Mese: dicembre 2010

5 – foto e testo di Gianluca Garrapa (post di natàlia castaldi)

5 – @Gianluca Garrapa

5. dava l’idea apparente di un immaginario. un vuoto tentacolare e senza via d’entrata. un incendio in pieno volto di luna. un intreccio egoistico di due egoismi. un vaniloquio disperso. un centralino emorragico. un coartante senso di voler essere in_abbandono. uno dei tanti fantasmi che, accidenti, torna proprio mentre ne stavi stilando la fine nel catalogo degli indecisi perenni e. vedi? non sei quell’unica possibilità, che impossibilmente. e quanto c’è. e quanto c’è da dire. e quanto amore hai donato, che ritorna come un boomerang e t’investe in pieno volto. sarà la nostalgia? o la prevista previsione del futuro che non accetti già da prima, prima che sia. prima che sia passato. ama te stesso prima di amare qualcun altro e. prima che passi il passato in deflagrante futuro. il futuro con le mani nel sacco di un passato presentato in vivande di un opportuno capodanno.

Gianluca Garrapa

Auden, suggestioni domestiche.

Ho letto tre poesie di Auden a mia moglie

Su Funeral Blues ha pianto perché la poesia

Era forza di sentimenti e immagini, pulizia

Di fragole sotto il palato. Asciugate le lacrime

Ha rinnovato il calore in un abbraccio diamante:

E’ dinamite la potenza sovrana della parola,

Può seminare piccole puntute illusioni e recuperare

Amabili infrangibili intenzioni nel dare e ricevere.

Per notti abbiamo sepolto la notte in un sonno nero,

Non fraintendete quello che dico, niente metafore,

Il sonno era nero perché non c’era più sogno, non

Bastava la calura del giorno a riscaldare le braccia,

Solitarie e nude, non bastava la brezza del tramonto

A cesellare i sorrisi.

Così la poesia di Auden ha toccato la verità, nel suo

Dire e smontare palcoscenici domestici, con quel

Fantastico ritornare d’assonanze e rime, ha spostato

Sabbie fini , disegnato l’impotenza del dolore,

Donato fiducia e speranza dove l’ombra ristagnava,

Dato luce alle stelle, rinfoltito i boschi, suggerito

Baci , semplicità e rigore.

 ***

 Funeral blues

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come.

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crêpe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood.
For nothing now can ever come to any good.

 ***

Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono
E regalate un osso buono al cane perchè non abbai,
Faccia silenzio il pianoforte e tacciano i martellanti tamburi
Che avanzi la bara, che vengano i dolenti.

Lasciate che gli aerei volteggino nel cielo
E scrivano l’odioso messaggio Lui E’ Morto,
Guarnite di crespo il collo bianco dei piccioni,
Fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri.

Lui era il mio Nord, era il mio Sud , era l’Oriente e l’Occidente,
I miei giorni di lavoro, il mio far niente la domenica,
Era il mezzodì, la mezzanotte, le mie parole, la mia musica;
Credevo che l’amore potesse durare per sempre: un’illusione.

Nessuno più vuole le stelle: spegnetele tutte orsù;
Buttate via la luna e tirate giù il sole;
Svuotate gli oceani e abbattete gli alberi.
Perché da questo momento niente servirà più a niente

 (traduzione  di D. Gennaro).

Poesie di Tommaso Di Dio

Poesie di Tommaso Di Dio

 

 

 

[Con Tommaso Di Dio prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo e Francesco Terzago. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]


 

Restare visibili. Non lasciare mai
le linee del volto confondersi fino a che
catrame sia questo grigio per le strade.
Non meno morte mi apri tu, se dici
il fulcro della doratura se la bocca
di notte apri tu. C’è un albero qui, davanti
alla mia finestra; qualcosa che da su
oggi piove. Non lasciare mai
questa tua carne minima; proteggila, resta
visibile fino a che dura
il mio giorno. Io voglio che tu veda
crescere questo albero.

*

favola

Per miliardi di anni la vita è stata
procariota. Cellula minima
clonabile da sé. Dopo tanto poté solo
aggregarsi in strati, stromatoliti
calcari biocostruiti niente più che
rocce viventi.

*

La luce vibrata, in alto
fra i cantieri, i bidoni. L’impalcatura
rossa si leva
nella notte delle gru; non nasconde
pullula, non vela
il volto che si riposa ora
della cinese migrante sul tram
delle sette di sera. Se la fisso, lei
chiude gli occhi e s’apre
del sonno la sua voragine. Nella curva
nel sobbalzo del motore mobile
che tutti inerzialmente ci ribatte
verso case, luoghi bui e chiari
luoghi di silenzi familiari, lei
adesso, riapre
gli occhi per un attimo e specchia
il volto suo nuovamente
nella città dei chilometri. M’appare
la miseria; questa comune
stanchezza delle carni, il nostro
corpo che insieme scolora
riflesso e non sa
trattenere forma, l’umana
espressione abrasa
dal ronzio del motore. Cadono
le foglie e gli alberi; tramontano
i mari d’industrie e d’amianti; crollano
i paesi, i volti, gli argini, braccia
che furono ghiere luminescenti ora
si sfanno; e la paura
bestia maledetta; la paura del non essere
scorre nel vano corpo di questo tram
e ci deruba la veglia, spacca
gli occhi e tramuta noi
vuoto spazio cavo senza
esser più. E tu ti separi
ti alzi. Ti stacchi per scendere giù.
Ti allontani nella strada e te ne vai. E questo tuo
andare via, mi lascia
la voglia di un abbraccio infinita.

*

favola

Per miliardi di anni la vita è stata
eucariota. Cellula minima
clonabile non da sé. Dopo tanto poté solo
comprendersi in forme
complesse, cercare il proprio nucleo
fuori dal sé.

*

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
degli sputi della cenere da scacciare
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.

