Giorno: 21 febbraio 2011

FEBBRE – di Gianni Montieri

Ho visto un video  girato in Libia
40 secondi, un foro nella testa di qualcuno
tanto sangue. L’ultimo fotogramma:
uomini che corrono, uno ha un morto in braccio.

Devo rivederlo molte volte
mi distraggo, arrivano mail
tossisco e ho finito lo sciroppo,
la tachipirina fa effetto, sudo.
Non mi guardo allo specchio
ma sento il pallore sul mio volto

c’è un massacro dietro casa
e io non trovo il certificato medico
non trovo nulla, mangio un biscotto
riguardo il video altre dieci volte
cosa provo? Orrore come tutti
sono una brava persona
il morto avrà avuto vent’anni
io ne ho quaranta, punto la sveglia
mi preparo una tisana.

.
Gianni Montieri

Vincenzo Bagnoli – Canzoni da imparare e da cantare (post di Natàlia Castaldi)

Bering
(dove al poeta si chiede di fare la guardia al solito bidone di benzina)
per Roberto Roversi

.
È facile stancarsi dopo anni
ed anni, sempre qualcosa di nuovo,
ma sempre taiga o ghiaccio e grigia tundra,
qualcosa da trovare un po’ più avanti:
nuovi nomi per tutte le cose.
Si passa il mare, ma è ancora gelo;
il riso si fa duro, ha come un’ombra
in fondo, sembra qualcosa di nero
dentro alla festa, di freddo e di triste:
un’alba nuvolosa, una corsa
veloce all’indietro, un saluto
di forma e innervosito poco prima
dell’ora di apertura dei negozi.
Ma il sole del 21 ha un morso rosso
sul bordo delle colline dei Čukči:
ricorda un giorno dietro all’orizzonte…
e non dimenticare per favore
dov’era Leningrado (e Stalingrado)
da dove eri partito, i padri morti.

*

Neogrigio

.
Gli zero gradi del mattino sono
una linea invisibile e concreta,
una barriera alle soglie dell’alba,
la grigia biffatura del paesaggio.
Su questi giorni stanchi e troppo corti
soffia un vento gelato di borea
pieno di Ira, di rassegnazione:
batte la terra, condensa sul suolo
la rabbia fredda e lucida di ghiaccio,
un permafrost perenne, una banchisa
immobile, la crosta di plutone
nel vuoto di Un’orbita esterna
di cui non ho trovato ancora i bordi.

*
October (you too?)

.
Veniamo da questo insipido fuori,
banlieu del cosmo, disegno astratto
di tutte le linee dei muri esterni;
definitiva geometria del mondo,
crepe, trincee scavate dal sempre.
Un millenario progetto di tempo
finge una storia anche nella sconfitta,
in quella parte di tutte le vite.
Fascia, zona obliqua e multiforme
scritta dalle contorte diagonali
che attraversano solo i contorni,
dove si compie e si forma l’informe,
la regola del caos, della rovina, dove sorge
il logos della frana che riforma l’universo,
lo sfascio, la disfatta che si assesta
nella crescita a vista dei detriti
sul perimetro all’orlo dello scavo.
Derma di asfalto e strade selciate,
mucose di edilizia popolare,
reticolo di vie senza sbocco:
la muscolatura della città
e delle nostre paure è robusta,
troppo pesante l’ansia delle ossa,
l’urto dei muri, l’incontro impietoso
di aspro cemento e liscio epitelio
(sul bordo i gelidi grattacieli,
immobili nel cielo della sera
come implausibili estranee elevazioni
valori astratti sospesi al di sopra).

*
Agricola
(dove al poeta si chiede di fare silenzio la buona volta che è tardi e già chiuso)
per Patrizia Vicinelli

