Giorno: 22 febbraio 2011

La Libia e L’Italia – di Michele Boldrin (post di Natàlia Castaldi)

Indissolubile

I fatti libici sono noti. Chi volesse un aggiornamento basta che visiti Al Jazeera. Sono anche noti a tutti l’inazione ed il silenzio del nostro governo, rotto solo negli ultimi due giorni da due interventi.

Primo quello del presidente del consiglio, che ha giustificato il suo totale silenzio affermando di non voler “disturbare” il suo amico Gheddafi. Oggi, di fronte alle reazioni del resto del mondo civile, il satrapo nazionale – noto estimatore di Gheddafi, il cui stile di vita cerca strenuamente di imitare mentre sogna di adottarne i metodi di governo – ha fatto emettere una nota della presidenza del consiglio nella quale

fa sapere di seguire con attenzione e preoccupazione l’evolversi della situazione e di considerare inaccettabile l’uso della violenza sulla popolazione civile. Nel comunicato si legge che il premier «è allarmato per l’aggravarsi degli scontri e per l’uso inaccettabile della violenza sulla popolazione civile». Nella nota Palazzo Chigi aggiunge che «L’Unione Europea e la Comunità internazionale dovranno compiere ogni sforzo per impedire che la crisi libica degeneri in una guerra civile dalle conseguenze difficilmente prevedibili, e favorire invece una soluzione pacifica che tuteli la sicurezza dei cittadini così come l’integrità e stabilità del Paese e dell’intera regione».

Di oggi l’intervento del ministro italiano degli esteri, il quale ha invitato l’Unione Europea a non “interferire” nelle vicende libiche. Dice Frattini che non vogliamo “esportare la democrazia”, non in Libia almeno. In Iraq, come ci ha ricordato Filippo Solibello, invece sì: gli iracheni sono, evidentemente, più meritevoli dei libici. Un popolo, quest’ultimo, per il quale – sin da quando il generale Graziani esercitava la sua azione ”pacificatrice” per ridare a Roma l’impero che, secondo i deliri fascisti, le spettava – le elites italiane sembrano avere ben scarsa considerazione.

Apprendiamo inoltre, dal Corriere della Sera, che la posizione ufficiale italiana è perfettamente allineata con quella della famiglia Gheddafi:

Rispetto alla Libia, il titolare della Farnesina auspica una «riconciliazione pacifica», arrivando a una Costituzione, come propone [il] figlio [di] Gheddafi.

Tutto ciò è così scandaloso da apparire banale, come solo il male politico riesce ad essere. Mentre un folle massacra la sua gente inerme, chi potrebbe fermarlo non agisce ma invita alla “stabilità del paese e dell’intera regione”.

La politica estera italiana, nei confronti del regime libico è sempre stata quella che conosciamo, dai tempi di Andreotti in poi. Miope e squallida? Sì, ma non di più di quanto lo fosse, nel medesimo periodo, la real-politik adottata dagli altri paesi occidentali verso i propri “partners” del terzo mondo e del mondo arabo, in particolare. Partner, dopo tutto, è la traduzione, nel linguaggio della diplomazia internazionale, di una via di mezzo fra “escorts” e “killer”. Da alcuni anni, sotterraneamente e lentamente, il comportamento degli altri paesi ha cominciato a cambiare. Non per l’Italia, però, che sotto la guida di Silvio Berlusconi è diventata l’alleato ed il partner commerciale più fedele (e più servile) della Libia del criminale Gheddafi (oltre che della Russia del quasi altrettanto criminale Putin, ma non divaghiamo). Il tutto, ovviamente, in nome del sano realismo delle persone d’affari che risolvono problemi concreti e non si perdono in fisime intellettuali.