 

 

*Nota biobibliografica

Tommaso Di Dio, nato nel 1982, vive e lavora a Milano. É autore di un libro di poesia, Favole, Transeuropa, 2009, prefato da Mario Benedetti. Nello stesso anno, ha tradotto una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibodeau, apparsa nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori. Dal 2005 collabora all’ideazione e alla creazione di eventi culturali con l’associazione Esiba Arte (www.esiba.it); all’interno della quale ha avuto possibilità di sperimentare diversi linguaggi: teatrale (Cianciana, 2009, Anamorfosis, 2010, per la regia di Milena Viscardi), video (Nessuno è solo, 2008, in collaborazione con Sebastiano Di Guardo). Dal 2006, insieme con il fotografo Salvatore Ferrara e i musicisti Anouchka Trocker e Seby Ciurcina, partecipa con propri testi al progetto Mshumaa(www.flickr.com/photos/salvatoreferrara/).

 

 

“Allo scoperto” di Seamus Heaney


Allo scoperto

È dicembre a Wicklow
Alni grondanti, betulle
Eredi dell’ultima luce
Il frassino freddo a guardarsi

Una cometa che si era persa
Dovrebbe essere visibile al tramonto
Quei milioni di tonnellate di luce
Come un barlume di biancospini e falsi frutti di rosa

E talvolta vedo una stella cadente.
Potessi diventare meteorite!
Invece cammino tra foglie madide,
Scarti, terni al lotto ormai spesi dell’autunno.

Immaginando un eroe
Su un composto melmoso
Il suo talento come una pietra da fionda
Frullata per i disperati.

Come ho potuto finire così?
Penso spesso alla bella
Poliedrica consulenza degli amici
E alle meningi d’incudine di alcuni che mi odiano

Mentre siedo e soppeso, soppeso
Le mie elegie cariche di responsabilità.
Per che cosa? Per l’orecchio? Per la gente?
Per quelli che son detti dispersi?

La pioggia vien giù tra gli ontani,
Le sue voci, deboli conduttori,
Borbottano di allentamenti ed erosioni
Eppure ogni goccia evoca

Gli assoluti di diamante,
Non sono né internato né informatore
Un emigrato interno, cresciuto con i capelli lunghi
E pensoso, un fante di guerriglia irlandese

Scampato al massacro,
Che assume il mimetico incarnato
Da tronco e scorza d’albero, che sente
Ogni vento che soffia

Che, soffiando su queste scintille
Per ravvivarne lo scarno calore, ha perso
L’irripetibile portento,
La rosa pulsante della cometa

Seamus Heaney

(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

Exposure

It is December in Wicklow:
Alders dripping, birches
Inheriting the last light,
The ash tree cold to look at.

A comet that was lost
Should be visible at sunset,
Those million tons of light
Like a glimmer of haws and rose-hips,

And I sometimes see a falling star.
If I could come on meteorite!
Instead I walk through damp leaves,
Husks, the spent flukes of autumn,

Imagining a hero
On some muddy compound,
His gift like a slingstone
Whirled for the desperate.

How did I end up like this?
I often think of my friends’
Beautiful prismatic counselling
And the anvil brains of some who hate me

As I sit weighing and weighing
My responsible tristia.
For what? For the ear? For the people?
For what is said behind-backs?

Rain comes down through the alders,
Its low conductive voices
Mutter about let-downs and erosions
And yet each drop recalls

The diamond absolutes.
I am neither internee nor informer;
An inner émigré, grown long-haired
And thoughtful; a wood-kerne

Escaped from the massacre,
Taking protective colouring
From bole and bark, feeling
Every wind that blows;

Who, blowing up these sparks
For their meagre heat, have missed
The once-in-a-lifetime portent,
The comet’s pulsing rose.

Seamus Heaney

da: Seamus Heaney, North, Faber & Faber 1975

Poesie di Francesco Terzago

Poesie di Francesco Terzago*

 

 

[Con Francesco Terzago prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci e Carmen Gallo. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]

 

 

[Dormono nelle ceneri]

Dormono nelle ceneri, come delle cose
esauste, si lasciano a questo sonno
per lasciarsi almeno a qualcosa. C’è stato,
non dico che non ci sia stato
un amplesso,
venuto da una bottiglia di vodka
venuta a sua volta dall’armadietto
di latta di un padre. Io me ne sto andando
la città è lontana, via, lontano, a piedi,
fra poco saranno le fondamenta
della Montagna. Gli aghi di pino,
il fermentare degli aghi di pino,
sgretolati che sprofondano in questi
gialli recessi della carne.
Sono le carni di due che si conoscono
abbastanza bene, senza che si conoscano
per nome. La resina che è caduta,
perché è caduta, lo ha fatto sui vestiti
lasciati nell’ombra, lo ha fatto
sul seno e sul naso, sui loro corpi.
I pini marittimi sono stati decimati
dal punteruolo rosso.
Loro7 due riposano ora, calmamente,
e si abbracciano. A loro basta questo,
un riposo che non sia altro
che semplice riposo.
Questo silenzio che sentite, è il silenzio
che il settembre dispiega
a una certa ora – prima
che sia troppo buio per vederlo: così
tutto si mischia in una tenda verdognola.
È il silenzio messo dal vento
che riempie i solchi di polvere
dei cantieri. Del vento che,
risalito dal mare, ora piega le lunghe
braccia da cerusico su queste ultime
pezze del vecchio pianeta. I tubi
di scappamento soffiano
nel tubo di calcestruzzo
che trapassa la collina.
La chiazza dei clacson, un picchio nero,
gli alberi coperti di secco muschio nero.
Il declivio soleggiato è un materasso
di linfa. Un frigorifero rugginoso,
un dolmen rugginoso che un bimbo
grassoccio ha scelto come tana; vecchi
fumetti che sanno di muffa, una bambola
rubata alla sua sorellina:
per sapere se lei, se anche lei,
è capace di piangere. Un panno
d’erba sudata, la campata di cemento
del viadotto per nascondere delle sdraio.
E un dondolo di ferro. Quattro vecchi
forforosi prendono con le mani artritiche
le ultime anguille stordite dall’ipossia.
Il gambero killer si sposta da una
disseccata sorgiva all’altra, nella notte.
Ora è notte, e il gambero killer si sposta
da una disseccata sorgiva all’altra
come il giovane fantasma di questo nuovo
pianeta. Ed è dentro a quest’orizzonte
che si dipanano le fibre stesse
di questo nuovo pianeta: pianeta d’asfalto,
di acciaio, di bibite zuccherate; il deposito
della ferrovia – un gruppo di ragazzini
sbozza un, chi siamo,
ognuno di questi ragazzini
si è scelto un nome – per scrivere
un nome –. Nomi scritti sul metallo
e sul vetro verde dei vagoni. Nomi scritti
sul metallo e sul vetro verde. Scritti
per invocare. Ognuno di loro quest’oggi
invoca se stesso.

