Giorno: 23 febbraio 2011

Ciao Maestro

Luigi Di Ruscio

Ed io sottoscritto chiamato anche Luigino sarei anche un saraceno identificandomi con i terrorizzati palestinesi, i paladini sgominatori mi sembravano le SS del padreterno, anche da piccolo mi identificavo con i pellirossa sbranati nei film in bianco e nero, anche da infante parteggiavo per i poveri Cristi crocifissi sui Golgota, i figli degli uomini con tutta la loro vulnerabilità, milioni di anni perché la scimmia si facesse eretta perché i diti potessero suonare il ventiquattresimo capriccio di Paganini, una infinità di tentativi perché inizi il regno degli uomini e mi permetto di vivere il meno velocemente possibile a piedi e in certi casi anche in bicicletta.

– da Cristi Polverizzati – 2009 – pag. 195

Ciao Maestro, la vita non è stato un capriccio ma una dura avventura, bella, sudata, vissuta in ogni rigo che lasci e nell’esempio che respira delle cose che hai agito.

Ti sia leggero questo volo, Luigi.

Francesca Genti – La febbre – Castelvecchi (anteprima Capitolo III)

CAPITOLO III

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IL MARE

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Camminare sul marciapiede non è affatto un’impresa facile. L’asfalto fonde sotto i nostri piedi, sembra di stare in mezzo a una palude, tra le sabbie mobili.

Andrej cammina lento, a fatica. Lui ha il compito di accudire l’Astrologo, le ruote della carrozzella fanno attrito sulla melma d’asfalto, lasciando dietro di noi una sinuosa traccia del nostro passaggio.

Imbocchiamo un lungo viale che porta fuori città. Un tempo era un viale commerciale, negozi di ogni genere si susseguivano per chilometri.

Ora non rimangono che vetrine rotte, a parte un cinema che proietta ancora film, frequentato essenzialmente da poliziotti in cerca di un po’ di svago nelle ore di pausa. È un cinema porno, ma

il concetto è molto lontano da quello che significava in origine.

Mi spiego meglio: niente è più proibito, basta dare un’occhiata alle creature che girano in città. Ibridi, nati da accoppiamenti bestiali.

La nuovo frontiera del porno è l’amore.

Nella sala vengono proiettati film che grondano stucchevole romanticismo. Pura melassa. Questa è la nuova frontiera, il nuovo proibito, il sogno più estremo.

Passiamo davanti al cinema. Entro nell’atrio, prendo il programma, lo consulto: Matrimonio sull’isola, La torta della mamma, Il primo bacio, i titoli delle pellicole che vengono proiettate.

Mi avvicino alla cassiera, che mi guarda spaventata.

«Quale proiezione mi consiglia?»

Rimane interdetta, non sa in che categoria incasellarmi.

«Vendete giornalini?»

«Sì» mi dice, tirando fuori un pacco di giornaletti da sotto il bancone «abbiamo Amore, Amore e ancora Amore, L’anello di fidanzamento, Nozze d’oro, Fiocchi e cicogne, Eterno diamante».

Li compro tutti, saluto e esco.

Cosa c’è di meglio di una gita al mare tra amici con un bel pacco di giornali porno? Li leggeremo tra un tuffo e l’altro, mentre ci riposiamo, prendendo il sole.

Il tragitto per arrivare al mare è ancora lungo, ma certamente più breve dell’ultima volta che ci siamo andati.

Giorno dopo giorno, il mare avanza, inesorabilmente mangia la città, metro per metro, come un colloso melanoma.

Scordatevi l’azzurrità e la freschezza dell’acqua, il sapore del sale, l’effervescenza delle onde, questo nuovo mare è nero, composto quasi esclusivamente da catrame, tuttavia, se si vince la pigrizia e ci si spinge al largo se ne incontrano porzioni più pulite, non più nero catrame, ma fango e detriti.

Ci si mette un po’ ad abituarsi, ma poi ci si fa il callo e non si rinuncia, di tanto in tanto, a una bella nuotata.

