Giorno: 15 febbraio 2011

CASO RUBYSCONI: IL TRABOCCHETTO DI GIULIANO FERRARA E LA POLITICA – di Marco Brando

Giuliano Ferrara – ex comunista diventato berlusconiano passando per il craxismo – è stato negli ultimi anni portabandiera dei teocon (cattolici conservatori e/o atei devoti) e di conseguenti crociate contro la fecondazione assistita, il testamento biologico, la legge che regola il ricorso all’aborto e via elencando. Però da alcuni giorni sta (ri)difendendo a spada tratta il premier. E dà del “puritano” a chi non plaude le perfomance bungabunghesche di Silvio B. con aspiranti soubrette e prostitute maggiorenni e minorenni. L’altro giorno Ferrara si è persino esibito in monologo concessogli “stranamente” dal TG1 minzoliniano: ha attaccato per alcuni minuti “il moralismo, il bacchettonismo, lo Stato Etico”. E anche sabato 12 febbraio a Milano – nel corso della manifestazione da lui promossa e intitolata “In mutande ma vivi – Contro il neopuritanesimo ipocrita” – ha definito “puritani”, ovviamente in senso spregiativo, i soliti pm (manovrati dalla sinistra & viceversa, a seconda delle occasioni) e quella parte non trascurabile di italiani schifati.

Eppure solo l’11 gennaio scorso, prima che Silvio B. chiamasse tutti i suoi fedelissimi a raccolta, lo stesso Ferrara – in versione super eroe dei teocon (non era ancora riscoppiatto il caso Rubysconi) – aveva tuonato su La Stampa contro i corsi di educazione sessuale a scuola, supportando una presa di posizione del Papa: “Sì. Questi corsi obbligatori nelle scuole sono una delle bandiere della stupidità occidentale. Non parlo a difesa della fede come fa il Papa … però mi solleva sentirlo denunciare la sconcezza asettica e obbrobriosa dell’educazione sessuale obbligatoria…”.

Evidentemente, Ferrara giustifica solo gli esempi di “educazione sessuale” propinati da Silvio B.? Vai a capire… In compenso nell’intervista aveva aggiunto: “Il Papa crede nella sobrietà dei costumi, in una sessualità umana orientata alla costruzione di significati vitali e non alla distruzione dell’amore nella caricatura del piacere”. Appunto: com’è noto, è proprio quell’opinione papale ad ispirare i festini berlusconiani.

Guarda caso, oggi anche il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, capo della cattolicissima Comunione e Liberazione e berlusconiano devoto, in un’intervista televisiva ha usato a sua volta il termine “puritani” per etichettare coloro che trovano un po’ “sopra le righe” i comportamenti del premier.

Insomma, Ferrara, Formigoni, Berlusconi e tutto il Pdl difendono in pubblico il Papa quando predica l’astinenza sessuale e boicotta l’uso del profilattico, negano i diritti delle coppie di fatto e normano la fecondazione artificiale in base a precetti confessionali; nello stesso tempo, sul fronte privato, rivendicano il diritto a una vita “allegra e noncurante dell’esistenza” (sempre parole di Ferrara, su Panorama).

Detto questo, il polverone sollevato con tanto fervore dai vari Ferrara sta cercando di far dimenticare alla gente che il caso Rubysconi non verte sulle doti morali o amorali di Berluska. Ricapitolando, ci sono due reati. Il più evidente ruota intorno alla telefonata notturna alla Questura di Milano, fatta dal premier perché fosse rilasciata l’allora minorenne Ruby. Si tratta di concussione. Silvio B. ha ammesso di aver fatto quella telefonata. Poi c’è il reato di prostituzione minorile, perché una ragazzina sarebbe stata indotta a prestazioni sessuali a pagamento.

Queste non sono solo questioni morali o penali, sono questioni politiche, che in qualsiasi altro Paese normale avrebbero portato alle dimissioni del premier (per non parlare di altri reati contestatigli in passato). Così come la coerenza tra le prediche pubbliche e i comportamenti privati è una questione politica. Se c’è un errore in cui non bisogna cadere è disquisire solo sulla moralità o meno dei baccanali del premier. Occorre tornare alla politica, quella nobile. Le manifestazioni possono anche andare bene. Ma da sole non restituiranno alla gente amor proprio, senso civico e fiducia nelle istituzioni: gli ingredienti fondamentali per poter ricominciare.

Marco Brando

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Il Re è nudo. Anzi, muto.

 

If I am King, where is my power? Can I declare war? Form a government? Levy a tax? No! And yet I am the seat of all authority because they think that when I speak, I speak for them.

Forte la tentazione di uscire dal cinema e cercare assonanze con l’attualità più geograficamente vicina. “C’era una volta (e solo una) molti anni fa, così tanti che il passaggio del tempo non era neppure iniziato, un Re che amava così tanto i vestiti nuovi che spendeva in essi tutto quello che aveva….” Comincia così una favola per bambini scritta da Hans Christian Andersen, una favola che ci racconta di cattivi consiglieri che confezionano al Re “un bel nulla”, un vestito invisibile agli stolti, agli ignoranti e agli stupidi, un vestito che potrebbe essere allegoria del potere della parola. La parola intesa come la forma che veste le nostre idee e i nostri comportamenti. La forma che – nel bene o nel male – a volte finisce per coincidere con i contenuti. Allo stesso modo, questo The King’s Speech fornisce diversi spunti di riflessione sul ruolo della comunicazione nell’esercizio del potere e lo fa mettendo in scena un (futuro) re balbuziente nella disperata ricerca di una voce e di un’identità, proprio nell’era della diffusione delle comunicazioni di massa e della minaccia dei totalitarismi. Significativa la risposta che egli dà alla piccola Elizabeth quando, durante la proiezione di un discorso di Hitler, aveva chiesto cosa stesse urlando il Führer in tedesco: “I don’t know but… he seems to be saying it rather well”.

