Giorno: 20 novembre 2010

Per la vita

Questa è per la gente che non posso più scordare
Questa è per coloro che hanno un posto nel mio cuore
Questa è per la gente che è partita
Questa è per i miei fratelli, ai miei fratelli per la vita
(Kaos, da “Per la vita”)


Ci sono giorni che non iniziano mai, che se ne stanno dietro lancette colorate, in attesa di qualcosa.
Sorge il sole, se guardi bene ti accorgerai che forse verrà a piovere anche oggi.
Intanto le nuvole passano e fanno il giro.
Saranno stati gesti meccanici, salutare e sorridere come se tutto fosse ancora uguale.
Far parte di una minoranza rumorosa, vuol dire anche questo.
Fabio ha spiccato il volo, con le sue ali di cera, senza nemmeno aspettare di diventare uno splendido quarantenne.
Dal cielo al mare, è stato un attimo.
Nessun pensiero o forse immagini.
E’ che per fare musica, oggi, non ci sono più le condizioni.
Forse è per questo che ci sono giorni che non iniziano mai.
E ce ne sono altri che invece non finiscono.
Alla prossima, Gustavo.

(dedicato a Fabio Valdo)

[Novità editoriali] Diecidita – di Jacopo Ninni – OUTro di Alessandra Pigliaru (post di natàlia castaldi)

 

Diecidita, di Jacopo Ninni – ed. Smasher 2010

OUTro

 

di Alessandra Pigliaru

 

Il tempo comprende l’attesa dalla separazione. È un vorticare inesatto sul vuoto della distanza, un lento propagarsi di radici uterine da rimembrare. Così le poesie di Jacopo Ninni si fanno farmaco per l’abbandono e l’imprevista sortita del fato. A contare l’attesa non è solo chronos ma anche – e soprattutto – un liquido disporsi negli anfratti dell’opaca esistenza.

La verità te la succhiano tutti./ È questione di stile e non è poco/ Sedersi sopra il ciglio ed ammirare/ Il vuoto che vorrebbero lasciarti.

I versi diventano strutture mobili che se da un lato riverberano luci, dall’altro scoprono le ipocrisie dell’essercon-gli-altri. La parola diventa spettatrice dell’incalzante assenza, di un nome che manca all’appello a difendere colori e odori vissuti in contrappunto. Un volto muto è sempre lì a suggerire del resto, a confondere la fisionomia del tuo riposo, e a sollevare quel non detto con sterminati intrattenimenti della ragione. Così la scrittura ripete ciò che è accaduto segnandone un’impressione rinnovata e meno irrespirabile. Il privilegio della traccia, nonostante la severa angoscia, serve al poeta per distinguersi nel mondo, per separare la paura dalla morte radunando l’ora debole con la sua indolente spinta verso il nulla. La qualità di quel segno è polvere che poggia su ciò che è stato: riconoscere alla parola – così come al vetro – la sola possibilità di nitidezza.

Intanto ci si appresta all’immagine che eccede la parabola poetica di Jacopo Ninni. Nelle dita, nei capelli, nelle date da segnare, negli occhi e nelle stelle da sbranare e inondare di intenzioni, il verso procede infatti inesorabile pronunciando l’incanto di quel momento d’essere, di quell’attimo in cui lo sguardo rapisce il futuro e custodisce ciò che è scivolato via. Tutto quel che rimane fuori è ciò di cui apparentemente non si ha bisogno seppure graffi la bontà di rivoli sigillati. Del digiuno si avrà sempre memoria, come di un rosaio che conficca spine generando germogli. Io ho ancora tempo per passare.

*

(link per ordinare il libro: http://www.edizionismasher.it/ )

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10 dita

 

Ti sembreranno poche 10 dita

A contare nelle sere quelle stelle e

al meriggio, ogni fiore del tuo bosco.

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Scoprirai così, nella quiete di un sorriso

la sorgente più profonda dei tuoi occhi

per contenere il cielo e ogni suo orizzonte

.

Se poi ripieghi, ogni mattino, un sogno

lo tieni stretto in tasca, fino a sera

Ritroverai il destino di ogni stella.

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Sarà il tuo canto a conservarla accesa

ad ogni tuo ritorno cupo o stanco.

Coglierai così sorrisi in ogni ombra,

.

sentieri nuovi per ripartire ancora.

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*

Parole

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Ho

parole

Divise da colpe

scavate nel fango,

Parole uniformi

Alle voci

Che sento aldilà

.

Parole di fame

E silenzi

Spezzati a metà

.

parole tronco

Dove incido

Sputi e carezze,

Parole compagno

a cui affido ricordi

e bagagli

.

Parole proiettili

Sparati verso occhi

Riflessi nei miei.

.

Parole per te

Che sordo giaci

Poche urla più in là

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Liberamente ispirata ad “Ossicine” di Mariangela Gualtieri

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*

È bene che tu sappia

.

Amore di un matrimonio per contratto:

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Che questa casa ha già cambiato odori

(La luce stessa vi traspira più leggera).

