Giorno: 16 febbraio 2011

Sogno n. 1

Inutile aggiornare cartelle vuote e sogni,

con l’imbarazzo muto che riservo alle

giornate più tese, incespico svogliato

nell’indolenza piatta, belga o olandese,

fiandra battuta dal vento di memorie

appuntite, la mia destrimane specie d’uomo.

Sipari abbassati su mobiletti Ikea,

rappresentazioni pallide dell’ovvio.

Trilli

di telefoni immaginati, vivaci colori,

spericolate nebbie mascherate da luci,

fanali stinti, parabrezza morti di sonno:

fossi attendono, accoglienti, le spoglie

viventi dell’accaduto.

***

Si piantano bulbi nella terra ombrosa,

raccolti i capelli in una matassa spenta.

Non è questo il momento per partire,

humus di notte, germoglia la vita.

Sottile passa ogni anglicana confessione,

non udrai più parole sbagliate, nessun

suono verrà a seppellire il moto allegro

del lapis che incide la pietra.

Ai quattro canti del mondo segni di

Primavera, riscossa di verde la strada,

con alberi alti, finestre addobbate a festa.

Scaffalature nuove per pareti altrimenti

vuote.

Pensieri-lucciola si oppongono

sfiniti alla permanenza del buio, all’occhio

stanco che spreme la luce.

 

Francesca Genti – La febbre – Castelvecchi (anteprima capitolo II)

CAPITOLO II

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IL POETA DEI GRAFFITI

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Ricordo la prima volta che incontrai Andrej.

È stato proprio qua, in questa città. Mancavo da molto tempo.

Ero nella seconda stagione della mia carriera, avevo già inventato la body animal art.

La mia performance era attesissima, erano passati anni prima che accettassi l’invito del gallerista. Mi ero fatto pregare molto e alla fine di un lungo corteggiamento, avevo acconsentito.

Tutta la città, tutti i ricchi della città erano in fibrillazione. Il ritorno del Poeta dei Graffiti.

Mi avevano conosciuto da ragazzino, portato a cena, a letto, in vacanza.

Avevano cercato di sedurmi con quello che avevano a disposizione: soldi, corpi, palazzi. Mi avevano disgustato.

Ora tornavo per disgustarli io, anche se conoscendoli sarebbe stato molto difficile, forse impossibile.

La performance, One Man Zoo, era fissata per le 19.

Li spiavo dal magazzino adiacente alla galleria.

Centinaia di figure si muovevano lente, risaltando sul bianco abbacinante dei muri appena intonacati.

Chiudevo gli occhi: sentivo il rumore di tacchi alti sul marmo del pavimento, il frusciare dei tessuti appesi ai loro corpi. Dilatavo le narici per avvertire l’odore della carne, i profumi raffinati.

Captavo brandelli di discorsi, ma non mi arrivava il senso delle loro parole, allora mi concentravo sul suono delle voci: latrati, pigolii, squittii, gorgheggi, ragli, grugniti. Le loro voci mi sembrava non avessero niente di umano.

Aprivo di nuovo gli occhi per guardarli, c’erano nuovi giovani, figli e figlie. E poi c’erano loro, i vecchi, i miei ex amanti, padroni.

Non erano molto diversi da me, anche loro si erano trasformati  molto, nella speranza di conservare quello che in passato avevano avuto in abbondanza: la bellezza.

Ero attratto soprattutto dalle bocche delle donne. Mi colpivano come un pugno. Erano come foglie di rare piante grasse, tropicali, ora chiuse, ora dilatate. Poi c’erano i colli: rugosi, cadenti, la parte più  vera di loro.

Appoggiato a una parete c’era un giovane uomo sulla trentina: Andrej Babilonia, lo scrittore.

Anche lui, come me da dietro la porta, osservava la scena. Vicino a lui, c’era un uomo anziano su una sedia a rotelle, era piccolo, rinsecchito, portava occhiali da sole, era l’Astrologo, già decrepito molti anni fa, esattamente come ora. Li guardai pochi secondi e avvertii che erano inseparabili, legati da un loro speciale matrimonio, da un indistruttibile filo telepatico.

Alle 19 in punto entrai in scena. Spalancai la porta del magazzino cacciando un ululato assordante.

Tutti si azzittirono, rimanendo immobili, centinaia di occhi puntati su di me.

Il Poeta è tornato.

