Mese: febbraio 2011

BOM BOM SHIVA BOM BOM

 

«L’universo si controbilancia»

[Foscolo]

 

Sterminio, strage, schiavitù: l’Impero dell’Orrore e il Trionfo del Disumano. Nell’Era che sembra concedere: non spazio né splendore né speranza – la Luce avanza, avanza nonostante. Quel Nuovo Evo sboccia nei semi seminati e custoditi dalla Madre Terra. «L’universo si controbilancia» e la Riuscita dell’Alba è forza che fortifica, futurando la parte migliore – l’Anima, attiva, amante. Ancora della Vita. Ancora alla Vita. E si ritaglia: cornice e nutrice – nel «raggio d’azione» che ognuno può. (altro…)

“Lasciapassare” di Ingeborg Bachmann

Attratta dalla loro chiarezza profetica, sto ‘ronzando’ da giorni intorno a questi versi, dei quali esiste una prima versione radiofonica, del 1957, recitata da colei che li ha scritti, Ingeborg Bachmann.

Ingeborg Bachmann (1957)

Freies Geleit (Aria II)

Mit schlaftrunkenen Vögeln
und winddurchschossenen Bäumen
steht der Tag auf, und das Meer
leert einen schäumenden Becher auf ihn.

Die Flüsse wallen ans große Wasser,
und das Land legt Liebesversprechen
der reinen Luft in den Mund
mit frischen Blumen.

Die Erde will keinen Rauchpilz tragen,
kein Geschöpf ausspeien vorm Himmel,
mit Regen und Zornesblitzen abschaffen
die unerhörten Stimmen des Verderbens.

Mit uns will sie die bunten Brüder
und grauen Schwestern erwachen sehn,
den König Fisch, die Hoheit Nachtigall
und den Feuerfürsten Salamander.

Für uns pflanzt sie Korallen ins Meer.
Wäldern befiehlt sie, Ruhe zu halten,
dem Marmor, die schöne Ader zu schwellen,
noch einmal dem Tau, über die Asche zu gehn.

Die Erde will ein freies Geleit ins All
jeden Tag aus der Nacht haben,
daß noch tausend und ein Morgen wird
von der alten Schönheit jungen Gnaden.


Lasciapassare (Aria II)

Con uccelli ebbri di sonno
e alberi crivellati dal vento
si leva il giorno, e il mare
gli vuota addosso una coppa spumeggiante.

I fiumi scorrono all’acqua grande,
e la campagna mette promesse d’amore
in bocca all’aria pura
con fiori freschi.

La terra non vuole sostenere funghi di fumo,
non vuole sputar creature via dal cielo,
far fuori con pioggia e lampi d’ira
le voci inaudite dello sfacelo.

Con noi vuole veder destarsi, lei,
i fratelli variopinti e le sorelle grigie,
il re pesce, sua altezza l’usignolo
e il principe del fuoco salamandra.

Per noi pianta coralli nel mare.
Ai boschi ordina di mantenere la calma,
al marmo di gonfiare la bella vena,
alla rugiada, ancora una volta, di andare oltre la cenere.

La terra vuole avere ogni giorno
un lasciapassare dalla notte per il cosmo,
che ancora per mille e un mattino giovane grazia
si faccia dall’antica bellezza.

(traduzione di Anna Maria Curci)

Le parole del compositore Hans Werner Henze, nella sua lettera scritta in italiano all’amica Ingeborg (lettera scritta a Napoli il 29 maggio 1957 e riprodotta qui con l’avvertenza che la punteggiatura è del tutto assente anche nell’originale e che gli apparenti refusi non sono tali), schiudono una interessante prospettiva di lettura dei versi di Freies Geleit, Lasciapassare, che, con il nome di Aria II, sono entrati a far parte dell’opera Nachtstücke und Arien, eseguita per la prima volta nell’ottobre 1957 in occasione dei Donaueschinger Tagen für Neue Musik. La musica è di Hans Werner Henze.
illustre matta del secolo
Ebbi il tuo ultimo grazioso scritto con molt’emozione visto che conteneva bravamente anche una delle più belle poesie del mondo che quasi mi dispiace rovinare con i suoni che magari non piaciono ma che vuoi che ti dica allora qui c’è il sole estivo e quindi le prime due rose sono in fiori e anche altre piante fanno la stessa cosa e pensare che tu non hai nemmeno visto i due originali paesaggi della scuola di Posillipo fine settecento e neppure ammirata la gardenia in fiori e facendo un profume indicibilmente bello ma che vuoi che ti dica poi la terrazza ora è anche ammorbigliata troppo commoda e non si lavora più non si ragiona più ma il titolo freies geleit mi piace e farci un’aria chissà che bellezza e tu non hai capito che volevo sapere se mi permetti di usare im gewitter der rosen come recitativo e poi seguire rosent schatten rosen ci sono tanto begli vocali cose di pazzi e allora permetta melo perché la forma già la vedo e sarebbe bell’assai come tutte le cose […]

