Giorno: 22 novembre 2010

Enzo Campi – “Per disunite latenze” – segue nota di lettura di Marzia Alunni

PER DISUNITE LATENZE

. 

Juan Genovés - hombre solo

Quali ibridi di sema

laviche implosioni e disincanti

si aggirano circonvolando

i margini di questo bianco

da cui tracima il seme

della programmata apocalisse?

. 

Si direbbe perpetuo

il moto della sapida spuma

che deterge e ricopre le nude caviglie

nell’andirivieni delle alghe

che narrano di un mondo sommerso

in cui rendersi all’evento del silenzio.

. 

Si direbbe immoto il passo

che si offre al circolo

e cerca l’algida pietra

espunta dall’arco primigenio

che un tempo designava l’accesso

per carpirne la radianza e il riflesso.

. 

Per quanti ascessi

dobbiamo ancora differirci?

. 

Quali fasci di fibre slabbrate

dobbiamo ancora immolare

al peso del verbo?

. 

Quante sfumature di luce

da attraversare

prima dell’abbacinamento?

. 

Si difetta la parola

e giunge tronco il suono

l’occhio cieco

si consegna all’erranza

e guida la mano

a incidere il segno

dell’amigdala

nell’incauto solco

che divide la duna

dall’oasi in cui vanirsi

all’avvento dell’inconosciuto.

. 

Non è viltà

quella che mi spinge

a praticare le anse al limite

non è follia

frequentare ambedue le rive

dell’aporia

né ribadire carta su carta

e rilanciare tre volte la posta

in fiumi d’inchiostro

può alleggerire la soma

delle bordature

in cui inscriversi e quietarsi.

. 

Se l’eco dell’utopia si affievolisse

se le formiche cessassero

di sfilare in processione

sul nudo costato

tatuato dall’incedere del tempo

se la violenza d’una lingua

che non può appartenere

all’incoscienza dell’immediato

urlasse la sua innata mancanza

se la foga del nostro inesausto girovagare

ci costringesse al riposo

sotto quell’arco di duro granito

riusciremo forse

a urlare il senso dell’attesa

soffiandone l’essenza

come un grano di sabbia

dal palmo di una mano

che svanisce nel momento stesso

del suo più intenso splendore.

. 

_____________________________

Il LOGOS RICREANTE DI ENZO CAMPI

di Marzia Alunni

 

Una lettura critica della poesia di Enzo Campi rappresenta sempre un’esperienza affascinante, per le aperture cosmiche evocate, per i silenzi che svelano scenari d’apocalisse, nell’attimo che precede lo splendore balenante dell’ultima favilla di luce.   Adeguarsi alla sottigliezza delle metafore di questa poesia, riscoprirle, come stupore d’incanto primigenio, è fondamentale alla comprensione di ogni elemento, evocato perché occupi uno spazio, lo riempia con la sua presenza, denotando tutto il resto come alterità sfuggente. L’analisi diviene un’occasione per ripensare la parola stessa, collocarsi, rispetto alla propria dimensione esistenziale, entrare in rapporto con quella  dal poeta.   E’ un porsi in ascolto, senza operare vivisezionamenti nel corpo del testo, ma cogliendone l’ologramma d’insieme.  La parola si presenta dunque quale mediazione, il sogno del medium più perfetto che l’uomo aspirerebbe mai a guadagnare, ammesso che il tentativo sia nelle possibilità umane, non un volo di Icaro.  Da questa fiducia assiologica nella parola, nasce il senso ultimo del valore ineliminabile della poesia. Campi, che non possiede mai il suo obiettivo splendido, ma si avvicina a rimirarlo, sfiora, denota, indica, come se potesse focalizzare l’attenzione su un orizzonte, lontano, eppure lungamente agognato.

Il testo “Per disunite latenze” respira questo clima, suscita “…il senso dell’ attesa…”, c’è un graduale crescendo di emozioni, raffinate e filtrate, attraverso la rete dei rimandi, impliciti ed espliciti, alla tradizione culturale filosofica.

La sensazione residua che lascia nel lettore è quella di un’urgenza che spinge a salvare la scrittura dall’aggressione del nulla, dal disastro, anche linguistico, delle troppe apocalissi paventate, ma, forse in un certo senso, pericolosamente oggetto di fascinosa contemplazione.  La parola è quindi il luogo metafisico, anche terapeutico, dell’incontro periglioso e impossibile, essa commuove perché non aspira dichiaratamente a farlo.  Lascia infatti al corpo, presente in raffinate suggestioni, l’arduo compito di rappresentare la fisicità mancata dell’incontro, dell’unione appagante, simbolica ed umana.  La si attende come un miracolo, che dia significato all’esistenza, ben sapendo che si procrastinerà all’infinito la fusione impossibile.