Mi presentavo così: al posto della mano destra una zampa di rapace, in corrispondenza dell’osso sacro una lunga coda di scimmia, le gambe nude, coperte di squame. Il mio viso era, allora, ancora intatto, riconoscibile.

Cominciai a muovermi tra gli astanti, a studiare quegli strani animali intorno a me. Respiravo a pieni polmoni l’aria pesante, mista di attesa, paura, eccitazione. Anche io mi eccitai, mi venne duro. Avrei potuto tirarlo fuori, poi pensai che il gesto era vecchio e che non avrebbe suscitato la benché minima reazione, ci voleva ben altro pour épater le bourgeois e comunque non era quella la mia intenzione; roba passata, intemperanze di gioventù.

Dagli altoparlanti partirono le note de La morte del cigno e mi misi a danzare sublimemente sulla musica. Mentre eseguivo il balletto vidi gli occhi di alcuni decrepiti oligarchi luccicare per la commozione. Alla fine della performance ci fu uno lunghissimo applauso a cui risposi scodinzolando, arricciando e dimenando la mia flessuosa coda. Dopo scomparii nel magazzino.

Mentre mi riposavo bussarono alla porta e prima che avessi dato un segnale di permesso entrò Andrej.

Con grande semplicità mi fece i complimenti per il mio lavoro. Fu breve, gentile, formale. Mi colpì molto. A quel tempo era ancora timido. Scambiammo poche parole, poi arrivò il gallerista pregandomi di andare di là, di unirmi alla festa, tutti mi aspettavano.

Che noia le feste, uguali in ogni parte del mondo, zuppe di conformismo come tutto il resto. Ma non potevo sottrarmi, facevano parte del mio lavoro. Al di là di quella porta ognuno di loro spasimava per me, pronto a scaricarmi addosso il fuoco  dei suoi fantasmi, desideri, pulsioni, paure.

Uscii, mi diedi in pasto alla folla, ai flash, alle domande.

Mi è sempre piaciuto mangiare e il buffet allestito dal gallerista era all’altezza delle mie aspettative. La vista di tutto quel cibo così fresco, così buono, così bello, mi mise subito di ottimo umore, divorai ogni cosa. E dopo vari bicchieri di champagne quasi mi divertivo, diventando gradualmente più ciarliero. Abbracciavo con autentico trasporto gente che avevo sempre disprezzato. Nessuno era particolarmente impressionato dai miei inserti animaleschi. Una ragazza mi regalò un anello infilandomelo direttamente nella coda, gli ex amanti facevano la fila per salutarmi, toccarmi, strapparmi un appuntamento. Mi sentivo appagato.

Tutto questo grazie a qualche tartina al salmone innaffiata da una congrua dose di champagne.

Sono sempre stato un uomo superficiale.

La festa era movimentata, gente andava e veniva in continuazione. Di tanto in tanto controllavo con la coda dell’occhio dove fosse Andrej.

Era sempre dove l’avevo visto prima che cominciasse la performance, appoggiato al muro e vicino a lui c’era sempre l’Astrologo. Provai antipatia per quel vecchio, mi sembrava avesse un guinzaglio invisibile con il quale rendeva suddito Andrej, si vedeva che non voleva farselo scappare e si vedeva che Andrej non ne aveva nessuna intenzione. Di tanto in tanto qualche bella ragazza gli si avvicinava, attaccava bottone, lui sorrideva con grazia, parlavano un po’, bevevano vino. Quel ragazzo mi incuriosiva sempre di più, avrei voluto parlargli, ma la mia vanità me lo impediva.

Io ero la star, l’artista, il Poeta. Toccava a lui venire da me, non il contrario. Certo non era facile avvicinarmi, ovunque mi spostassi un muro di carne umana mi seguiva, accerchiandomi.

Ormai era l’alba e la festa stava finendo. Stanco, sbocconcellavo gli avanzi del ricco buffet. Fu allora che Andrej mi parlò per la seconda volta, porgendomi un foglio di carta ripiegato in quattro.

«Ho scritto una poesia dedicata a lei» mi disse.

Sgranocchiando una fetta di crostata presi il foglio e lo congedai con un mugugno. Lui mi salutò portando con sé il vecchio infermo.

La poesia si intitolava Il corpo del poeta.

Fu l’inizio di una grande amicizia.

@FRANCESCA GENTI – LA FEBBRE – CASTELVECCHI 2011  (continua…..)

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