Poesie di Simona Menicocci

Poesie di Simona Menicocci* 
 
 
 
 

 
[Con Simona Menicocci prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino e Domenico Ingenito. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]
 
 
 
 
 
 
***

le conseguenze sono a vista d’occhio
il bacino spostato o le rotule oltre l’asse
(sistematica decostruzione ossea
attuata con scientifica accuratezza).

un ciuffo, uno
solo separa
almeno novemila
chiusure della palpebra,
i contorni ammorbanti dei conti
che non tornano, come tutto il resto.

Trova la patologia che spieghi
e stai storto poi col vocabolario,
reggi le scapole ancora un po’.
 
 
***
 
va e non viene, va
né il treno e la salita,
fatiche riproposte, fare posto
dopo la deglutizione,
faccia a faccia con le farine
le panature delle dita, i palmi.

prendi adesso questo flesso,
(il gorgoglio vacante) e vai.

va poi fino alla fine la polemica
la mollica sciapa, il ciarpame,
pretendere a rischio a dopo
caso mai vadano via, alla fine,
i contratti, le rifiniture, gli zittiti.

***

in tutte le bocche dei lupi
i baci di saluto gli àuguri che sentono
le sentinelle che si avvicinano
a volumi a stanziarsi dove
lo strato permette, il mirino
la messa del fuoco a straziare
le messi, sentire che dove
si assetano si stagliano le frecce
le facce rosse delle mire
colpire non a caso, fare caso
alle sbavature, le mietiture
delle bocche, i lamponi
marci, marciando a fil di pelle
i peli che piegano l’andatura
del vento, i piedi che pregano
coi lampioni sbarrati
– fare piano, sparire –
lo scoppio dell’ultimo spavento
dove batte il ventre mentre si entra
a non chiedere scusa
usando il bossolo e la bocca
a trangugiare ferite sgranate
lucciole che abboccano e spengono.

***

alle cose alle stesse
qualcosa in quanto qualcosa
nel mondo nel non del mondo
e stare fuori e stasi. Emerge
senza niente attorno
uno stare perso, ciò che era là
era già là, raro nell’esserci
un “tra”.

***

a pungolare il caso
il mai detto, il tanto
a rifare la conta
(quello che poi
le cuticole rialzate
non sanno),
il gioco dello stare
– se ci si riesce –
ad allontanare l’andare
a finire sui groppi
(che poi non servono
le mani ferme),
a tenere i punti, le serrature,
si accumula il continua,
l’antipolvere sullo straccio
(poi proprio quello
che rifà i bordi),
le screpolature dei forse
con le montature
da cambiare, ogni passo
a proiettare meglio.
 
 
 
 
 
*Nota biobibliografica
Simona Menicocci nata a Canosa di Puglia il 09/03/1985, vive a Roma da 11 anni. Selezionata per la pubblicazione della poesia “Soldato” nell’Antologia 2008 della I Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Quaderni di línfera”; selezionata con Menzione d’onore alla 23°edizione del premio “Lorenzo Montano” 2009 con la raccolta poetica “Nessunsenso”; finalista alla II edizione del premio “Cose a Parole” 2010 della Giulio Perrone Editore con la raccolta poetica “Il tempo che di notte non c’è”. Laureanda in Lettere, sta preparando la tesi sul Tiresia di Giuliano Mesa. In vista di pubblicazione presso la Camera Verde.

10 comments

  1. hai ragione Natàlia, resto, sempre, molto grossolano con la tecnologia e la rete.
    fare questi gesti, quando si crede nell’importanza di qualcosa, farli comunque, e farli durare: con una afona ma sostanziale dedica a Speranzon.

    un abbraccio a te e un saluto a tutti,

    f.

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