Tale differenza è diventata palese nelle ultime settimane a fronte dell’insurrezione dei popoli dell’Africa del Nord, per esplodere negli ultimi giorni a seguito dell’estendersi alla Libia della rivolta popolare. Gli eventi libici e l’allineamento dello stato italiano alle direttive della famiglia Gheddafi (come appare evidente sia dalle dichiarazioni riportate sopra che da tutta l’azione del duo Berlusconi-Frattini) ci pone fuori dalla comunità degli stati democratici europei ed atlantici rendendoci, di fatto e di principio, alleati di Gheddafi. Mentre persino l’ONU (lo stesso organismo che anni fa aveva messo la Libia a presiedere la commissione per i diritti umani) rompe con Gheddafi definendolo un criminale di guerra ed un genocida (aprendo quindi la porta per il suo arresto e processo secondo le leggi internazionali) il governo italiano ne appoggia ufficialmente posizioni e richieste!

Incredibile, ma vero: il crepuscolo del satrapo genera oramai mostri ben maggiori che le puttanelle minorenni che danzano nei seminterrati di Arcore. Questa è una vergogna nazionale ed un ulteriore scandalo morale che il popolo italiano non dovrebbe sopportare. È anche un grave errore strategico che danneggia gli interessi italiani nel lungo periodo, nel medio e probabilmente persino nel breve. Gheddafi è finito, indipendentemente da quante migliaia di cittadini inermi massacrerà oggi e nei prossimi giorni. Con lui finirà il suo regime e il potere della sua squallida famiglia (così simpatica, per altro, alle elites italiane, dagli Agnelli ai Berlusconi alle puttanelle televisive che ai suoi figli si accompagnano).

Trovo sconvolgente che l’opinione pubblica italiana non stia chiedendo al governo italiano di allinearsi con il resto del mondo civile isolando il regime di Gheddafi per forzarne l’abbandono

Trovo sconvolgente che l’opposizione parlamentare italiana non chieda ai cittadini di scendere in piazza, non tanto per “esportare” la nostra democrazia in Libia ma per chiedere due cose semplici:

– che la comunità internazionale fermi la mano del criminale (vista la posizione già adottata dalla diplomazia ONU un intervento d’interdizione dello spazio aereo è facilmente e rapidamente implementabile dall’aviazione NATO del Mediterraneo del Sud);

– che il governo italiano agisca materialmente contro Gheddafi e in supporto del popolo libico che ne chiede la testa.

Concretamente, per raggiungere questo secondo obiettivo, oltre a condannare senza ambiguità le azioni del governo libico il governo italiano dovrebbe porre sotto immediato sequestro TUTTI i beni patrimoniali, mobili ed immobili, posseduti dal regime Libico e dalla famiglia Gheddafi in Italia e nelle società italiane operanti nel mondo, attivandosi per offrire asilo ai perseguitati e supporto politico e materiale al popolo in rivolta.

Non è impossibile fermare la mano del criminale e aiutare i libici a liberarsi di lui e dei suoi soci. Basta volerlo. Certo che, quando si son fatti con il criminale affari sporchi e, probabilmente, accordi sotto banco, la sua caduta potrebbe apparire un rischio anche per chi quegli accordi li ha fatti.

Ragione di più perché gli italiani per bene, oggi, stiano con il popolo libico in rivolta. Essere libici, oggi, è una maniera molto concreta d’essere anche veri patrioti italiani.

Michele Boldrin

“Marx – Istruzioni per l’uso”, di Daniel Bensaïd – recensione a cura di Michele Lupo

“Marx – Istruzioni per l’uso”, di Daniel Bensaïd

Daniel Bensaïd

Marx – Istruzioni per l’uso

Ponte Alle Grazie Pag 250  € 16.50

(con le vignette di Charb)