(da: Ingeborg Bachmann/Hans Werner Henze, Briefe einer Freundschaft. Herausgegeben von Hans Höller. Mit einem Vorwort von Hans Werner Henze, Piper, München 2004: 365)

GUARDERÒ INDIETRO (G. GIUDICI)

GUARDERÒ INDIETRO

Guarderò indietro, non avrò più paura.
Dimenticare amici, dimenticare sventura
o ventura, non serve, cambiare accento,
sapere tutte le giuste notizie,

dunque non serve. Se è da rifare il mondo,
datemi la mia parte, fissatemi il tempo,
controllatemi, lavorerò…Ma qui un po’ di vento
già mi sbalsestra, mi scopre se mi nascondo,

mi coglie in fallo: basta un niente a tradirti,
e sbagliare da soli non dà esperienza.
Cominceremo daccapo, ma qui è già sabato sera,
credo che il Diavolo esiste, volevo dirti.

(G. Giudici, La vita in versi, 1965)

Vedrai. Come ti accarezzerò.

Non può esserci modo migliore per iniziare il giorno,

quando il sole dipinge strisce rosa nel cielo grigio.

Un ‘attesa immobile respira sorniona nel letto vicino,

ti guardo, dal bordo del cuscino scivola la mano

sotto la tua pancia e tocco il mio destino, il passato,

tutto quello che ho sideralmente ottenuto dalla vita,

tutto quello che, levigato nel tempo dell’esser pensato

dal tuo modo triste-allegro di verniciare le ore ,con figli

bambini,  congela il momento unico del nostro mattino

in un fotogramma alla Hopper, o Vettriano, così.

 

Cereali e latte di soja , caffè e pane tostato con un po’

di marmellata , spicchi d’arancia, una bella colazione sì:

da quando ho sentito gli anni pesare, semplicemente così,

presto più cura a quello che mangio, mi prendo il tempo

che occorre, ho deciso che la vita è una palla che rotola

piano e merita il gioco, merita le opportunità destinate

a reggere il miracolo infinito della precarietà fatta oggetto

di cura, della imprevedibile possibilità che ogni pagina,

aperta a caso, risvegli sapori e ottenga dal nulla un sorriso.

In fondo queste strisce arancioni non fanno che confermare

la profondità del segno lasciato nel solco bagnato di lacrime.

 

Un piccolo aprire le braccia alla luna, durante la notte nera,

potrebbe semplificare gli sguardi, attenuare le nevose occhiate

brunite di rabbia (solitudini afferrano rovi), collegare parole,

appendere panni stinti, colorarli di rosso.

 

Le foglie morte sì, è una canzone, ma anche un francofono

sbaglio, un latino appiccicaticcio, tanto per insolentire gli

amici , che origliano al buio,  scavando felici nel destino

comune , che è saggezza , calore e voglia di bere.

 

Non mi preoccupo più, sono imbarazzato oggi dalla franchezza

delle tue parole amorose, sussurri di una nuova vita,

di un nuovo modo di vedere le cose. Scrivi così:

“Non so, non so dire, mi sento debole, confusa, comunque diversa.

Non ho paura, non so spiegare. Vedrai. Come ti accarezzerò, con delle parole

diverse, come ti amerò”.

 

Paolo Benvegnù: Hermann

Paolo Benvegnù

(2011)

Quel mare, che una volta era verticale, adesso è bellissimo. E senza destinazione.

Ci sono navi senza vento nell’oceano senza fine che chiedono alle stelle di tornare a navigare e illudersi di apprendere la verità dagli uomini.

Dopo la Trilogia dei lavori umili (chiamata anche la Trilogia dell’acqua) con Idraulici, Marinai e Camerieri, tra spettacoli nei quali Benvegnù e il suo complesso (i Paolo Benvegnù), eseguivano i loro brani in case private davanti a un pubblico di pochi affezionati, e a due anni di distanza da Le labbra, l’ex componente degli Scisma pubblica il suo terzo disco da solista.

In tredici canzoni (anzi, dodici, visto che L’invasore, l’ultima del disco, è scritta e cantata da Andrea Franchi) Benvegnù riesce a dimostrare come i brani di Sanremo siano alla fine solo canzonette, un prodotto utilizzato da qualche pifferaio magico per incantare non più topo ma un popolo di buoi.

E così si nasconde la verità, la vita non ci basta, si cerca solo una tregua e sentirsi vivi costa.

Quello che stiamo vivendo è un momento storico cruciale, dove mancano quelle stesse risposte che il cantante milanese cerca attraverso questo nuovo lavoro. Ma non vi aspettate di trovarle in questo disco. In Hermann troverete emozioni, parole che si tengono per mano pronte ad accompagnarci in un viaggio.

