Poesie di Alessandro Giammei

Poesie di Alessandro Giammei*

[Con Alessandro Giammei prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago, Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot e Luca Minola.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi, Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]

 

*


Che freddo stamattina.
Che freddo in questo scampolo di secolo
sull’erba ghiaccia e pesta che non conosce impronte
(e che pure – senti? – è stata calpestata).
Col fiato, ci scaldiamo le mani alla fermata –
oh quanto disatteso augurio in queste
nostre facce arrossite – se troppo presto o fuori
tempo massimo che fa? In ogni caso
è tragico aspettarti. Le attese irrisolte – oh
quali destini per l’età incapace
di congedarti (questa) avevi disegnato –
sono il pane che ci ha allungato le unghie
e i capelli. Che noia. Non abbiamo diritto
a un poco di catastrofe anche noi
che siamo nati dopo? La meteorologia
delle tue convenienze senza veti
suggerisce di no.

 

Meglio venire alla luce sotto altri
auspici, che sotto quelli degli altri.
A colloquio con quell’altra generazione
(Progetto in corso d’opera)

Chi è là? Oltre l’orlo paludoso della
veglia recente, oltre la mia età, chi
sei che mi sorvegli dietro la porta
degli eventi di cui abitiamo l’eco?
Tu che origli (se non parlo da solo),
di nome, e non davvero dunque, temo,
ti conosco; di data: tu sei nata
prima di me, prima dell’ottantotto.
Ti ho sentita, che tendevi l’ordito
tra le dita ma vedi, l’hai composto
di troppo filo e adesso non c’è verso,
sono perduti i fili del discorso
e se infiliamo un ago dopo l’altro
è solo per non perdere altre maglie.

*

La trama ora, la cena della tarma
è sfilacciata, e ci sfila davanti
come una svergognata senza calze
e siamo espunti da ogni dizionario
e il sole vuole sorgere al contrario
solo perché non affilasti l’occhio,
perché le fila non le hai mai tirate:
non hai serrato i ranghi – e ti dilunghi
proprio ora in tante paludate scuse?
Stàiti, non c’è di che. Già che sei lì
però, mi presteresti un po’ l’orecchio?
Resta pure fuori eh, ma io non intendo
urlare (di voce ne ho, ma non urlo
– d’altronde in fondo no, non ti somiglio).

*

Sai, il tempo vorrebbe finire ma
gli umori grossi delle argille allergiche,
che sversano nelle arie derogate
le gru, mantengono vivi gli allarmi
e sull’allerta perenne non cade
mai l’ultima nota. Dio, che nervi
gli accordi irrisolti; che danno dànno
le cadenze d’inganno su cui inciampa
di anno in anno, nell’emergenza cronica
questo decennio che non mi contiene
e che non sa cadere. Ti appartiene,
a te, che non hai mai avuto talento
per i finali. Interminata. Spàziati
pure – tanto sono lente, le termiti.

*

Oh i tarli come lentamente smussano
del tuo destino estinto la smagrita
dismisura. Le camole lavorano
la polpa delle maglie e non conoscono
colpa, sei tu che le annodasti sei
tu che non hai visto, sciocchina, le uova.
Schioccami, come una coppia di dita
sul lato vuoto del palmo, farò
rumore, già, non sentirò dolore,
giacché il tuo troppo amore ha messo agli angoli
la gomma, e i nostri muri sono morbidi.
Rimbalziamo, mentre il ronzio dei morsi
celebra la tua catarsi – se dio
vuole, avranno i denti stanchi, le tarme.

*

Dirottavi le linee delle mani –
interrotte, altrimenti, a metà strada.
Le incontravamo su destini altrui
come un’estate indiana e si smarriva
il segno delle chiromanti, il dito
seminato lungo la fuga dei
pampini (distrutto o distratto il ramo)
svegliati troppo presto o troppo tardi.
Non sei venuta a fare San Martino;
dacché sei qui novembre manca e il conto
torna tre volte come un anatema
nei pomeriggi nient’affatto azzurri
in cui sferruzzi questi palmi freddi.
Le nostre braccia restano invendute.