Chi siamo dicono chi siamo.

Il rosso dei binari
lavato via dalla pioggia,
l’aria elettrica – il temporale abbatte
ogni spettro. Si disperde l’afa
notturna, la luce arancione dei lampioni
allunga sullo sterrato le ombre affilate
dei ragazzini. I ragazzini ora
stanno scappando. Io non cerco riparo
dall’acqua. Ragazzini che ridono,
che urlano, che si chiamano
con quei nomi che si sono scelti.

Due corpi gialli, due corpi gialli
cadono nel fango,
ridono nel fango, la loro macchina
è nascosta oltre l’ultima siepe di rusco,
non è detto, dico, non è detto
che staranno meglio allontanandosi,

qui c’è caldo e dice amore, lei,
ma sento più freddo, di prima,
sento più freddo di prima,
abbracciami ancora.

[La diga delle nuvole]

La diga delle nuvole. La diga
d’ottone delle nuvole che argina
l’azzurro. Una leggerissima
pesantezza. Stare mezzo-distesi
tra gli scheletri dei sicomori e guardare
la diga d’ottone delle nuvole
che si ripiega su se stessa, su di noi.
Mezzo-distesi tra le travature,
le quattro travature in avanzo,
dell’ultimo cementificio. Qui
ci sono gli esseri minuscoli
dell’humus, gli esseri minuscoli
dell’humus che fanno una danza
macabra di sistri. Qui scende
l’orlo di pietra, l’orlo di pietra
della gonna della Montagna.
Ed è proprio qui, proprio qui
che ho preso un po’ di sonno
al serbatoio dei giorni. Nella ghiaia
di un brolo, tra il rosmarino e la melissa,
sotto al rotto acquedotto romano.
Svegliarsi tra gli odori e le piante vive,
di una vita che non è più vita. Svegliarsi
per le ultime macchine – che tornano,
gente che ritorna a casa.
Esiste una casa – se non in noi stessi?
E richiudere gli occhi avendo presente
che quest’oggi la casa è solo un bordo,
tra la Montagna. Tra la Montagna
e tutto il resto.
Un nuovo mattino. È arrivato
un nuovo mattino. È spiovuto del tutto,
la costola fluttuante fa male,
tossire sangue – tossire nero, lo spettro
dell’unicorno. Odore di spore,
di finferli, i polmoni pieni
di spore. Prendo da terra
le mie quattro cose bagnate:
quattro sacche che contengono
cose stanche che non conosco, più,
che non mi conoscono, più.
Devo salire ancora. Salire,
tra i vuoti casolari, tra le affissioni
di pubblicità.
Dove i licheni disegnano
lo spettro di una distorta Pangea.
Sotto: qualche prodotto
degli ’80 uscito dal mercato,
i primi eroici video-games,
eroiche merendine al rum
per bambini. Sopra:
lo spettro di una distorta Pangea.
Salire tra le scritte [Vendesi]
quasi illeggibili, quasi illeggibili;
edifici-scatola – non più coppi
ma fronde, fronde di rame, nastri
molli di rame. Fare un passo indietro,
per ogni passo, per ogni passo
fatto andando avanti. La pioggia
ora è distante, nella pianura.
La pioggia è un pettine di peltro:
nei gesti di questo pettine di peltro
misurano le aritmie del Tempo
solo gli ultimi uomini. Gli uomini
che vivono di un’autentica vecchiezza,
che hanno corpo e membra
di questa terra dura, di queste
dure colline. Salire ancora,
Qualche fienile, casa di pietra
acquattate nel verde spaventato:
gli infissi di nocciolo trasudano
giorni e giorni e notti passate.
Niente più vetri alle finestre.
Niente di niente. Gli ultimi uomini,
gli uomini che vivono
di un’autentica vecchiezza
raccontano il grande silenzio
che si è disteso su tutto,
su tutto. A pancia in giù.
Niente torri di semafori, né bisarche
(per bisarche), né cani pieni di vermi,
vermi dai musi dei cani. Solo
lamiere rosse e cemento,
eroso cemento armato. L’eroso
cemento armato mette spiedi
nello stomaco del mattino
– la terra ingoia il sangue,
non serve segatura gialla
non serve chiamare il macellaio
col gancio e i coltelli d’argento.
Questo è l’abbandono,
un abbandono verde.
L’abbandono dove le femmine
della Lampyris noctiluca
mettono la loro bioluminescenza,
l’abbandono dove la bioluminescenza
è dappertutto. Niente lampioni gialli,
niente coltivazioni intensive
di soia, molti gasteropodi polmonati
per sfamare la bioluminescenza.
Ma questo abbandono esiste
e persiste solo in questo posto qui,
tenetevelo bene stretto. Io vi racconto
l’abbandono. Fuori da qui, a ogni città
dei vivi sta una Città dei Morti,
e questo mondo è una sottile distesa
di uffici, di capannoni, di server-farm,
diodi, led azzurri. Satelliti spilli bianchi
nella notte. Di detersivo,
di silicone viola, dildo di porcellana.
Di formalina. Di vasellina. Città formicaio,
regine che danno figli. Figli
felici, poverini, di affamare
altri figli. Uomini-operai. Una distesa sottile
fino all’orizzonte fitto di antenne. Fino
alla Montagna. Fino alla Montagna
che aspetta e fuma, e fuma il narghilè.
Il pro-fumo discende
nel catino dell’unica Città dei Morti
la preghiera semi-visibile del divino
del divino che se ne è andato
quasi del tutto.

