dorati
Affranta dose di doloroso distacco
Nell’alto frastagliarsi dei cirri
Ovunque si annidavano mali oscuri

Dietro sipari barbaramente strappati
Le parole si incrociavano stanche
Fra le caselle nere dello schema
Ricordi l’assonanza del grido
Con il metallo arrugginito?

C’erano spirali di foschia a decretare
La fine del sogno invernale
Ed una mano callosa e tremante
A spargere sassi di alabastro
Sulla pelle dell’alba fredda.

(2006)

*

La crepa nel muro

.
Si screpola il muro di foglie d’edera
S’ottunde il ricordo malcelato e smosso
Annaspando oltre le grate, nei cortili
Gonfi del miagolare di randagi

Si protende, multiforme e caldo
Steso ad asciugare sui fili
Mentre i cactus riposano nei loro vasi
Ignari dello sgomento del ragno

È il gioco dell’approssimazione
La crepa nel muro si estende
L’asta della bandiera vacilla
Sotto il nubifragio blu di Prussia
Ci aspetta una sinfonia notturna
Scritta a mano sulla carta vetrata.

(2006)

*

Taxi bianco

.
Microcosmo di fodera e pelle
Guardo verso l’alto, dal fondo
Del sedile posteriore di un taxi bianco
Declamo a mente versi plumbei
Mentre parla inascoltato e rauco
Il petulante nocchiero davanti a me

Un breve viaggio di falda catramosa
Odore dolciastro e cupo di Arbre Magique
Finisce il momento del passaggio
Con l’accostarsi al marciapiede
Asfaltato argine di folla in movimento

Ridiscendo nel mondo a orologeria
Fogliame e strisce gialle si coagulano
Confusi tra loro nell’epidermide urbana
Provo a ricordare i versi di poco fa
Avanzando nel disadorno pomeriggio
Illanguidito di slavati desideri.

(2006)

*

A ritroso, lentamente

.
A ritroso, lentamente ritorna
Cercando il passo inerme
Di vecchie locomotive
Ansimando di calore e bruma

Eterna elegia dello spazio
Rincorso e da rincorrere
Marasma di valvola mitralica
Progresso evidenziato in giallo
Evidentemente mal progredito

Sbuffi di giornate assolate
Macchie di sudore sull’arsa stoffa
Canicolare intreccio di sentori
Per un vuoto cosmico e casalingo
Scegliere la pietra giusta
Nell’errante dicotomia del ritorno.

(2006)
***

Selezione di testi da Taccuino dell’apolide

 

Scacchiera

Mosse per primo il nero
quella volta
ed il bianco restò
a guardare
scrutando immobile
fra le crepe
della scacchiera.

Avrebbero potuto toccarsi
scomporsi
mimare giochi di sangue
ma a nessuno dei due
quella volta venne in mente
di sorridere.

(1995)

*

Nuovo medioevo

 
Anoressica civiltà di fango
multimediale nonché mediocre
multirazziale nonché razzista
pagina smembrata dal contesto
del testo.

Archetipo inutile e mai docile
violenza futile e datata
dècade ridanciana e lugubre
nuovo medioevo che avanza scomposto
in avanzato stato di decomposizione.

(1996)

*

Rinascimento perduto

 
Rinascimento: parola ormai stanca
di suonare per l’umanità sorda.
Scienziati part-time
davanti ai loro mulini a vento
accordatori di pianoforte
con il diapason usurato
teorici dell’usa e getta
con il cappello a cilindro.

Carta ingiallita e macchiata
luce fioca senza riflessi
gli occhi del poeta sono chiusi
il cuore immobile e vitreo.
Parole crociate senza soluzione
caramelle al napalm
per bambini guerrieri.
La morte ha un incedere elegante
ed unghie laccate di rosso.

(2006)

*

Pamphlet n° 5

.
Piove sulla baraccopoli
si apre come un fungo
la Bomba di Gregory Corso
immortalata sul National Geographic.
Corruzione malata e tollerata
la multinazionale dell’odio cerca adepti
per sdoganare il nuovo business
del commercio di armi per corrispondenza.
La luce della sera scioglie l’asfalto
ai bordi dei campi di lattuga
le auto sfiorano i gatti ubriachi
sulla statale numero sessantaquattro.

Necessario tenere un diario della schizofrenia
catalogare ogni differenza
per rimuoverle prima della fine.
Raccogliere le prove per inchiodare i colpevoli
al muro del pianto
per vederli versare lacrime
dentro i loro Martini.
Scrivere un pamphlet
atto d’accusa contro le tartarughe marine
il cerchio di fuoco tra le sequoie
la sudorazione può evaporare
con due gocce di Chanel n° 5.

(2006)

*

Legoland

.
La transumanza delle idee si ripropone
lungo i versanti dell’anima
attraversa le autostrade che portano al mare
suoni confusi di gomme bruciate
cantieri dell’illusionismo
teatri malandati senza più maschere
per uno spettacolo troppe volte replicato.

Il paradiso è oltre la staccionata
un eden masticato in fretta
senza neppure smaltirne le scorie
una cavalcata a pelo sopra il catrame fresco
aggrappandosi allo specchietto retrovisore
un salto senza rete di solida inquietudine
mostrando alla folla la migliore dentatura.

Appare infine l’universo degli incanti
con le sue luci fredde e gelatinose
paese dei balocchi per uomini malati
Legoland per adulti tristemente griffati
e meno male che ci rimane il tramonto
con i suoi spicchi di arancia rossa
increspati di irriverente foschia.

(2006)

*

Paesaggio blu cobalto

.
Numeri sparsi nell’erba umida
da una rubrica telefonica smarrita.
Un piede scalzo la infastidisce:
l’orma del giullare depresso.
Il vento strappa rami moribondi
e collane di perle fasulle:
deposita poi ogni cosa
oltre la collina dei rifiuti.

Tranquilla e senza sussulti
la giornata dei cani
con i loro latrati d’ordinanza.
Uomini con l’abito scuro
azzardano sorrisi
dal gusto di Campari.

Svettano le antenne paraboliche
sopra le figure dei danzatori stanchi:
sera di cobalto si annuncia
spoglia di proclami.
Appare all’orizzonte
l’ultimo biglietto scaduto.

(2006)

*

A Pier Paolo Pasolini

.
1.
Erba filo spinato e poco lontano, il mare
le spiagge d’estate affollate, a novembre
sono lugubri teatri deserti
palcoscenici ammuffiti e polverosi
qui si conclude la tragedia
va in scena il delitto clamoroso
succulenta portata per mass media.

2.
Qui ti hanno portato e gettato, come
si getta la monnezza nella discarica abusiva
come abusiva è la plastica nei fiumi
abusiva l’intelligenza nell’Italietta post-boom
abusivo il pensiero di chi guarda oltre
ed ogni giorno cerca di saltare le barriere.

3.
Hanno voluto chiudere la bocca, ma
quella bocca continua a parlare.
Se solo ci fosse qualcuno ad ascoltarla!
Se per le strade si potesse respirare
aria di speranza e non questo fetore
di rovina da tardo Impero.

4.
Trent’anni di corse affannate
e ben poco è cambiato.
Se tu ci fossi, ora, ad indagare
fra le trame melmose
dei giochi di potere
avresti le giuste parole
per ritrarre l’orrore
misero e catodico
di questo assordante vuoto.

5.
Mondo derelitto di accattoni
di scribi e faccendieri
eroi del potere analfabeta
ombre scivolose e madide
dove si perdono i sogni
nel suono dei crisantemi.
Alito pesante di benzina
tra i viaggiatori senza meta.

6.
Nuovi gladiatori dai denti d’oro
affollano le strade della capitale.
Il vento del Tirreno si spinge
fino a Roma: parte il motore
per un nuovo ciak arroventato
da girare senza sosta
ma c’è una verità non vana
che si è fermata
per sempre
davanti alla croce di Ostia.

(2006)

*

Cronaca di un disastro

.
Macchie di leopardo sopra i tacchi a spillo
Macchie d’olio illuminate di sghembo
Si srotola il lenzuolo del dolore
Nell’alba viola della sala operatoria.

Ammutolisce la folla di automi
Vischiosa goccia che si frantuma
Tra meridiani di fuoco erboso
E paralleli di ghiaccio venefico.

S’inarca aldilà delle montagne
Un arcobaleno ormai fatiscente
Gelo di mercurio strappato a morsi
Sostanza vivisezionata e cremosa.

Colonne addormentate, perdute
Dietro curve sfacciatamente ripide
Tempo di carri armati che avanzano
A completare il disastro modernista.

(2006)

*

Il tiratore scelto

.
Il tiratore scelto, appollaiato sul tetto
sogna di incontrare King Kong
le cornacchie volano in cerchio
sopra lo sgangherato paesaggio
delle strade in naftalina.

Tumulti di cristalleria a seminare
il panico nelle vetrine, tra pigri
monumenti di stoffa e lastre
di vetro coperte di sputi.

Gomena dentro la cruna, poi
la risata beffarda del cammello:
ci credi? Non c’entra nulla, lui.
E lo tirano in ballo da millenni.
Con la scusa del paradiso.