E come i suoi colori, cambia il giardino.

Non più il tuo arancio di calendule e tageti

Ma un semplice, bianco profumato gelsomino

E dell’orto che vantavi come impresa

Resta un solco che non si lascia fecondare.

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Amore delle urla e delle botte:

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Che ho spazzato via con soffio lieve

I lividi e i graffi che hai lasciato

Prima che come omertoso fango sotto neve

lascino croste ai miei occhi lucidi al risveglio

io e la mia storia martiri prescelti

per un dolore che non ho mai causato.

vittime sacrificali al tuo passato.

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Amore dei 2 o 3 libri vantati come eletti:

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Che ho cancellato l’unica poesia

non perché incompiuta o scritta male

Ma sterile, bugiarda, inutile, blasfema.

Parlava di una donna che non c’era

Di sensazioni provate con chiunque

fragili e scontate, come le tue scuse

davanti a un mondo offerto in poche righe

.

Amore esibizionista e senza meta:

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Che non conservo nulla del passaggio

Tutto si è dissolto nel silenzio

di questo azzurro che sorvola bieco

i tuoi fragili e stupidi sentieri

A cui forzavi spesso i miei di passi.

Con la scusa di un desiderio da esaudire

Per catalogare disillusioni come alibi

.

Amore dei “contintasca” e senz’amore:

.

Che se penso a dove e come sei finita

Rido di gusto dentro al mio bicchiere

Da solo o condiviso in questa casa

Che resta mia, così come l’ho trovata

la porta ora è aperta ad altri colori.

Il tuo si è diluito nel lavabo.

e il resto, poco o nulla: già slavato

.

Amore d’altro in soli 20 giorni:

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Che 3 anni sono svaniti in una notte

Schiantati sminuzzati e inceneriti.

Donati al vento, che ne faccia nuvole

Per chi “saluta il sole” ma fugge l’alba

Sorgente della più dolce mia occasione.

Calda, curativa e profumata

Come teriaca che si dona al benvenuto.

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Cadenze

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La raccontano in molti la verità

Il dovere di non trasecolare.

Il bisogno di non trascendere

I colori delle tue abitudini

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Correre alla festa di tua figlia

Contarne gli anni sulla punta dei capelli

Aspettando che ti dica il nome giusto

Prima di riprendere il respiro

.

Provare poi a filtrare l’orologio

Privare le lancette di ogni punta

Scolorire il tempo di ogni goccia

O stringere i riflessi al suo rintocco

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Puoi anche star sdraiato ad origliare

Ai pavimenti di cento e mille bar

Per cogliere il respiro di ogni vetro

Caduto o consumato in qualche gola

Mescolare allora il coìto con la birra

innamorarti della docile cassiera

Prima che il rutto dello sconosciuto

La desti dal suo sogno primordiale

.

Risolverti poi a casa, riassumendo

Il tuo sentire in frasi tanto esanimi

Indirizzate a un’anima incantata

Che tutto accoglie eccetto il tuo dolore

.

Puoi piangere se vuoi, ma nel silenzio

esile di un cantuccio di deserto

Scandire le sincopi di ogni lacrima

Fingerne un’ eco per toccarne la distanza

.

La verità te la succhiano tutti.

È questione di stile e non è poco

Sedersi sopra il ciglio ed ammirare

Il vuoto che vorrebbero lasciarti

.

Stenderti poi e rivelare al cazzo

poesie che riportano altri odori

Vomitare il tuo sperma quotidiano

In un angolo delle tue solitudini

.

Prendere allora il filo di ogni soglia

Addomesticare porte e ogni finestra

Al battere e levare di ogni foglia

Prima che autunno inclemente ti divori.

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*

712010

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Confesso che ho cambiato casa stamattina

Bruciato il letto e ogni spora estranea al tuo respiro

Gli occhi rimasti ad indicare sulla porta

Le stelle che mi hai chiesto di lasciare.

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Ecco è così che il cuore si separa

Dal silenzio tuo addormito in quella cassa

E io appeso al singhiozzo di ogni passo

Conto il battere dei giorni, ritmo al tuo saluto

Oggi è di qua che si va e ci si conserva

Deviato è Il passo e poco oltre il cancello

sei tu leggera sulla testa del corteo

che guidi ogni lacrima ad attecchire ai muri

.

Nel silenzio, trasfiguro le carezze

Come la mano che si lascia dalla stretta.

Mi fermo a consumare il vacuo che ci resta

Tra ogni sillaba e il tuo morire stanco

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Ho Briciole per terra per perderci nei sogni

Dita fragili per conservarci appesi ad ogni attesa

Una ferita gelida per ricordarci ad ogni fine

Un bicchiere rotto, per annegarci ad ogni nuovo inizio.

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In quest’assenza percepisco ogni tua visione

La purifico da ogni lontananza

Come preghiera e canto che si accorda nei presenti

ai freddi marmi accorsi come suoni

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