Se più importante delle cose è il modo in cui facciamo le cose,  Bertie, l’uomo che è chiamato a diventare Re Giorgio VI, non riesce nemmeno a raccontare una favola alle proprie figlie. Come può trovare il coraggio di guidare un impero? Involontarie pause, ripetizioni, prolungamenti dello stesso suono, esplosioni di rabbia. Tanti personaggi del passato e del presente sono ricordati per quello speech impediment che Lewis Carroll chiamava la sua “esitazione”, un disordine nel ritmo della parola piuttosto frequente che è stato oggetto di molte speculazioni. E questo scarto tra ciò che si pensa e ciò che si dice, o se vogliamo tra dimensione privata e dimensione pubblica della parola, non sono in fondo espressione di una distanza tra forma e contenuto? Non poter esprimere cosa si vuole quando si vuole ingenera nel tempo una sensazione di impotenza, causando un’impressione di perdita di controllo e questo può avere ripercussioni nelle relazioni sociali. Non siamo lontani dalla sensazione che si prova nei sogni di impedimento nei quali il soggetto non riesce a portare a termine qualcosa, sogna di essere impossibilitato a muoversi, oppure di essere inseguito e non riuscire a fuggire. Incubi di questo tipo sono anche quelli in cui si presenta un ostacolo imprevisto che ci lascia disarmati: si deve prendere l’autobus o il treno ma non si ha il biglietto, oppure ci si accorge all’ultimo momento che la destinazione è quella sbagliata. A chi non è mai capitato di sognare di sapere con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non essere in grado di dirlo?

È con questa sensazione che si esce dal cinema, accompagnati da un logopedista che è anche – a suo modo -uno psicanalista. Come se, sfruttando gli stessi meccanismi di cui si serve il lavoro inconscio (dalla condensazione al trasferimento, alla regressione) questo film lasciasse nello spettatore un nodo interiore non sciolto, una difficoltà non compresa, un ostacolo che impedisce di proseguire nel ragionamento. Non solo perché la balbuzie, disturbo che come nei casi di lieve sordità può essere motivo di facile ilarità, non era mai stata rappresentata in modo così drammatico. Ma soprattutto perché, per analogia, questa difficoltà e gli sforzi per superarla fanno luce sulle nostre più profonde insicurezze e illusioni. Dal momento che il paradosso della balbuzie vuole che – come in un gioco di ruoli – entrambi si finga di non accorgersi della difficoltà comunicativa. La persona che balbetta fa di tutto per controllarsi, e anche per questo, più si impegna e più non riesce. Il suo interlocutore trascorre tutta la conversazione sforzandosi di apparire naturale. È la messinscena della vita sociale, la stessa illusione collettiva. Chi ha il potere finge di non averne e chiede una nostra libera scelta. Chi teme le responsabilità – che da un reale potere derivano – finge di esercitarlo all’interno di una cornice di menzogne e contraddizioni. Quante volte ci comportiamo come se fossimo liberi di scegliere eppure ognuno di noi, in democrazia, è un re che non può decidere se non soltanto formalmente, non può che delegare ad altri le vere decisioni. Quante volte l’egoismo ci ha spinto più o meno inconsciamente a metterci da parte, ad agire secondo i precetti di una moderazione che è sinonimo di mediocrità. È il limite del principio democratico in sé,  inteso come menzogna necessaria a mantenere l’ordine sociale. Talvolta, come direbbe Chomsky, sotto la maschera illusoria e auto-illusoria che ritrae la stampa, le manifestazioni di piazza o certi talk show televisivi, come l’argine della pubblica opinione nei confronti del potere, si nasconde uno strumento di quello stesso potere che persegue il controllo del consenso e del dissenso. Non sto parlando dei contenuti ma della forma stessa della democrazia. Quella forma che oggi ha ridotto la politica a “fabbrica del consenso”. Il teorema dell’impossibilità di Arrow ha dimostrato matematicamente che una democrazia perfetta è impossibile. Lo stesso principio di unanimità risulta teoricamente – prima che praticamente – irrealizzabile a meno che una parte della popolazione non rinunci ai propri diritti. Del resto, fenomeni come quello di Wikileaks mettono in luce i confini della democrazia rappresentativa e alimentano una crisi della fiducia nelle rappresentanze parlamentari che va ben oltre il tema della libera circolazione delle informazioni. Perchè l’impatto delle rivelazioni di Assange – scoop che molti tendono a minimizzare – sta soprattutto nel fatto che quelle indiscrezioni non ci dicono nulla di nuovo, ci confermano quello che sapevamo. Il problema non è l’invasione della privacy dei potenti, è la nostra privacy ad essere sconvolta. Perchè la dimensione pubblica del potere costituito e costituente ci appare come qualcosa di irrispettoso e irrispettabile eppure è all’interno di quelle stesse regole che ci ostiniamo a combatterla. Ed è questo che più ci terrorizza.

Giovanni Catalano