E ci ritroveremo ad affrontare l’impossibile, come le stelle che si attraggono per esplodere e creare.

Un viaggio verso un mondo magico. I Paolo Benvegnù, con questo album, sono riusciti a tracciare un percorso che porta dalla musica d’autore alla magia.

Chissà se adesso che l’eco di Sanremo sta per svanire alle spalle, questo pubblico, spesso indifferente alla bellezza, riuscirà ad accorgersene…

Avanzate, ascoltate

Anima, avanzate
voltate le spalle al puro mondo
l’errore rende liberi
soltanto se libera e’ la grazia
di camminare verso le saline
e a piedi nudi non sentire il male
e guardare l’orizzonte

anima, avanzate. lasciate che vi accarezzino
le ciglia dell’amore
ed i ricordi che bruciano in petto
e non dimenticate le parole
degli occhi, degli ultimi respiri
e cominciate a respirare

e a illudermi di apprendere la verita’ dagli uomini
e a illudermi e difendermi dalle pazzie degli uomini

anima, ascoltate
lasciate le menzogne agli uomini
e le poesie alle ombre
come visioni colte con fatica
eliminate la speranza
che serve solo a lamentare il limite
e a comprare i sogni

anima, avanzate
cogliete i fiori ed adornatevi
tingetevi le labbra
così che possa riconoscervi
e sussurrate al vento il vero amore
che i figli possano abbracciare i padri
e tornare a vivere
e a scegliere

e a illudersi di apprendere la verita’ dagli uomini
e a illudersi e difendersi dalle pazzie degli uomini

navi senza vento nell’oceano senza fine
chiedono alle stelle di trovare posizione
navi senza vento nell’oceano senza fine
chiedono alle stelle di tornare a navigare

e a illudersi di apprendere la verita’ dagli uomini
e a illudersi e difendersi dalle pazzie degli uomini

[24022011] è morto un uomo (post di natàlia castaldi)

Ieri è morto un uomo
oggi è un reliquiario di conoscenza privata.
Se ne esibisce un verso, un aspetto, l'ira,
la confidenza come fosse un arto,
un respiro,
un patentino per legittimare quel "c'ero anche io, ero suo amico",
in definitiva - vedi? - IO SONO.
Gli avvoltoi assomigliano ai gabbiani
quando striduli cacano un fiore
per non marcire della loro miseria
: "ci scrivevamo come in chat" - si cantava,
ed era un coro, alto, che volava.
Un voyerismo dell'orrore,
una superpresenza tra le ossa
fin dentro al pozzo,
tra le ombre e le grida
nelle baite del dolore.
Dov'è la poesia in tutto questo? - tu ora mi chiedi.
Non c'è, non è una poesia - ti rispondo.
E vado a capo per arginare il ribrezzo
del mio rabbioso addio.

24-2-2011

C’è poco di comune in questa fosse,

c’è il diavolo a far da ambasciatore,

ci sono mille e passa anni a dirci, umidi,

quale rispetto l’uomo ha avuto per la vita.

Tuttavia si rimane con la penna in mano,

un pensieroso obliquo affanno nei canyons

sfitti dalla nebbia, un paradossale misterioso

canto nasce dalla voce frantumata dai fucili,

o peggio ancora dai non dichiarati sogni.

La peggior sorte tocca al piccolo canto bambino,

quello abbozzato appena, con flebile voce,

quella è la canzone che non vedrà mai

la luce, nel retrobottega confinata, per paura

del buio, della lacrimosa pena.

Appena mi addormento il sogno torna,

torbato di anime grigie, affamato di colori,

che non udranno mai la voce.

 

Non sentite l’odore del fumo / Auschwitz sta figliando (Danilo Dolci) (post di Natàlia Castaldi)

NON SENTITE L'ODORE DEL FUMO  
AUSCHWITZ STA FIGLIANDO 
.
Le più grandi risorse
erano la speranza e la dignità.
Chi si rassegna, muore prima.
Non so se i giovani hanno appreso.
Se ci si lascia chiudere, terrorizzare
se ci si lascia cristallizzare
si diventa una cosa
gli altri ci diventano cose.
Molti ancora non sanno:
Auschwitz è tra noi. è in noi.
Non so se i giovani sanno
in ogni parte del mondo:
non c'è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi,
ai giovani occorre
l'esperienza creativa di un mondo
nuovo davvero.
Ad Auschwitz ci torno volentieri.
mi da la misura dei fatti.
.
 Danilo Dolci

Ciao Maestro

Luigi Di Ruscio

Ed io sottoscritto chiamato anche Luigino sarei anche un saraceno identificandomi con i terrorizzati palestinesi, i paladini sgominatori mi sembravano le SS del padreterno, anche da piccolo mi identificavo con i pellirossa sbranati nei film in bianco e nero, anche da infante parteggiavo per i poveri Cristi crocifissi sui Golgota, i figli degli uomini con tutta la loro vulnerabilità, milioni di anni perché la scimmia si facesse eretta perché i diti potessero suonare il ventiquattresimo capriccio di Paganini, una infinità di tentativi perché inizi il regno degli uomini e mi permetto di vivere il meno velocemente possibile a piedi e in certi casi anche in bicicletta.