Gli scenari evocati meritano perciò di essere al centro dell’analisi, vi compare il senso di un umano peregrinare, incessante, ai margini di continenti tellurici, o tra le onde fluttuanti che insidiano i passi… La terra, metonimicamente ricreata nei versi, è corpo primordiale, proteso verso i propri confini, nello slancio di comunicare, sorprendere, con i termini di un linguaggio non adusato, intenso ed elegante,  nei suoi esiti formali, si veda, ad esempio, questa breve citazione: “se le formiche cessassero / di sfilare in processione / sul nudo costato / tatuato dall’incedere del tempo…”

Parola e suo limite, uomo e donna, finito e infinito, dialogano, ma senza il contatto, in una tensione rarefatta, eppure a suo modo intensa e viva.  Perciò si direbbe che il destino di questa voce contemplante, sullo sfondo dell’assoluto, sia svanire “nel momento stesso / del suo più intenso splendore”.  Un perdersi,  finalizzato a raggiungere “in fieri” il proprio confine, secondo la più pura tradizione metafisica, ma per scoprire, infine attoniti, che questo è solo uno dei milioni di mondi paralleli dei quali essere Logos ricreante.

Poesie di Domenico Ingenito

Poesie di Domenico Ingenito*

 

 

[Con Domenico Ingenito si inaugura ufficialmente la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. Benché non sia stata formalizzata prima, sostanzialmente è il prosieguo di pubblicazioni su Poetarum Silva di nomi già abbastanza significativi nel panorama della poesia italiana contemporanea. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi e Chiara Daino. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: La dimora del tempo sospeso per Mazziotta e La poesia e lo spirito per Catalano. ]

 

Dalla raccolta inedita “Il Basilisco”:
  
 
Pervenire alla visione in milioni d’anni,
una sola notte basta
per staccare i piedi dal suolo
perdere la grazia
di una qualche consacrazione.
 
 

 
 
 
Poveri uccelli schiavi del pane bagnato,
vogliamo mani per nutrirci,
vogliamo pane, vogliamo acqua.
Voliamo alti con le mani.
 
 
 

 
 
Dicono di zampe e di balene,
si schiaccia al suolo nel suo peso.
Lentamente l’acqua
invade il legno.
E il ferro non sostiene.
 
 
….
 
Non ho braccia larghe abbastanza
per sorreggere le armi che mi porgi.
Dovrò farmi strada
col silenzio di chi assassino guarda.
 
 
 

 
Mi sento scalfito dall’ala che si
fa strada tra la scapola e la spina.
Le prime piume,
roventi, scarlatte, pungenti,
con i piedi ancora nel fango.
 
 

 
 
Ci basta un’arida lingua di terra:
saremo noi gli arbusti
consumati dal sale,
genuflessi dal vento.
 

 
 
E negli anni per lui
la poesia diventò
l’atterrito esercizio
di un coraggio senza fine.
Nemmeno gli alberi ormai
parlavano più
la sua lingua.
Si fece vergogna minerale
ancestrale pudore,
crepa nel terreno
quando il ghiaccio lo spezza.
 
 
Dalla raccolta inedita “Delle occasioni amorose”:
 
Radice
 
L’abbiamo chiuso troppo presto,   
                                                  amore
il libro dei giorni, le pagine vere delle stagioni
e delle mille cose che adesso    
–  raggianti di maggio –  aprono al cielo.
Ho una foglia per dentro       che mi trema
nell’aria di sentire un po’ di mare,
dove invece nella fossa tua
il sangue fermenta per spingere a vita 
la ragione dei campi.
Là dov’era la fede di stringerti la bocca
e sperare che       mai più       si aprisse
nell’addio alla mia stanza (tua figlia
miele negli occhi,
                             piangeva e non vedeva)
sei rimasta in silenzio.        E a volte ritorni
come rosa d’inverno
a spianarmi la strada in quelle mille
e mille altre forme che solo adesso
mi cominciano addosso, e dalle tue ossa
una polvere amara che non tiene
perfora la terra, e ci racconta di quel delta
dove solo il tempo della notte accarezza
la vita felice delle radici.
 

 
A lei che forte ha il cuore
 
La scienza nera delle stelle,
la carta bianca degli incontri,    
o forse solo le dita tremanti
e la voce di noi che non ci siamo.
 
Ti ho vista come Nina, volare via
dove la corda si spezza,            
dove il mondo non tiene la vita non resiste
il cuore crolla in alto,
e la strada ti concede piccoli fiori esangui.
Tra un palpito e l’altro si fa giorno
e si spacca la notte
nel fiato di chi intende.
 
E con misura allora ti fai tutta profilo
                                                     tutta sguardo
                    tutta memoria a destinarsi,
           canzone di un respiro
il soffio al petto, la grazia ineffabile
                              di chi sa
come e quando          e con che rigore
guardarti ed elevarti        fin su nel profondo.
         Ma lenta resisti,
il piede affonda là dove l’anima riposa,
e dello spirito sappiamo che ancora un poco     
e saremo maestri
                   d’ispirazioni,
                              e sentimenti,
                                          teorie per i millenni.
 