 

*Nota biobibliografica
Alessandro Giammei è nato a Roma nel 1988. Nel 2008 è uscito per Aìsara il suo esordio poetico, Diramarsi. Una piccola silloge inedita (Dico io di noi che siamo vivi oggi) è comparsa su «Absolutepoetry». Il suo primo racconto, Frighi, è uscito per le edizioni Arkadia nell’antologia NYX Racconti della notte alla fine del 2010, accanto a pezzi di autori affermati come Ibrahimi, Murgia, Dazieri, Fois e Abate. Triennalista in Italianistica, è laureando magistrale in letteratura contemporanea a La Sapienza. Collabora con «La Rassegna della letteratura Italiana», con il «Dizionario Biografico degli Italiani» Treccani e con «Argo, rivista d’esplorazione». Dal 2009 valuta romanzi inediti per l’agenzia letteraria Kalama.

36 comments

  1. Non abbiamo diritto
    a un poco di catastrofe anche noi
    che siamo nati dopo? La meteorologia
    delle tue convenienze senza veti
    suggerisce di no.

    Pur non condividendo il portato ideale di questo e di un colloquio con la generazione precedente (colloquiamo con altri in poesia, non con i poeti nati negli anni 70, che è gente pallosissima, anche; in prosa, in saggio, in articolo, sì, ma la poesia lasciamola destinata a più persone che non noi stessi sedicenti poeti),

    ho letto poesia nuova, emozionante, ben congegnata.
    Apprezzo molto!
    Lorenzo

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  2. Il problema generazionale non sussiste – nonostante io sia il curatore di questa rubrica, non vedo distinzioni tra generazioni né, ormai, tra aree geografiche – come lo era stata un tempo la famosissima Linea Lombarda organizzata dal mitico Anceschi – fatta eccezione per gli esperimenti dialettali. L’una e l’altra sono delle categorie di comodo, che, con un po’ di superficialità, non possiamo che utilizzare, almeno per capire delle tendenze diffuse e dove stiamo andando.

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  3. Sì, certo, ma la questione non era il problema generazionale, ma la possibile limitazione che potrebbe intervenire in un discorso poetico molto più ampio… In ogni caso, ripeto, mi sono trovato davanti a un linguaggio forte, a parte alcune cacofonie che mi hanno un attimo disorientato, e convincente.

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  4. che Giammei sia bravo, e abbia da dire, mi sembra evidente; la sicurezza del tratto, anche tenendo conto dell’età, è impressionante e merita attenzione.

    detto questo noto, qua e là e a maggior ragione nella serie degli pseudo-sonetti (mi scuso dell’impressionismo e fretta di questo commento) il rischio di un contenutismo e di una forma-applicata da “letteratura maggiore” (dico nei termini di Deleuze-Guattari in “Kafka. Per una letteratura minore”). un “complesso” o edipizzazione della poiesi che, unito alla fattispecie del tema veicolato, tende a o rischia di riafferrare e “riterritorializzare” – insomma disinnescare – le linee di intensità anche forti dei testi stessi.

    più in generale – e dunque non facendo assolutamente di questi testi il pretesto per discuterne – sono d’accordo con il problema della “limitazione” individuato da Lorenzo, ben presente in molte scritture contemporanee: e se di categorie critiche abbiamo bisogno, come è chiaro, caviamole dai testi, dalla capacità e modo che hanno i testi di fare etica e conoscenza, senza riprodurre o lasciarsi schiacciare da les mots de la tribu.

    un caro saluto a tutti; rinnovo i complimenti all’autore e a questa bella rubrica che sta iniziando a tirar fuori testi e questioni interessanti, su cui continuare a discutere.

    Hail,

    f.t.

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  5. alessandro, è bellissimo ritrovarti qua. nel momento in cui ho letto le tue cose, mi sono chiesta perchè non fosse successo prima e molte altre volte.
    rileggerti una mattina di gennaio, col tuo libro prigioniero fra mille altri in precarissimi scatoloni nel garage di mia madre, è sempre molto bello e miracoloso.

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  6. Sarebbero belli, se parlassero di qualcosa. Ma, al di là degli endecasillabi, apprezzabili pur nella loro irregolarità, non mi pare che dal punto di vista contenutistico questi pseudo-sonetti si discostino molto dall’ormai obsoleto surrealismo cui soggiace il piatto panorama poetico contemporaneo. Torniamo a DIRE, miei cari: basta con il parlarci addosso.

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    1. Benvenuto tra noi, caro inassenzadimetri. Mi duole darti questa spiacevole notizia, ma, sì, la parola “soggiace” è ancora in uso, come basterebbe verificare dando un rapido sguardo al Vocabolario della lingua italiana, il che, ovviamente, dovrebbe essere piuttosto inusuale per chi è senza metri e se ne vanta (e che dovrebbe chiamarsi “inassenzadimetriedortografia”). Tanti saluti!

