Enzo Campi – “Per disunite latenze” – segue nota di lettura di Marzia Alunni

PER DISUNITE LATENZE

. 

Juan Genovés - hombre solo

Quali ibridi di sema

laviche implosioni e disincanti

si aggirano circonvolando

i margini di questo bianco

da cui tracima il seme

della programmata apocalisse?

. 

Si direbbe perpetuo

il moto della sapida spuma

che deterge e ricopre le nude caviglie

nell’andirivieni delle alghe

che narrano di un mondo sommerso

in cui rendersi all’evento del silenzio.

. 

Si direbbe immoto il passo

che si offre al circolo

e cerca l’algida pietra

espunta dall’arco primigenio

che un tempo designava l’accesso

per carpirne la radianza e il riflesso.

. 

Per quanti ascessi

dobbiamo ancora differirci?

. 

Quali fasci di fibre slabbrate

dobbiamo ancora immolare

al peso del verbo?

. 

Quante sfumature di luce

da attraversare

prima dell’abbacinamento?

. 

Si difetta la parola

e giunge tronco il suono

l’occhio cieco

si consegna all’erranza

e guida la mano

a incidere il segno

dell’amigdala

nell’incauto solco

che divide la duna

dall’oasi in cui vanirsi

all’avvento dell’inconosciuto.

. 

Non è viltà

quella che mi spinge

a praticare le anse al limite

non è follia

frequentare ambedue le rive

dell’aporia

né ribadire carta su carta

e rilanciare tre volte la posta

in fiumi d’inchiostro

può alleggerire la soma

delle bordature

in cui inscriversi e quietarsi.

. 

Se l’eco dell’utopia si affievolisse

se le formiche cessassero

di sfilare in processione

sul nudo costato

tatuato dall’incedere del tempo

se la violenza d’una lingua

che non può appartenere

all’incoscienza dell’immediato

urlasse la sua innata mancanza

se la foga del nostro inesausto girovagare

ci costringesse al riposo

sotto quell’arco di duro granito

riusciremo forse

a urlare il senso dell’attesa

soffiandone l’essenza

come un grano di sabbia

dal palmo di una mano

che svanisce nel momento stesso

del suo più intenso splendore.

. 

_____________________________

Il LOGOS RICREANTE DI ENZO CAMPI

di Marzia Alunni

 

Una lettura critica della poesia di Enzo Campi rappresenta sempre un’esperienza affascinante, per le aperture cosmiche evocate, per i silenzi che svelano scenari d’apocalisse, nell’attimo che precede lo splendore balenante dell’ultima favilla di luce.   Adeguarsi alla sottigliezza delle metafore di questa poesia, riscoprirle, come stupore d’incanto primigenio, è fondamentale alla comprensione di ogni elemento, evocato perché occupi uno spazio, lo riempia con la sua presenza, denotando tutto il resto come alterità sfuggente. L’analisi diviene un’occasione per ripensare la parola stessa, collocarsi, rispetto alla propria dimensione esistenziale, entrare in rapporto con quella  dal poeta.   E’ un porsi in ascolto, senza operare vivisezionamenti nel corpo del testo, ma cogliendone l’ologramma d’insieme.  La parola si presenta dunque quale mediazione, il sogno del medium più perfetto che l’uomo aspirerebbe mai a guadagnare, ammesso che il tentativo sia nelle possibilità umane, non un volo di Icaro.  Da questa fiducia assiologica nella parola, nasce il senso ultimo del valore ineliminabile della poesia. Campi, che non possiede mai il suo obiettivo splendido, ma si avvicina a rimirarlo, sfiora, denota, indica, come se potesse focalizzare l’attenzione su un orizzonte, lontano, eppure lungamente agognato.

Il testo “Per disunite latenze” respira questo clima, suscita “…il senso dell’ attesa…”, c’è un graduale crescendo di emozioni, raffinate e filtrate, attraverso la rete dei rimandi, impliciti ed espliciti, alla tradizione culturale filosofica.

La sensazione residua che lascia nel lettore è quella di un’urgenza che spinge a salvare la scrittura dall’aggressione del nulla, dal disastro, anche linguistico, delle troppe apocalissi paventate, ma, forse in un certo senso, pericolosamente oggetto di fascinosa contemplazione.  La parola è quindi il luogo metafisico, anche terapeutico, dell’incontro periglioso e impossibile, essa commuove perché non aspira dichiaratamente a farlo.  Lascia infatti al corpo, presente in raffinate suggestioni, l’arduo compito di rappresentare la fisicità mancata dell’incontro, dell’unione appagante, simbolica ed umana.  La si attende come un miracolo, che dia significato all’esistenza, ben sapendo che si procrastinerà all’infinito la fusione impossibile.

Gli scenari evocati meritano perciò di essere al centro dell’analisi, vi compare il senso di un umano peregrinare, incessante, ai margini di continenti tellurici, o tra le onde fluttuanti che insidiano i passi… La terra, metonimicamente ricreata nei versi, è corpo primordiale, proteso verso i propri confini, nello slancio di comunicare, sorprendere, con i termini di un linguaggio non adusato, intenso ed elegante,  nei suoi esiti formali, si veda, ad esempio, questa breve citazione: “se le formiche cessassero / di sfilare in processione / sul nudo costato / tatuato dall’incedere del tempo…”

Parola e suo limite, uomo e donna, finito e infinito, dialogano, ma senza il contatto, in una tensione rarefatta, eppure a suo modo intensa e viva.  Perciò si direbbe che il destino di questa voce contemplante, sullo sfondo dell’assoluto, sia svanire “nel momento stesso / del suo più intenso splendore”.  Un perdersi,  finalizzato a raggiungere “in fieri” il proprio confine, secondo la più pura tradizione metafisica, ma per scoprire, infine attoniti, che questo è solo uno dei milioni di mondi paralleli dei quali essere Logos ricreante.

13 commenti su “Enzo Campi – “Per disunite latenze” – segue nota di lettura di Marzia Alunni

  1. uno di quei rari casi in cui la bravura della commentatrice surclassa di gran lunga il poeta.
    grazie Marzia!

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  2. Umilmente ringrazio dell’accoglienza e sono felice di rileggere i versi di Enzo. Sto ultimando una prefazione, l’analisi testuale è importante, ma fondamentale per me è riflettere e amare i testi. Credo nell’empatia come approccio fruttuoso da combinare con gli altri aspetti più tecnici. Ciao a tutti e grazie di esserci! Buona lettura! Marzia Alunni

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  3. Enzo: “circonvolando” (bellissimo)

    Marzia: “cogliendone l’ologramma d’insieme” (ottima resa)

    Una pubblicazione d’insieme molto apprezzata. Una tematica carissima ad Enzo e il “dipanarla” discreto e profondo di Marzia, una fusione ottimamente raggiunta. Complimenti a entrambi.

    Doris

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  4. ‘Quante sfumature di luce
    da attraversare
    prima dell’abbacinamento?’

    Empatia anche per me Enzo e totale coinvolgimento.

    A Marzia la mia stima per la sua bravura.. grazie ad entrambi!
    g.

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