.
La periferia ci impasta nei giri
ci attrista nei valzer ai bordi di un clima
uguale e ingiusto nel tempo e nel ritmo.
Con mille cerimonie poi il disco
s’inceppa, e continua a saltare,
su quelle frasi gentili cadenza
le dolci ovvietà rassicuranti
dei docili animali: ancora un giro
poi la riverenza, e non finisce.
Ricordi della crisi a fior di pelle,
supplizio delle colpe fatte in serie,
tutti i viaggi, i giri non fatti
e detti per niente restano sempre
nel panorama deserto dei tetti
di una nazione schiava del cielo
nei suoi frammenti più fuligginosi,
arresa al sorriso di avidi numi,
dei dell’incetta e dell’eucarestia:
insegne e vetrine iridescenti
come le anse grasse degli oli
sulla pozzanghera stagnante della
notte, troppa notte e troppo densa.
Così la città è solo un franare
in pezzi oltre il rogo e i tribunali;
anatomie lungo i viali ad aprire
lo stile di un desiderio inespresso,
onde profonde, campiture, lembi,
discorso di polverose catastrofi,
però sotto la soglia di attenzione:
gli organismi ceduti all’assenza,
debole riso di vasi e coglioni,
di morchia e vene azzurre senza sbocco.

*
Appunti per una pratica della lotta di classe
per Dan Cepraga e Vladimir Fava

.
Si sovrappongono nella memoria
i giorni prima e dopo del solstizio,
la luce breve, le ore a precipizio
verso Il buio tempo senza storia
del vuoto dove cresce la città:
il desolato deserto dei giorni
nuovi, l’attenta paura al mattino,
il grigio cenere di alba e cemento
e anche l’azzurra carezza sugli occhi
dell’ombra dei grattacieli caduta
s’un incidente d’auto suburbano;
pioggia continua e sonno smarrito,
stupida fretta di andare al tuo posto,
malinconia di casa galleggiante
nell’odore di arance e di merende;
la voce opaca, la nebbia bagnata,
la triste ottusità del giorno pieno,
delle altre facce alla fine di tutto,
sorprese dal freddo fuori alla scuola;
l’attesa lunga di un giorno di festa
che durerà poi per tutta la vita
per arenarsi nel vuoto, nell’ansia
e nel rammarico torbido, denso,
di tutto il lavorare senza senso,
della fiumana scorsa più avanti
e noi rimasti ancora senza storia
e senza parole, come bambini:
in mano solo la fatica fatta.

*
Pistis sophia

.
L’eternità sono i cronici incontri
che ci ritrovano a ogni incrocio,
pupille specchiate dai finestrini,
i resti in moneta, le ricorrenze,
plumbea congiura di cielo e secondi:
le cose abbandonate nei cassetti,
le grigie archeologie personali
identiche per cicli e per manie,
lamenti sempre nuovi e variazioni,
ripetizioni, identità obbligate
nei giri di questa zona obliqua
scritta dalle contorte diagonali
di tutte le linee dei muri esterni:
la vita abolita dal di fuori,
l’ottuso orrore del signor dovunque
(e chiedimi se odio le promesse).

Il piccolo mondo lo tiene assieme
l’impalcatura di orari dei mezzi,
di coincidenze e di itinerari
precisi nei dettagli, l’onniscienza
di reti dei satelliti, di media:
non serve un finimondo, basta poco,
un piccolo errore umano o meno
a svolgere i chilometri nei metri,
a riportare la furia antiquata
del sottomultiplo in passi e secondi
(e chiedimi se odio le promesse).

Di tutto il costruire resta poco:
solo il cantiere perenne, lo stile,
(non parlo dei prodotti, all’erosione
glaciale ora scampano lattine
schiacciate, il monodose di ketchup).
Il senso del formare si consuma,
restano squallidi pezzi d’avanzo:
terra di scavo, tralicci spezzati,
pali nel fango e gabbie in metallo,
reti sfondate, lamiere e steccati,
schegge di legno e sabbia bagnata,
Černobyl, Mostar, My Lai, Bopal:
dietro alla belle parole faconde
le nude travature del commercio
(promesse, adesso basta, ne ho abbastanza).

*

Easyriding

.
L’onda liquida dei giorni lontani
ha Il suono leggero di un arpeggio
su una chitarra a dodici corde
e lungo il fiume, past the shady trees,
c’è ancora l’ombra di me in agguato:
quello che fui, dovrei essere stato,
il tempo perso, le voci smarrite,
i miei ricordi, le spine e un rancore.

*
XIX lama (pseudosonetto radiante)

.
Dal cielo dei gemelli il sole incendia
già, sopra i tetti e sopra all’asfalto,
l’aria appassita di queste giornate
di primavera affogata nell’afa,
fra ozono e smog. Dopo i perduti giorni
del sole, del sale, dell’amarezza,
dopo le prime notti dell’estate
verranno i tramonti pieni di luce
smagliante, del colore dei pianeti,
e di costellazioni ammiccanti
ad altri luoghi e a un altro cielo terso,
sgombro dai cumulonembi, sereno,
alla bellezza di un sorriso atroce:
intorno la rovina di ogni cosa.