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                1. E se di questo vòi dicere piùe,
                  Natàlia mia, i’ t’averò a stancare;
                  ch’eo so lo pungiglion, e tu se’ ‘l bue.

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  7. @Fabio: “le categorie bisognerebbe crearle a partire dai testi”. Sono d’accordissimo, ma prima, a mio parere, bisogna che questi testi siano leggibili e disponibili alla critica stessa. La rubrica non è un’etichetta stilistica né poetica, come ben sai è un modo per rendere fruibili dei testi in un blog con l’unico elemento comune che hanno ad un livello di “raccolta-materiale”: quella, certo superficiale, dell’età dei loro autori. Detto ciò abbiamo già un bagaglio di 20 autori circa, sarebbe interessante cercare di studiare questi autori che abbiamo pubblicato. Sarebbe interessante scrivere un articolo, anche breve, su questi testi. Spero che qualcuno sia disponibile a farlo (anche prima che scrivessi avevo pensato a te…o l’alternativa è qualcuno, non critico di professione, che non sia incluso nella rubrica).

    @ Monsieur Arouet: Non capisco la tua critica di “surrealismo” del piatto panorama poetico contemporaneo. A cosa ti riferisci? Montieri? Non mi pare. Lello Voce? Non mi pare neppure. I Mondi di Mazzoni: surrealismo non ne vedo. In questa rubrica, poi, cos’è surreale? Ingenito? Menicocci? o forse Greta Rosso, che più reale non ce n’è. Guarda, l’unico surreale potrebbe veramente essere Fabio Teti, ma solo se lo leggiamo e analizziamo in modo veramente superficiale. Perché poi addentrandosi nel testo è l’allegorismo e l’allegoresi che domina. Quanto a Giammei. Il surrealismo ed il vuoto significante non lo trovo affatto, a meno che non abbia una concezione di surreale diversa dalla tua – “se intanto tu volessi rispondere”.

    quanto a Soggiace…capisco l’ironia di inassenzadimetri. Capisco l’ironia perché conosco la poetica del Montieri – molto essenziale, all’osso della parola, ontologia del quotidiano, come diceva una volta Paolo Zublena in un saggio, se non sbaglio, su Erba, De Angelis etc. etc. Ironia costruttiva…e comunque il trovarsi o meno nel vocabolario non è una questione d’ortografia, per intenderci. Si chiama lessicografia.

    L. M.

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    1. Grazie tante, Luciano, lei mostra di essere un tipo sveglio e che ha studiato. Peccato però che la mia ironia sull’ortografia si riferiva all’assenza di maiuscole nel messaggio di inassenzadimetri. E alla quale, nonostante le sue arie da professorino, anche lei SOGGIACE.

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      1. Ottimo. Anche lei è un tipo sveglio. Si è accorto che ho studiato. Non è da tutti. Mi piace di più professorone che professorino. Questione di gusti. Con il surreale invece? A chi si riferiva? L’ha studiata la lezione per oggi? O si riferiva a Battiato?

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        1. Come! Un professorone come lei non sa che cos’è il “surreale”? Mi stupisce. Si vada a cercare la definizione, poi ne riparliamo.

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          1. Mi sa che ha dei problemi di esegesi testuale. Non le ho chiesto, cos’è il surreale. Le ho chiesto a chi si riferiva con “surreale”. E poi se le dico “ha studiato la lezione” mi metto nella posizione di “professorone” che sa, e la interroga avendo dei dubbi sulla sua preparazione. Ma non ho intenzione di continuare questa conversazione inutile…mi terrò i dubbi. Anche i professoroni come me li hanno.

            Distinti saluti
            Suo L.