Accompagnato dalle vignette di Charb, uno dei maggiori disegnatori francesi, direttore del settimanale satirico “Charlie Hebdo”, il volume in oggetto direbbe a primo impatto di una strana natura anfibia, non del tutto seria, ammiccante, spiritosa. Ma sarebbe impressione lontanissima dal vero, perché si tratta di un lavoro che in più parti richiede invece un minimo di addestramento, pur schivando la forma accademica dei saggi per specialisti. Detto che viene il sospetto che l’editoria abbia bisogno di strambi travestimenti per far passare Marx alla cassa delle librerie, e di strizzar l’occhio a un qualche divertimento per renderlo digeribile, il libro di Bensaïd (scomparso recentemente) mette in guardia proprio dal relegare il grande filosofo di Treviri in una nicchia accademica perciò stesso innocua e ininfluente alla, si sarebbe detto una volta, “prassi” politica e persino alla liceità di un suo uso giornalistico. L’introduzione e il primo capitolo sull’adolescenza del giovane Marx bohemien, bevitore robusto dall’aspetto furente, frequentatore di poeti, sveglio quanto basta per comprendere che nella Prussia reazionaria di Federico Guglielmo IV non v’è posto per la libera ricerca quindi tantomeno vi albergano speranze per una carriera universitaria dignitosa, questo incipit e la metafora del Capitale come un noir concedono quel po’ che basta per avvicinare il lettore a digiuno di certi argomenti; però presto la divulgazione prende un andamento tutt’altro che corrivo e facilone. L’assunto è: “Sarà sempre un errore non leggere e rileggere e discutere Marx”. La frase è di Derrida, un tale cui si può muovere qualsiasi critica tranne quella d’esser stato un buzzurro e truculento stalinista come piace pensare ai liberali d’oggidì di chiunque non si sia pacificato nell’accettazione supina del capitalismo quale che sia compreso quello che sta facendo strame di un secolo e rotti di conquiste sociali e civili.

Come ci ricorda Bensaïd, Marx ben presto prese le distanze dall’umanismo romantico dei socialisti alla Proudhon, e questo è noto; più interessante la considerazione secondo cui qualcosa di quel modo di pensare oggi è ravvisabile per lui in certe pose teoriche come quelle che fanno capo al cosiddetto pensiero della “decrescita”: l’immagine di un mondo artigianale fatto di piccoli produttori indipendenti e “tanto calore domestico” – che sembrano omettere dall’orizzonte sociale l’idea stessa del conflitto, ossia quel principio agonistico senza il quale per Marx non v’è storia (e si è visto aggiungerei in quale condizione ci abbia precipitato il pensiero di una “fine della storia”). Religione, denaro, stato, economia politica: il Marx che si avvicina al ’48, ossia al Manifesto, inizia a strutturare sistemi teorici notoriamente più complessi – ritenuti da alcuni deterministici – che si vuole di solito accogliere soltanto calandoli nella realtà dell’Europa coeva. Ma oggi come allora il materialismo è innanzitutto un assalto alla religione che è per l’intanto culto delle illusioni. Marx non fa che portare a termine (anch’esso temporaneo, questo sì) il passaggio dalla trascendenza coatta che serviva la nobiltà e le corti europee all’immanentismo illuminista: l’uomo, sottratto all’astratta sovranità del cielo, non è nemmeno un microcosmo spirituale autosufficiente, bensì corpo concretamente immerso nella storia (materiale). In ciò, al netto degli indubbi tratti dogmatici del suo pensiero – guarda caso quelli più fallaci, guarda caso quelli che sfuggono al suo controllo teorico e recano le tracce mnestiche dell’hegelismo da una parte e di una improvvida escatologia ebraica dall’altra, la convinzione in fondo irrazionale che la storia procedesse verso una direzione lineare in cui il comunismo si sarebbe realizzato perché innestato sul capitalismo, da esso stesso necessitato, resta la diagnosi difficilmente discutibile: “all’inizio della ricchezza vi era il crimine dell’estorsione del plusvalore, e cioè il furto del tempo del lavoro estorto e non pagato al lavoratore” – a dirla con Engels, “un omicidio”:

Personalmente, non credo che il pensiero di Marx sia in sé immune dai rischi totalitari in cui è difatti finito – ma qui il discorso si farebbe troppo lungo. Ciò non toglie che Marx aveva visto come nessun altro quale miseria avesse prodotto l’economia politica spacciata per ontologia – a dirne una oggi, per gli amanti degli esempi concreti e “attuali”, come le crisi finanziarie possano portarsi dietro la devastazione nell’”economia reale”. E dunque, con le parole di Bensaïd:: “L’attualità di Marx è quella del capitale stesso (…) la sua critica alla privatizzazione del mondo, del feticismo della merce nel suo stadio spettacolare, della sua fuga mortifera nell’accelerazione della corsa al profitto” etc.

La fretta di buttarlo con l’acqua sporca del “socialismo reale” ha prodotto disastri, sempre più tangibili sulla pelle anche dei sostenitori del capitalismo più bieco. Non basta?

Michele Lupo

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Precedenti articoli di Michele Lupo su Poetarum Silva:

Una sana Norimberga, no?

Poetry Slam & Reading – Palermo, 5 marzo 2011, presso la sede del CeSMI (post di Natàlia Castaldi)

Sabato 5 Marzo 2011, con inizio alle ore 20:30, il CeSMI – Centro Studi di Medicina Integrata organizza, presso la propria sede di Via Dante 153 a Palermo, una Serata di vino e poesia.

Parteciperanno allo slam (una vera e propria gara di poesia) gli autori che vorranno iscriversi alla performance con i propri testi, ma si può anche partecipare al reading, interpretando una lirica propria o d’altro autore.

Le iscrizioni sono ancora aperte!

Per informazioni ed iscrizioni al poetry slam o al reading:
info@cesmipalermo.com
393 5352087

PROGRAMMA DELLA SERATA
Con l’intenzione d’introdurre il pubblico palermitano agli eventi che festeggeranno la prossima Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’UNESCO nel 1999 e celebrata ogni anno il 21 Marzo, il CeSMI organizza, presso la propria sede di Palermo in Via Dante 153, una serata in cui gli Autori ed i lettori appassionati di Poesia possano partecipare contestualmente ad un READING e ad un POETRY SLAM, ovvero un amichevole incontro tra coloro che alla parola vogliano restituire il ruolo, troppo spesso negato, di centro pulsante della comunicazione, della comprensione tra culture e del dialogo, veri strumenti di pace tra i popoli.
ore 20,30 – 21,00:
Presentazione della serata e composizione della giuria del poetry slam, estratta a sorte tra il pubblico e presieduta da uno dei maestri di cerimonia.

ore 21,00 – 23,00:
Poetry slam tra i poeti iscritti alla gara (le richieste di partecipazione saranno state selezionate in base al loro ordine di arrivo all’indirizzo di posta elettronica info@cesmipalermo.com); per il contest valgono le seguenti regole:
– iscrizione gratuita e aperta a tutti;
– esibizione a cappella (ovvero senza l’accompagnamento di strumenti o basi musicali);
– libertà d’espressione (si può dire, leggere, scandire, cantare testi costruiti su temi liberi);
– tempo a disposizione per ogni esibizione: dai 3 ai 5 minuti;
– gli autori si confronteranno due per volta, leggendo un massimo di tre testi ciascuno;
– al termine dell’incontro la giuria determinerà chi tra i due avrà passato il turno; si procederà così fino alla finale.
Tra un match e l’altro si alterneranno le letture dei testi poetici proposti dagli iscritti al reading, eventualmente accompagnati da un sottofondo musicale (anche per le letture, le richieste di partecipazione verranno selezionate in base al loro ordine di arrivo all’indirizzo di posta elettronica info@cesmipalermo.com).

ore 23,00 – 23,30:
Premiazione del poeta vincitore dello slam e presentazione al pubblico palermitano degli eventi che, in occasione della prossima Giornata Mondiale della Poesia, verranno realizzati in città e nella regione.