Giorno: 27 novembre 2010

Don Paterson |Daniele Gennaro

Prologue

A poem is a little church, remember,
you, its congregation, I, its cantor;

so please, no flash, no necking in the pew,
or snorting just to let your neighbour know

you get the clever stuff, or eyeing the watch,
or rustling the wee poke of butterscotch

you’d brought to charm the sour edge off the sermon.
Be upstanding. Now: let us raise the fucking tone.

Today, from this holy place of heightened speech,
we will join the berry-bus in its approach

to that sunless pit of rancour and alarm
where language finds its least prestigious form.

Fear not: this is spiritual transport,
albeit the less elevated sort;

while the coach will limp towards its final stage
beyond the snowy graveyard of the page,

no one will leave the premises. In hell,
the tingle-test is inapplicable,

though the sensitives among you may discern
the secondary symptoms: light sweats, heartburn,

that sad thrill in the soft part of the instep
as you crane your neck to size up the long drop.

In the meantime we will pass round the Big Plate
and should it come back slightly underweight

you will learn the meaning of the Silent Collection
for your roof leaks, and the organ lacks conviction.

My little church is neither high nor broad,
so get your heads down. Let us pray. Oh God

 

 

Prologo

Una poesia è una piccola chiesa, ricorda,
si, voi la sua congregazione, io, il suo cantore;

quindi per favore, niente flash, non pomiciate sulle panche,
non sghignazzate solo per far capire al vostro vicino

che la sapete più lunga, niente occhiate all’orologio,
e basta con quel fruscio di caramelle scartate

che vi siete portate per render meno pesante il sermone.
Sii onesto. Ora: eleviamo un po’ questo cazzo di tono

Oggi, da questo luogo santo dell’alto linguaggio
ci uniremo agli autobus che si avviano

a quel pozzo senza sole di rancore e d’ allarme
dove il linguaggio trova la sua forma meno prestigiosa

Non temete: questo è il trasporto spirituale,
anche se non del genere più elevato;

mentre la vettura zoppica verso l’ultima fermata
al di là del cimitero innevato della pagina,

nessuno potrà lasciare i locali. Nell’inferno,
il test formicolio è inapplicabile,

anche se i più sensibili fra di voi potranno avvertire
i sintomi secondari: sudorazioni, bruciore di stomaco,

quel brivido triste alla parte morbida del collo del piede
quando allungate il collo per calibrare un calcio lungo.

Nel frattempo, faremo girare il Piattone
e nel caso tornasse sottopeso

imparerete il significato della parola Raccoglimento
perché il tetto fa acqua, e l’organo non è convinto

La mia piccola chiesa non è né alta né ampia,
quindi abbassate il capo.. Preghiamo. O Dio

***

The Wreck

But what lovers we were, what lover,
Even when it was all over –

the deadweight bull-black wines we swung
towards each other rang and rang

like bells of blood, our own great hearts.
We slung the drunk boat out of port

and watched our unreal sober life
unmoor, a continent of grief;

The candlelight strange on our faces
like the silent tiny blazes

And coruscations of its wars.
We blew them out and took the stairs

Into the night for the night’s work,
stripped off in the timbered dark,

Gently hooked each other on
like aqualungs, and thundered down

To mine our lovely secret wreck.
We surfaced later, breathless, back

To back, then made our way alone
up the mined beach of the dawn.

 

  

Il relitto

Ma che amanti, che amanti siamo stati,
anche quando tutto era finito –
i fardelli di vini sfusi nero toro oscillanti
l’uno verso l’altro davano suoni ripetuti
come campane di sangue, i nostri grandi cuori
guidando la barca ubriaca fuori dal porto
guardammo la nostra vita irreale sobria
mollare gli ormeggi, un continente di dolore;

La luce delle candele strane sui nostri volti
come i roghi silenziosi piccoli
E i bagliori delle sue guerre.
Le spegnemmo con un soffio e prendemmo le scale

Nella notte per il lavoro della notte,
ci spogliammo nel buio coperto di legno,
Delicatamente agganciati a vicenda
come respiratori, ci tuffammo come tuoni

per cercare il nostro dolce segreto relitto.
Più tardi tornammo a galla, senza fiato, schiena
contro schiena, e facemmo la nostra strada
nella spiaggia minata dell’alba.

***

The Trans-Siberian Express

One day we will make our perfect journey-

the great train smashing through Dundee, Brooklyn

and off into the endless tundra,

the earth flattening out before us.

I follow your continuous arrival,

shedding veil after veil after veil-

the automatic doors wincing away

while you stagger back from the buffet

slopping Laphoraig and decent coffee

until you face me from that long enfilade

of glass, stretched to vanishing point

like facing mirrors, a lifetime of days.

 

Il Trans-Siberian Express

Un giorno faremo il nostro viaggio perfetto-

 un grande treno sfreccia veloce a Dundee, Brooklyn

e poi via nella tundra infinite

la terra che si acquatta davanti a noi.

Seguo il tuo arrivo continuo,

che cade velo dopo velo dopo velo-

un indietreggiare di porte automatiche

mentre tu torni barcollando dal buffet

rovesciando Laphoraig e un caffè non male

fino a che mi sei di fronte da quella lunga infilata

di vetro, allungata che quasi scompare

come uno specchio di fronte all’altro, una vita di giorni.

***

Poetry

 

In the same way that the mindless diamond keeps
one spark of the planet’s early fires
trapped forever in its net of ice,
it’s not love’s later heat that poetry holds,
but the atom of the love that drew it forth
from the silence: so if the bright coal of his love
begins to smoulder, the poet hears his voice
suddenly forced, like a bar-room singer’s — boastful
with his own huge feeling, or drowned by violins;
but if it yields a steadier light, he knows
the pure verse, when it finally comes, will sound
like a mountain spring, anonymous and serene.

Beneath the blue oblivious sky, the water
sings of nothing, not your name, not mine.

Poesia

Allo stesso modo in cui il diamante smemorato trattiene
una scintilla dei precoci incendi del pianeta
intrappolati per sempre nella sua rete di ghiaccio,
non è il calore dell’amore che la poesia possiede,
ma l’atomo di quell’amore che tirò fuori
dal silenzio: così se le braci luminose del suo amore
cominciano a covare sotto la cenere, il poeta ascolta la sua voce
obbligata all’improvviso, come un bar-room singer – vanagloriosa
con il suo enorme sentimento, o sommersa dai violini;
ma se appare un piano di luce, lui sa che
il verso puro, quando arriva, infine, suonerà
come una sorgente di montagna, anonimo e sereno.

Sotto il cielo azzurro immemore, l’acqua
canta di nulla,  non il tuo nome, non il mio.

***

 Don Paterson, poeta, scrittore, musicista jazz, nato a Dundee in Scozia nel 1963, a mio avviso una delle voci più interessanti della poesia contemporanea, assolutamente non classificabile, spiazzante e libero nelle sue modalità espressive. Mi ha colpito sin dalla prima lettura, per me è davvero una rivelazione. Spero che le mie traballanti traduzioni siano gradite, mi sono molto divertito e, umilmente, riconosciuto nella sua poetica.