Non c’è movimento adatto per questa dissoluzione.

Non c’è un movimento adatto per questa dissoluzione.

Sta belando sui cantoni di tutti e non si traduce in nome. E’ una portante dialettica coincisa, assomiglia forse ad un battito d’ali mentre le percorremmo le ciglia.

Non mi dire così, Asella, lascia che percuota il nome che devo, che lo faccia battere ed assomigliare a qualcosa. Cosa vuoi dire accartocciato come sei sulle spoglie del defunto amato.

Cosa vuoi dire su quel corpo estinto, drogato. Non legge nulla, ha appena finito di balbettare mezzo Macbeth sulla spiaggia di Riccione, sente il sale sulla mano, non immagina che possa esserci un sangue che non toglie, sente il prurito , odore di pene, odore di fuffa, umidore pregno, sta con l’alito del mattino disinvolto tra dentifrici, è magnetico e sociale.

Il regista di quel film animato.

Sta buono, gli viene facile tra un leone e l’altro. Che è bravo a fare le mimesi. Ma di te, quando dici ” vieni a vedere la strada, Maddalena se la fila, prova salire sul monumento all’indice, Maria viene dopo il seguito, noi ci spostiamo languidi, Marta non guida”

ma di te quando dici ” hai messo troppo sale nell’acqua, Umida, dovremo partire, non c’è posto per noi dietro la quinta”

e non importa, abbiamo bisogno tutti di parole garbate messe a punto per l’occasione e di favole accorte, del bilinguismo di certi articoli e della melodia di molte canzoni, Ginsberg e la sua sbobba, Emilia e la nebbia, Giacomo del finito e Arturo senza un’isola, acchiappati doppi nel fosco del divento, Gertrude la scorpiona e due altre che non ricordo, Sylvia sfornata.

Ma non importa.

Io di te mi ricordo perché ha asfissiato i giornali, e le cronache, e mi sei diventato così niente che niente è dirlo a producente a sferruzzato a calapultante disegno, vedi un ricamo che ti disegna la gloria e la ruggine, come, un’, altra, storia.

Non mi accontento. Voglio una mia avvocata, una scusante, una dritta. Cerco una deriva possibile in quello che potrei dire intero solo se ne avessi voglia, cri cri cri , Critico _Austero_Metti_A-Gogna- avrà posseduto tutte queste donne?

Ne avrà fatto quello che voleva?

Le case ricche lo avranno sequestrato ?

Il gelo d’inverno sarà stato sopraffatto dal termosifone, dall’aria calda apposita?

E settecentododici milioni di euro dichiarati al fiscalista apposto?

Come brillerà la sua intervista nelle agonie e traballerà la gamba nel giro stellato della coreografia, avremo altre balorde immagini sconvolte a farlo apparire, immune dalla distruzione ma pronto per il perplesso anelito, muto ai discorsi ma fervente di modi di luce, infrequente agli scherni ma tribolante di realitysazione, uno come noi in mezzo

alla merda, alla

consunzione della

gigante nana stella.

Sa, siamo troppo occupati per prendere in considerazione ulteriori variabili. Faccia mostra di Sé il legale che lo protegge, di questo ci occuperemo finché le cose non avranno preso la piega del pensato, per lui, per noi, non voglio presupposti tra le balle, non voglio musica che non sia quella quotata, fina di discoteche, assioma da cd.

Nel tuo poster immaginati separato da ogni base, aureolato di sguardo figé, mezzo in ombra dove verrà meglio, scartavetro il piccato limite e t’invetro

so farlo.

Ho te.

E non mi pongo nessuna domanda, quel che sei stato, il tuo racconto, il nome che hai, le storie forse bellissime che dicono tu abbia raccontato (che quelle le piglino chi per loro, i fisici del pensiero, sdrucciolanti lungo libri scuciti o fotocopie a credito)

stronzate. Tu risuoni

io ti spando.

7 comments

  1. Grazie del riscontro.
    Il brano è tratto da “Nascita e morte, titolo provvisorio”, romanzoblog ad oltranza e ha un’imprecisa collocazione in quel contesto.
    Ne prenderò altri, per Poetarum, si.

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