– da Cristi Polverizzati – 2009 – pag. 195

Ciao Maestro, la vita non è stato un capriccio ma una dura avventura, bella, sudata, vissuta in ogni rigo che lasci e nell’esempio che respira delle cose che hai agito.

Ti sia leggero questo volo, Luigi.

Francesca Genti – La febbre – Castelvecchi (anteprima Capitolo III)

CAPITOLO III

****

IL MARE

****

 

Camminare sul marciapiede non è affatto un’impresa facile. L’asfalto fonde sotto i nostri piedi, sembra di stare in mezzo a una palude, tra le sabbie mobili.

Andrej cammina lento, a fatica. Lui ha il compito di accudire l’Astrologo, le ruote della carrozzella fanno attrito sulla melma d’asfalto, lasciando dietro di noi una sinuosa traccia del nostro passaggio.

Imbocchiamo un lungo viale che porta fuori città. Un tempo era un viale commerciale, negozi di ogni genere si susseguivano per chilometri.

Ora non rimangono che vetrine rotte, a parte un cinema che proietta ancora film, frequentato essenzialmente da poliziotti in cerca di un po’ di svago nelle ore di pausa. È un cinema porno, ma

il concetto è molto lontano da quello che significava in origine.

Mi spiego meglio: niente è più proibito, basta dare un’occhiata alle creature che girano in città. Ibridi, nati da accoppiamenti bestiali.

La nuovo frontiera del porno è l’amore.

Nella sala vengono proiettati film che grondano stucchevole romanticismo. Pura melassa. Questa è la nuova frontiera, il nuovo proibito, il sogno più estremo.

Passiamo davanti al cinema. Entro nell’atrio, prendo il programma, lo consulto: Matrimonio sull’isola, La torta della mamma, Il primo bacio, i titoli delle pellicole che vengono proiettate.

Mi avvicino alla cassiera, che mi guarda spaventata.

«Quale proiezione mi consiglia?»

Rimane interdetta, non sa in che categoria incasellarmi.

«Vendete giornalini?»

«Sì» mi dice, tirando fuori un pacco di giornaletti da sotto il bancone «abbiamo Amore, Amore e ancora Amore, L’anello di fidanzamento, Nozze d’oro, Fiocchi e cicogne, Eterno diamante».

Li compro tutti, saluto e esco.

Cosa c’è di meglio di una gita al mare tra amici con un bel pacco di giornali porno? Li leggeremo tra un tuffo e l’altro, mentre ci riposiamo, prendendo il sole.

Il tragitto per arrivare al mare è ancora lungo, ma certamente più breve dell’ultima volta che ci siamo andati.

Giorno dopo giorno, il mare avanza, inesorabilmente mangia la città, metro per metro, come un colloso melanoma.

Scordatevi l’azzurrità e la freschezza dell’acqua, il sapore del sale, l’effervescenza delle onde, questo nuovo mare è nero, composto quasi esclusivamente da catrame, tuttavia, se si vince la pigrizia e ci si spinge al largo se ne incontrano porzioni più pulite, non più nero catrame, ma fango e detriti.

Ci si mette un po’ ad abituarsi, ma poi ci si fa il callo e non si rinuncia, di tanto in tanto, a una bella nuotata.

Avere la fortuna di possedere una maschera a raggi infrarossi e guardare il fondale è un’esperienza unica. Sotto c’è la città che il mare ha mangiato.

Case, fabbriche, centri commerciali completamente ricoperti, annegati nel catrame, sono diventati le tane di creature che si sono adattate velocemente al nuovo ecosistema.

Camminiamo e camminiamo senza incontrare nessuno, ci investe un’intensa zaffata di bruciato che ci segnala che siamo vicini alla meta.

«Dall’ultima volta sarà avanzato di un chilometro» osserva Andrej.

Siamo arrivati. In fondo alla strada c’è il mare.

Guardiamo l’orizzonte nero con il sole basso, fermo, appeso al cielo: è un panorama affascinante.

Ci sistemiamo sul tetto del capannone di una fabbrica, un luogo ideale per oziare, sdraiarsi a prendere il tenue sole.

Io sono completamente coperto di peli, a parte le gambe che hanno le squame. L’abbronzatura non è il primo dei miei pensieri.

Da quando lo conosco non ho mai visto il corpo dell’Astrologo scoperto a parte il viso e le mani, Andrej invece è vanitoso, subito si spoglia, rimanendo in mutande, benché non più giovane ha ancora un bel corpo atletico.

L’Astrologo si immerge nella lettura di un giornaletto porno: Nozze d’oro.