Ma in fondo io ci credo, un po’
al dubbio eterno del dopo
il ramo colorato di turchese
la ruota che affonda, lentamente
nel fango della foresta periferica.

Credo alla macchina del futuro
efficiente, ben oliata, con aspre
cromature di vena rossa.
Dove il mare si alza, la vela
sbeffeggia Eolo, dio fuori moda
e gli uccelli anneriscono.

Codardia ultramillenaria
dietro gli infissi di alluminio
spacciatori di menzogne
sciolgono il tiro a segno
nello scricchiolante lunapark.

Appena il sole spunterà, come
un rotondo dente arancione
oltre la gengiva dell’orizzonte,
il tiratore scelto sarà già a dormire
avvinghiato ai propri sogni
da decadentismo hollywoodiano.

E qualcuno avrà già provveduto
a far sparire i bossoli e a ripulire
le strade dal sangue. Di nuovo
il requiem per l’animale ferito.

(2006)

*

Canto d’inverno

.
Questo balenare di occhi
umidi come foglie in autunno
ad osservare tumulti inesplosi.

Questo mulinare di braccia
anfiteatri d’aria, a coprire
lo spazio della sconfitta.

Questo annusare la vita
con olfatto da dilettante
lungo percorsi già esplorati.

Questo invocare aiuto
con voce tenue e malferma
nell’attesa del nuovo giorno.

Questo palpitare di cuori
a forzare il silenzio
con inaudita inquietudine.

Questa marea calda e leggera
che si inchina solenne
allo sguardo del sognatore folle.

Marasma di anime che si rincorrono.
Corpi muti in cerca di riscatto.
Canto che sfuma con eco di rabbia.

(2006)

*

Dove i fiumi

.
Dove i fiumi raccolgono la schiuma
Non c’è spazio per la favola
Si ricoprono di pelle nera
I fili d’erba, prossimi al contagio
E le pietre, bagnate e scavate
Sono fiamme di vetro opaco
Piccoli pianeti di intermittenza
Calamitati al fondo dalla corrente
Approdo per le zampe di fango
Degli uccelli marini perduti

Oltre le rive si catapulta l’aria
Fredda di gesso e calda di menzogna
Si arrotola lungo i tronchi dipinti
Scaglia schegge di rosa appassita
Sui davanzali senza più memoria
Null’altro rimane alle radici
Che il marciapiede da sventrare
Con armonica distruzione
Anima nera e linfa dolce
Mescolate tra foglie e liquami

Resta a guardare, caldo e attonito
L’immutabile immobile astro
Che sfalda i pensieri estivi
E arroventa le pietraie
Scioglie i carri di ghiaccio
E ammutolisce la tempesta
Solitario, si riparerà altrove
Con il suo mantello rosso
Un letto di schiuma lo accoglierà
Per dormire un nuovo eterno sonno.

(2007)

*

Corridoio

.
Scruto da dietro la porta, socchiusa.
Individuo lo sguardo di mio padre
riversarsi obliquo, dal letto bianco
ed uscire implorante dalla stanza.

Quello sguardo mi lambisce,
sfiora i miei vestiti,
tocca il mio corpo,
mi penetra inesorabilmente.

Sono nel corridoio, presenza inerme
con gli occhi lucidi e spenti
non so più che cosa è vero
se mai esiste la verità.

Cammino avanti e indietro
vulnerabile e goffo
fiaccato nei sentimenti
labile nei pensieri.

Sta tutto in questo spazio
il senso di ciò che siamo
ridicole, mutevoli ombre
mosse da sincronie casuali.

Dietro la porta, la stanza respira
calda di lattiginoso bagliore.
Un guscio fragile, crepato di speranze
la racchiude ogni notte, fino al mattino.

(2008)
***

Selezione di testi da Eclissi di luna

Eclissi di luna


Giostra obliqua in un raggio di sole
scoppio di ginestre tra le siepi
il tuono è una similitudine
nel sogno della riconciliazione.
Infranto lo specchio dell’essere:
circo in piazza e bandiere al vento.

La Santa Inquisizione morde alle spalle
e l’ombra rugosa avanza lenta
carro cigolante sul binario arroventato.
Inventami un sogno pagano:
un’eclissi di luna torbida
per cavalcare la notte.

(1986)

*

Dèjà vu

.
Non più ricordi di guerra
scolpiti nel muro
non più catastrofi azzurre
da ornare con fiori di metallo
niente più alghe marine
a coprire i marciapiedi
di questa strada assolata
scomparsa l’ultima capriola
insieme alla finestra di ghiaccio
soltanto un bacio mi è rimasto
un bacio di labbra secche
ed un foglio di carta bianca
su cui scrivere il mio nome.

(1983)

*

Ci uccide il tempo

.
Ci uccide il tempo
questo tempo di cipressi malati
di pallide finestre gocciolanti
di mani incandescenti e morbide
questo tempo incorruttibile
fatto di amori corrotti
che vivono una sola stagione
questo tempo ubriaco di luce
specchio fragile dagli angoli smussati
macchia indelebile sul nostro cammino
questo tempo da sempre indefinito
questo tempo per sempre infinito.

(1983)

_________________________

Enea Roversi

Enea Roversi è nato a Bologna nel 1960. Vive a Bologna.
Premiato e segnalato in numerosi premi letterari e pubblicato su riviste e antologie.
Nel 1988 ha partecipato alla rassegna “Made in Bo” ed è stato tra i fondatori del Gruppo “Versodove”. È stato tra gli ideatori e promotori della rivista letteraria sperimentale Uh! interamente dedicata alla letteratura umoristica. È presente inoltre nell’antologia “Bologna e i suoi poeti”  (Editoriale Mongolfiera, 1991). Nel 2007 ha vinto la sezione inediti del “Premio Renata Canepa” con la raccolta Eclissi di luna. Si è classificato al 3° posto al Premio Miramare Città di Rimini – Nuova Poesia nel 2008 con la raccolta Taccuino dell’apolide, in uscita nel giugno 2011 per la casa editrice Zona.

Più volte segnalato o menzionato al Premio Lorenzo Montano organizzato dalla rivista Anterem, ha partecipato ad alcune edizioni della Biennale di Poesia di Verona. Si è classificato al 2° posto nelle edizioni 2007 e 2009 del Premio Lago Gerundo.
Nel 2010 si è classificato 1° nella sezione poesia in italiano al Premio Letterario Il Giunco – Città di Brugherio, aggiudicandosi il Premio Filippo De Pisis.
Si occupa anche di arti figurative, cimentandosi con tecniche miste e collages.
Sta ultimando la preparazione di un sito web – www.enearoversi.it – interamente dedicato alla propria attività letteraria e pittorica e cura il blog Tragico Alverman – Scrittura ed altro ( http://tragicoalverman.wordpress.com/ ).
Per contatti: enea.roversi@virgilio.it.

Ad Aprile Sbocciano Libri

L’Associazione Smasher e il suo gruppo editoriale Edizioni Smasher organizzano il secondo Reading colletivo, dal titolo, Ad aprile sbocciano libri.

Il prossimo 2 aprile, a partire dalle ore 18.00,  alcuni Autori delle Edizioni Smasher incontreranno i lettori e leggeranno alcune parti della propria Opera.

L’incontro si terrà nella Libreria Bocù di Verona (Vicolo Samaritana, Galleria Mazzini, n. 1/b). L’ingresso è libero.

Oltre a dare ulteriore visibilità alle Opere dei nostri Autori, lo scopo dell’evento è promuovere la cultura e la lettura in un periodo così difficile per il mondo editoriale. Il Reading è “nomade”, nel senso che si muoverà in diverse città d’Italia e non sarà partecipato sempre dagli stessi Autori.

Ricordiamo che il primo si è tenuto a Livorno, nella splendida cornice del Teatro Lazzeri della Libreria Edison, lo scorso 15 dicembre 2010, ed è stato organizzato con il fondamentale supporto di Santo Di Pasquale e Salvatrice Vilardi.

Gli Autori che saranno presenti a Verona sono i seguenti: Paola Amerio (con il Romanzo “Lola F”), Fabio Bosco (con la Silloge “Sempre in bilico” e la promozione della sua prossima pubblicazione), Enzo Campi (con il poemetto “Ipotesi corpo” e la promozione della sua prossima pubblicazione), Giovanni Canzoneri (con i Racconti “Conti Zafarani”), Giulia Carmen Fasolo (con il Libello “Da vicino nessuno è normale”), Fabio Ognibene (con il Romanzo “Ancora domani”), Jacopo Ninni (con la promozione della sua prossima pubblicazione), Antonella Taravella (con “Vertigini scomposte” e “Sbocciata nelle viscere”), e infine Ed Warner (con la Silloge “Un giorno perfetto”).

Il Direttore Artistico dell’evento è Antonella Taravella, Autrice e socia della Smasher.

Il Coordinamento è a cura di Giulia Carmen Fasolo, Presidente della Smasher.

