Giorno: 17 dicembre 2010

Heartstorming 1.0

Ho sempre pensato che lo svillupparsi di certi dolori, sono come una ramifcazione dovuta, delle radici per crescere, nei nonostante tutto.

Sono impronte nella neve, profonde, calde di un passo affrettato, di una corsa, del fango che rilascia.

E poi…poi si cade, avviluppandosi il cappotto, la maglia stringe sulle maniche, come se volesse trattenere il peso di un pensiero.

I nonostante tutto sono portoni aperti di necessità del contatto con qualcosa che seppur folle a ragione,ci pare abbia senso di esser vissuto in un modo o nell’altro. poi si chiude e il fossato piange nel constatare che non protegge da nessuna minaccia.il nemico si è ritirato. fossati,balaustre,torri d’avvistamento che non scorgono se non paesaggio dove un tempo ci fu incontro e scontro, desolata landa.

corse di guerrieri disarmati per una passione.

il muro senza l’altro non ripara,ma rinchiude me in me .E fa male.

Ho ricordi di passaggi camuffati, guadi con le gambe atrofizzate dal freddo, lembi dei cappotti che toccavano appena le ginocchia, le sbucciavo spesso e spesso si curavano con lentezza, perchè avevo il sangue ribelle, pronto a farsi vivo per ogni minimo pianto e tutt’ora a volte la bocca s’impasta di quel sapore ferroso, la gola a malapena deglutisce questo rantolo di ricordi che sgusciano e riemergono come insonni, come morti viventi dai poteri infiniti.

Il mio male è un percorso lungo la spina dorsale, un marchio stantio di perchè, nascosti sotto la lingua.

Camuffati,ma non al sole,che ti inebria di movimento,coccola le ferite e si mischia al sangue nella sua ostinata necessità di tessuto .ma non per nascondersi ,al sole. E il sapore del sole/sangue in me,ai miei sensi è apparenza di freno,inganno di mente che ancor prima del cogito si ritrova innanzi a desideri ardenti.i ricordi potenti son sovrani senza corone quando non ci accorgiamo che corona è suddito.
la mia bocca è serrata in silenzi dovuti solo per qualche istante ha creduto di urlare a gran voce un amore,che rimane sospeso nel mio sguardo/respiro.
E sfiorate da lana di coperte vissute le mie gambe ferite chiedono il perchè al cuore.

C’è un legame, una bava, un passaggio di fili sottili, in questo sentirsi sospesi e con le urla ferme in nodi nella gola.
Il sapore è così poco prezioso a volte, che non ci si tatua addosso nemmeno l’aria, perchè non è avvezza a questo sole bastardo, non ha le basi, è semplice creta liquida, che le mani non sanno trattenere.
è cibo, che rotola sullo stomaco, fuori, si nasconde nelle conchiglie dei giorni e diventa marcio, e l’odore penetra le narici, feritoie da cui cadere accadendo.
Le radici sono la forza di vitale sopportare il sole. I nodi di sapori inconsueti o già sentiti troppe volte possono non vincere il nostro atto di buttarli giù in un sol fiato,come con l’uovo crudo da bambini.
se rimane fiato,soffio al raggio che mi penetra e mi ferisce. Mi definisce in contorni che sono solo dell’ora. Ma è la mia pelle che muterà in divenire il ricettore di quel violento atto di natura che ci riporta alla nascita.
Un giorno forse quelle forme che io riempio,che sono me,brilleranno alla luce senza sentirne il dolore e l’odore.
L’olfatto ricorda senza pensiero,colpo allo stomaco,non c’è risposta che valga. E’dentro me,è dentro me.
L’attimo di incontro dell’accadere del me e di ricordi sopiti,coi capelli arruffati per il lungo dormire, destati dal vento e dai miei 5 sensi, mi lasciano inerme per la forza di esistere, sconcerto da inaspettato, all’improvviso.