Anche io gli do uno sguardo: foto di anziani sorridenti, davanti a una torta, intorno a loro una numerosa famiglia con figli e nipoti, cani e gatti. Alcune foto raffigurano i vecchi coniugi in giardino, altre nel loro appartamento arredato con gusto squisitamente piccolo borghese. C’è da eccitarsi, ma mi trattengo, mi siedo, guardando l’orizzonte, perdendomi nei miei pensieri.

Andrej si tuffa in mare.

Dopo un po’ che sono assorto nei miei ragionamenti vengo distratto da un rumore, è l’Astrologo: con il bastone batte per terra, mi giro allarmato, ma capisco che non è il segnale di fuga.

Disegna la silhouette di una donna. Possibile? Vuole dirmi che ha avvertito la presenza di una donna ribelle nelle vicinanze?

Comincio a guadarmi intorno, non vedo nessuno oltre noi due.

L’Astrologo mi fa un cenno con la testa, come a dirmi: va a cercarla. Ubbidisco.

Seguo il perimetro del mare per molti chilometri, non incontro nessuno se non una colonia felina, gatti mutanti con le ali.  Sono tutti mollemente accoccolati sul terrazzo di una casa per metà a bagno nel catrame, quando mi vedono cominciano a miagolare forte, con aggressività, non capisco se sono spaventati o vogliono attaccarmi, comunque mi levo velocemente di torno.

Prendo una piccola strada, comincio a correre, poi la vedo, mi fermo. Sarà a duecento metri da dove mi trovo io. È bella, giovane, in bikini, sdraiata su una stuoia, il corpo è molto bianco e riluce sotto i raggi bassi del tramonto.

Prende il sole sui gradini di una chiesa mezza distrutta. Silenziosamente mi nascondo, non voglio che mi veda, si spaventerebbe.

Mi accovaccio dietro un’auto capottata e spio i suoi movimenti. Passa del tempo, lei rimane quasi immobile, di tanto in tanto con la mano si tocca i capelli neri.

Latrati selvaggi interrompono il silenzio, la ragazza si alza in piedi di scatto, spaventata raccoglie le sue cose. Nel giro di pochi secondi, dalla via opposta a quella dove mi trovo io, compare un manipolo di poliziotti, vedono la ragazza e le sguinzagliano contro i loro mastibuini.

Senza pensarci, mi muovo verso gli animali, corro inferocito verso di loro. La ragazza vedendomi urla terrorizzata, ai mastibuini è abituata, ma una creatura brutta come me non l’ha mai vista.

Alla vista di questo grande essere non immediatamente identificabile anche i mastibuini si spaventano, si fermano, indietreggiano, infine scappano dai loro padroni.

Mi giro verso la ragazza, non c’è più, ha avuto il tempo di fuggire. A questo punto penso sia meglio seguire il suo esempio, i mastibuini sono ingenui, ma non stupidi, la vista può ingannarli per qualche secondo, ma non gli altri sensi, molto velocemente si rendono conto che, seppur con qualche modifica alla carrozzeria, la miserabile accozzaglia animalesca che hanno davanti non è altro che un fragile essere umano.

Corro per un bel pezzo, fino a quando mi ritrovo nuovamente immerso nel silenzio. Mi siedo sui gradini che non portano più a niente. Respiro profondamente, sorrido. Sono contento di avere salvato la ragazza. Ma soprattutto di averla incontrata: questo significa speranza.

Al solo pensiero che la parola “speranza” mi si sia materializzata nel cranio scoppio a ridere.

La ragazza è semplicemente un nuovo gioco: cercarla, incontrarla nuovamente, magari parlarle, un altro gioco per passare il tempo, prima che il tempo finisca.

Si è fatto tardi, anche se il concetto, in questa perenne luce serotina perde di molto il suo peso. Torno sui miei passi per raggiungere gli amici.

Andrej è sdraiato, qua e là il suo corpo è coperto di chiazze di catrame, l’Astrologo si è appisolato sulla sedia a rotelle, ha la testa reclinata e russa piano.

Mi stendo vicino a Andrej.

«Non ci crederai mai ».

Andrej non è un espansivo, non dà grandi soddisfazioni, non muove un muscolo, non si gira a guardarmi, fa cadere la mia frase nel silenzio.

«Non vuoi sapere cosa ho visto?»

Sbadiglia. «Che cosa?».

Sto per cominciare il resoconto, ma mi ferma con un gesto della mano.

«Prima di raccontarmi aiutami a togliere queste macchie».

Accetto di buon grado, comincio a strofinarlo: «Prima sono stato quasi attaccato da una colonia felina mutante, decine di gatti di taglia piccola, tutti neri con ali da pipistrello».

«Non li ho mai visti, gli ultimi gatti mutanti che abbiamo incontrato erano quelle carcasse di siamesi con gli zamponi da orso, ti ricordi?».