*
XV lama (semisonetto ‘tainted’)
per Guido Caserza

.
L’orizzonte oltremare spesso è tetro:
nelle giornate più azzurre incupisce
e c’è uno sguardo malvagio nell’ombra
dove la luce del giorno sparisce.
Fra alba e tramonto, dal cuore Oscuro
delle foschie e dei raggi taglienti,
mi lancia torbide occhiate assassine,
ripete mute minacce inquietanti.
Di notte sorge Marte fra i vapori
della bassa atmosfera, stella rossa
che arde di orrendi sanguigni bagliori.
Torcia diabolica rivolta in basso,
ammicca alla rovina, alla miseria
umana e brucia di auspicio nefasto.

*

Losing your religion

.
Baciale, baciale, bacia ancora
le labbra inventate di ogni sera,
le deboli memorie e le speranze,
le inutili abitudini, le vecchie
serafiche illusioni tristi e sciocche,
carezze colore rosa confetto
dei cieli ciclamino suburbani
ad ansie senza voce e senza peso,
sospese nel magnetico violetto,
nel docile silenzio del solstizio:
amaro di parole sempre dette,
di tutto ciò a cui torniamo sempre,
come il vento di settembre e l’autunno.

*

Corteo (falling apart)
per Marco Berisso

.
Vincenzo, mi dicevo, ora sarebbe
che tu passassi come il tempo passa
(invece di aspettare che ti formi,
tanto è distrutta già la tua persona):
la tua risacca di stanche fatiche
lasciata andare al fondo della fiacca
che domina le ore e le giornate.
Ormai hai già avuto i tuoi giorni radiosi:
la nebbia che si affaccia in fitti banchi
sul margine del cielo a settentrione
non lascia prospettive che all’errore.
E allora se ti svegli per cadere
dai sogni nel ripetersi del grigio,
nella gloria del niente, nel creparsi
dell’orizzonte dove sorge il sole,
nelle tristi bugie che insieme all’acqua
sporca, caduta da nuvole guaste,
strisciando colano giù lungo i vetri,
se tutto cade a pezzi allora è meglio
scegliere il vuoto e farsi da parte,
la voce sbigottita e deboletta,
ogni lamento infine azzittito:
amare è perdere e quindi è morire,
è una dura sconfitta la fine.

*

By this river

.
La pioggia di Bologna brucia pelle
e pietra d’arenaria, il tempo corre:
è un fiume di acque nere dell’inverno
che corre via veloce verso il fondo
dentro la notte, nel cuore del nulla
che avvolge nel silenzio i nostri passi
fermati sulla sponda senza guado.
Ma noi vediamo solo galleggiare
le grige e lente lamine di ghiaccio
che stridono incagliandosi fra loro:
la corsa rapinosa invece sfugge,
ci sembra tutto fermo e noi restiamo
sempre distanti, sempre sulla riva
di questo fiume, ma senza parole.

*
This corrosion

.
Scommetti la tua vita a questo gioco,
su quella carta sola punta tutto:
un grande amore svanito alla fine
del pomeriggio assolato di agosto…
Nel languido tramonto di ottobre
il nulla canta canzoni dorate,
funghi sul tronco marcito del tempo.
L’estate muore, un’atroce agonia;
l’autunno porta un lutto modesto,
una tristezza velata di noia
per questa solita canzone trita.
La vedova avvizzita di novembre
attende nella nebbia il capitano
scomparso sopra il mare senza fondo;
il brivido alla schiena è solo il vuoto
sull’orlo della nuvola, nel nero
del cielo cupo, immobile ed eterno.

*
No nothing never

.
Qui è solo questa pioggia di novembre,
lacrime facili: là non esiste
e la pozzanghera delle illusioni
riflette la bellezza (un sorriso
rivolto a chissà chi, un cielo triste).
Sono tornato ancora a queste cose.

La nostra storia, la carne ed il sangue,
la rabbia, il cazzo duro, il tuo bagnarti,
lo strappacuore, la disperazione,
di tutto quel che fummo resta questo:
gli scambi in una chat e qualche e-mail,
lo schermo spento, il cellulare guasto,

le luci alla finestra senza sguardo,
la cieca storia dei nostri ricordi,
l’asfalto lucido, la nebbia densa
nei crepuscoli lunghi dell’autunno,
nei pomeriggi bui e nelle sere
cadute troppo presto nella notte.