Come esser trascinati fuori dai sogni, sbattuti a forza sul terriccio della realtà, come essere dispersi sapendo la strada del ritorno e volerci tornare per quelle scaglie ancora nella pelle, dolorose e sanguinanti.
Il sapore è amaro, tutt’ora, nascosto dal sorriso, ma non va via nemmeno se lavato con acqua calda e candeggina, nemmeno con i veleni si toglie un veleno.
E corre rabbioso, le cavalcate sanno solo di nervi tesi che non sbocciano, ma si raggomitolano involuti.
E quando sono sul bordo, ho solo una gran voglia di finirci dentro a quel burrone.
Ma. Il veleno fa male se si affaccia al mio sangue. Se potrò inghiottirlo ne farà nutrimento,dopo schianto vitale che risveglia chiassoso e io frastornato, incomprendente, svestito ,a terra, mi ritrovo il sorriso, isterico, per cadute obbligate_”le ginocchia sbucciate”_che insegnavano ad andare e a passare illesi i pendii più scoscesi, in caduta, in ripresa, se rilascio quei nervi_so_vien la voglia di correre.
Gli anni mi hanno incancrenito, rendendomi una statua del dolore al quale sentirsi devoti.
ho vivisezionato ogni passaggio di corpi, nel mio, macchiandomi, mascherandomi di maschere infette, mangiandomi dentro con una sola mano.
Sono una particella elementare gocciolante sulla parola.
Lascia che sia libera.
Gli idoli del dolore, che hanno già troppe lusinghe, inginocchiati a me, forse potrei dargli il perdono per compagni di viaggio un pò troppo pesanti per gambette ormai stanche di non premere il passo.
Il mio atomo chiede di incontrare altre forme. Sfinito dal non sentir più terra per viaggiare sognando.
Liberami oh me, dal male.

Come un palloncino portato dal vento, rossosangueperfetto, ammicca la nuvola, schiva la stella che ha fatto tardi la notte.
e corre veloce di fianco all’aria, che trema nel filo al polso e poi ancora ripercorre e ricalcola lo schianto, ammorbidito dall’erba umida, di un’alba accucciata, un dolce rifugio di braccia e ricordi, quando l’amore aveva due occhi dolci di madre in attesa.
E fusi e confusi si nasce.

Atomici pronti ad essere nella maniera più indissolubile.
Indefinita in fieri travolta da impressioni sempre nuove. Spugnosi imbevuti di cammini in strade di cui ancora non sappiamo il nome.
Movimento per sè. Movimento per ME.

La strada segue ad onda il respiro, e s’apre nella gola un sorriso, parapendio nel ventre, in un volo copioso.
La luce divisa dalle trasparenze ci appare lontano ma abbraccio in colori di cui pressochè assaggiamo il sapore.
E giocando nei prati a sporcarci le mani,i vestiti o la bocca,ritorniamo natura nel grande ventre del tutto, solo parte ma tutto pur io mi confondo col resto ed è nudo e protetto questo gesto di unione.
Sentire di pancia ,lasciar scorrere il tempo,imprudenze dovute per sonni implumi e carillon.

Il suono accarezza le vene cave del collo, il mio amore si frantuma, ma resta intatto sulla soglia e dormo sorridendo, ogni notte lui è un canticchìo ed un veleggiare con le navi verso le terre che non hanno nome.
Dei peter pan appena nati, sbocciati nelle viscere.
Pur incerto prova il cuculo a far nido,e nello sguardo a distanza scorge trame del possibile e vele e viaggi e casi che si intrecciano si sciolgono si fanno sè e altro, un tutt’uno senza perderne il capo.
Prende ramo per ramo,calpestati per sbaglio forse un giorno da un uomo,parti di sforzo per lui che non vuole cercare più riparo altrove e più in alto di lui solo il suo naif luogo vola.

Antonella Taravella & Marta Congiu

photos by antony wallace