«Sì, ma non è questa la cosa interessante: ho incontrato una ragazza»..

Appena pronuncio “ragazza” sento il corpo di Andrej tendersi sotto le mie zampe, i muscoli guizzano piacevolmente come allegri pesciolini impigliati nella rete della carne.

«In bikini addirittura, bel corpo… prendeva il sole sdraiata su una stuoia».

Andrej ghigna dispettosamente: «Forse è meglio che tu la smetta di comprare quei giornalini, eccitano troppo la tua fantasia».

«Ti assicuro che non è una fantasia, né un’allucinazione, la ragazza esiste, prendeva il sole e il sottoscritto l’ha salvata da una muta di mastibuini».

Andrej continua con il sarcasmo, è un uomo sensibile, è il suo modo di difendersi: «… e dopo averla salvata? Le hai chiesto la mano?»

«Molto divertente, oltre che auspicabile, ma forse sei tu che devi smettere di leggere quei pornacci da due lire. Quando mi ha visto è scappata, era quasi più spaventata da me che dalla polizia».

L’Astrologo interrompe la nostra conversazione con uno sbadiglio somigliante a un ruggito. Si è svegliato. Attira la nostra attenzione nel solito modo: battendo imperiosamente il bastone a terra.

Andrej gli va allegramente incontro: «Maestro».

Il vecchio sembra di cattivo umore. Emette strani suoni che non riusciamo a decifrare. Andrej gli si avvicina e lo abbraccia con tenerezza, con un fazzoletto gli pulisce la bocca bavosa.

«Cosa desideri, maestro? Siamo a tua disposizione».

L’Astrologo disegna per terra quella che ha tutta l’aria di essere una pizza.

«Ha fame, vuole andare a mangiare».

Ottima idea, anche se non di facile realizzazione.

@FRANCESCA GENTI – LA FEBBRE – ED. CASTELVECCHI 2011 –

_____

Link ai capitoli precedenti:

Capitolo I

Capitolo II

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Libia e L’Italia – di Michele Boldrin (post di Natàlia Castaldi)

Indissolubile

I fatti libici sono noti. Chi volesse un aggiornamento basta che visiti Al Jazeera. Sono anche noti a tutti l’inazione ed il silenzio del nostro governo, rotto solo negli ultimi due giorni da due interventi.

Primo quello del presidente del consiglio, che ha giustificato il suo totale silenzio affermando di non voler “disturbare” il suo amico Gheddafi. Oggi, di fronte alle reazioni del resto del mondo civile, il satrapo nazionale – noto estimatore di Gheddafi, il cui stile di vita cerca strenuamente di imitare mentre sogna di adottarne i metodi di governo – ha fatto emettere una nota della presidenza del consiglio nella quale

fa sapere di seguire con attenzione e preoccupazione l’evolversi della situazione e di considerare inaccettabile l’uso della violenza sulla popolazione civile. Nel comunicato si legge che il premier «è allarmato per l’aggravarsi degli scontri e per l’uso inaccettabile della violenza sulla popolazione civile». Nella nota Palazzo Chigi aggiunge che «L’Unione Europea e la Comunità internazionale dovranno compiere ogni sforzo per impedire che la crisi libica degeneri in una guerra civile dalle conseguenze difficilmente prevedibili, e favorire invece una soluzione pacifica che tuteli la sicurezza dei cittadini così come l’integrità e stabilità del Paese e dell’intera regione».

Di oggi l’intervento del ministro italiano degli esteri, il quale ha invitato l’Unione Europea a non “interferire” nelle vicende libiche. Dice Frattini che non vogliamo “esportare la democrazia”, non in Libia almeno. In Iraq, come ci ha ricordato Filippo Solibello, invece sì: gli iracheni sono, evidentemente, più meritevoli dei libici. Un popolo, quest’ultimo, per il quale – sin da quando il generale Graziani esercitava la sua azione ”pacificatrice” per ridare a Roma l’impero che, secondo i deliri fascisti, le spettava – le elites italiane sembrano avere ben scarsa considerazione.

Apprendiamo inoltre, dal Corriere della Sera, che la posizione ufficiale italiana è perfettamente allineata con quella della famiglia Gheddafi:

Rispetto alla Libia, il titolare della Farnesina auspica una «riconciliazione pacifica», arrivando a una Costituzione, come propone [il] figlio [di] Gheddafi.

Tutto ciò è così scandaloso da apparire banale, come solo il male politico riesce ad essere. Mentre un folle massacra la sua gente inerme, chi potrebbe fermarlo non agisce ma invita alla “stabilità del paese e dell’intera regione”.