“Virgole di poesia” in streaming

Anna Toscano e Alessandra Trevisan

Un consiglio?

Spegnete la televisione e sintonizzatevi ad ascoltare Virgole di poesia in streming, da oggi ogni mercoledì alle 22.00 in diretta su Radio Ca’ Foscari …. una boccata d’ossigeno.

Basta cliccare QUI

* se non dovesse funzionare, provate direttamente dal sito di Radio Ca’ Foscari

 

[racconti inediti] Il lago – Domenico Caringella (post di natàlia castaldi)

PLAY:

***

IL LAGO

Georgia O’Keeffe – From the lake I

L’ho sempre saputo che mi tenevano d’occhio.

I federali e la DEA per il processo sul carico di coca, e il giudice di sorveglianza per la vecchia storia delle molestie a Judith e le botte al testa di cazzo che dormiva nella casa stile olandese, si allenava a golf sul campo dietro il boschetto di hickory risparmiato con mirata misericordia dalle ruspe, e che probabilmente si sfidava a qualche giochino scemo per decidere quale tra i sette bagni usare per la doccia. Tutta roba sporca, di neve e sangue, e tutta roba mia, Judith, la casa che gioca a specchiarsi nel lago, il campo, le mazze, il boschetto, le ruspe e i cessi in marmo. E pure la misericordia, anche se quella è diventata merce rara dalle mie parti, quaggiù nell’anima mia. Rancore e disincanto, ormai vado avanti con questo. Un carburante dal mercato incerto. In questo momento i prezzi sono alle stelle. Per quanto mi riguarda.

Vedere l’FBI già a quell’ora e anche quella mattina, non mi ha sorpreso. L’alba, lei sì lo aveva fatto, come sempre, qualche minuto prima, mentre risalivo ancora Ridge Road, accendendo di azzurro e cobalto il lago che nel buio della notte si intuiva soltanto.

Ho riconosciuto subito le due figure che sul molo dello Yacht Club misurano la passerella con le loro belle scarpe certamente nere, lucide, con le stringhe annodate e infiocchettate alla perfezione e che ricadevano simmetriche sulla pelle di vitello lucente ad un centimetro esatto dalla suola. Ho sorriso, semplicemente e smetto solo quando la distanza gli avrebbe permesso di notarlo. Me li tengo buoni.

Sono persone di Legge, gente che recita a se stessa la parte a menadito e che monta gli occhiali scuri al primo raggio di sole utile della giornata e li usa come un prisma. E’ per quello che hanno uno strano sguardo, una rifrazione sempre uguale e che li rende fungibili tra loro. Le facce non le guardo; e nemmeno mi ricordo i nomi. Jim, Slim, O’Beam, non cambia un cazzo.

Quando arrivo davanti al “Georgina”, che è rimasto tutto mio soltanto perchè è intestato a mia cugina che sopravvive grazie alla santissima droga – perchè gliel’ho comprato io il polmone d’acciaio – mostrano il tesserino e fanno la tiritera. Mattiniero. Hai sognato che ti mordevano il culo e sei saltato giù dal letto, comincia a chiedere uno.

Non sogno più, rispondo io.

Dove vai di bello così presto, chiede l’altro.

A pesca, dico io.

E che canna usi, dice l’altro.

Solo canne a mosca, faccio con tono scolastico.

Salgono a bordo. Il Georgina non è grande, ci mettono poco. Di diverso dalle altre volte trovano solo una canna nuova di zecca e la solita attrezzatura da sub. Mentre avvio il motore e mi stacco da terra, mi salutano facendo bang con una mano. Il sole mi bacia, io non contraccambio. Capirà. Al vecchio che incrocio sulla piccola barca a vela, che è vivo e parla, lo saluto invece. E lui lo fa con me. Sorride. Sorrido.

Harris Bay si allontana lentamente, mi lascio il banco di sabbia sulla sinistra. Quando ormai ci sono in mezzo, e il George Lake mi sembra proprio il blu del sogno che non faccio più da anni, mi metto a pensare. In realtà mi sforzo di farlo, diventa un esercizio estetico, è solo retorica, come se questo, la vita, fosse un film e da qualche parte se ne stesse seduto un pubblico, fatto di tanti me stesso, di proiezioni della mia personcina disturbata e che fa finta di essere infelice solo perchè essere felici, nella mia condizione, non sta bene, non è opportuno. Sono incazzato, ecco, e senza scopi alti e degni, come al solito. Tutto qui.

Il lago lo conosco a memoria, come quello che mi frulla in testa e come quello che serve a far funzionare il frullatore. All’altezza di Pilot Knob punto verso un punto ben preciso. Quando raggiungo la piccola secca mi basterà individuare la piccola boa verde. C’è abbastanza luce e ci impiego meno di un minuto. Fermo il motore esattamente accanto al galleggiante. Mi spoglio. Reprimo un brivido per il freddo notturno che non ha ancora tolto il disturbo. Indosso la muta, controllo l’indicatore del miscelatore e mi tuffo. Spilli gelidi mi danno un calcio in culo che a me sembra un benvenuto. Mi immergo. Il fagotto zavorrato, del colore del fondale, è a qualche metro dal blocchetto di cemento a cui è assicurata la catena della boa. Lo prendo e risalgo, senza fretta. Mi libero solo della bombola e delle pinne. Rimetto in moto e dirigo verso la riva.

Quando sono abbastanza sottocosta apro il fagotto. Con quello che estraggo dalla tela impermeabile cerco Judith. La trovo, un miglio lontano, sulla terrazza al primo piano della casa. Ha una tazza in mano, la porta alla bocca due, tre volte. Il vento le agita i capelli colore del grano. Quanto è bella. Quanto è cattiva. E quanto abbiamo sbagliato noi due. Soprattutto tu, penso. Tutto quello che ha lei lo sa bene da dove arriva, ma non se ne farà un problema in aula, ne sono certo. Albert starà ancora dormendo adesso, è troppo presto, e oggi comunque non ha scuola.

Un minuto dopo sono in plancia, manovro verso Harris Bay. Al galleggiante verde mi fermo di nuovo. Riporto il fagotto sott’acqua, per adagiarlo nella fanghiglia del fondale. Prima di risalire a bordo slego la catenella agganciata al blocco di pietra e lancio sulla barca la boa.

Mentre bevo l’aria fresca che mi viene incontro, telefono al mio avvocato. A questo punto il processo ce l’abbiamo in tasca, mi dice alla fine, utilizzando il nostro codice.

Al posto dove venivo da piccolo con mio padre, arresto le eliche. In rapida sequenza, rivedo Judith che cade dal balcone, il fucile ed il mirino telescopico che riposano in fondo al lago, e una bella fetta di vita che muore. Tiro fuori la canna. Sono uscito a pesca dopotutto.

Domenico Caringella

Mario Schiavone – La prima comunione (racconto)

1.