 

 

 

*Nota biobibliografica

Francesco Terzago è nato il 14 ottobre 1986 sul Lago Maggiore. In questo momento sta collaborando al progetto UltraNovecento, percorsi di ricerca oltre il secolo breve. Al sito Poesia 2.0, curando la rubrica La Strada e con il portale di Lello Voce e Luigi Nacci, AbsolutePoetry; alcuni suoi componimenti sono usciti sul numero 44 de Le Voci della Luna. Altri suoi componimenti sono in via di pubblicazione. Oggi vive a Padova dove, quando gli è possibile, organizza eventi culturali: ha gestito la parte letteraria di ApertaMente. E, nell’ambito del progetto Millelire dell’Università degli Studi di Padova, si sta occupando di costruire una serie di appuntamenti che riguardino il delicato rapporto tra azione poetica e graffitismo.

Heartstorming 1.0

Ho sempre pensato che lo svillupparsi di certi dolori, sono come una ramifcazione dovuta, delle radici per crescere, nei nonostante tutto.

Sono impronte nella neve, profonde, calde di un passo affrettato, di una corsa, del fango che rilascia.

E poi…poi si cade, avviluppandosi il cappotto, la maglia stringe sulle maniche, come se volesse trattenere il peso di un pensiero.

I nonostante tutto sono portoni aperti di necessità del contatto con qualcosa che seppur folle a ragione,ci pare abbia senso di esser vissuto in un modo o nell’altro. poi si chiude e il fossato piange nel constatare che non protegge da nessuna minaccia.il nemico si è ritirato. fossati,balaustre,torri d’avvistamento che non scorgono se non paesaggio dove un tempo ci fu incontro e scontro, desolata landa.

corse di guerrieri disarmati per una passione.

il muro senza l’altro non ripara,ma rinchiude me in me .E fa male.

Ho ricordi di passaggi camuffati, guadi con le gambe atrofizzate dal freddo, lembi dei cappotti che toccavano appena le ginocchia, le sbucciavo spesso e spesso si curavano con lentezza, perchè avevo il sangue ribelle, pronto a farsi vivo per ogni minimo pianto e tutt’ora a volte la bocca s’impasta di quel sapore ferroso, la gola a malapena deglutisce questo rantolo di ricordi che sgusciano e riemergono come insonni, come morti viventi dai poteri infiniti.

Il mio male è un percorso lungo la spina dorsale, un marchio stantio di perchè, nascosti sotto la lingua.

Camuffati,ma non al sole,che ti inebria di movimento,coccola le ferite e si mischia al sangue nella sua ostinata necessità di tessuto .ma non per nascondersi ,al sole. E il sapore del sole/sangue in me,ai miei sensi è apparenza di freno,inganno di mente che ancor prima del cogito si ritrova innanzi a desideri ardenti.i ricordi potenti son sovrani senza corone quando non ci accorgiamo che corona è suddito.
la mia bocca è serrata in silenzi dovuti solo per qualche istante ha creduto di urlare a gran voce un amore,che rimane sospeso nel mio sguardo/respiro.
E sfiorate da lana di coperte vissute le mie gambe ferite chiedono il perchè al cuore.

C’è un legame, una bava, un passaggio di fili sottili, in questo sentirsi sospesi e con le urla ferme in nodi nella gola.
Il sapore è così poco prezioso a volte, che non ci si tatua addosso nemmeno l’aria, perchè non è avvezza a questo sole bastardo, non ha le basi, è semplice creta liquida, che le mani non sanno trattenere.
è cibo, che rotola sullo stomaco, fuori, si nasconde nelle conchiglie dei giorni e diventa marcio, e l’odore penetra le narici, feritoie da cui cadere accadendo.
Le radici sono la forza di vitale sopportare il sole. I nodi di sapori inconsueti o già sentiti troppe volte possono non vincere il nostro atto di buttarli giù in un sol fiato,come con l’uovo crudo da bambini.
se rimane fiato,soffio al raggio che mi penetra e mi ferisce. Mi definisce in contorni che sono solo dell’ora. Ma è la mia pelle che muterà in divenire il ricettore di quel violento atto di natura che ci riporta alla nascita.
Un giorno forse quelle forme che io riempio,che sono me,brilleranno alla luce senza sentirne il dolore e l’odore.
L’olfatto ricorda senza pensiero,colpo allo stomaco,non c’è risposta che valga. E’dentro me,è dentro me.
L’attimo di incontro dell’accadere del me e di ricordi sopiti,coi capelli arruffati per il lungo dormire, destati dal vento e dai miei 5 sensi, mi lasciano inerme per la forza di esistere, sconcerto da inaspettato, all’improvviso.

Come esser trascinati fuori dai sogni, sbattuti a forza sul terriccio della realtà, come essere dispersi sapendo la strada del ritorno e volerci tornare per quelle scaglie ancora nella pelle, dolorose e sanguinanti.
Il sapore è amaro, tutt’ora, nascosto dal sorriso, ma non va via nemmeno se lavato con acqua calda e candeggina, nemmeno con i veleni si toglie un veleno.
E corre rabbioso, le cavalcate sanno solo di nervi tesi che non sbocciano, ma si raggomitolano involuti.
E quando sono sul bordo, ho solo una gran voglia di finirci dentro a quel burrone.
Ma. Il veleno fa male se si affaccia al mio sangue. Se potrò inghiottirlo ne farà nutrimento,dopo schianto vitale che risveglia chiassoso e io frastornato, incomprendente, svestito ,a terra, mi ritrovo il sorriso, isterico, per cadute obbligate_”le ginocchia sbucciate”_che insegnavano ad andare e a passare illesi i pendii più scoscesi, in caduta, in ripresa, se rilascio quei nervi_so_vien la voglia di correre.
Gli anni mi hanno incancrenito, rendendomi una statua del dolore al quale sentirsi devoti.
ho vivisezionato ogni passaggio di corpi, nel mio, macchiandomi, mascherandomi di maschere infette, mangiandomi dentro con una sola mano.
Sono una particella elementare gocciolante sulla parola.
Lascia che sia libera.
Gli idoli del dolore, che hanno già troppe lusinghe, inginocchiati a me, forse potrei dargli il perdono per compagni di viaggio un pò troppo pesanti per gambette ormai stanche di non premere il passo.
Il mio atomo chiede di incontrare altre forme. Sfinito dal non sentir più terra per viaggiare sognando.
Liberami oh me, dal male.

