Giorno: 15 gennaio 2011

Patrizia Dughero – Le stanze del sale

 

Patrizia Dughero - Le stanze del sale, 2010 Le Voci della Luna Poesia

 

Compito

A volte li frantumo i sassi
per vedere se trovo qualche pezzo
buono da salvare.
Difficile risalire le parole, appellativi,
come fatua, ad esempio, che impedisce il peso
di ogni mia lettura.
Difficile tessere fili che vedi sparpagliati
se non sei abituata a ore di telaio.

Un giorno una veggente che mi piaceva
consultare – era molto brava –
disse che il mio compito è tutto ciò che è materiale.
Basta con la meditazione e la contemplazione
e tutto ciò che è trascendente.
Occorreva appoggiare i piedi a terra.
Non l’ho ascoltata e ho continuato.
Ma quando il dono è arrivato, io l’ho accolto.
Ho iniziato a trasportare ciò che ricevevo, onorando,
a tramandarlo, lasciando che trabocchi su altri.
Ho iniziato a trasportare mattone su mattone
asciugando il sudore con la pietra bianca.
Mi hanno insegnato che esiste il taglia e cuci
anche per i vecchi muri: tecnica raffinata.
Io l’ho osservata e ora è quel che faccio,
che tento, coi gesti e le parole, se posso.
Scavo dei buchi ai vecchi muri e poi li copro
li intesso con mattoni nuovi e poi li mostro.
Vinco la vergogna, a volte, sperando
che sia utile e che serva.
………………………………………….Un compito pesante.

***

Ai miei

Vorrei levarvi a queste tristi mura,
vi si stringono addosso giorno dopo giorno,
avete bisogno anche di uno spazio aperto
spazio per tornare alle pareti oscure e scalcinate
Le vedete toccarsi l’una con l’altra
………………………….congiungersi
in un tempo che non è più vostro
scrostarsi senza più garruli suoni
controllando ogni vano intorno.
Ora tocca a me condurvi a luoghi nuovi dove
……………………………………..non c’è confine.

***

Biblioteca

Litigammo quella sera
perché lui aveva più di sessant’anni,
e io ventisette, ed ero agitata e greve
del bambino, il terzo. Atterrita.
Mi rifugiai da don Alberto
e in parrocchia, da lui,
trovai l’archivio. Una bella biblioteca
sistemata in una stanza austera
dove accettai conforto. Poi presi
a bere, come fan tutti dalle mie parti,
e a tornare su per il monte
attraverso la galleria di sassi bianchi.
Me la fecero dimenticare quella stanza
dove scoprii mille segreti. Mi portarono via
e poi l’oscurità mi scese sugli occhi,
piano molto piano, in lunghi anni,
all’ospedale dei mentecatti.
Ancora intravedo qualche parola
attraverso una luce intermittente:
“Non fare agli altri quel che
non vorresti fosse fatto a te”.
Mi sembrava racchiudesse tutto ciò
che c’è da sapere. Ma io non l’ho provato.

***

Seconda mancanza

Ho inseguito lo sconcerto, me lo hanno suggerito,
l’ambiguità, a un certo punto, è diventata
l’unico mezzo per sfuggire la costrizione.
Ma in costrizione sono rimasta fino a diventare blu.

Ho cercato i fili nella cittadella segreta, lo faccio sempre
ma poi il viaggio s’è fatto arduo
– c’è un abitante scomodo nella cittadella,
si chiama invece –

Mi sono fissata sulla visione della montagna dall’alto
non riuscivo a staccarmene.
Stavo sul pianoro di un ghiacciaio
e non potevo vedere dabbasso. Vedevo le altre vette

volevo guardare giù, chiedevo di osservare il precipizio
mi osservavo sentire la vertigine
ondeggiamenti come fossi una canna
diretta solo al vento, un’isola di sabbia.

Avevo sonno anche, come spesso mi accade
ma le oscillazioni si susseguivano.
Fatemi tornare a terra, ho pensato prima, poi ho pensato:
Devo restare ancora un po’. Ma la vertigine, si sa, è incontrollabile.

Mi sono placata pensando al perdono:
si può perdonare al cielo di avere grandinato?
Ondeggiando tra due tendenze opposte
il rosso è rimasto rosso, congelato nel ghiaccio.

Ho dimenticato l’assenza
dispersa nella sua voragine
mancanza di chi poteva esserci e non c’è
…………………………………………….invece.

