Giorno: 10 febbraio 2011

Who’s in whose dream?

I’ll tell you a riddle. You’re waiting for a train, a train that will take you far away. You know where you hope this train will take you, but you don’t know for sure. But it doesn’t matter. How can it not matter to you where that train will take you? Because you’ll be together.

Ho rivisto da poco, per l’ennesima volta, Inception di C. Nolan.  Un film che si presta ad infinite letture e ogni volta stimola animate discussioni. Tra le tante, più o meno plausibili, più o meno affascinanti, vi racconto la mia preferita che, in fin dei conti, è forse l’interpretazione più semplice: ogni scena si svolge nel sogno di Cobb (uno dei tanti) e mai nella “cosiddetta” realtà.

Inception non è un film di fantascienza. Dom Cobb non è un estrattore. Non può entrare nei sogni degli altri. Non sta lavorando per la Cobol Corporation. Sta sognando. Sempre e comunque. Crea (ma percepisce come creato da altri) un mondo che è a un tempo popolato e inevitabilmente minacciato da ricordi,  sensi di colpa, rimpianti e speranze. Si muove in un mondo in cui la razionalità e il buon senso convivono con le paure e le passioni più sfrenate, una realtà parallela – ma non per questo meno legittima – in cui le leggi della fisica possono lasciare spazio ai più destabilizzanti paradossi della logica, senza per questo contraddire il senso, il significato.  Si addormenta e si risveglia in un mondo verosimile perché i sogni hanno la loro logica. Ogni stranezza è concessa nei sogni. E allora svelare la finzione conferisce realtà all’artificio, verità e bellezza a ciò che altrimenti non esisterebbe. Con questa convinzione lo spettatore si affida al regista come ogni lettore è chiamato a fidarsi delle menzogne degli scrittori. La follia degli scrittori è la follia dei lettori. Ad ogni scena, lo spettatore è chiamato a un atto di fede, a credere nel pieno della narrazione e a riempirne i vuoti. I labirinti di Mombasa e le metropoli alla Fritz Lang, le scale di Penrose o altre mirabolanti architetture alla Escher. Tutto in fondo richiama le città invisibili di Calvino, le infinite biblioteche di Borges. Il tema della memoria, che era già stato esplorato in Memento, qui ci spinge a confrontarci con i limiti dell’immaginazione e della morte. Lo stesso Cobb ci ricorda che non è semplice tornare alla realtà anche quando tutti attorno a noi sembrano implorare il nostro risveglio. La mente umana, per sfuggire ai mostri che vivono dentro e fuori di noi, potrebbe crearne di nuovi e dar loro il volto di una persona cara, la voce di un ricordo, la testarda convinzione di un’idea. Le proiezioni del subconscio sono complici di un inganno e insieme indizi che quell’inganno potrebbero svelare.

Perché Inception è soprattutto un metafilm, un film sul modo di fare film. Un film sul rapporto tra cinema e sogno, tra cinema e vita. Il sogno del protagonista si fa potente metafora dello strumento cinematografico e del mezzo artistico tout court. I livelli di sogno in cui i personaggi sprofondano e riemergono nel film equivalgono ad altrettanti livelli di lettura, come in un’opera letteraria. La squadra che effettua il colpo assomiglia in modo impressionante ad una affiatata troupe cinematografica.  C’è un regista, c’è un produttore. Ariadne (nome fin troppo evocativo) è l’architetto dei sogni e quindi la scenografa, Eames è l’attore, Yusuf è il tecnico. Mal rappresenta il dolore che ogni artista tende a portare dentro la propria arte, talvolta attribuendole una improbabile funzione terapeutica. Nolan dice di non essere mai stato da uno psicanalista. “Credo di utilizzare la regia per quello scopo”,  ha dichiarato,  “ho una relazione profondissima con quello che faccio”. Per questo Cobb guida Fischer in un viaggio che lo porta a scavare dentro di sè per uscirne con un’idea.  Ecco, Fischer è il pubblico in sala. Altri registi (Fellini, tra tanti) possono aver diretto pellicole autobiografiche, ma non è questo che stanno facendo Nolan o Cobb. I film (e quindi i sogni) a cui stanno dando vita riflettono ciò che stanno attraversando ma non sono banalmente sovrapponibili, staticamente rimappabili alle loro esperienze. Sono immagini in movimento, sono sogni in corso.

E le analogie tra cinema e sogno non si esauriscono certo qui. Il buio della sala, il silenzio. Ma soprattutto la relatività del concetto di tempo. Come  pochi minuti di sogno equivalgono ad ore di veglia, allo stesso modo, uno spettacolo di un paio d’ore può bastare a raccontare storie di anni e anni, senza che la finzione perda mai di credibilità. Come se la realtà fosse stata campionata, compressa, senza per questo perdere in contenuto informativo. Anzi, il buon cinema agisce da acceleratore di coscienza. Proprio quando sembra sedare, spinge la mente al limite della propria sensibilità, la spinge a superare ogni unità di tempo e di luogo. Anche  le sequenze che nella finzione narrativa appaiono come reali, presentano elementi che, in retrospettiva, sembrano strani o improbabili o inspiegabili. E in ogni scena, più o meno processate dai meccanismi onirici di spostamento e di sublimazione, sono disseminate citazioni intertestuali (una su tutte la musica di Non, je ne regrette rien, omaggio alla protagonista Marion Cotillard, Oscar per l’interpretazione di Edith Piaf) che rimandano alla rappresentazione postmoderna di un labirinto, di un sentiero che si biforca nello spazio e nel tempo. Segni di segni. Simboli di simboli. Da questo punto di vista, c’è più di un punto di contatto con un certo cinema di sapore tarantiniano. A volte la citazione diventa l’unica speranza di tentare una condivisione culturale, la citazione è un punto di partenza, un terreno comune su cui costruire ponti.