Alcuni pinguini femmina, quando depongono le uova, le abbandonano. La covata viene coperta da altre femmine; le quali, a loro volta, altrove hanno abbandonato altre uova. Fra una covata e l’altra, pinguini nati da mamme diverse crescono assieme come se concepiti da una stessa madre.  E vivono in simbiosi fino a quando, diventati adulti, o si allontanano per sempre o entrano nello stesso gruppo di simili. Più o meno così ce l’aveva raccontata l’amicizia fraterna, un volontario del catechismo, quel sabato pomeriggio di primavera, al corso preparatorio per la prima comunione.
È accaduta una cosa simile anche a  me e mio cugino Lorenzo. Pochi giorno dopo il parto di mia madre sono stato preso in braccio da zia Rosa, la mamma di Lorenzo appunto, perché mia madre si era sentita poco bene. Zia Rosa, raccontano le altre  mie zie, mi teneva in braccio poggiando la mia testa sul suo grande seno. I miei piedi sfioravano il pancione in cui viveva mio cugino. Mi allattava con uno strumento di silicone e con del latte ricavato in laboratorio, perché ero intollerante al latte materno, eppure lei voleva tenermi lo stesso in braccio e cullarmi come se avesse già un figlio da allattare col suo seno.
Undici anni dopo, io e Lorenzo, ci guardiamo allo specchio. Vestiti con giacca e pantaloni blu, con una camicia bianca che sporca il petto. La croce di legno che portiamo  al collo e una striatura sul petto che  ci rende ancora più simili: siamo due pinguini che stanno per andare in chiesa a fare la prima comunione.
Oggi non abbiamo ancora scattato le foto di rito, ma quelle del passato che ci ritraggono assieme fanno di noi due gemelli nati in sacchi diversi: stessi abiti, stesso taglio di capelli e stessi giocattoli fra le mani. Io sono nato qualche giorno prima di lui, ma quello che  si dà le arie da bambino che gioca a fare l’adulto prepotente è lui.
Entrambi portiamo al dito della mano destra un anello, inizialmente erano identici e nati dalle mani di un bravo artigiano orafo. Poi Lorenzo ha preteso una modifica al suo anello. E pur di averla si è messo a piangere battendo i pugni contro il muro.  Nella parte interna una serigrafia che riporta le parole: “rispettami e basta”. Questa frase l’ha vista sul parabrezza di un camioncino che vende frutta al mercato. Pare gli piaccia tanto, perché quando se la legge assume una smorfia in faccia che ricorda quella di un cane rabbioso che vuol rincorrere un gatto. Conservo ancora la brutta copia di quel tema d’italiano che lui portò a farmi leggere. Il tema, in cui bisognava provare a raccontare cosa si vuole fare da grandi, finiva così: “A me quelli che giocano così male a calcio e piangono per aver perso non mi piacciono proprio, mi sembrano uomini senza ossa. O con le ossa che si spezzano subito, proprio come le ossa dei gatti stupidi che muoiono sotto la macchina per fare i coraggiosi. Io voglio diventare uno che quando attraversa la strada gli altri si fermano: mi devono rispettare e basta”.
A volte penso proprio che quell’anello, con quella frase per me così difficile da dire, non finirà nel cassetto che conserva le prove del fatto che siamo, come dicono dalle nostre parti, “fratellicugini”.
In quel  mobile che mio padre costruì assieme al padre di Lorenzo, zio Tonino,  sono conservati due oggetti cari ai miei genitori. L’orologio di mia madre (che fermò le sue lancette pochi attimi prima che entrasse in sala operatoria per farmi nascere) e l’ultimo dei tre gettoni telefonici marcati Sip che zio Tonino portava in tasca la sera che chiamò mio padre per dirgli: “due giorni dopo il tuo è arrivato pure il mio, ce li cresciamo assieme come due mastini!”
E queste parole, mio padre, le ricorda sempre. Raccontandole ad ogni nostro compleanno, ad ogni nostra festa e pure quando parla di me e mio cugino ai suoi colleghi di lavoro.
La stanza da letto in cui ci stiamo vestendo mi ricorda la stiva di una nave colma di refurtiva di altre epoche e terre.
Ferro forgiato a caldo: la struttura del lettone di zio Tonino e zia Rosa.
Legno: scuro e antico. Nei giorni di pioggia, quando la casa è leggermente umida, la materia di cui è fatto il mobile della biancheria emana un odore vivo come quello di muschio che cresce sulle radici degli alberi.
Oro: bracciali, catene, orecchini e altri pezzi preziosi abbandonati in una scatola di latta con il coperchio sollevato. Un piccolo forziere con tentacoli di perle che cadono sui bordi.
Polvere da sparo: è quella compressa in cartucce infilate in una cintura appesa ad un chiodo.
Un armadio dalle ante trasparenti, che conserva due fucili da caccia dalle canne lucide e pulite.
Dipinti sacri: santi e madonne appesi alle pareti.
Cornice grande con dipinto di uno sconosciuto, cornice media con dipinto di un pittore del paese che ama raffigurare sempre delle barche sulla spiaggia, cornice piccola con foto di un parente in bianco e nero,  cornice fatta di mollette in legno: dentro un santo protettore. Quest’ultima è un lavoretto di natale fatto al catechismo qualche anno fa.
Io dico il catechismo, mia zia dice: “Vanno a fare la dottrina.”, forse è la stessa cosa. Ma non ne sono sicuro. Una volta l’ho chiesto a mio padre che differenza c’era e lui mi ha risposto: “E che c’entra questo? Mica ti devi fare prete? Tu ti fai troppe domande. Non puoi prendere esempio da Lorenzo che parla di meno e dice sempre cose coraggiose?”.
E ora che siamo qui in questa stanza a cambiarci, mio cugino dice davvero una cosa che secondo mio padre è coraggiosa: “Teniamo pure i fucili da caccia benedetti. Se qualcuno ci rovina la festa gli chiaviamo due botte dietro al culo, acqua santa che sta sulle cartucce compresa”.
Anche questa cosa di dover benedire tutto è stata pensata da mio padre e da mio zio. Ci ha pensato proprio qualche giorno fa un parroco che qui in città non conosce nessuno.  Il nostro  parroco aveva esplicitamente parlato di una benedizione della casa.
“In nome del Signore posso benedire la casa dove state, perché rappresenta la famiglia… non le cose che ci tenete dentro per difendere da chissà chi la vostra famiglia”, aveva spiegato il prete.
Il discorso non era piaciuto né a papà né a zio Tonino. E dopo aver ringraziato il prete nostro del catechismo, stesso quel giorno, hanno cercato un giovane parroco proveniente da un paese vicino. Che ha fatto quello che doveva fare, come dice mio padre, senza farsi troppe domande. Pure se lui è prete, non si è  preoccupato più di tanto quando gli hanno chiesto di benedire anche il filo spinato che stava su alcuni pezzi di muri di recinzione delle nostre case.
Quando ha finito si è portato via un po’ di soldi, una damigiana di vino e decine di litri di olio d’oliva extravergine. A me la scena mi pareva presa da un film, ma ho avuto paura di dirlo.
Quando sto nelle vie del mio quartiere vado a giocare con fratellicugini, cugini alla lontana e compagni di scuola. Se parlo tanto di cose delicate con alcuni di loro, quelli le prime volte che mi sentono dicono più o meno quello che dice mio padre, poi concludono con le parole: “fatti parrocchiano e non se ne parla più…”.
Se insisto, dicendo che questa o quella cosa non mi pare giusta, le mamme di alcuni di loro, vengono a trovare mia madre al negozio di fiori che abbiamo sotto casa.  E mentre mia madre mette la carta trasparente attorno ai fiori, proprio un momento prima di domandare quanto soldi le devono dare, le  dicono “sì na brava fiorista, ma tieni nù figlio scemo.”
E mamma non risponde, stringe solo i pugni dietro la schiena e guardando negli occhi quelle bellissime signore con i capelli sempre tinti,  i braccioli d’oro  su entrambi i polsi e la macchina grossa parcheggiata fuori al negozio, dice: “Prendetevi questi fiori, non voglio nulla. Mi pagate la prossima volta.”
Mamma oggi non c’è. Per questo si occupa di noi Zia Rosa. Manca poco, poi andremo in chiesa e dopo torneremo qui a casa di Lorenzo per la festa. Zia ci bagna il collo con delle gocce di un intruglio che ha portato un’altra vecchia zia, venuta dalla Svizzera fino a qui. Nessuno rivela il contenuto dell’intruglio, perché non bisogna rompere l’incantesimo portafortuna, ma un odore forte  mi sale nel naso, pare acqua santa mista ad aceto e uova marce. Ma non ne sono sicuro.
Se è vero quanto ci hanno detto al catechismo, che ricevere il sacramento della prima comunione significa ritrovarsi più vicini a Dio, io e Lorenzo siamo in comunione l’uno con l’altro fin dai primi giorni della nascita. Ora emaniamo anche lo stesso odore aspro.
Mio cugino ha già confessato, alcuni dei suoi peccati, al parroco che ha benedetto casa. “Altre cose più leggere le ho conservate per il prete della comunione, quello fa il difficile quando mi confessa. E io gli dico solo alcune cose meno strane di altre”.
Una cosa poco strana, per mio cugino, è raccontare che quando gioca a calcetto fa le corna con la mano al portiere avversario. Una cosa davvero brutta l’ha combinata quando ha bucato le ruote della bicicletta nuova che il mio vicino di casa ha regalato al figlio per un voto alto ricevuto a  scuola.
Questa non la racconterebbe mai a Don P.P.