La politica estera italiana, nei confronti del regime libico è sempre stata quella che conosciamo, dai tempi di Andreotti in poi. Miope e squallida? Sì, ma non di più di quanto lo fosse, nel medesimo periodo, la real-politik adottata dagli altri paesi occidentali verso i propri “partners” del terzo mondo e del mondo arabo, in particolare. Partner, dopo tutto, è la traduzione, nel linguaggio della diplomazia internazionale, di una via di mezzo fra “escorts” e “killer”. Da alcuni anni, sotterraneamente e lentamente, il comportamento degli altri paesi ha cominciato a cambiare. Non per l’Italia, però, che sotto la guida di Silvio Berlusconi è diventata l’alleato ed il partner commerciale più fedele (e più servile) della Libia del criminale Gheddafi (oltre che della Russia del quasi altrettanto criminale Putin, ma non divaghiamo). Il tutto, ovviamente, in nome del sano realismo delle persone d’affari che risolvono problemi concreti e non si perdono in fisime intellettuali.

Tale differenza è diventata palese nelle ultime settimane a fronte dell’insurrezione dei popoli dell’Africa del Nord, per esplodere negli ultimi giorni a seguito dell’estendersi alla Libia della rivolta popolare. Gli eventi libici e l’allineamento dello stato italiano alle direttive della famiglia Gheddafi (come appare evidente sia dalle dichiarazioni riportate sopra che da tutta l’azione del duo Berlusconi-Frattini) ci pone fuori dalla comunità degli stati democratici europei ed atlantici rendendoci, di fatto e di principio, alleati di Gheddafi. Mentre persino l’ONU (lo stesso organismo che anni fa aveva messo la Libia a presiedere la commissione per i diritti umani) rompe con Gheddafi definendolo un criminale di guerra ed un genocida (aprendo quindi la porta per il suo arresto e processo secondo le leggi internazionali) il governo italiano ne appoggia ufficialmente posizioni e richieste!

Incredibile, ma vero: il crepuscolo del satrapo genera oramai mostri ben maggiori che le puttanelle minorenni che danzano nei seminterrati di Arcore. Questa è una vergogna nazionale ed un ulteriore scandalo morale che il popolo italiano non dovrebbe sopportare. È anche un grave errore strategico che danneggia gli interessi italiani nel lungo periodo, nel medio e probabilmente persino nel breve. Gheddafi è finito, indipendentemente da quante migliaia di cittadini inermi massacrerà oggi e nei prossimi giorni. Con lui finirà il suo regime e il potere della sua squallida famiglia (così simpatica, per altro, alle elites italiane, dagli Agnelli ai Berlusconi alle puttanelle televisive che ai suoi figli si accompagnano).

Trovo sconvolgente che l’opinione pubblica italiana non stia chiedendo al governo italiano di allinearsi con il resto del mondo civile isolando il regime di Gheddafi per forzarne l’abbandono

Trovo sconvolgente che l’opposizione parlamentare italiana non chieda ai cittadini di scendere in piazza, non tanto per “esportare” la nostra democrazia in Libia ma per chiedere due cose semplici:

– che la comunità internazionale fermi la mano del criminale (vista la posizione già adottata dalla diplomazia ONU un intervento d’interdizione dello spazio aereo è facilmente e rapidamente implementabile dall’aviazione NATO del Mediterraneo del Sud);

– che il governo italiano agisca materialmente contro Gheddafi e in supporto del popolo libico che ne chiede la testa.

Concretamente, per raggiungere questo secondo obiettivo, oltre a condannare senza ambiguità le azioni del governo libico il governo italiano dovrebbe porre sotto immediato sequestro TUTTI i beni patrimoniali, mobili ed immobili, posseduti dal regime Libico e dalla famiglia Gheddafi in Italia e nelle società italiane operanti nel mondo, attivandosi per offrire asilo ai perseguitati e supporto politico e materiale al popolo in rivolta.

Non è impossibile fermare la mano del criminale e aiutare i libici a liberarsi di lui e dei suoi soci. Basta volerlo. Certo che, quando si son fatti con il criminale affari sporchi e, probabilmente, accordi sotto banco, la sua caduta potrebbe apparire un rischio anche per chi quegli accordi li ha fatti.

Ragione di più perché gli italiani per bene, oggi, stiano con il popolo libico in rivolta. Essere libici, oggi, è una maniera molto concreta d’essere anche veri patrioti italiani.