Come un palloncino portato dal vento, rossosangueperfetto, ammicca la nuvola, schiva la stella che ha fatto tardi la notte.
e corre veloce di fianco all’aria, che trema nel filo al polso e poi ancora ripercorre e ricalcola lo schianto, ammorbidito dall’erba umida, di un’alba accucciata, un dolce rifugio di braccia e ricordi, quando l’amore aveva due occhi dolci di madre in attesa.
E fusi e confusi si nasce.

Atomici pronti ad essere nella maniera più indissolubile.
Indefinita in fieri travolta da impressioni sempre nuove. Spugnosi imbevuti di cammini in strade di cui ancora non sappiamo il nome.
Movimento per sè. Movimento per ME.

La strada segue ad onda il respiro, e s’apre nella gola un sorriso, parapendio nel ventre, in un volo copioso.
La luce divisa dalle trasparenze ci appare lontano ma abbraccio in colori di cui pressochè assaggiamo il sapore.
E giocando nei prati a sporcarci le mani,i vestiti o la bocca,ritorniamo natura nel grande ventre del tutto, solo parte ma tutto pur io mi confondo col resto ed è nudo e protetto questo gesto di unione.
Sentire di pancia ,lasciar scorrere il tempo,imprudenze dovute per sonni implumi e carillon.

Il suono accarezza le vene cave del collo, il mio amore si frantuma, ma resta intatto sulla soglia e dormo sorridendo, ogni notte lui è un canticchìo ed un veleggiare con le navi verso le terre che non hanno nome.
Dei peter pan appena nati, sbocciati nelle viscere.
Pur incerto prova il cuculo a far nido,e nello sguardo a distanza scorge trame del possibile e vele e viaggi e casi che si intrecciano si sciolgono si fanno sè e altro, un tutt’uno senza perderne il capo.
Prende ramo per ramo,calpestati per sbaglio forse un giorno da un uomo,parti di sforzo per lui che non vuole cercare più riparo altrove e più in alto di lui solo il suo naif luogo vola.

Antonella Taravella & Marta Congiu

photos by antony wallace

IL POTERE DEI GIOCATTOLI | performance fra parole suoni e visioni

marionetta di Ezio Scandurra | fotografia di Rosaria Coco

 

 

artist manager: PULP|Tobia Pennisi | 348_2595129 | tobia14@hotmail.it

 

IL POTERE DEI GIOCATTOLI

 

performance fra parole suoni e visioni


Il Potere dei giocattoli è uno show al limite con la performance estemporanea, che coinvolge artisti di tradizioni diversissime. La declamazione e la recitazione dei versi in forma di narrazione sono accompagnate dalla chitarra solista di Ludovico Pipitò e dalle sculture animate di Ezio Scandurra. Non è spettacolo teatrale e non è improvvisazione, eppure è tutte e due cose insieme: l’arte della Memoria attoriale si fonde con la capacità di creare immaginari estemporanei, in una continua ricerca d’un giusto equilibrio fra geometria e passione. (Riccardo Raimondo)

 

 

Martedì 21 dicembre 2011 | La Lomax, Via Fornai 44 – Catania [ingresso: 5 euro]| ORE 21: IL POTERE DEI GIOCATTOLI | regia e voci narranti a cura di Compagnia GestiColando | immaginari sonori di Ludovico Pipitò | marionette e sculture animate di Ezio Scandurra | versi di Riccardo Raimondo | ORE 22: CONCERTO Map Jazz

 

Mercoledì 29 dicembre 2010 | Oz Jazz Club, Via Picherali, 10 – Siracusa (Palazzo Borgia, P.Duomo [ingresso+aperitivo: 5euro] | ORE 20: IL POTERE DEI GIOCATTOLI | regia e voce narrante di Chiara Breci ( Academie Internationale des Arts du Spectacle) | immaginari sonori di Ludovico Pipitò | marionette e sculture animate di Ezio Scandurra | versi di Riccardo Raimondo

 

Fotografia di scena a cura di Rosaria Coco


*   *   *

 

GestiColando (compagnia teatrale) – è una compagnia che da sempre si caratterizza per il suo eclettismo e per la sua capacità di far comunicare forme e arti di tradizioni anche diversissime: il teatro, la danza, il fumetto, la musica, le sculture animate. Sono stati protagonisti di diverse collaborazioni con l’Università di Catania, in particolare per il laboratorio Tradurre per la scena. Hanno messo in scena Très! Fumetti per il teatro di Davide Toffolo (della band Tre allegri ragazzi morti). Tra le loro opere più significative c’è Senza Riposo un allestimento nato dalle pagine di Kafka (Prometeo), Borges (La casa di Asterione) e Buzzati (Il grande ritratto), un’opera a composta da tre diversi momenti che si sostengono reciprocamente, un “opera non-luogo” di individui talvolta visionari, talvolta lucidi, non-luogo nel quale si compie un percorso singolare per ognuno di essi, un percorso di dolore nella conoscenza, di follia o di solitudine e desiderio morboso. Senza quiete, riposo o stasi, bensì marcato da un’ossessiva e continua ricerca. Per dicembre 2010 la compagnia cura la messa in scena de Il Potere dei giocattoli, una raccolta di versi di Riccardo Raimondo.

Chiara Breci (attrice) – giovane attrice della Compagnie “Fracas d’Art”, formatasi all’Academie Internationale des Arts du Spectacle di Parigi diretta dal Maestro Carlo Boso,  si è perfezionata durante tutto il suo percorso nella danza, nel mimo, nel canto e nella scherma: Ha già lavorato con maestri quali: C.Boso, P.Arbeille, V.Pirrotta, J.P.Denizon, D.Zarazik, M.Navone, ed è attualmente in tournée con lo spettacolo “Sogno di una Notte di mezz’estate di W.Shakespeare diretto da Carlo Boso.