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            1. Sì, mi sa proprio che qui qualcuno ha dei problemi di comprensione testuale. Il surrealismo è la negazione degli strumenti espressivi tradizionali, ciò che io considero l’archetipo avanguardistico del Novecento. La critica che io ho tentato di esprimere, forse un po’ frettolosamente, era precisamente al post-surrealismo, cioè a quella tendenza a non liberarsi dell’influsso, diretto o indiretto che sia, che ancora esercita quel movimento sulla poesia. Ciò che non ritengo soddisfacente, per una poesia veramente nuova, per i tempi che verranno, è che nelle forme si persista con un versoliberismo a oltranza, e che nei contenuti si spacci dei semplici non-sense per dei carmi immortali pieni di profondità. Mi rendo conto della soggettività di queste posizioni, ma forse su certi punti potremmo andare d’accordo. Sono il solo a vedere molta poesia da una parte adolescenziale e dall’altra incomprensibile (poiché non ha o non riesce ad avere dei contenuti) ed elitaria (in virtù della incomprensibilità stessa) girare per i canali di cultura odierni? Che cosa rimarrà di tutta questa pseudo-letteratura?
              (Ho optato per dei toni più pacati, poiché ritengo che favoriscano la comprensione)

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              1. Scusi Monsieur Arouet,
                Mi congratulo per i toni più pacati, poiché è dominio pubblico che favoriscano la comprensione. Il problema è questo, lei dice: adolescenziale, elitaria. Ok. Capisco che la posizione è soggettiva. Ma, vorrei dei nomi, degli esempi testuali, una dimostrazione attraverso proposizioni, sintagmi, versi. Così non la seguo e non posso capire a chi ed a cosa si riferisce. Non capisco dove trova il post-surrealismo di Giammei. E non capisco a quali poeti sta facendo riferimento. Nel commento pacato che avevo scritto come prima risposta alla sua “provocazione” avevo fatto i nomi di Voce, Montieri, Mazzoni. Come antisurrealismo. Lo stesso Giovenale, potremmo anche considerarlo, “concettuale” ma surreale, secondo i parametri del surrealismo, affatto. Penso al pop-narrativo di Genti, Simonelli…alla poesia di Socci, anche Maccari. Lo stesso Frasca, per dire, anche nell’esperimento “manieristico” di quevedo, è più “manieristico” appunto, ma non surreale. Penso ai poeti di questa rubrica e mi piacerebbe, realmente in modo pacato, sapere chi considera surreale. Nominatim, intendo.

                Grazie
                L.

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                1. Ovviamente ciò che lei mi chiede è cosa troppo lunga per un commento a un blog, anche perché il mio intervento intendeva sottolineare una tendenza generale. Alessandro Giammei è stato semplicemente un pretesto, in quanto la sua poesia mi sembra un po’ povera contenutisticamente, eppure superiore alla media di ciò che mi capita di leggere della poesia contemporanea; Francesco Forlani è stato un altro pretesto, con il suo spacciarci le sue pàrole, ovvero le sue “parolette”, per citare Gozzano, per della poesia piena di profondità.

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  8. caro Luciano,

    sono d’accordo con quanto affermi, e forse, vista la consueta fretta con la quale mi esprimo nei commenti, ti ho messo in condizione di fraintendermi.
    so bene che la rubrica non ha altro criterio che quello anagrafico, come è giusto volendo aprire un ventaglio di visibilità e di indagine su scritture ancora non ben assestate, in corso, di autori per lo più sconosciuti, alcuni senza libri alle spalle, etc. e sta e stai facendo un ottimo lavoro, del quale sono il primo ad esserti grato.

    con quelle “categorie” volevo invece riferirmi alla poesia stessa, ai paradigmi interpretativi che i singoli poeti, nel loro modo di praticare la scrittura, applicano o desumono dalla loro esperienza del mondo, del reale. una mia idea, una cosa in cui credo fortemente, è che la poesia non debba troppo curarsi dalle griglie interpretative che ci vengono offerte o imposte in continuazione – e in questo senso facilmente “generazionali” – non curarsi troppo di essere specchio e orologio puntuale; semmai, al contrario, essere un orologio che i contenuti li anticipi, o che, arrivando in ritardo, spalanchi immediatamente una ridefinizione di quanto si è appena coagulato e disinnescato. essere conoscenza in atto, in re, e non traduzione e messa-in-retorica di una conoscenza o di un discorso dato in tutte le sue linee prima della scrittura stessa.
    per questo annotavo quell’appunto, stimolato dai testi di Giammei, sul rischio del contenutismo da “letteratura maggiore”. spero di poter tornare a esprimermi meglio su questi nodi, ad ogni modo.

    circa la possibilità di scrivere un saggio o articolo che prenda in esame tutti i poeti fin qui pubblicati, forse mi sopravvaluti :D. non credo di possedere gli strumenti adatti, né, purtroppo, almeno per qualche mese ancora, il tempo (ma questo lo sai bene, visto che ancora ritardo nello scriverti su Città biografiche). comunque, su ciò torneremo a dire e a discutere, senz’altro.

    ti ringrazio anzi della consueta voglia e capacità di puntualizzazione e problematizzazione. a prestissimo,

    f.t.

