Poco prima della guerra – Stefania Crozzoletti

la casa cedeva piano, l’intonaco si staccava
dai muri, le crepe erano ferite secche

in giardino l’erba cresceva felice e disordinata
i fiori del caso si affacciavano agli steccati
era tutto così verde – e rigoglioso –
facile dire dentro è la morte, fuori è la vita
così poteva sembrare solo all’occhio distratto

ma gli insetti si spostavano incuranti del luogo e sembrava
non fosse importante per loro se le zampette
sbattevano nel sole o sui mobili vestiti di polvere

ci vorrà del tempo prima che crolli, diceva il padre avaro alla figlia
sicuro, morirò prima, poi saranno affari tuoi
lei amava quei muri scrostati, i quadri finti, le vecchie poltrone
al giardino preferiva la casa, stare dentro, dove il respiro era calmo

pensava rimarrò qui per sempre, anche dopo, dopo tutto
dopo cosa?
alitava sui vetri della finestra, con la manica della camicia
alla meglio puliva

fuori in strada la gente passeggiava e parlava
l’aria prometteva sempre qualcosa di buono
ma anche dentro i profumi erano inviti a nozze
il cibo era dolce, servito in abbondanza

ogni tanto la polvere veniva raccolta e messa alla porta
i calcinacci spazzati via, vecchia ma pulita!
ma che ne sarà se non la faremo sistemare

il padre non ne voleva sapere, mi porto i soldi nella tomba!

farò quel che posso, pensava lei, tra un sogno e l’altro,
tra un paradiso in terra ed uno in cielo, improbabili tutti,
mettendo fiori recisi nei vasi
sorridendo ai dolori, alle mosche e ai maschi
che passavano per strada, resisterà, diceva

abitò con l’inverno, gli spifferi a gelare i piedi e il cuore
paziente attese la primavera, e l’estate con l’arrivo di un utile amore
che sistemò i guai peggiori: una specie di miracolo, baci e cemento,
casa-cantiere, è qui dentro, amore, la storia!

arrivarono i figli e se ne andò dio, proprio lui,
quello che parava i colpi,
le ossa gemevano, gli infissi scricchiolavano
un concerto di carcasse, lei insisteva e rivoltava,
aggiustava, buttava il superfluo – fatica sprecata:
tutto tornava uguale a prima,
traboccante materiale conquistatore di spazi

fuori era una festa continua, danze a sangue caldo,
risate e campanelli, coraggio e desiderio, nessuna paura di inciampare

non si capiva bene il motivo di questa gioia,
stava iniziando una guerra, lo sapevano tutti

usciva poco, una volta sola disse
mio dio che non ci sei, guerra o non guerra, stavolta non torno
ma le creature come divinità esigevano il sacrificio
e lei con le sue piccole ali fece ritorno al nido con il becco colmo di cibo
dopotutto non so ballare, ammise, sorridendo alle sue fragili
ossa d’uccello

Stefania Crozzoletti, inedito 2010

12 comments

  1. Ce ne furono tanti di uccellini apparentemente deboli che malgrado il gelo e la stanchezza continuarono a rivolare verso il nido dove fameliche creature aspettavano.
    Ecco, a volte la poesia può non lasciarsi incarcerare nella forma e nella accuratezza del verso cercata ad ogni costo.
    A volte sono le parole ad essere poesia senza neppure chiedere d’essere guardate con il vestito a festa.
    Letta e riletta, non mi sono rimasti dentro passaggi o furberie. Solo poesia.

    Ha ragione chi mi ha preceduta, gran bella poesia.
    Grazie, Stefania.

    clelia

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