Michele Boldrin

“Marx – Istruzioni per l’uso”, di Daniel Bensaïd – recensione a cura di Michele Lupo

“Marx – Istruzioni per l’uso”, di Daniel Bensaïd

Daniel Bensaïd

Marx – Istruzioni per l’uso

Ponte Alle Grazie Pag 250  € 16.50

(con le vignette di Charb)

Accompagnato dalle vignette di Charb, uno dei maggiori disegnatori francesi, direttore del settimanale satirico “Charlie Hebdo”, il volume in oggetto direbbe a primo impatto di una strana natura anfibia, non del tutto seria, ammiccante, spiritosa. Ma sarebbe impressione lontanissima dal vero, perché si tratta di un lavoro che in più parti richiede invece un minimo di addestramento, pur schivando la forma accademica dei saggi per specialisti. Detto che viene il sospetto che l’editoria abbia bisogno di strambi travestimenti per far passare Marx alla cassa delle librerie, e di strizzar l’occhio a un qualche divertimento per renderlo digeribile, il libro di Bensaïd (scomparso recentemente) mette in guardia proprio dal relegare il grande filosofo di Treviri in una nicchia accademica perciò stesso innocua e ininfluente alla, si sarebbe detto una volta, “prassi” politica e persino alla liceità di un suo uso giornalistico. L’introduzione e il primo capitolo sull’adolescenza del giovane Marx bohemien, bevitore robusto dall’aspetto furente, frequentatore di poeti, sveglio quanto basta per comprendere che nella Prussia reazionaria di Federico Guglielmo IV non v’è posto per la libera ricerca quindi tantomeno vi albergano speranze per una carriera universitaria dignitosa, questo incipit e la metafora del Capitale come un noir concedono quel po’ che basta per avvicinare il lettore a digiuno di certi argomenti; però presto la divulgazione prende un andamento tutt’altro che corrivo e facilone. L’assunto è: “Sarà sempre un errore non leggere e rileggere e discutere Marx”. La frase è di Derrida, un tale cui si può muovere qualsiasi critica tranne quella d’esser stato un buzzurro e truculento stalinista come piace pensare ai liberali d’oggidì di chiunque non si sia pacificato nell’accettazione supina del capitalismo quale che sia compreso quello che sta facendo strame di un secolo e rotti di conquiste sociali e civili.

Come ci ricorda Bensaïd, Marx ben presto prese le distanze dall’umanismo romantico dei socialisti alla Proudhon, e questo è noto; più interessante la considerazione secondo cui qualcosa di quel modo di pensare oggi è ravvisabile per lui in certe pose teoriche come quelle che fanno capo al cosiddetto pensiero della “decrescita”: l’immagine di un mondo artigianale fatto di piccoli produttori indipendenti e “tanto calore domestico” – che sembrano omettere dall’orizzonte sociale l’idea stessa del conflitto, ossia quel principio agonistico senza il quale per Marx non v’è storia (e si è visto aggiungerei in quale condizione ci abbia precipitato il pensiero di una “fine della storia”). Religione, denaro, stato, economia politica: il Marx che si avvicina al ’48, ossia al Manifesto, inizia a strutturare sistemi teorici notoriamente più complessi – ritenuti da alcuni deterministici – che si vuole di solito accogliere soltanto calandoli nella realtà dell’Europa coeva. Ma oggi come allora il materialismo è innanzitutto un assalto alla religione che è per l’intanto culto delle illusioni. Marx non fa che portare a termine (anch’esso temporaneo, questo sì) il passaggio dalla trascendenza coatta che serviva la nobiltà e le corti europee all’immanentismo illuminista: l’uomo, sottratto all’astratta sovranità del cielo, non è nemmeno un microcosmo spirituale autosufficiente, bensì corpo concretamente immerso nella storia (materiale). In ciò, al netto degli indubbi tratti dogmatici del suo pensiero – guarda caso quelli più fallaci, guarda caso quelli che sfuggono al suo controllo teorico e recano le tracce mnestiche dell’hegelismo da una parte e di una improvvida escatologia ebraica dall’altra, la convinzione in fondo irrazionale che la storia procedesse verso una direzione lineare in cui il comunismo si sarebbe realizzato perché innestato sul capitalismo, da esso stesso necessitato, resta la diagnosi difficilmente discutibile: “all’inizio della ricchezza vi era il crimine dell’estorsione del plusvalore, e cioè il furto del tempo del lavoro estorto e non pagato al lavoratore” – a dirla con Engels, “un omicidio”:

Personalmente, non credo che il pensiero di Marx sia in sé immune dai rischi totalitari in cui è difatti finito – ma qui il discorso si farebbe troppo lungo. Ciò non toglie che Marx aveva visto come nessun altro quale miseria avesse prodotto l’economia politica spacciata per ontologia – a dirne una oggi, per gli amanti degli esempi concreti e “attuali”, come le crisi finanziarie possano portarsi dietro la devastazione nell’”economia reale”. E dunque, con le parole di Bensaïd:: “L’attualità di Marx è quella del capitale stesso (…) la sua critica alla privatizzazione del mondo, del feticismo della merce nel suo stadio spettacolare, della sua fuga mortifera nell’accelerazione della corsa al profitto” etc.

La fretta di buttarlo con l’acqua sporca del “socialismo reale” ha prodotto disastri, sempre più tangibili sulla pelle anche dei sostenitori del capitalismo più bieco. Non basta?

Michele Lupo

________

Precedenti articoli di Michele Lupo su Poetarum Silva:

Una sana Norimberga, no?