Insieme, perché il cinema è un sogno condiviso.  Che cos’è l’arte? Cos’è ogni forma di espressione umana se non la manifestazione del bisogno di stare insieme? Eppure lo stesso concetto di sogno condiviso è un’illusione. Quando si sogna si è sempre soli, verrebbe da dire. E quando siamo svegli? Che prove abbiamo di essere svegli? Quali sono i nostri totem, su quali trottole possiamo fare affidamento? Si perchè il totem di Cobb è una trottola che gira all’infinito nei sogni e cade soltanto nella realtà. Per essere affidabile dovrebbe essere un oggetto personale e segreto, un oggetto che nessun altro ha mai toccato. Eppure la trottola di Cobb apparteneva alla moglie che si è suicidata perchè credeva di vivere in un sogno. Non è un totem affidabile. C’è quindi più di una possibilità che lei abbia avuto ragione e non Cobb. Si noti infatti che quando Cobb ricorda il suo suicidio, lei si trova, stranamente, seduta sul cornicione dalla parte opposta della strada rispetto alla camera d’albergo che avevano affittato. Si potrebbe pensare che Mal semplicemente abbia affittato un’altra stanza dall’altra parte della strada, ma se quel ricordo fosse un sogno, il gap fra i due potrebbe essere una metafora della distanza tra due amanti. Non c’è alcun modo per utilizzare la trottola come prova di realtà e Mal potrebbe essere viva. Potrebbe semplicemente aver lasciato Cobb. La sofferenza che serba nel profondo della sua anima (mente) non è meno reale di un lutto. È una perdita tutta da elaborare. E allora Cobb tenta forse un auto-innesto, si inganna di voler realizzare l’innesto in Fischer (così come Fisher viene spinto a credere di essere nel subconscio dello zio per poter partecipare all’azione). Cobb sta sognando, non c’è dubbio. L’acqua in cui Cobb spesso si risveglia è un altro indizio dei tentavi di svegliarlo dall’esterno. L’acqua rientra nel campo semantico della nascita, come in un rito di iniziazione alla vita, nella simbologia della purificazione. Quando torna a casa. trova i suoi bambini con gli stessi vestiti e nella stessa posizione in cui continuava a ricordarli.  A prescindere dalla fine che farà la trottola, Cobb sta sognando. L’uomo moderno è ossessionato da una domanda di realtà? Cos’è la realtà? Per dirla con P.K. Dick, la realtà è ciò che rimane anche quando smettiamo di crederci. Ma assistiamo a una svolta quando Cobb raggiunge la catarsi perchè ritrova il coraggio di guardare in faccia i propri figli. Cobb vince l’ansia di scoprire cosa è reale e cosa non lo è per ricominciare a vivere, invece di guardarsi vivere. Rinuncia a chiedersi su quali ricordi poter fare affidamento e accetta i limiti e le contraddizioni della propria umanità. Accetta il peso delle proprie responsabilità ed è paradossalmente allora che si sente finalmente libero.

Ecco che il film introduce un’altra tematica: il valore della libertà, non solo intesa come libertà di pensiero ma come libertà dal pensiero. Nell’era della riproducibilità delle immagini, che ruolo ha l’immaginazione? E, poi, esiste davvero l’originalità assoluta? O le idee nascono sempre da altre idee?  Questo apre la strada ad una lettura politica. La nostra mente è continuamente soggetta ad estrazioni più o meno palesi (basti pensare alle campagne di marketing che studiano i nostri gusti prima di lanciare un prodotto sul mercato). Nello stesso modo potrebbe essere soggetta ad innesti da parte di soggetti più o meno influenti, un certo partito politico o una multinazionale. La deriva dello strumento mediatico può fornire uno strumento di controllo delle masse acritiche. La televisione è già entrata nelle nostre case, nei nostri sogni. Per alcuni non c’è soluzione di continuità. Del resto, come teorizzava Pedro Calderòn de la Barca, la vita è sogno. Shakespeare, ma poi anche Pirandello, avevano già cortocircuitato vita e teatro, sogno e teatro. Tragedia o commedia, poco importa. Siamo maschere che solo hanno valore per quel che appaiono. Avere ed essere coincidono. Viene in mente un film come L’arte del sogno di Gondry prima ancora di Matrix. Ma vengono in mente tantissimi altri film. Significativo che Cobb, l’alter ego del regista sul piano metatestuale, come tutti gli artisti, sia un ladro. Il rapporto creazione-percezione, del resto chiama in causa le categorie di scrittura e lettura, di invenzione e di ricezione intesa come fruizione condivisa. Perché la condivisione a cui ogni artista aspira non è che la rinnovata espressione di un’eterna sfida all’incomunicabilità, una sfida impossibile ma necessaria.

Giovanni Catalano