Avere la fortuna di possedere una maschera a raggi infrarossi e guardare il fondale è un’esperienza unica. Sotto c’è la città che il mare ha mangiato.

Case, fabbriche, centri commerciali completamente ricoperti, annegati nel catrame, sono diventati le tane di creature che si sono adattate velocemente al nuovo ecosistema.

Camminiamo e camminiamo senza incontrare nessuno, ci investe un’intensa zaffata di bruciato che ci segnala che siamo vicini alla meta.

«Dall’ultima volta sarà avanzato di un chilometro» osserva Andrej.

Siamo arrivati. In fondo alla strada c’è il mare.

Guardiamo l’orizzonte nero con il sole basso, fermo, appeso al cielo: è un panorama affascinante.

Ci sistemiamo sul tetto del capannone di una fabbrica, un luogo ideale per oziare, sdraiarsi a prendere il tenue sole.

Io sono completamente coperto di peli, a parte le gambe che hanno le squame. L’abbronzatura non è il primo dei miei pensieri.

Da quando lo conosco non ho mai visto il corpo dell’Astrologo scoperto a parte il viso e le mani, Andrej invece è vanitoso, subito si spoglia, rimanendo in mutande, benché non più giovane ha ancora un bel corpo atletico.

L’Astrologo si immerge nella lettura di un giornaletto porno: Nozze d’oro.

Anche io gli do uno sguardo: foto di anziani sorridenti, davanti a una torta, intorno a loro una numerosa famiglia con figli e nipoti, cani e gatti. Alcune foto raffigurano i vecchi coniugi in giardino, altre nel loro appartamento arredato con gusto squisitamente piccolo borghese. C’è da eccitarsi, ma mi trattengo, mi siedo, guardando l’orizzonte, perdendomi nei miei pensieri.

Andrej si tuffa in mare.

Dopo un po’ che sono assorto nei miei ragionamenti vengo distratto da un rumore, è l’Astrologo: con il bastone batte per terra, mi giro allarmato, ma capisco che non è il segnale di fuga.

Disegna la silhouette di una donna. Possibile? Vuole dirmi che ha avvertito la presenza di una donna ribelle nelle vicinanze?

Comincio a guadarmi intorno, non vedo nessuno oltre noi due.

L’Astrologo mi fa un cenno con la testa, come a dirmi: va a cercarla. Ubbidisco.

Seguo il perimetro del mare per molti chilometri, non incontro nessuno se non una colonia felina, gatti mutanti con le ali.  Sono tutti mollemente accoccolati sul terrazzo di una casa per metà a bagno nel catrame, quando mi vedono cominciano a miagolare forte, con aggressività, non capisco se sono spaventati o vogliono attaccarmi, comunque mi levo velocemente di torno.

Prendo una piccola strada, comincio a correre, poi la vedo, mi fermo. Sarà a duecento metri da dove mi trovo io. È bella, giovane, in bikini, sdraiata su una stuoia, il corpo è molto bianco e riluce sotto i raggi bassi del tramonto.

Prende il sole sui gradini di una chiesa mezza distrutta. Silenziosamente mi nascondo, non voglio che mi veda, si spaventerebbe.

Mi accovaccio dietro un’auto capottata e spio i suoi movimenti. Passa del tempo, lei rimane quasi immobile, di tanto in tanto con la mano si tocca i capelli neri.

Latrati selvaggi interrompono il silenzio, la ragazza si alza in piedi di scatto, spaventata raccoglie le sue cose. Nel giro di pochi secondi, dalla via opposta a quella dove mi trovo io, compare un manipolo di poliziotti, vedono la ragazza e le sguinzagliano contro i loro mastibuini.

Senza pensarci, mi muovo verso gli animali, corro inferocito verso di loro. La ragazza vedendomi urla terrorizzata, ai mastibuini è abituata, ma una creatura brutta come me non l’ha mai vista.

Alla vista di questo grande essere non immediatamente identificabile anche i mastibuini si spaventano, si fermano, indietreggiano, infine scappano dai loro padroni.