 

Ludovico Pipitò (chitarra elettrica ed effetti) – diplomato alla Lizard in Chitarra Elettrica Fusion di III livello, vincitore del Musicultura Festival di Macerata e del Contest Kitsch Club di Catania come membro della band della vocalist Adele Tirante e partecipante a numerosi seminari ed edizioni di Umbria Jazz. Ha accompagnato le letture di grandi poeti contemporanei come Davide Rondoni ed Eduardo Sanguineti.

 

Ezio Scandurra (marionette e sculture animate) – nasce alle pendici dell’Etna all’esalare degli anni settanta dello scorso millennio. Laureato in Scienze della Formazione con una tesi in Estetica e Filosofia del Linguaggio. Nel settembre 2009 espone le sue creazioni presso lo show-room del XXXIV festival di teatro di figure di Cervia. Nel 2009 realizza maschere e oggetti scenici per l’opera teatrale “Gilgamesh, di colui che tutto vide …” di Giovanni Calcagno ed Alessandra Pescetta. Esegue una manipolazione d’ombre per l’opera teatrale “Cassandra” regia di Simona Scuderi. Insieme insieme a Tiziana Musmeci costruisce le maschere sceniche per lo spettacolo teatrale “Diceria dell’untore” tratto dall’omonimo romanzo di Gesualdo Bufalino, con Luigi Lo Cascio e la regia di Vincenzo Pirrotta, prodotto dal Teatro Stabile di Catania. Nell’aprile 2010 conduce un laboratorio di costruzione di marionette presso il Teatro San Lorenzo di Roma e nello stesso mette in scena il suo spettacolo “Nel Regno di Antròpia”.

 

Riccardo Raimondo (poeta, critico) – nasce nel 1987 a Siracusa. Vive, lavora e studia fra Catania e Parigi. Collabora con alcune riviste e webzine nell’ambito della critica d’arte e letteraria, tra cui Tribeart e Poetarum Silva. Ha collaborato a progetti d’arte visiva con la fotografa Jessica Hauf. Ha scritto testi per alcune canzoni tra cui Tre sul rouge con Adriana Spuria. Una selezione in progress di suoi versi è ospitata da Undupalermo.com. Nel 2010 fonda un duo poetico-musicale con il chitarrista Ludovico Pipitò. Il duo si chiama Due. Ha pubblicato nelle antologie: Il Potere dei Coriandoli a cura di Antonino Di Giovanni, Giovanni Caviezel e Chiara Tinnirello, A&B 2009; In Albergo, Perrone Lab 2010; Cose a parole, Perrone Lab 2010; Verba Agrestia, Lietocolle 2010. La sua prima raccolta di versi: Lo sfasciacarrozze, A&B 2009. Il Potere dei giocattoli è la sua seconda raccolta.

 


 

 

marionetta di Ezio Scandurra | fotografia di Rosaria Coco

 

 

 

http://www.riccardoraimondo.net

Bozzetti |Daniele Gennaro

il giornalaio

È una scatola la mia casa
d’estate un po’ calda
d’inverno gelata,
ma è la mia casa.
Mia moglie la lascio che dorme
mia figlia è lontana da qui
leggo poco da sempre:
non ho bisogno delle parole stampate
mi indico da solo col dito la strada.
Le tasche colme di monetine sonanti
era bello pensare che un giorno sarei stato
cappello e mantello ad inseguire gli indiani
(Tex Willer mi piace,
leggo quello poi basta).
raccoglietemi a poco a poco
vi porterò con me all’alba del giorno
verrò nitido e timido al molo,
sento il profumo del pane
e sorrido.

***

il fornaio

non ricordo quanto pane ho sfornato
baguettes, focacce dolci e salate
recuperato ninnoli e spugnose canzoni
sentite la notte fonda fonda alle tre
radiolina a transistor plastica rossa
appendo i sogni per il giorno che verrà
più tardi il pomeriggio quando il mare è più blu.
da piccolo volevo fare il marinario
correre furibondo sulle onde del capo
mi vedo un pò salmastro in effetti
ma son solo sudato
dal caldo del forno
la mia africa
è qui.

***

il barista

 

miscelo la noia con gin
angostura l’imponderabile fine
un pò in crisi lo ero
mia moglie rassegnata
sbolliva da sola
alla fine lo specchio si ruppe
e miracolato per poco
rassegnavo indolente
le dimissioni
fumoso locale da ballo
dirotto il mio pianto da te
sorrido impaziente
da sotto il bancone
mi faccio sangue nei pugni
sorrido inventando promesse
poesie travolgenti di odori
profumi
champagne
notarelle appuntate distratte
sul polsino bianco
kamikaze impolverati
sopponenti violenti
allontano tutto questo
negli occhi
palpeggio il tuo viso,
ubriaco.

***

il fotografo

scatto foto ai matrimoni
compleanni
se qualcuno legge una poesia
io sono lì e lo fotografo
sono spento alla luce
miniera di fango la mia ombra
nemmeno al più piccolo passo
lascio traccia di me
sono un fotografo di nuvole
mi piace ritrarre grandi famiglie
riunite la domenica in campagna
i grilli fan da coro
lo sfondo è verdegiallo
uno sbuffo di fumo nero
l’orizzonte lontano
promette altre immagini
altre folli rincorse
(in segreto però)
al ritratto arlecchino
di me vestito a festa
all’occhio attento
dello zio Antonio
con la macchina al collo.

Gianni Montieri – 5 inediti – (un anno in sintesi)

AGO E FILO

Rammento e poco più giù rammendo
piccoli tagli, scuciture, fori d’entrata
dalla finestra vedo un albero in fiore
salire su un muro color mattone
e questo (come non saprei spiegarlo)
mi pare un segnale, un’intenzione

metto in ordine la stanza, spolvero
ieri sera non hai telefonato, non importa
sei così presente, talmente ovunque
che sentirti o non sentirti non cambia
lo stato delle cose, il ritmo irregolare,
lo sciogliersi del sangue

con la scopa tiro via
le ragnatele ma lascio stare i ragni
credo portino bene. Ho spostato le tue maglie
ora hai un ripiano intero e tutto me

il pavimento è da lavare o basterà spazzarlo?