*
Baffin

.
Ora l’inverno si spenge, il freddo
non morde molto nelle ombre più brevi.
La primavera è ancora lontana
e in mezzo resta un deserto di luce
che si fa strada nei giorni, un cielo
sempre più azzurro, ma senza calore,
attraversato da strisce di cirri;
anche abbassando lo sguardo ai miei passi,
una steppa di strade asciutte e spoglie
come una convalescenza sbiadita
mi riduce a un punto sulla mappa.
In questo vuoto vasto mi smarrisco,
in questa geografia della sfortuna
che ci disperde e manda alla deriva
in tutti i giorni persi senza nome.

*
Starship Orion

.
Stasera guardo dalla mia finestra
la luce delle stelle di Orione,
fredda e sottile nell’aria leggera
delle notti d’inverno E di vento,
di altezze, di distanze trasparenti.
Altro che stelle dell’Orsa, credevo
che il tempo avesse cambiato qualcosa:
basta riaprire una vecchia cartella
(di quelle vere, non su un hard disk)
di un altro tempo, di una preistoria
della mia vita (una vita anteriore),
per scoprire che sono ancora e sempre
lo stesso uomo, e non solo in parte,
stessa sostanza, se cambia la forma
(perché mi sono molto consumato),
che resta attraverso tutto il tempo.
Mentre Saturno ritorna a passare
nella mia parte di cielo, ritrovo
la fedeltà a un disegno disperato
per tutti questi anni, ormai troppi,
malattia mai davvero debellata:
uomo di cenere, spengi le braci.

*
Sketches for Dawn

.
Questo per sempre non avrà mai fine.
Non ha un principio, se non un chiarore
di alba sfinita sotto a una pioggia
di giorni e giorni, di tutta la notte.
L’amore è proprio questa mancanza,
il vuoto che dura dentro noi stessi
visto riflesso negli occhi di un figlio,
come un pallido sole dell’autunno.
Null’altro può durare come questo,
sempre presente dentro di noi,
un altro sguardo da oltre l’azzurro
che scava dentro la nostra mancanza.

*

.

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI: come il vento,
la nuvola che cade contro il fianco
di una collina sfacendosi in pioggia
lieve e sottile che il sole asciuga
in poche ore, nessuna memoria
rimane del colore di tempesta.
Così dimentichiamo tutto, i giorni,
che abbiamo speso e quelli accumulati:
mi stancherò delle parole scritte
per non essere dette e dell’insonnia,
di notti sempre grigie e sempre uguali
e di mattine affogate nel nulla
e dei domani che abbiamo voluto.

*
X lama

.

Dicembre volta l’angolo in fretta
e l’anno nuovo mi azzanna alla gola:
la quieta maestà del clima freddo
è rotta dalla rabbia dell’industria.
Le nude travature del commercio,
le atroci verità del capitale
(l’usura, consunzione ripetuta)
le trovi al tatto, in fondo alla notte,
le ore più buie che durano a lungo;
poi c’è la morte bianca del risveglio
nel grigio della cenere del tempo,
del futuro bruciato, andato in fumo
in tutte queste fabbriche del nulla,
fame meccanica che scava dentro
le nostre budella l’annientamento.
E in questa nebbia gotica la storia
è un incubo davvero senza fine
mentre nuotiamo nel mare di stelle
della galassia perdendo nel vuoto
per sempre tutti gli atomi leggeri
scomparsi in fondo agli angoli del cielo
nel vuoto del big rip, dell’entropia.

*
Quadrantid

.

I giorni della collera e dell’ira,
la rabbia che si mangia anche le strade
e noi restiamo persi nella nebbia,
nel freddo che avvilisce l’orizzonte,
nel grigio che si stende sulla terra,
lontani gli uni dagli altri, distanti,
sempre agli estremi confini del mondo.
Io qui mi sono perso tante volte,
fermato in questo amaro smarrimento,
meteora velenosa giù dal cielo;
di tutto non ci resta che un rancore
e ogni cambiamento che ti aspetti
cercandolo in fondo alle giornate
è solo un altro conto da pagare
la rata di un contratto con la morte.

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