Mi giro verso la ragazza, non c’è più, ha avuto il tempo di fuggire. A questo punto penso sia meglio seguire il suo esempio, i mastibuini sono ingenui, ma non stupidi, la vista può ingannarli per qualche secondo, ma non gli altri sensi, molto velocemente si rendono conto che, seppur con qualche modifica alla carrozzeria, la miserabile accozzaglia animalesca che hanno davanti non è altro che un fragile essere umano.

Corro per un bel pezzo, fino a quando mi ritrovo nuovamente immerso nel silenzio. Mi siedo sui gradini che non portano più a niente. Respiro profondamente, sorrido. Sono contento di avere salvato la ragazza. Ma soprattutto di averla incontrata: questo significa speranza.

Al solo pensiero che la parola “speranza” mi si sia materializzata nel cranio scoppio a ridere.

La ragazza è semplicemente un nuovo gioco: cercarla, incontrarla nuovamente, magari parlarle, un altro gioco per passare il tempo, prima che il tempo finisca.

Si è fatto tardi, anche se il concetto, in questa perenne luce serotina perde di molto il suo peso. Torno sui miei passi per raggiungere gli amici.

Andrej è sdraiato, qua e là il suo corpo è coperto di chiazze di catrame, l’Astrologo si è appisolato sulla sedia a rotelle, ha la testa reclinata e russa piano.

Mi stendo vicino a Andrej.

«Non ci crederai mai ».

Andrej non è un espansivo, non dà grandi soddisfazioni, non muove un muscolo, non si gira a guardarmi, fa cadere la mia frase nel silenzio.

«Non vuoi sapere cosa ho visto?»

Sbadiglia. «Che cosa?».

Sto per cominciare il resoconto, ma mi ferma con un gesto della mano.

«Prima di raccontarmi aiutami a togliere queste macchie».

Accetto di buon grado, comincio a strofinarlo: «Prima sono stato quasi attaccato da una colonia felina mutante, decine di gatti di taglia piccola, tutti neri con ali da pipistrello».

«Non li ho mai visti, gli ultimi gatti mutanti che abbiamo incontrato erano quelle carcasse di siamesi con gli zamponi da orso, ti ricordi?».

«Sì, ma non è questa la cosa interessante: ho incontrato una ragazza»..

Appena pronuncio “ragazza” sento il corpo di Andrej tendersi sotto le mie zampe, i muscoli guizzano piacevolmente come allegri pesciolini impigliati nella rete della carne.

«In bikini addirittura, bel corpo… prendeva il sole sdraiata su una stuoia».

Andrej ghigna dispettosamente: «Forse è meglio che tu la smetta di comprare quei giornalini, eccitano troppo la tua fantasia».

«Ti assicuro che non è una fantasia, né un’allucinazione, la ragazza esiste, prendeva il sole e il sottoscritto l’ha salvata da una muta di mastibuini».

Andrej continua con il sarcasmo, è un uomo sensibile, è il suo modo di difendersi: «… e dopo averla salvata? Le hai chiesto la mano?»

«Molto divertente, oltre che auspicabile, ma forse sei tu che devi smettere di leggere quei pornacci da due lire. Quando mi ha visto è scappata, era quasi più spaventata da me che dalla polizia».

L’Astrologo interrompe la nostra conversazione con uno sbadiglio somigliante a un ruggito. Si è svegliato. Attira la nostra attenzione nel solito modo: battendo imperiosamente il bastone a terra.

Andrej gli va allegramente incontro: «Maestro».

Il vecchio sembra di cattivo umore. Emette strani suoni che non riusciamo a decifrare. Andrej gli si avvicina e lo abbraccia con tenerezza, con un fazzoletto gli pulisce la bocca bavosa.

«Cosa desideri, maestro? Siamo a tua disposizione».

L’Astrologo disegna per terra quella che ha tutta l’aria di essere una pizza.

«Ha fame, vuole andare a mangiare».

Ottima idea, anche se non di facile realizzazione.

@FRANCESCA GENTI – LA FEBBRE – ED. CASTELVECCHI 2011 –

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Link ai capitoli precedenti:

Capitolo I

Capitolo II