***

Parlando con Raymond Carver

Quando faccio pulizie
mi capita di colloquiare con qualcuno.
Oggi tocca a te Ray e non è la prima volta.
Vorrei seguirti anche in questo
tu che parli con Joyce
tu che parli con Baudelaire
tu che parli di Shelley
sulle loro tombe, sempre.
Io sto solo aspettando che si asciughi il pavimento.
So che sembrerà retorico
assolutamente banale
dire che tra noi c’è un oceano
e io vorrei attraversarlo.
La tua immagine sul cofanetto dei Meridiani
mi fissa, ha un’aria simpatica, non sembra
di un ex alcolista. Comprendo il problema.
Vorrei parlarti di spazio
oltre quello oceanico che ci divide
oltre quello che c’è tra whisky e vino
oltre quello che c’è tra le mani che aggiungono all’argilla
e il marmo ………………………………………….da scalpello
oltre quello che c’è tra chi ci lascia parole e chi no
…………………ovviamente, spazio.

Un mio amico che si dice piccolo poeta mi ha insegnato:
lo spazio non è sempre uguale a se stesso
dieci centimetri fra due macchine
non sono dieci centimetri in un letto coniugale.
Penso abbia ragione. La coscienza cade sulle cose
che guardiamo diventare assenti
le scalpelliamo per porgerle, che qualcuno legga.
Ciò che non ha significato profondo –
l’esistenza non ha alternative, in fondo non è necessaria –
non trova radici se non nella combinatoria interna
divisa.

***

La guardiana

Torno alla casa che abbiamo ereditato
è grande e disposta su tre piani,
ma ne occorre un altro. Decido di scavare
in basso piuttosto che elevare al cielo.
Sappiamo tutti che quando possediamo un suolo
– ne abbiamo proprietà –
ci appartiene tutto ciò che è sottostante e ciò
che sta di sopra a dismisura fino alle galassie più
……………………………………………………..lontane
fino al centro della terra
– così dice l’ordinamento.
Ai piani alti di questa grande casa
vorrei solo aprire le finestre
a far entrare un po’ di luce
che penetri il mio petto svuotato a dovere
che giri un poco d’aria e di correnti
di sangue anche, se si preferisce.
Che il sangue torni a circolare e a distinguersi
………………tra quello rosso vivo e quello blu
di scorie.

***

Vergonzimi

Vi tradivi e no lu savevi
che jeri nassude pa jemplâ la mancjance
tal cuarp di un altri,
sicu il vin tal tace vuei,
matiere licuide che tint a jessi.
I crodevi che mi dovevi vistî, no disvestî.

Che mi vergogni

Vi tradivo e non lo sapevo
che ero nata per riempire la mancanza
nel corpo di un altro,
come il vino nel bicchiere vuoto,
materia liquida che tende ad essere.
Credevo che mi dovevo vestire, non svestire.

* Vincitrice della sedicesima edizione del Premio Internazionale di Poesia “Renato Giorgi”, promosso dal circolo culturale “Le Voci della Luna” e realizzato con il contributo della Città di Sasso Marconi – Assessorato alla Cultura.

La finestra per scrivere

 

Domani sarà il giorno giusto per scrivere,

tu resta dove sei, non ti muovere, non dire.

Sarà il giorno perfetto, sarà indulto di sonno,

sarà miagolio e clangore di cancelli, sarà.

Apro porte, nel dubbio aspetto un minuto

(casomai vele aprissero solitarie i velluti

del morbido dire), tutto sommato è ok. La

scorrevole solitudine aleggia al piano nobile,

arieggio quindi l’ambiente per dimenticare gli

errori, le congiunzioni affrettate, gli aggettivi

sonanti, saturi e grassi.

C’è pace invece, parliamo, mangiamo, dormiamo

nello stesso letto , facciamo l’amore, abbiamo lo

stesso sogno credo ( quella telepatia intrusiva sì):

allora la poesia docilmente nasce, naturalmente

nasce, e cattura , precoce, le stelle invisibili , le

scintille che attraversano di luce la stanza immobile.

Un fruscio di gonne affrettate con lustrini mobili,

spalanca le braccia in un imprevisto passaggio

d’aria, decapottabile amore, ora chiuso, ora aperto,

disposto al meglio, per aprire le chiuse confortevoli,

e dare acqua ai tramonti , rifornire le piogge urbane.

