Giorno: 17 febbraio 2011

Vento disperanza – poesie di Stefano Giorgio Ricci (post di Natàlia Castaldi)

Afgana

Vedo, va l’alba a morire in un tramonto straniero
straniante progetto di singhiozzi e lacrime.
Il verde il bianco il rosso
non rendono pelle questo legno freddo, questo
clamore succedaneo d’affetto al petto giunge
come saluto di cecchino – BANG –

In capo d’anno la mano, la tua mano, ha smarrito
le iniziali della mia identità: è una mano, una
qualsiasi mano d’umano perduto – sottovuoto -.
Una mano, chiamata al deserto mortale da un
disegno di salvezza, che ha vestito di stracci e
stracciato un principio d’attesa.

S’accendono le luci, sulle nostre luci basse,
e la luce dilania la resa:
offesa,
nel volto
e,
certo,
più nell’anima,
vedo vacillare la saldezza delle ginocchia
e la volontà di peccato m’abbandona:
non sono più padrona neppure della voce.

Lo so che questo tricolore di legno ci allontana
ma ci allontana ancor più un’impronta misteriosa
serbata nel rancore di un’arcana preghiera

*

Una brutta blatta nera

Di primo mattino, stamattina, ho trovato
in casa mia una brutta blatta nera.
E’ strano, ho pensato, non l’ho vista ieri sera
e neppure questa notte, solamente stamattina
proprio stamattina che attendo notizie dal
mio uomo che è in missione di pace.

Tace e osserva, lugubre e inquieta.

Piove.

A molti chilometri da me lui porta la pace e
-la brutta blatta nera è irrequieta-
forse, da lui,
splende il sole sui campi incolti e sui volti.

Questa brutta blatta nera non va bene, nella casa,
è vero che ho sognato le cloache del mondo
ma questo nero, proprio all’ingresso, non va bene.

Non che io ignori quel che accade fuori, no, no
so perfettamente che le blatte, anche le brutte blatte nere,
per la nostra incontinenza, hanno ampia residenza ma,
forse, convenendo ad altre ombre, godono d’un bel tacere

Tace, osserva e, intuendo il mio dolere, attende
la prossima mossa o una ragione d’esistere.

Piove.

Un ospite patogeno non è il massimo della decenza
quando si ha la vita in scadenza ed un amore in missione di pace.

Mi guarda e tace.

Sono inerme,
non posso, in alcun modo, sciogliere il nodo
di questa brutta presenza che, a passo concitato,
scantona dal passato e mi conduce alla finestra.

Divise affrante/microfoni/troupe televisive/fiori
che accade fuori?
mentre sto con una brutta blatta nera…

Non c’è più…

Bussano alla porta…

*

Deserto nel giardino

Pensavo, fino ad oggi, che il deserto non conservasse
il ricordo, solamente ocra rovente ed il niente.
Pensavo,
fino a che non ho sentito nascere un papavero di fosso,
di polvere vestito e di scarlatto coperto.

Tutta la sabbia del deserto in quel papavero aperto.

All’istante l’illuminazione:
ci sarebbe stato un fiorire fuori stagione
di mani infelici ed echi di deserto.

So di amare quel deserto, quel piccolo giardino
di deserto dove è nata un’ombra
ed è scomparso un progetto.

Così, di getto, vedo vano lo sprofondare
sul cuscino di un conflitto giunto in giardino.

Pensavo ad una festa sgombra d’ombre.

*

Vento (contrario) disperanza

la blatta si fa gazza
e il cordoglio si spreca

Chiedo alla sabbia ragione
di ciò che è stato
e la mente sussulta
pensieri invasori.
Scruto il rovente torpore
di un punto
disgiunto
da occhi stranieri

(II)

Già la sorte ha serrato
le palpebre sui miei occhi
precipitandomi
nell’ombra.
Sono ciò che vedo.

(III)

Il deserto allunga le sue dita
e mi trova, nuda,
sabbia sterile all’amore,
indecifrato punto di collisione
di arterie secolari.

Vorrei morire del tuo stesso fuoco
del tuo stesso proiettile
del tuo stesso assoluto niente.

Tra spigoli di stanze e
distanze di vincoli
una morte matematica
tira le somme.

Il deserto ha occhi chiusi.

(IV)

Sono un gattino nero
che ha appena aperto gli occhi.

Ho già perso molte vite.

(V)

Saranno le distanze a soffocare
la terra
in un abbraccio peggiore
della volontà di guerra.
Cercheremo amore, amore ormai
perso, nei resti di battaglia e
nei fondi di bottiglia di parole abusate.
Chissà, amore mio devastato, se,
nel momento dell’impatto, hai sentito
il mio dolore.

(VI)

E’ disperanza che muove
anfibi italiani
al deserto
e
fa gazza
la blatta.

(VII)

Una manifestazione, di
cordoglio rabbioso, scioglie
gli aquiloni
ma non il dubbio
d’uno spreco di germogli
e mogli e figli e consigli
di capintesta e religiosi
bardati a festa.

Vedo vacillare
le colonne.

Forse il deserto è arrivato in giardino.

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Stefano Giorgio Ricci

Stefano Giorgio Ricci

nasce in Sardegna nel 1959. Pubblica:

“Pareidolia”: editore “Il Filo”  2008

“Anima Indivisa”: editore “Ismeca”  2009

“Parole d’Anima Indivisa”: editore Mediasar 2010

Le ultime due, raccolte poetiche collettive, vantavano un fine sociale: raccolta di fondi per finalizzare progetti UNICEF indirizzati ai piccoli bisognosi di paesi sottosviluppati.

“Parole d’Anima Indivisa ” è stato insignito, a Lecce,  del Premio San Michele Arcangelo giunto alla 2^  edizione, per il valore letterario e sociale.