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    1. “Essere un orologio che i contenuti li anticipi” non mi trova molto d’accordo. Cioè, è una concezione della produzione in versi che non è la mia, ma che rispetto e apprezzo nella scrittura altrui – anche se chiaramente, spero, e forse so, che non avevi in mente una concezione “profetica” della scrittura. Sono più incline per l’arrivo in ritardo e la conseguente ridefinizione. Diciamo che nella mia esperienza è più “fattibile” ridefinire un linguaggio ed un tema che anticiparne di nuovi. è più fattibile – e negli ultimi anni ’90 più frequente – recepire tutte le informazioni della realtà e dalla realtà e risemantizzarle. Sia la ripresa “parodica”, sia l’accostamento “analogico” di temi e linguaggi differenti, sia la stessa tecnica del “montaggio” vanno verso questa direzione. In questa rubrica comunque l’aspetto “ridefinitorio” o “preventivo” (di cui parli) mi è sembrato finora assente (fatte le dovute eccezioni). Non è una “critica” negativa sui testi, ma propositiva: mi sto semplicemente chiedendo il perché. Le ragioni storico, sociali, letterarie e semiotiche.

      L. M.

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  9. dici bene Luciano,

    nessuna accezione profetica od oracolare, figuriamoci, parli col più rozzo dei materialisti.

    è una questione gnoseologica, di impostazione processuale; non tanto di singoli temi e contenuti. di rischio invece e di clinamen rispetto qualunque posa oratoria, qual’è quella che si rischia quando si fa della poesia il semplice strumento o mezzo di espressione di contenuti che preesistono totalmente all’atto di scrittura. sul versante cui cerco di approssimarmi direi che, invece, tutto è perfettamente implicito nella citazione portiana che riportavo alla fine del thread dei miei testi qui su poetarum. ma possiamo riferirci in parte anche a quel “pensiero biologico” cui ha fatto cenno recentemente Casadei.
    una disposizione insomma a fare della poesia avanscolta e luogo-aperto di un processo gnoseologico non assicurato nelle sue linee, sempre a rischio, che porti a stati di intensità o risultati nell’ordine della conoscenza non previsti a monte in ogni loro dettaglio. e per tanto “anticipanti” o “ridefinitori”: rispetto alla conoscenza, e ai modi che abbiamo di esperirla e produrla.
    io ad esempio ritrovo con forza questa disposizione, solo per restare tra i giovani e per fare un esempio concreto, nella poesia di De Francesco e – diversamente – di Menicocci; inutile dire che mi piacerebbe informasse in qualche modo anche la mia.

    tornerò a parlartene, promesso, e spero anche a scriverne meglio perché so bene che non me la farai passare liscia così, com’è giusto. ; )
    ti devo insomma delle argomentazione più ricche, scusami se per ora bypasso, sono davvero strozzatissimo da esami imminenti ed altre mille spire. ci tenevo a darti una mezza risposta, però, fin d’ora.

    grazie allora, come sempre, per lo scambio. è la cosa più importante.

    un saluto e un “a presto”

    f.t.

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    1. Sì. Ok. Dopo aver scritto il commento precedente ho pensato subito ti riferissi al problema gnoseologico ed al ” biologismo” accennato da Casadei – ma che in America ormai è tendenza diffusa cfr. Stockwell, Cognitive Poetics: An Introduction, 2002. Diciamo che il saggio di Casadei lo trovo più significativo per il nostro panorama letterario perché non è mero “cognitivismo” applicato alla “letteratura” alla stregua delle tendenze americane. Il problema del “dire”, del “da dire”, del “come dire” e del “diagnosticare”, nel senso di “attraversare ai fini della conoscenza” è molto arduo. Da De Francesco a Menicocci io farei un salto indietro a Mesa ed ancora a Porta. Però “anticipanti” e “ridefinitori” in alcuni casi potrebbero andare con una congiunzione e non una disgiunzione. I due processi – come mi è sembrato di capire anche nel tuo ultimo intervento – si intersecano. Direi che alla tendenza “anticipante” pertiene maggiormente l’allegoria; a quella ridefinitoria il simbolo; il tratto d’unione è la metafora. Peccato siamo solo noi a parlarne, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano gli altri poeti pubblicati.

      L.

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