Giorno: 26 febbraio 2011

Vedrai. Come ti accarezzerò.

Non può esserci modo migliore per iniziare il giorno,

quando il sole dipinge strisce rosa nel cielo grigio.

Un ‘attesa immobile respira sorniona nel letto vicino,

ti guardo, dal bordo del cuscino scivola la mano

sotto la tua pancia e tocco il mio destino, il passato,

tutto quello che ho sideralmente ottenuto dalla vita,

tutto quello che, levigato nel tempo dell’esser pensato

dal tuo modo triste-allegro di verniciare le ore ,con figli

bambini,  congela il momento unico del nostro mattino

in un fotogramma alla Hopper, o Vettriano, così.

 

Cereali e latte di soja , caffè e pane tostato con un po’

di marmellata , spicchi d’arancia, una bella colazione sì:

da quando ho sentito gli anni pesare, semplicemente così,

presto più cura a quello che mangio, mi prendo il tempo

che occorre, ho deciso che la vita è una palla che rotola

piano e merita il gioco, merita le opportunità destinate

a reggere il miracolo infinito della precarietà fatta oggetto

di cura, della imprevedibile possibilità che ogni pagina,

aperta a caso, risvegli sapori e ottenga dal nulla un sorriso.

In fondo queste strisce arancioni non fanno che confermare

la profondità del segno lasciato nel solco bagnato di lacrime.

 

Un piccolo aprire le braccia alla luna, durante la notte nera,

potrebbe semplificare gli sguardi, attenuare le nevose occhiate

brunite di rabbia (solitudini afferrano rovi), collegare parole,

appendere panni stinti, colorarli di rosso.

 

Le foglie morte sì, è una canzone, ma anche un francofono

sbaglio, un latino appiccicaticcio, tanto per insolentire gli

amici , che origliano al buio,  scavando felici nel destino

comune , che è saggezza , calore e voglia di bere.

 

Non mi preoccupo più, sono imbarazzato oggi dalla franchezza

delle tue parole amorose, sussurri di una nuova vita,

di un nuovo modo di vedere le cose. Scrivi così:

“Non so, non so dire, mi sento debole, confusa, comunque diversa.

Non ho paura, non so spiegare. Vedrai. Come ti accarezzerò, con delle parole

diverse, come ti amerò”.

 

Paolo Benvegnù: Hermann

Paolo Benvegnù

(2011)

Quel mare, che una volta era verticale, adesso è bellissimo. E senza destinazione.

Ci sono navi senza vento nell’oceano senza fine che chiedono alle stelle di tornare a navigare e illudersi di apprendere la verità dagli uomini.

Dopo la Trilogia dei lavori umili (chiamata anche la Trilogia dell’acqua) con Idraulici, Marinai e Camerieri, tra spettacoli nei quali Benvegnù e il suo complesso (i Paolo Benvegnù), eseguivano i loro brani in case private davanti a un pubblico di pochi affezionati, e a due anni di distanza da Le labbra, l’ex componente degli Scisma pubblica il suo terzo disco da solista.

In tredici canzoni (anzi, dodici, visto che L’invasore, l’ultima del disco, è scritta e cantata da Andrea Franchi) Benvegnù riesce a dimostrare come i brani di Sanremo siano alla fine solo canzonette, un prodotto utilizzato da qualche pifferaio magico per incantare non più topo ma un popolo di buoi.

E così si nasconde la verità, la vita non ci basta, si cerca solo una tregua e sentirsi vivi costa.

Quello che stiamo vivendo è un momento storico cruciale, dove mancano quelle stesse risposte che il cantante milanese cerca attraverso questo nuovo lavoro. Ma non vi aspettate di trovarle in questo disco. In Hermann troverete emozioni, parole che si tengono per mano pronte ad accompagnarci in un viaggio.

E ci ritroveremo ad affrontare l’impossibile, come le stelle che si attraggono per esplodere e creare.

Un viaggio verso un mondo magico. I Paolo Benvegnù, con questo album, sono riusciti a tracciare un percorso che porta dalla musica d’autore alla magia.

Chissà se adesso che l’eco di Sanremo sta per svanire alle spalle, questo pubblico, spesso indifferente alla bellezza, riuscirà ad accorgersene…

Avanzate, ascoltate

Anima, avanzate
voltate le spalle al puro mondo
l’errore rende liberi
soltanto se libera e’ la grazia
di camminare verso le saline
e a piedi nudi non sentire il male
e guardare l’orizzonte

anima, avanzate. lasciate che vi accarezzino
le ciglia dell’amore
ed i ricordi che bruciano in petto
e non dimenticate le parole
degli occhi, degli ultimi respiri
e cominciate a respirare

e a illudermi di apprendere la verita’ dagli uomini
e a illudermi e difendermi dalle pazzie degli uomini

anima, ascoltate
lasciate le menzogne agli uomini
e le poesie alle ombre
come visioni colte con fatica
eliminate la speranza
che serve solo a lamentare il limite
e a comprare i sogni

anima, avanzate
cogliete i fiori ed adornatevi
tingetevi le labbra
così che possa riconoscervi
e sussurrate al vento il vero amore
che i figli possano abbracciare i padri
e tornare a vivere
e a scegliere

e a illudersi di apprendere la verita’ dagli uomini
e a illudersi e difendersi dalle pazzie degli uomini

navi senza vento nell’oceano senza fine
chiedono alle stelle di trovare posizione
navi senza vento nell’oceano senza fine
chiedono alle stelle di tornare a navigare

e a illudersi di apprendere la verita’ dagli uomini
e a illudersi e difendersi dalle pazzie degli uomini