Don P.P. è Don Pietro Paolo, io lo ricordo nella mia testa con la sigla Pieni Poteri. Perché con un prete come Don  Pieni Poteri  bisogna sempre  dire la verità durante la confessione. Il suo giudizio è critico, ma così sincero che a mentirgli ti viene il nodo in gola.
“Tu esisti e stai bene, lo vedo. Sei abbastanza vispo, ti ho visto combinare guai in giro, questa tua vita troppo vivace non porta a cose buone se non ti calmi un poco.”, ha detto Don P.P. un giorno in cui gli ho parlato di un guaio che ho combinato. E lui può dire questo e altro, con l’assoluta certezza di instillare in me il senso di colpa  che cresce lento e inesorabile come un fungo di pioppo.   Lui non è un prete normale. Ci ha raccontato un giorno al corso di catechismo precomunione che prima della vocazione si è laureato in medicina. Poi, dopo la vocazione, ha deciso di operare anche come esorcista. Quindi è come se avesse pieni poteri contro tutto il male che sta sopra, sotto e attorno al creato. È molto vecchio, ormai, ma c’è da fidarsi di uno così. Ha un aspetto che non mette alcun freno alla voglia di prenderlo in giro: la barba lunga come quella del contadino quasi pazzo che aveva  fatto un pezzo di rivoluzione, e gli occhi scuri e accesi come il Mangiafuoco della storia di Pinocchio.
Don P.P. non è come quelli che quando non sanno una cosa, tipo mio padre o mio zio Tonino, chiedono ad  un amico di paese che ne sa meno di loro. Lui apre i libri che parlano di quella cosa specifica che vuol sapere e prova a studiare il  problema. Quando i libri non rispondono, ci ha spiegato un giorno, lui domanda a Dio.
Non avendo fatto guai grossi, ho deciso di raccontargli  di mia madre.
– E che cosa ha tua madre? La vedo da anni andare ad aprire il negozio di fiori, dal lunedì al sabato. La domenica sempre a messa. Ti lava, ti veste, ti fa passare molti sfizi…o no?
– No. Sì. Non lo so.
– Ti decidi a parlare o debbo esorcizzarti?
– Ecco, è questo il fatto. Secondo me mamma tiene il diavolo in corpo.
– Grida versi interi di latino che non ha mai studiato?
– No, questo ancora no.
– Compone sinfonie senza conoscere una  chiave di violino?
– No, però quando fa la tosse sputa sangue. Poi si tocca il fianco, e ha il fiatone. Alcune notti grida forte, dice che non ce la fa più.
Don Pieni Poteri mi guarda. Si fa il segno della croce. Stringe la mano destra in un pugno e avvicinandolo alla mia guancia dice: se mi stai contando una delle tue fesserie per prendermi in giro guarda che ti metto a lucidare panche in chiesa per i prossimi dieci anni.
– Se non mi credete vi porto a vedere la radiografia dei polmoni che ho trovato. È tutta scura sul polmone sinistro, secondo me è venuta male.
Guardo la croce, guardo il pugno di Don PP.
Lui mio guarda, poi sussurra qualcosa senza farsi sentire ma sulle labbra gli leggo: “…esù.”
Guardo il pavimento e con la poca voce che ho in gola domando di nuovo:
– Secondo voi sta davvero male?
Lui mi guarda, apre la mano che prima aveva stretto in un pugno e la sfrega contro la sua barba bianca e lunga. Ai corsi di catechismo non lo faceva quasi mai, solo quando qualche assistente del catechismo bussava alla porta per dirgli: “Don Pietro Paolo scusateci se vi disturbiamo, dovete venire con noi.  La cosa è urgente”.
Mi guarda di nuovo e dice solo:
– Non è indemoniata, questo è sicuro. Ma sta poco bene. Adesso preghiamo assieme per lei, perché fra poco hai un sacramento da ricevere.
Sono passate più o meno un paio di ore e il rito religioso è quasi finito. Stiamo uscendo dalla chiesa del paese assieme ad altri bambini che hanno fatto la prima comunione con noi. Un diacono che assiste il prete ci mette in fila a due a due. Si avvicina mio zio Tonino e dice a me e Lorenzo di non accettare i regali che potrebbero farci gli uomini seduti davanti al circolo dei cacciatori. Davanti a quella specie di bar con dei trofei di caccia appesi al muro (e un calendario speciale che si chiama calendario annata venatoria) stanno sempre seduti uomini che parlano solo il dialetto e spendono tanti soldi per comprare tutto quello che gli pare. Ad esempio, circola voce per il paese che uno di loro, un certo Cristoforo, ha fatto installare dentro la cameretta del figlio un mini trenino che scorre su dei veri binari. Proprio come in quel famoso telefilm di cui non ricordo il titolo. E che il figlio piccolo di soli sette anni va in sala giochi e spende tanti di quei soldi in gettoni che paga sempre con pezzi di soldi grossi. Soldi che io vedo nelle mani di mia madre solo quando andiamo a fare la spesa.
Il primo luogo di ritrovo che sfioreremo con la processione è proprio il circolo.
Stiamo marciando lentamente davanti al circolo uno degli uomini seduti  si avvicina, estrae il portafogli e ci allunga dei soldi. Li rifiutiamo entrambi, al primo invito. L’uomo sorride e insiste, io mi giro verso zio che ci guarda senza dire nulla. Lorenzo guarda il padre, guarda di nuovo l’uomo che ci offre soldi  e prende la banconota di grosso taglio. Mio zio guarda il cielo e tira una bestemmia a bassa voce, gli occhi dei nostri cugini sono tutti per Lorenzo, brillano dall’invidia. Uno dei cugini più piccoli scoppia a piangere e grida: “a lui sì e a me no, comm’è!”
Abbiamo sempre fatto tutto assieme, ma stavolta le cose sono andate in modo diverso. Finisce la cerimonia, andiamo a casa di Lorenzo dove ci aspettano tanti parenti: mia nonna materna ha organizzato una festa tutta per noi. Senza badare a spese.
Raggiungo la cameretta di mio cugino, mi cambio, indosso altri abiti nuovi e sopra questi mantengo appeso al collo il tao della prima comunione. Esco dalla camera e scopro che siamo gli unici bambini, fra i quattordici che hanno ricevuto il sacramento quel giorno, ad avere come ospite un vescovo napoletano accompagnato dal prete che aveva gettato acqua santa anche sui fucili.
Mi guardo attorno, giovani e bambini, anziani e adulti ben vestiti con abiti che profumano di stoffa pregiata. E grammi e grammi di preziosi che coprono lobi di orecchie, collo e polsi. Pare un matrimonio. La donna più vistosa è una madonna che somiglia a quella in chiesa. Solo che questa sta nel cortile di casa di mio cugino e indossa un mantello di banconote di grosso taglio. E dalla corona pendono catenine d’oro. Non è una comune madonna, è la madonna che assiste alla nostra prima comunione. Lorenzo è seduto in un angolo con i cugini, mostra loro la banconota che ha ricevuto davanti al circolo dei cacciatori e dice: “voglio un quadro, questa qua me la metto nel quadro e me la stipo. Così si ricorderanno della mia prima comunione pure i figli di quelli che mi hanno fatto questo regalo”.
Squilla il telefono, mia zia Rosa risponde. Mi fa cenno con la mano di raggiungerla vicino la colonnina di marmo che regge la base della cornetta. Rispondo: è mia madre. Dice che debbo chiamare mio padre e raggiungerla subito, perché si sente poco bene.
Appena esco dal portone di casa di mio cugino sento la sirena di una ambulanza che piange. Penso a mamma, mi metto a piangere pure io. Mio cugino Lorenzo si avvicina, dice: “sei una femmina.”
Ritorno dentro e cerco mio padre, gli dico che dobbiamo andare a casa che sono in pensiero. Ha la faccia tutta rossa mi guarda e ride. Dice che non mi devo mettere paura. Che le ambulanze nel nostro paese passano sempre, che di sicuro hanno sparato a qualcuno che non sa vivere in mezzo alla strada. Mia zia si avvicina e gli grida di correre  a casa con me. Mio padre si alza, cade. Si rialza, mi strattona e andiamo verso casa. Cento metri che facciamo senza guardarci. Io penso a quello che ha detto il prete in chiesa, lui dice quello che secondo il prete non dovremmo mai dire nè in chiesa nè fuori dalla chiesa.
Arriviamo sotto casa, tutto è come in un film dell’horror. C’è folla sotto il balcone di casa nostra. Due carabinieri grossi e con i baffi bianchi trattengono Anna, la vicina di casa che grida e piange. Alcune vicine di casa mia guardano e gridano parole che non capisco. Mio padre supera la folla, guarda oltre il muro di gente. Bestemmia. Grida. Le voci della gente sono un brusio, le sue grida coprono ogni voce. Mi avvicina Renato, il mio pediatra, è in compagnia di mio zio Tonino che è tutto sudato e ha il fiatone per la corsa. Li guardo. Mi guardano. Mi metto a correre per superare la folla. Cado. Mi rialzo, cado di nuovo. Un carabiniere mi abbraccia da dietro e mi prende di peso. Braccia grosse e pelose lo aiutano a portarmi via. Mentre mi tiene in braccio sento una vecchietta, la madre della vicina anna, che parla a bassa voce e dice: “criatù mammeta s’è accisa. Fatte ‘u segn ra’ croce.”. Il carabiniere si volta e grida: “signò… i cazze vuoste i tenite o no’ ne signò…pe piacere”. Mi manca la saliva in gola, guardo le facce degli altri e vedo le loro bocche aprire e chiudersi ma non sento le voci.
I capelli in testa mi pungono e il cuore mi batte forte. Il carabiniere mentre mi appoggia sul sedile dell’auto dice soltanto: “figlio mio, non guardare. Non guardare.”. Chiudo gli occhi due volte, poi una terza. Sento una stanchezza nelle gambe e nelle braccia. Poi non vedo più niente.