E dietro questa avrei altre domande:
il nuovo di Pusterla è bello come sembra?
Tu questo venerdì arriverai? Intanto
almeno la pioggia ha smesso di cadere
io mi sposto in mutande sul divano
in preda a qualche dubbio.

EUROSTAR 9750

Riparto che è già buio
poche luci, qualcuno cena
otto e venti: sarai già a casa

all’andata le stazioni sono belle
al ritorno soltanto panchine vuote
gente di schiena
tutti lasciano qualcosa prima dei binari
ai parcheggi, oltre le biglietterie

Padova: è presto per chiamarmi fuori
per cui ho tre libri ma non leggo
quello seduto di fianco guarda un film
si direbbe un uomo solido
una moglie, forse figli

io non faccio niente
accumulo ritardo
è come se ti avessi ancora addosso
la ragazza di fronte mi sorride
nemmeno se ne fosse accorta.

****

L’ORA DEL BAGNO

Del mare ricordo una finestra
vernice scrostata sulle imposte
stranieri fermi ai rondò
in attesa di carico
per lavori da mezza giornata

dietro il mare: la statale
lunga fino al Lazio
macchine con brava gente in coda
per le ragazzine, per scopare

il lungomare una sterpaglia
baracche, case mai finite
cartelli divelti e zanzare
prima di un lido, un morto ammazzato

ricordo questo del mio mare
e altro ancora

io e mia sorella ridevamo sempre
come fanno i bambini al mare
per noi contava soltanto l’ora
in cui entrare in acqua
qualunque fosse il suo colore

non ho mai visto gabbiani sul mio mare
qualche volta aquiloni colorati: bellissimi.

****

OTTOBRE COMUNQUE

Credo si possa essere felici
come è vero questo momento
in un cortile di San Sebastiano
le panchine vuote
a quest’ora nell’aria
resiste l’odore di sigarette spente
io matricola notturna cosa spero di imparare?
Cosa ascolto mentre guardo verso
la finestra dove ai tuoi studenti insegni
dove cerchi di sbrigarti e magari
sbirci l’ora oppure in basso

e mi trovi, scampato a calli e ponti
al primo freddo, al mio passato.

****

QUESTIONI INVERNALI

Sapevo sarebbero tornati i treni
i racconti da rotaia, il posto,
qualche volta, accanto al finestrino
l’amore, certamente

di avere distanze da accorciare
-il bianco della neve sui binari-
il calore che viene da case appena scorte

i viaggi: questioni invernali
taccuini da riempire

sapevo le facce degli altri passeggeri
l’aria stanca da venerdì pomeriggio
di questo conoscevo quasi tutto

che si è fatto tutto in una sera gelida
e oltre il vetro, guardando
un luogo che non c’è
fra Brescia e Peschiera, ho pianto.

@gianni montieri – inediti -2010

POESIA TOTALE – ESC ATELIER AUTOGESTITO (ROMA)

POESIA TOTALE – ESC ATELIER AUTOGESTITO (ROMA)
 
 

 

Domenica 19 dicembre 2010
EscArgot / scrivere con lentezza 2010/11
@ Esc Atelier autogestito
via dei Volsci 159 (San Lorenzo) – Roma
http://www.escatelier.net/
dalle 18:00 (precise) alle 20:00
___________________________RIVISTE (RI)VIVONO

Ovvero: «la recente avventura della carta senza rete (ma anche con)». Si parlerà di nascita o rinascita e (felice) permanenza delle riviste cartacee di letteratura e/o di politica sul mercato, in connessione o in sconnessione con spazi on line. Coordina: Maria Teresa Carbone.

Intervengono:

alfabeta2 (Andrea Cortellessa)
Atti impuri (Sparajurij)
Il caffè illustrato (Gabriele Pedullà)
Il primo amore (Sergio Nelli)
l’immaginazione (Anna Grazia D’Oria)
Versodove (Fabrizio Lombardo, Stefano Semeraro)
e a seguire, dalle 20:30 alle 21:30
___________________________IN VOCE

EscArgot propone e presenta quattro voci inedite della nuova poesia italiana contemporanea:

ALESSANDRA CAVA
[introduzione di Vincenzo Ostuni]

SIMONA MENICOCCI
[introduzione di Marco Giovenale]

ELEONORA PINZUTI
[introduzione di Fiammetta Cirilli]

FABIO TETI
[introduzione di Giulio Marzaioli]



Poesie di Carmen Gallo

Poesie di Carmen Gallo*

 

 

[Con Carmen Gallo prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito e Simona Menicocci. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]
  
 
 
Dalla raccolta inedita Paura degli occhi
 
 
*
 
Come avere
paura degli occhi
come sapere
che tutte le bocche
professeranno il falso
e per prima la tua
dirà cose che non vuole
vedrà cose che non sa
ed il vero e falso verde
resta nelle parole
che non riconosco
perchè hanno la tua forma
la calce bianca dei tuoi sensi
deformati per l’occasione.
Parole annerite, scartavetrate,
cercano rifugio tra le mie
ma non trovano
che una pace fatta di spilli,
di mura
che non tengono,
di soldati
che non parlano la tua lingua.

 
 
*
 
 
Lo stretto e il necessario
attraversa lo spazio
tra l’impero e il suo contrario
l’insonnia gira
intorno agli occhi
cerca un varco
per farsi mare
e in tanto piove addosso
la tua legge divina
burocrazia del creato
allunaggio mancato
ufficio reclami
dei giorni dispari e pari.
Nella stanza mani vanno e vengono
s si respira il sale
delle ferite da cicatrizzare.
Inclinare il piano del sacrificio
e in silenzio chiedere aiuto
nel varco delle braccia
nel vuoto delle braccia
farsi mare, e cancellare l’acqua.
 
