Giorno: 15 novembre 2010

Sciocchezze da cazzeggio | di Toni Caredda

Anselm Kiefer, Everyone Stands Under His Own Dome of Heaven (1970)

E’ difficile parlare di poesia. 

Perché lei sta in ogni luogo e da nessuna parte, mentre noi siamo in qualche posto in una parte precisa della vita, della storia, del mondo. A parlarne, si corre il rischio di ridurla a quel feticcio che è la nostra individualità oggettiva. Infatti i poeti, quelli veri, ne parlano a malavoglia perché sono sempre troppo impegnati a inseguirla e, considerata la sua volatilità, a trovare il modo di comprimerne almeno una piccola parte in quello spazietto bianco, cartaceo, elettronico o mnemonico, che funge da detonatore per la bomba: il lettore o l’ascoltatore.

Anticamente erano più precisi nel definirla perché esisteva un metro, fuori dal quale non eravamo più in presenza della stessa. Era comunque un metodo riduttivo. Noi, che di quel metro abbiamo perso quasi tutto in nome della libertà, siamo riusciti a ridurne ulteriormente la capacità espressiva. Ma, notate bene, qui sto cadendo nel burrone che vi ho indicato all’inizio: la soggettività del giudizio. Poiché la poesia è il pensiero che non ha principio, quando noi parliamo di una poesia o di una poetica, stiamo parlando di una parte infinitamente piccola di quel pensiero. Questo non significa che non abbiamo il diritto di provare disgusto per quella piccola porzione, piuttosto, il diritto che non abbiamo è quello di confinare il giudizio nella gabbia del nostro gusto personale. Chi riesce in questa impresa, ha fatto il primo passo per diventare un critico letterario. Tutti gli altri sono poeti mancati(perché, ripeto, i poeti preferiscono scrivere poesie piuttosto che leggere cazzate).

Ma anche un critico letterario, ovviamente, esercita poco potere nei confronti della poesia. Il suo è sostanzialmente un sacerdozio, serve una religione che non gli ha dato tempo, che gli ha chiuso lo spazio, che gli ha tolto i riferimenti lasciando giusto, qui e là, qualche frammento di verità senza una connessione logica, perché in realtà, quello che trovi dentro una poesia non è necessariamente quello che il poeta ci ha messo ma quello che la poesia ti ha dato, e la poesia non è imparziale da questo punto di vista.

D’altronde, ogni essere umano è un poeta ma difficilmente lo è per tutta la vita, perché ogni volta che un poeta scrive una poesia, da qualche parte qualcuno muore per mano di un suo simile che ha perso la poesia (e questo, a lungo andare, è un detergente efficace).

Poi ci sono quelli che vogliono una poesia elitaria e quelli che invece vogliono ristabilirne, almeno in parte, il ruolo di mass media. Ovviamente sono fuori strada entrambe le correnti di pensiero, perché la nostra non si può imbrigliare come una cavalla o pubblicizzare come una marca di caffè. Capita, ad esempio, che un qualche cercatore di funghi la stani involontariamente dal suo covo di pernice… e tac! Come d’incanto ne vien fuori un piccolo capolavoro che mette improvvisamente d’accordo le due correnti sopracitate:

– chi fu costui?

Insomma, io credo che piuttosto che stare qui a parlare di poesia, dovremmo lasciare che sia lei a parlare di noi.

A si biri.

@Toni Caredda

Per ogni frazione | Davide Castiglione

 

Per ogni frazione (Campanotto editore), Davide Castiglione

Per ogni frazione di Davide Castiglione

 

postfazione di Luca Stefanelli

 

Al di qua del bene e del male, Di qua dallo slancio è la prima sezione di Per ogni frazione (Campanotto Editore 2010), il primo lavoro poetico di Davide Castiglione. La prima poesia merita l’incipit di questa mia recensione:

¿Chi, arrivato da aperture e retrovie
in mancanza perché intero, fatto suo
il lavorio della carezza
e dell’incidere – del rivolo –
forzerà il buio
e i cinque giri di chiave a precederlo
per un conoscersi senza giri
senza scorciatoie – chi
a fare, a non aspettare,
a sconfortare l’attesa?


Sbaglieremmo dicendo che quella di Davide è una poesia mentale.
Già da questi primi versi possiamo scrutare un sentimento di umanità reale, fisico, che indaga il lavorio della carezza, che ingrandisce al microscopio ogni moto dell’animo, scoprendone le geometrie.
Un carezza, quella di Davide che dialoga con le parole di J.Cortàzar che aprono la raccolta: nello slancio verso l’Altro «alla mano tesa doveva corrispondere un’altra mano da fuori, dall’altro».
C’è il tentativo di partire dalla circospezione delle emozioni – del più intimo microcosmo – per arrivare a uno slancio: una tensione metafisica dai luoghi reali e umorali dei sentimenti ai non-luoghi delle geometrie e delle geografie, dove tutto si corrisponde. Micro e macro in una danza:

Che questa geografia rimanga uguale ripresa dall’alto,
moltiplicata al più: questo ho sperato per reggere il pensiero
questo ho sperato soppresso dal pensiero.

 

Ci sono luoghi, ci sono centri dove la calce esige i corpi (da Centri), dove ha un senso netto anche il giro, tanto da accorrere / a nessun pro i ricordi; vanta un riproporsi di eventi / (ed edifici) come da anniversario ravvicinato (da Sensi della piazza, IV).
E ci sono non-luoghi dove per ogni frazione, nell’esserci / con forza e senza l’espediente / di dire noi, in due / disanimare la dipendenza dal due (da Archeologie).
C’è anche come una cristiana coincidenza tra lo slancio metafisico e lo slancio verso l’altro, e da questa unione nasce il meccanismo propulsore di tutta la poetica.
A sfavore della musicalità, un po’ disorganica e poco disinvolta, ci guadagna l’intuito del grande orologiaio che fissa il suo occhio attento sugli ordigni del senso.
La ricerca di Davide è tutta tesa a scardinare il rivolo, forzare il buio, superare le scorciatoie che ci allontanano dall’Altro. E così lo stile attraverso rime imperfette e interne, consonanze e assonanze, escogita un’armonia invisibile. La costruzione del verso che cerca il ritmo del carillon e, come una meridiana, vuole essere esatta e universale.
Davide cerca (e in parte a mio parere riesce benissimo) di svelare le maschere che rendono la vita fissa fissa ibernata im- / pedita (da Centri). Oppure trova nelle scene di vita ordinaria il male che inibisce le emozioni, che agisce al di qua dallo slancio:

 

Sensi della piazza, II

Ridono puntualmente le facce accanto agli scooter,
gergo-gel-giubbotti (a imbottirsi ci si sente)
se le danno per uno sguardo di troppo e pace.
Certi immutabili in uno scontento (da poco? da molto?)
guardati per sbaglio, per distrazione qualche secondo,
fanno il corso, il loro corso, imbucano bar o banche.
Le cose mute in sincronia, il lineare della superficie
sono anche per chi passa defilato: è corpo in transito
al rosso di un semaforo, il suo rovello di mesi o anni
ornamento di un viso, la lastra prima dei suoi geroglifici.

Davide Castiglione è nato ad Alessandria il 19/11/1985. Si laurea in Lingue con una tesi su V.Sereni traduttore di W.C.Williams. Si interessa di di poesia, traduzione, critica letteraria e letterature comparate.
Per ogni frazione
è la sua prima raccolta.