© Mario Schiavone

Marinella Grosa – Cinque poesie da “Lieto fine”

Il lieto fine delle fiabe

Tu che cavilli intorno a deliziosi

biscotti al cioccolato

e temi che siano bocconi avvelenati.

Non hai forse rielaborato

le amarezze del passato

le paure dell’orco e della strega cattiva?

Ora comprendi la funzione

dell’amaro cordiale

e dei molti caffè con dehors

disseminati lungo il viale.

Abbiamo bisogno di una parola gentile

di un digestivo delicato

e di un futuro buono da corteggiare.

Incapaci di rinunciare – come siamo –

al lieto fine delle fiabe.

*

Serata d’estate in città

La tivù dei vicini

sempre accesa

la mia vita contesa

dalla voglia di spento.

Stavo a stento

nella stanza chiusa.

Il ventilatore stanco

di voltare a tempo

s’accasciò privo di vento.

Era il malcontento

d’una estate afosa.

*

Il corpo felice

Il corpo infelice

recide

snatura

paventa

si stanca

arranca.

Il corpo infelice assenta.

 

Il corpo felice si dice.

Sorride

si sente

comprende.

Il corpo felice raggiunge.

Agisce il corpo felice

fiorisce conosce supplisce.

Il corpo felice coincide.

*

Sono una collezionista nata

Sono una collezionista nata.

Tra tanta durezza

ho raccolto i miei sentimenti

in scatoline a forma di cuore

che tengo ordinate

nella teca dai vetri colorati.

E colleziono frasi:

“chiamami quando vuoi”

“hai tempo per un caffè”.

*

Come si teme il vento

Tu che hai compiuto rituali

per propiziare il cambiamento

adesso lo temi

come si teme il vento

che dall’oggi al domani

spazza via le foglie secche

e spezza i rami.

 

 

Marinella Grosa ha pubblicato due raccolte di versi, Geometrie dell’Attesa (Campanotto, 1996) e Lieto fine (Campanotto, 2010). Nel 1995 ha curato la prima traduzione dall’inglese delle poesie di Rodolfo Valentino (ed. Petrini Libreria, Torino).  Oltre che di poesia, si occupa di astrologia psicologica e floriterapia.


Suggestioni notturne/luce per le anime entro queste mura_di Simonetta Della Scala

photos by daria endresen

PORPORE

Essere al porto,
dai tufi bianchi,
il padrone accusato,
sesso fra i dazi,
come unica porta.
Se recipere,
ex alto invehi,
penetrare.
Uno solo può tutto,
dal retroscena
imperla
al suo nescio quid.
____________________

La luce è solida e da un luogo imprecisato e inaccessibile del carcere come l’abato nel tempio, risuonano strani canti e acciottolio di pietre

PHARMAKOS

Bes beta sull’abato acuto.
L’orlo in cantata, al domino
a corbe. Detector, ferla
ai laschi main-gauche.
Alle dure echei di pietre
da costa.
____________________

Si presentano alla mente lontani e confusi tempi in assetto militare

SQUAME NEL LAGO

Tregua al quarto assetto.
Facilmente sibilias Serapide.
Agli stami, nodi di ragazze
in alloggio.
I nudi, in stalle, all’osteria
ove si appressano
le squadre.
____________________

Mostri seducenti e strani medicamenti in un oscuro gennaio

MECHIRE

Lamia al verno
mergi in posca.
Sòrti in giava.
Ridere in nylon
forse.
____________________

BERTI

Subito, après coup,
lasciarti indistinta,
lasciare, carni usteron
malvagi.
Berti di cera,
estate,
quando
non sai che ti guardo.
E suggere
di là,
chi cerchi una sera.
____________________

Poveri ed alterati giacigli, intorno liquide urne funerarie dal sembiante umano

RIBES

Di pezze pevere
i letti mescàl.
A picche,
liquidi i canòpi.
Il grado fresco
delle membra
a cantina.
____________________

Clima allucinatorio per oppressi e oppressori
La gronda di una candela
allucina il colore della superficie.
Strappare quella vista dal filo.
Filtrare come appesi
ad una nocca di corda
il dolore della gravità.
E la scena della novità
non gracchia più.
C’è il sole, l’uccellino, il cunicolo
bruciante come la febbre…
la viuzza Maria, il topo-fumo
di consuetudine.

E il poliziotto si spara in bocca
un’ultima pallottola.
____________________

Sfasature di pelli e realtà nell’arsione

Mungono chicchi
i suoi tralci
senz’acqua.
La pelle dell’orizzonte
che non tampona
questa pazzia.
E il mulino carta
drappi sul baratro
non danno ululi
e sirene. Vedi
che ci sono ancora?
E’ facile controllare
i morti fra le centraline.
E’ lì che il pensiero fuma.
E’ lì che lo puoi incastrare.
____________________

Polveri di varia natura si addensano nella psiche

POLVERI

Turgore.
Meno di me di te.
Cuocere bacche in ottobre
entro la spremitura
Di ferri stagni al calore
non ha più importanza vertebrale
concitazione: la termite di marmo
il forte è gravido di ragne
Vince l’impiccagione una pioggetta grigia
che annega le bacche
e i suoni ragli del veleno .
____________________

Piccoli ruvidi piaceri, verso la fine, sogno di sottrazione in assenza di guida nel lungo giorno

ADRÒMI

All’edima,
ancora hdews dran
eis qanatous,
upo qhxin: qhn.
Alibi, alibi
alla truscia mire
(in chente serio)
a laeds dessi
on the jour.
____________________

Ed est sombre,
vivere che sia aux nuits
es est cedimi corpi
che sia, sombre, aux nuits,
cederti notte.

 

Simonetta della Scala

Nata a Firenze l’8 settembre 1975

Note Letterarie

Specializzazione in Storia della Critica Letteraria, passione per l’ermeneutica filosofica.
Come Poetessa ha pubblicato suoi testi sull’antologia “Nodo Sottile Due”, Firenze, Cadmo, 2001 per volontà dell’Assessorato alla Cultura e su riviste specializzate quali “L’Apostrofo” marzo 2002, “Atelier” settembre 2002, “Sagarana on line” aprile 2002 e partecipato a svariate conferenze.
Come Saggista ha pubblicato un lavoro sul decostruzionismo su “Atelier” dicembre 2002 ed un saggio su Herbert Marcuse su Crofiz on line (www.crofiz.com).
Nel maggio 2002 ha fondato il laboratorio-rivista on line di costume e vaia cultura contemporanea on line Porpore (www.porpore.com) di cui ne è la direttrice.

Note artistiche

Il Laboratorio da lei diretto ha (porpore.com) organizzato spettacoli sperimentali di contaminazione fra i poliedrici aspetti dell’arte.
In tutti gli spettacoli attualmente all’attivo, Simonetta si è esibita e distinta come attrice-performer, organizzatirce e regista.
Ha frequentato un corso intensivo di un anno presso Chille de la Balanza comprensivo di stage in “reclusione” per tre giorni nell’anno 2002-2003, sotto la direzione del regista Claudio Ascoli (massimamente vòlto al training fisico dell’attore).
Per lo studio sulla voce ha seguito lezioni private presso attori e registi (quali Agostino Aresu noto interprete di teatrodanza).
Come Organizzatrice ha frequentato uno stage presso La Tedavì 98 nel novembre 2003, condotto da Alessandro Riccio.
Degno di nota il successo riscosso con l’ultimo spettacolo Sensi Charme (gennaio-febbraio 2004) che ha riscosso notevole risonanza e favore della critica.

 

email: s.dellascala@alice.it

Under 30 – Sergio Garau

CESSI

 

processo maicessati

umani decessi

provocausati

da multicapitali

eccessi

per guerrafondai

sovraccessoriati

cessi

incessantemente

accessi

e benedicondannovi

e castrestremasturbungovi

tutti

 

*

 

$€€£€ $α£€ $€££€®$

 

Ayasofya à vendre

La mégaphone propagande

Per le serepreghiere

Minaretti in ritmo salsa

 

Freitag nachts fieber

La sâlmelodia de granturchi e kebabbari

De taksim’s taksis’ clacsons

& mosaik’s maxi pepsi

 

Göttershoescheiner shine-échouers des dieux

Cristo qur’ān croce luna est

Gottbildbuilding’s gottstructioni

 

Mecca è là col vatikan

Per voi lottomatik people

È il big menu mcAllāh

 

 

sergio garau (sardegna, 1982) dal 2001 in collaborazione con il collettivo sparajurij prende parte alla scena poeticoperformativa italiana e internazionale. rappresenta l’italia nel 2007 alla prima coppa del mondo di poetry slam a parigi/bobigny e nel 2008 alla internationale SLAM!revue del literaturfestival di berlino, di cui curerà il programma l’anno successivo. nel 2009 è invitato alla biennale giovani del mediterraneo a skopje, partecipa alla festa della letteratura e delle arti di asuni in sardegna con una soloperformance che poi aggiusterà per l’horinal di barcellona. nel 2010 dopo una residenza artistica a berlino è impegnato in una tournée con il progetto multilingue di spoken word e musica smokenmirrors in 21 città europee, è feat. poet alle slammeisterschaften nella capitale europea della cultura ruhr 2010 e presenta l’operazione collettiva videomusicalpoetica I O all’absolute poetry festival ‘10. ha vinto diversi slam e un anti-slam, è pubblicato in perversi modi come libri, cd, radio, santini, tv, siringhe, fascette, dvd, facebook, www.myspace.com/garaus et cetera, cura diversi festival e situazioni, un blog d’autore su absoluteville, la rubrica P.S. per il periodico canGura, collabora alla redazione della rivista atti impuri (off e on-line: www.attimpuri.it) e alla collana maledizioni per No Reply

DEUX DIMENSIONS – Trilogie, Videopoésie de Mariangela Guàtteri

 

Trilogie, Videopoésie de Mariangela Guàtteri

credits:
textes tirés du poème
DEUX DIMENSIONS de Mariangela Guàtteri

traduction
Groupe de Recherche CIRCE
[Paris III – Sorbonne Nouvelle]

voix
Silvia RICCA, Emilio SCIARRINO, Ada TOSATTI

sound design
Mariangela Guàtteri

Il testo francese è frutto del lavoro collettivo del centro di ricerca CIRCE della Sorbonne Nouvelle – Paris III, diretto da J.Ch. Vegliante, al quale si deve la parte in francese del sito Lorenzo Calogero , nonché il sito della nuova poesia italiana in Francia – Une autre poésie italienne . I tre dottorandi che hanno qui prestato le loro voci fanno parte del medesimo centro.