 
 
Da Dis-anime

*

Lo dicevi che le mie parole
sono sempre troppo poche
e che non vanno da nessuna parte
                     Mentre tu vai e vieni
per invertire l’ordine delle ore,
Io sono ancora immobile
nel giorno che pure ho scelto
Di non essere quello che sono.
Non trovo la faccia
Che mi rendeva
Soffitto del tuo andare,
E le scarpe, mura sottili del mio dire,
                Una volta
                          specchio del tuo.
 
 
*
 
 
Rimane pur sempre il fiato
Che non dice
Più del necessario
La testa appesa fa linguacce
La donna accanto
Tesse i fili
I polsi legati
Sono più al sicuro
Di tutto il resto.
Attendo il colpo,
il freddo, la caduta
di ogni tua condanna
Come terra
arrivi
Dritto negli occhi
Lasci ciglia a bocca aperta
 
 
*
 
 
Esamino da vicino
I palmi ancora tesi
nidi di ortiche
Botanica degli eventi
dove ogni cosa
È sua contra natura

              Perché nessun recinto salva
              dai tuoi mali verticali

E ancora rincorrersi,
con le mani cucite sugli occhi.
 
 
*
 
 
È arrivato il dono, il fuoco
Il rosso
È arrivata la terra, la città
Che non conosco
E dovrebbe essere facile
A questo punto
Sistemarvi al centro
La lama visibile dei polsi
La schiena curva delle parole
E lasciare che gli occhi sentano
Che la pelle infine veda
Ma la mano ancora trema –
ed io resto immobile
A guardare la trama
Che hai scelto per me
La sollevo e penso,
Scegli me,
Scegli me.
 
 
*
 
 
A Valediction: Forbidding Mourning
(riscrittura da J. Donne)

Quando torni?
(Come spiegarti
Che ho gettato a caso
Tutti i miei sassi)
Ma cosa fai, lì?
(Stendo con le mani
Pieghe su pieghe
Per fare più stretto il vestito)
A che pensi?
(A scontare, elencare, imbiancare
Pareti, specchi, calendari)
Allora a dopo.
(Un passo dopo l’altro
Completo il cerchio
Inciampando sempre sulla fine)
Sì, a dopo.
 
 

 
 
Da Ben altro è sulla terra

C’erano ancora i solchi
Delle tue mani sui fianchi.
C’era ancora il sangue
dei tuoi tagli verticali.
 
 
 
 

*Nota biobibliografica

È nata a Napoli nel 1983. Si occupa di poesia metafisica del Seicento inglese (Donne, Herbert, Crashaw) e dei rapporti tra teologia e letteratura, che sta approfondendo nel Dottorato in Letterature Comparate giunto quasi a conclusione all’Università “L’Orientale” di Napoli. Ha scritto su Donne, ma anche su Beckett e T.S.Eliot, ed ha in progetto di curare l’edizione di alcune opere di Thomas Traherne. Con le sue poesie ha esordito nel 2006 organizzando e partecipando con altri poeti e artisti napoletani alla mostra itinerante di poesia e pittura “I Dis-Armati”. Nel 2009 è stata finalista al premio Mazzacurati-Russo “I miosotis” per la poesia con la raccolta “Ben altro è sulla terra (2007-2009)”, in parte pubblicata nell’antologia Registro di poesia # 3 a cura delle Edizioni d’If. Ha scritto anche per il teatro (Lulamem, 2008, con Marianna Garofalo e Milena Cuccurullo) e ha collaborato con compagnie di teatro di ricerca e video-produzioni. Collabora con la rivista on-line di studi sulla traduzione “Il porto di Toledo”, e con diverse case editrici come traduttrice dall’inglese.

RAGIONE, PASSIONE E INTERFERENZA. LE DIMENSIONI CREATRICI DELLA POESIA – POESIA A CALTAGIRONE (CT)

RAGIONE, PASSIONE E INTERFERENZA. LE DIMENSIONI CREATRICI DELLA POESIA – POESIA A CALTAGIRONE (CT)

         

Rassegna Natale a Caltagirone
dal 17 al 19 dicembre 2010 Ore 19

Palazzo Ceramico ex Reburdone
via Abate Meli, 3 – Caltagirone (CT)
Ingresso libero 

17 DIC. : L’ESPERIENZA POETICA DEL PENSIERO
Reading e conversazione con gli autori
 
ANTONIO RICCARDI presenta il suo ultimo libro “AQUARAMA E ALTRE POESIE”
MARIA CONCETTA RIPULLO E ANGELA ALES BELLO (Roma) parlano di filosofia e poesia presentando il libro “Ragione e Sentimento. Antropologia ed Estetica”
GIOVANNI MIRAGLIA presenta un omaggio al poeta errante TURI SALEMI e coordina il dibattito insieme a MARIA ATTANASIO

18 DIC.: PASSIONE IN FORMA DI POESIA
Reading e conversazione con gli autori
 
MARIA ATTANASIO presenta le sue ultime POESIE uscite sull’ALMANACCO dello SPECCHIO MONDADORI 2010
ANTONELLA ANEDDA (Roma) presenta il suo ultimo libro “LA VITA DEI DETTAGLI” accompagnata dalla proiezione di immagini d’arte
JENNIFER SCAPETTONE (USA), poetessa, traduttrice e docente parla della sua esperienza di scrittura sperimentale
JOSEPHINE PACE introduce e coordina il dibattito insieme a MARIA ATTANASIO e GIOVANNI MIRAGLIA.

Ore 21,30 Concerto live di Madeleine Bloom con anticipazioni dal suo nuovo album “Munutia”
 
 
19 DIC.: VOCE E INTERFERENZA
Reading e conversazione con gli autori
 
ANDREA INGLESE presenta il suo ultimo libro “LA DISTRAZIONE”
MIGUEL ANGEL CUEVAS (Spagna) presenta il suo ultimo lavoro in corso di pubblicazione “INCAVO”, poesie sull’opera dello scultore basco Jorge Oteiza, traduzioni e reading in Italiano a cura di GIOVANNI MIRAGLIA
LUCIANO MAZZIOTTA presenta il suo libro d’esordio “CITTÀ BIOGRAFICHE”
BIAGIO GUERRERA reading con notazioni musicali di Simona Di Gregorio.