Metafora o simbolo non importa,
tra un ponte e l’altro
sottili le tue mani come fiumi in tumulto
e leggère le gambe tra le luci.
 
Sensazione prima del mattino,
con un po’ di nero ti copri le spalle
e gli occhi, per il troppo fuoco
che ti sfiora.
 
 
 

Hai fatto presto
 
Hai fatto presto ad andartene,
prima che del buio prendesse l’odore
il fiore delle tue mani,
e faccio presto a ricordare
come avevo lasciato le cose
                                 quel mattino
che di corsa da qui son partito.
E solo adesso ritorno nella casa abbandonata
dalla memoria, dove anche l’aria
è andata via con te,
e quel profumo nero di chi presto
                                   nel sonno scompare.
Raccolgo le tazze,
il fondo del tè dopo una settimana
                            addolorata,
                                 la frutta morta che piange
e si disfa nella stanza del cuore,
                                    i bicchieri di una festa finita
troppo in fretta.
         Respira,
                   respira ancora ti dicevo,
                           pregandoti di non parlare,
implorando che non una parola ancora
uscisse da quelle labbra che tanto
mangiarono la terra che un po’ uomo m’ha fatto.
Respira,            dònati ancora tutta l’aria
che un piccolo spazio nel tuo petto
può accogliere. Io no,
non ho mai visto il tuo sangue,
solo allora ci pensavo, mentre sotto la mia mano
il calore tuo crollava verso lo zero
di chi all’ossigeno rinuncia
per accogliere in un’altra costa
il fiato del silenzio.
La chiamano pace questa forma del corpo
che si offre al pianto, e all’appassire dei fiori sul letto,
è del sangue tuo invece la pace
che nella notte si è raccolto
d’un sol fiato mentre sei scivolata
aggraziata e distratta.
Con forza ho potuto metterti
una pietra sulla fronte, ma non posso
adesso sapere come afferrare
la pietra da ripormi  sul cuore.
 
 
 

 
 
Nel Volto del Messia
 
Con cura l’hai lanciata nell’acqua
la rosa di legno
e il regno degli amori terribili
si è tutto aperto a mezzanotte
come improvvise s’aprono al mattino
le tue mani forti.
Lo sai che una salvezza d’altri tempi
ti sta cercando, gialla nella morte
e azzurra se in cammino ti pensi
per l’anello che ti attende.
Scriverò i versi più ferventi
stanotte, al pensiero che non è il Messia
la luce che t’infiamma le lacrime nel vento,
non è la prima volta che degli infiniti amori
raccogliamo le sottili pietre
e ingoiamo il peso oscuro della luce.
Per te, lo sai, metto questa mano
e questa mano sul fuoco, entrambe accese              
adesso come in qualche modo, in qualche forma
frenavi il sangue che versavo dagli occhi
nel cuore dell’inverno.
Questa vaga intuizione         – sai –
come se non del tutto reali fossero i dolori,
se ancora sappiamo dell’umano essere amici,
o di qualcuno che del vasto campo
ci accoglie a tarda sera.
Ci deve essere 
              – ci diciamo voce su voce –
una forza infinita in te,
una magia 
meravigliosa.
E senza limite. 
 
 

 

 

*Nota Biobibliografica
Domenico Ingenito, (Vico Equense, 1982) poeta, traduttore e fotografo, dottorando in lingua e letteratura persiana presso l’Università “L’Orientale” di Napoli, insegna lingua persiana presso la Harvard Summer School in studi ottomani.Da due anni collabora all’organizzazione della Biennale della Traduzione E.S.T., (Napoli 22 – 29 novembre 2010) ed è redattore della rivista “Il Porto di Toledo – testi e studi intorno alla traduzione”. Ha pubblicato sue poesie su diverse riviste e blog on line, tra cui Poesia, Poeti e Poesia, Imperfetta Ellisse, La dimora del tempo sospeso, Daemon. E’ stato ospite in diversi festival letterari, tra cui la Biennale degli Artisti del Mediterraneo e Silenzi in forma di poesia. E’ stato recentemente selezionato per il premio Miosotìs e alcuni suoi testi sono stati pubblicati nel terzo registro a cura delle edizioni D’If. Vincitore di numerosi premi letterari, traduce da persiano, portoghese, catalano e spagnolo, ha tradotto per Orientexpress “La Strage dei Fiori – Poesie persiane di Forugh Farrokhzad” e ha ideato il progetto “Riscrivere Hafez”, proponendo ai poeti italiani la rivisitazione del massimo poeta persiano di tutti i tempi. Alle traduzioni dal poeta persiano Hafez ha inoltre dedicato uno studio d’impianto ermeneutico pubblicato sulla rivista “Oriente Moderno”. Ha rilasciato interviste di carattere scientifico-divulgativo sulla lirica persiana classica sia alla European School of Translation che alla Radio svizzera. Al momento lavora alla traduzione delle canzoni d’amore della poetessa persiana medievale La Dama del Mondo (Jahan Malek Khatun), considerata la maggiore voce poetica femminile dell’area islamica.