Qui la versione in italiano del video:

.

TESTO, traduzione FR, © les auteurs et CIRCE:
http://uneautrepoesieitalienne.blogspot.com/2011/03/trilogie-de-deux-dimensions-videopoesie.html

______________________________________

.

 

1 

<Il potere>

potere                                 [la detenzione di esistenza]

una forma di potere      [il maneggio di un processo volontario

        di una alterazione]

è un potere                       [lo stato percettivo che organizza

        i dati]

a scopo di visioni           [disegni sonori

                                                corpo di odori

                                                ultravioletti emergenti

                                                forme in calore]

come un sognare

polvere in rivolta

che mostra i lati:

X sulle cose (irradiazioni)

.

e allora solo ossa

[uno stato pulito]

un accesso immediato

si trasmette l’esistente

.

[si comunica]

si salva

.

2

 <Il piacere>

piacere                                [l’abbandono di uno stato di esistenza]

una forma di piacere     [il maneggio di un piano di confine di

                                                 un’autopunizione]

è un piacere                      [lo stato percettivo in acuto su

un senso]

a scopo di visioni            [disegni sonori

                                                 corpo di odori

                                                 ultravioletti emergenti

                                                 forme in calore]

come un venire

in amplesso totale

col mondo al confine:

XXX sulle cose (divaricazioni)

.

e allora solo carne

[uno stato corrotto]

un accesso violento

si penetra e si stringe

.

[si desidera]

si vive

.

3

<Il dolore>

dolore                                  [una linea di confine d’esistenza]

una forma di dolore       [lo stato di un’ansia collettiva

                                                che diserta la memoria]

è un dolore                        [lo stato percettivo che si ingoia]

a scopo di visioni           [disegni sonori

                                                corpo di odori

                                                ultravioletti emergenti

                                                forme in calore]

come un’urgenza

un conflitto dei nervi

che sfocia in paura:

X sulle cose (sparizioni)

.

e allora solo ombre

[uno stato nascosto]

un accesso impedito

si propaga l’infezione

.

[si muore]

si dichiara

.

———————————-

Mariangela Guàtteri è nata a Reggio Emilia nel 1963. Dagli anni 80 transita tra arte visiva e scrittura – sui confini –, instaura un rapporto problematico coi bordi. Nel 1994 lavora con Giovanni Nicolini a CKCKC Project – Virtual space without Styles and Categories, coinvolgendo diversi artisti, alcuni dei quali appartenenti a Fluxus. Uscirà quindi, a cura di Valerio Dehò,  Icone, mimesi, virtualità. Una conversazione virtuale tra Eric Andersen, Alessandro Mendini, Giovanni Nicolini, Mariangela Guatteri, Ottomar Kiefer (1995). Nel 2005 pubblica la sua prima raccolta poetica, Carbon copy [Cc] (ediz. Il Foglio) con una prefazione di Gian Maria Annovi, e lavora in seguito con musicisti/sound designer per lavori sperimentali su alcuni suoi testi. Nel 2009 esce EN (d’if). È presente nelle antologie Calpestare l’oblio (Cattedrale, 2010), Registro di poesia #1 e #2 (d’if, 2008 e 2009) e in altre edite, tra il 2006 e il 2008, da Giulio Perrone Editore e LietoColle. Suoi lavori
recenti sono presenti sulla rivista Versodove, su slowforward [Hosts] e in lettere grosse 03. A marzo 2011 il testo del videopoema Trilogia (tratto dall’inedito Due dimensioni) è tradotto in francese dal Groupe de Recherche CIRCE [Paris III – Sorbon Nuovelle] – diretto da J.Ch. Vegliante – e pubblicato sul poéblog Une autre poésie italienne.

http://mariangelaguatteri.wordpress.com/bio/

LA PUREZZA DELLA DIAGONALITA’ NELLA POESIA DI DOMENICO CARA

Domenico Cara è protagonista di uno degli iter di scrittura più affascinanti della nostra contemporaneità, intendendo questo termine sempre quale segno di apertura verso i legami indiscutibili e irrinunciabili tra passato e presente.
Affascinato dalla pregnanza della parola, scritta, sillabata, scissa e riformulata, quasi vivente, l’autore compone, in una sorta di contrappunto, il suo ricco dettato. Rivisita il genere dell’aforisma, avvalendosi delle sue doti di critico, narratore ed esperto d’arte (particolarmente la mail-art). Letteratura e filosofia sono perciò unite da un solido legame dialettico che si traduce in una poesia matura e intensa negli esiti formali. Si gioca, dunque, con gli elementi della scrittura, entrando nel testo anche alla maniera più attenta alla pulizia formale, per svelare sensi d’inattesa singolarità espressiva e termini che decostruiscono i luoghi comuni dello scrivere versi.
Il suo ultimo lavoro di poesia, in tale contesto, appare evocativo già nel bellissimo titolo: “LE DIAGONALI DELLA PSICHE”, quest’ultima, sede eletta dell’arte anche secondo il verbo psicanalitico.
L’elemento della diagonalità diviene emblematico, un tendere verso l’analisi di sé, per un’acuta ridefinizione di un mondo, il nostro, a tratti inavvicinabile, in senso metafisico, ma inquieto e immanente alla realtà. Ridefinire poi è sempre doloroso, si riparte dai fondamenti, per assumere nuovi orizzonti che cambiano il nostro status, anche ontologico. Chi siamo? Quale destino ci attende?
Una risposta tagliente, fatta di certezze adamantine, sarebbe la nostra prigione. Il nostro poeta è perciò sollecito nel riproporre, con la mediazione della testualità, la condizione umana, in modo originale, senza infingimenti, però non disdegnando, viceversa, le aeree finzioni della scrittura, tenuto conto che è sempre un creativo chi scrive per risvegliare l’uomo interiore.
I testi di Domenico Cara si svelano, chiosano sulla lingua, esprimono vaghezze, dubbi, e usano raffinate attenuazioni di significato per rafforzare, tramite la parola, la percezione dell’inanità del tutto che ci perseguita con il suo essere precario e provvisorio.
Appare così “…un purgatorio d’imperfezioni, / con il sapore di una gialla arancia primordiale…” assai vicino all’umanità, quasi familiare, a tal punto che il lettore si sente coinvolto, provocato a guardare ciò che è sempre stato davanti a lui, ma spostando la visuale, mettendosi in discussione. 

                                                                                                                                     Marzia Alunni

PIU’ IN LA’

Più in là, più in là, dove cerco tuttavia
l’intangibile, un’infelicità dimezzata,
un assaggio di requie, la splendidità
di ciò che emerge dal progress di una stella

accade già che il sogno diventi vero,
e la realtà s’inoltri nel pensiero mordace
di gnomi e fate ilari, scintillante virtuale,
insinuando l’idea della decadenza in un monile.

Domenico Cara

Concorso Biennale Cetonaverde 2011

1. Il Comitato Promotore Cetonaverde Poesia composto da Mariella Cerutti Marocco (Presidente), Maurizio Cucchi, Antonio Riccardi indice, con il patrocinio del Comune di Cetona e con il contributo di Intesa Sanpaolo, la quarta edizione del Premio Cetonaverde Poesia. Il riconoscimento è bandito, a partire dal 2005, con scadenza biennale.

2. La giuria, presieduta da Maurizio Cucchi, è composta da Luigi Ballerini, Mariella Cerutti Marocco, Arnaldo Colasanti, Giuseppe Conte, Giorgio Ficara, Vivian Lamarque, Antonio Riccardi, con la Presidenza d’Onore di Guido Ceronetti.

3. Il Premio Cetonaverde Poesia si articola in tre sezioni.
a) «Premio Internazionale alla Carriera», dedicato a un poeta straniero vivente, proclamato dalla Giuria dopo la valutazione della sua opera tradotta in italiano, a cui andrà un riconoscimento di 10.000 euro.
b) «Premio Poesia Edita», da conferirsi all’autore di un’opera in lingua italiana pubblicata tra il mese di gennaio 2010 e il mese di aprile 2011. Al vincitore verranno assegnati 10.000 euro. Le opere di entrambe le sezioni partecipano esclusivamente su segnalazione della giuria.
c) «Premio Poesia Giovani» a cui possono partecipare autori italiani nati dal 1° gennaio 1976 che abbiano già pubblicato poesie in opere autonome, antologie o riviste e che non siano risultati vincitori delle precedenti edizioni del Cetonaverde Poesia. Ogni concorrente dovrà inviare una scelta rappresentativa di suoi lavori già editi, in un’unica copia (in originale o in fotocopia), e una biografia su cui devono essere specificati: nome, cognome, data di nascita, indirizzo completo, numero telefonico, eventuale indirizzo e-mail, firma.