***

Un posto delizioso per la scrittura è qui, davanti

la finestra sul pino, nulla si perde, nulla si sparge,

solo affilate ombre a colori ripiegano i fogli in

passeri origami brillanti. Guardo attraverso i vetri

radici, rododendri selvatici incartano sospensioni

di fiato, sorridono nuovi alla primavera che serve,

che è utile adesso immaginare vicina.

Immaginare con il petto proteso in avanti, a guisa

di corazza, a protezione caramellosa del circo del

cuore, maleducata speranza vicina alla meta.

Sono nato per scrivere arbusti di viaggi, nocchieri

alla porta sorridono con il volto spezzato dal sale,

cerniere uniscono le contrapposte visioni del mondo,

saldano stupite il bianco e il nero, il sotto e il sopra,

il silenzio e la musica dell’incalzante sospiro.

Il profumo del mattino ha la fragranza del letto,

suscito anagrammi, gioco con acrostici, sgranocchio

biscotti d’avena, scrocchio giunture fredde.

La colazione dell’anima , altra fragranza di prato il mattino.

***

E’ proprio delizioso questo angolo marrone, invito

solo gli amici più cari, non mi importa degli altri,

solo chi ha avuto la necessità del canto conosco,

solo chi ha pensato , nudo e deserto, conosco.

La necessità del sentire odori d’inchiostro, il piacere

sfocato del piccolo dolore delle partenze, del cuoio

delle stazioni umide, della brina e delle pozzanghere gelate.

Questo è il dolore che diventa piacere e memoria comune.

Non mi piace però indulgere troppo in verità che non conosco,

piuttosto tendo l’orecchio, vuoto le tasche, prometto sogni.

Come sai- come sapete- mi avvio vinto, spesso evado,

spiazzo e spezzo le uniche poche verità in frammenti neri

di fondali abbandonati, teatri vuoti e polverosi, documenti

inutili, bicchieri sporchi, bottiglie buone a metà.

Leopardi era un miracolo di coraggio, non io, non altri,

si approvvigionava di inconsuete visioni, baldanzosi

appetiti, sonanti cavalcate sulla sponda dell’orrido.

***

Ronf ronf, il gatto sì. E’ un gatto affatto speciale, mentre

dorme appiattito sul davanzale, sopra il termosifone, sogna.

Nel suo sogno, sono convinto, sedimentano archetipi folli,

immagini dorate di egizie abitudini alla beata calda pigrizia.

In altri tempi avrei desiderato essere gatto, ora però non più:

un animale del deserto ad esempio, cammello magari.

Lateralità di sguardo e prontezza riflessiva, sarebbero buone

le piste di sabbia, sarebbero argentee visioni sotto il sole.

***

Sono qui e guido, nel pomeriggio, senza voce.

Uno scatolone di marmo sono i ricordi, puntuta specie di coraggio.

La scala che porta al fiume, il cane che spinge con il muso

il cancelletto , il passaggio d’ali dei germani.

E’ un bambino che cresce in fretta, le mani si allungano, i brufoli

sulla fronte, il rosso delle gote: lo guardo e mi vedo, come tutti

i padri solitari osservo la vita che prepara la vita, e dentro rido,

un po’ mi preoccupo però, di capire, di essere pronto.

Ripiego il giornale e appoggio gli occhiali.

Un giorno che non arrivavo piangeva, appoggiato al muretto,

ho sentito il vento appoggiarsi alla collina anche, fermarsi per

un momento e fermare con gli occhi lo sguardo sul mio.

Chi è questo silenzio, chi è questo delicato ombroso sentimento?

Sono i passi del silenzio che contano, le canzoni che

dal fondo muto del cuore risalgono la corrente e si allargano

nei laghi bianchi, portando tronchi e detriti di primavere.

***

Esco con mia moglie per fare la spesa, la guardo, sento amore.

6 – versi inediti – Poesia d’amore numero sei – Francesco Forlani (post di natàlia castaldi)

quando sopra ai treni corrono le voci

fermo immagine rubato ad un Photoshoperò di Effeffe

e fuori tutto tace nella muta pellicola

che al monte intesse una distesa di nebbia

alla campagna il fiume e sembra pace

.

che non ha silenzio ma è nell’aria

e allunghi il passo sotto ai sedili

aumenti la falcata respirando il vento

che ti sta portando alla veloce intimità

.

di un nuovo ritorno. Aspettami-dico

.

Effeffe