4. La sezione «Premio Poesia Giovani» prevede che le poesie edite e i dati biografici dei partecipanti siano inviati entro e non oltre il 15 maggio 2011 al seguente indirizzo: Premio Cetonaverde Poesia, via Commerciale 122-b, 34134 Trieste. I testi inviati non saranno restituiti.

5. La giuria esaminerà le opere pervenute per la sezione «Premio Poesia Giovani» e indicherà i dieci finalisti che potranno partecipare al concorso Cetonaverde Poesia, che si svolgerà a Cetona (Siena) nei giorni 15 e 16 luglio 2011. Gli autori selezionati verranno contattati dalla Segreteria del Premio per confermare l’adesione e la partecipazione al concorso.

6. I poeti a cui andrà il «Premio alla Carriera» e il «Premio Poesia Edita» presenzieranno a Cetona nei giorni destinati alla manifestazione, condizione necessaria per la validità del riconoscimento.

7. La partecipazione al Premio Cetonaverde Poesia è completamente gratuita. I vincitori e gli otto finalisti verranno ospitati dal Premio nella località di Cetona nei giorni previsti dall’iniziativa. I dieci finalisti del «Premio Poesia Giovani»
riceveranno un gettone di 300 euro.

8. I finalisti del «Premio Poesia Giovani» parteciperanno a due incontri. Nella prima serata (15 luglio, Sala Consiliare, ore 18.30) leggeranno dai loro testi. A conclusione la giuria assegnerà un tema sul quale tutti i partecipanti dovranno
esprimersi in poesia (con un minimo di 14 versi – la misura classica del sonetto – e un massimo di 40). Nella serata successiva (16 luglio, Piazza della Colleggiata, ore 19) i giovani poeti daranno lettura dei componimenti realizzati per l’occasione.
A seguire, la giuria si riunirà per scegliere il vincitore al quale verrà assegnato un premio in denaro (2.000 euro), oltre a un oggetto d’arte in ricordo dell’evento e di Cetona.

9. La proclamazione dei vincitori del «Premio Internazionale alla Carriera» e del «Premio Poesia Edita» avverrà a Cetona, nella serata del 16 luglio 2011.

10. Il giudizio della giuria, sia per la proclamazione del vincitore del «Premio Internazionale alla Carriera», del «Premio Poesia Edita», della selezione dei dieci finalisti e del vincitore del «Premio Poesia Giovani», è insindacabile.

11. La partecipazione al Premio comporta l’accettazione e l’osservanza di tutte le norme presenti nel bando.

12. Per ulteriori informazioni sul Premio letterario Cetonaverde Poesia, si può scrivere all’indirizzo sopra indicato, o alla e-mail info@cetonaverdepoesia.it o telefonare al +39340 5699148.

13. Tutela dati personali: ai sensi della legge 31/12/96, n. 675, art. 10, la Segreteria dichiara che il trattamento dei dati dei partecipanti al concorso è finalizzato unicamente alla gestione del Premio e all’invio agli interessati dei bandi degli anni successivi; fa presente inoltre che, ai sensi dell’art. 11, con l’invio dei materiali letterari partecipanti al concorso l’interessato acconsente al trattamento dei dati personali.

Comitato Promotore Cetonaverde Poesia

Under 30 – Alfonso Maria Petrosino

[Con Alfonso Maria Petrosino prosegue la rubrica che ospita i versi di giovani autori nati negli anni ’80, cui Poetarum Silva si dedica da mesi allo scopo di tracciare una mappatura delle poetiche attuali.

Sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago, Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot, Luca Minola, Alessandro Giammei, Anna Ruotolo, Roberta D’Aquino, Riccardo Raimondo, Nadia Tamarini, Giovanni Catalano, Luigi Bosco, Luciano Mazziotta, Michele Ortore, Andrea Cangialosi e Domenico Stagno]

VDL

***


Di che colore sono i rossi tram di Leningrado?
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Di che colore sono i rossi tram
di Leningrado? Sono in bianco e nero
le foto che ho a disposizione e in queste,
piene di macchie simili a fosfeni,
immagini e figure flou, non colgo
la differenza, ad essere sincero,
fra le possibili tonalità.
Non so perciò di che colore il tram sarà,
né quale senso avrà l’andirivieni
forsennatissimo delle sue corse.
Se vanno e vengono vuol dire, forse,
che almeno esistono due capolinea,
che il viaggio, quindi, ha inizio e fine;
non sai quando, ma almeno sai che passa.
È quanto basta per organizzare
un piano quinquennale per la massa
o un altro metaforico samsara.
I lunghi e rossi tram di Leningrado
non attraversano San Pietroburgo
ma solo alcune tra le vie contorte
dei miei, chiamiamoli così, pensieri.
Mi accorgo che non si aprono le porte,
e che perciò mi tocca continuare.
Io non ti ho vista ma lo so che c’eri
non eri libera, non eri lì, ma c’eri.
La tua presenza era tremenda e varia.
Sia fatta luce, o almeno un luccichio
sulla faccenda e sulla mia speranza.
Io non sapevo che ci fosse un figlio;
mi ero convinto, a torto, che il suo sperma
fosse fecale e quindi non fecondo.
Di stelle non ce ne erano e la stalla
è sottoposta a priorità bovine.
Erano stati i re già giustiziati,
i magi, i re dei re: qualsiasi titolo
costituiva un viatico al patibolo;
l’oro, qualsiasi fossero i carati,
era da tempo stato requisito.
Sarebbe andata avanti all’infinito
o almeno per un secolo, fino alla
fine, chiamiamola così, del mondo;
verrà il diluvio e resteremo a galla.
Ma la Storia, si sa, boicotta il mito,
lo rende anacronistico o giocondo
o peggio, peggio ancora, lo realizza,
finché nessuno più si raccapezza.
Che questo fosse il mito più vetusto
lo sospettavo e me ne dà conferma
sempre meravigliandomi la Wehrmacht
che assedia e assidera; il compagno Stalin
ci mette, dicono, alla prova. I pali
della luce ora servono soltanto
a misurare a spanne il buio e d’altro canto
non c’era molto da vedere. Ieri
sui rossi tram di Leningrado un estone
ha detto che ti conosceva ed io
ho aggiunto: “Anch’io!” Sarà stato per questo
che un angelo mi dichiarò in arresto
sottoponendomi ad un terzo grado
e molto sopravvalutando il mio
coinvolgimento mi ha persino chiesto
il luogo esatto del tuo nascondiglio.
E se mi chiedono di che colore
sono quei tram risponderò che sono
daltonico, mi spiace, non lo so.
E se mi dicono che sono rossi
io non avrò nulla in contrario: i suoni
che fanno i rossi tram di Leningrado
di sibili e sferragliamenti scossi
somigliano ai pensieri nell’amore.
A una fermata, non so quale, i tossici
mi rubano il biglietto e in cambio mi offrono
un altro po’ di vita: un cambio pessimo
(preferirei, piuttosto, della nera).
Se solo un’altra volta ci vedessimo,
sotto una pensilina, anche per poco,
sarebbe, non ne dubito, diverso,
ma ignoro in che misura e in che maniera
e comunque sarei ancora goffo
ed indeciso, quindi, sul da farsi.
Da quando ho preso il tram mi sono perso
anche perché è impossibile trovarsi.
Ma se potessimo incontrarci, allora
avrei una richiesta temeraria:
un’ora d’aria, un attimo di fuoco.
Le circostanze sono molto serie:
la mia, chiamiamola così, memoria
esce sconfitta. Dice che non c’eri
ed io le dico: “Zitta! tu non sai,
memoria mia, che la parola mai
con magnus condivide la radice.”
Allora lei risponde che la boria
è figlia di grandezza e di miserie
che sono perlopiù insignificanti.
La mia memoria questo me lo dice
perché non vuole rendermi felice
con una gioia di secondo grado.
I lunghi e rossi tram di Leningrado
si svuotano e si arrestano davanti
a un cumulo rubesto di macerie.
.
*
.
Marion sub specie angelica
.
Sopra uno spillo o dietro la mia spalla
destra, per darmi un bacio sulle tempie
e per soccorrermi, Marion. La falla
è diventata grande e l'acqua riempie
.
la stiva della nave di onde scure.
Che cosa vuoi che importino le date
e men che meno le temperature:
se c'è Marion è immensamente estate.
.
Il mondo gira a vuoto e compie un giro
e un giro e un giro su se stessa l'elica
lenta e indolente del ventilatore.
.
Se nella morte rivedrò l'amore
mi apparirà Marion sub specie angelica:
l'ultimo bacio, l'ultimo respiro.