Giorno: 14 novembre 2010

Bestie e dintorni | Amos Mattio

 

 

Bestie e dintorni, di Amos Mattio (Lietocolle), prefazione di Maurizio Cucchi

 

Bestie e dintorni di Amos Mattio

prefazione di Maurizio Cucchi


«Lo sguardo del poeta si fissa su realtà in apparenza di anche minima portata, ruba verità nel poco o nell’insignificante» – così Maurizio Cucchi nella prefazione a Bestie e dintorni (Lietocolle, 2004) di Amos Mattio, ne descrive il meccanismo poetico.
In questa sua prima raccolta poetica, Amos si muove tra insignificanti «dettagli, [ma] rivelatori di senso». Sono le energie sottili, quelle che evoca a servizio dei suoi versi, sono invisibili démoni dell’aria.
Il poeta/alchimista modula con attenzione ogni elemento del sistema: «Ti sei mai chiesto perché si va a capo?» – dice in un’intervista. Misura meticoloso le anafore, le assonanze e le rime interne: sono mille / giorni e ancora lento / scivola il riflesso sotto mille / coltri pesanti – e un pianto (da Scende una voce…).
Piega la notte in tante / lenti soffuse di vermiglio
(da Lenti di vermiglio), lenti che aprono al soggetto il funzionamento degli ingranaggi nascosti della grande giostra della vita. Ne risulta uno sguardo aereo, meditativo che attraversa l’esperienza quotidiana. C’è una sorta di “trascendenza per scivolamento” che si realizza avendo sommato sensazione dopo sensazione:


La giostra

Lento e volentieri, scivolare
giù dal sorriso, silenzioso
dimenticato e allegramente
correre in fuga. Il tempo
è in preda al gioco, fermo
sul seggiolino: gli occhi
sbarrati e stanchi, indefiniti
che girano per nulla e un punto
uguale da ogni lato. Ritornare
e piangere nel buio, vergognoso
e intirizzito, nella notte
che insegue il giorno e scivolare.

Una dimensione metafisica, quella di Amos, però non del tutto compiuta e composta. C’è di fondo un’inquietudine montaliana che lo lega alla terra, un’inquietudine di quella che si aggira solo in certi ricordi brevi e sparsi / che sfocano nel gorgo (da Franti precipitano il giorno…). Ma c’è anche una grande forza invisibile che riecheggia sottilissima, forzando con le mani intrise il gorgo (da Campi notturni), una volontà di superare la notte, di attizzare il fuoco della poesia.
Il non-luogo della sua poesia è nei dintorni dove un canto / sale le gocce e i rintocchi / notturni dei ricordi – batte l’ora / trepida del sogno (da Scende una voce…).
I doni del sogno sono visioni allo Specchio, immagini sintetiche e veloci, intime e surreali: sono le sue Bestie.
M.Cucchi in prefazione ricorda le Bestie di Federigo Tozzi.
Mi piace ricordare qui il “finto realista” Tozzi, di cui De Benedetti sottolineerà le forti corrispondenza col surrealissimo Kafka. È una poetica, questa e quella di Amos, che si aggira tra due poli, realtà quotidiana e simbolo onirico e archetipale, verità e sogno analogico.
È un’ antenna metafisica che riceve e rielabora le immagini del mondo, e il mondo per immagini sintetiche, ermetiche, solo apparentemente ed esclusivamente intime; immagini che si aprono a simboli di una «generale frustrazione umana» (De Benedetti).

Il cane lupo

Un pelo grigio lupo e un canto
addosso alla folla, li sostiene
il suono di una fisarmonica,
logoro di anni, note
gettate dall’altro nel cappello
insieme alle monete. Grida
il vecchio cane e gli brillano gli occhi,
e ridono di scherno nel ricordo
di una bottiglia buona, di una vita,
di un altro teatro… la gente
sorride e procede: la vetrina
copre i rumori. Il cane abbaia
qualcosa a una signora, ubriacato
di musica, e non sente il freddo – sembra –
ma guarda le facce, i capelli,
i baffi e il disappunto. Canta
in mezzo alla platea prima del buio
quello che vede e suona
per non guardarsi. Ieri sera
dalla vetrina un cane ha fatto un lago.

 

Amos Mattio è nato a Cuneo il 4 luglio 1974, vive a Milano, dove scrive e lavora nell’ambito della consulenza editoriale e della comunicazione. Suoi versi sono apparsi anche nell’antologia “Nuovissima poesia italiana” (Mondadori, 2004). Collabora con La casa della poesia di Milano e con la rivista Il Grillo.



Il segreto delle fragole. Poetico Diario 2011 (LietoColle)

C’è qualcosa di zanzottiano nel nuovo Poetico Diario di LietoColle: “Il Segreto delle fragole” appena uscito è una sorta di lungo filò. È come se ci ritrovassimo anche noi lettori seduti a qualche punto di una lunga serie di sedie e ascoltassimo le storie da cento voci che, rispettosamente, si susseguono di pagina in pagina. Un filò lungo un anno a rinsaldare ancora una volta una consuetudine con la poesia e il quotidiano.
A curare l’edizione 2011 del Poetico Diario è l’editore in persona, ossia quel Michelangelo Camelliti, che negli ultimi venticinque anni molti hanno imparato a conoscere (e riconoscere) nei colori pastello e nelle immagini di copertina dei suoi libricini da collezionare.
Ma non è un’antologia autoreferenziale, si badi: è una nuova testimonianza della poesia che civilmente si fa portatrice dell’inquietudine del vivere quotidiano attraverso novantotto “canti” dedicati alla terra; un ambizioso progetto nato da una selezione di ben trecento testi inviati da centosettanta voci del panorama poetico nazionale (in prevalenza donne).
Sarebbe stato facile raccogliere i più dolci frutti, le più dolci fragole di venticinque anni di raccolti. E invece, ancora una volta, tra i nomi già affermati compaiono nuovi nomi, nuove voci, nuove speranze.
A volte pare il tema sia appena sfiorato; altre volte semplicemente posto a cornice; altre ancora reso oggetto preciso, aspetto sintomatico della devastazione o dell’intromissione umana nei ritmi e nelle forme della terra. Ma tutto ci parla di lei e di noi. Del nostro conoscerla e disconoscerla allo stesso tempo, sorta di grata ingratitudine tutta umana; e come emblemi di queste contraddizioni si ergono sia l’atto d’accusa di Donatella Nardin, lucido ritratto dello scempio della Laguna veneziana definito “sfida infelice”, sia la sapiente ed ironica poesia di Pasquale Vitagliano .
E tornano gli odori della terra (come quello “aspro di collina” della poesia di Francesca Lagomarsini), insieme ai suoi piccoli elementi (frequenti le conchiglie o le pietruzze levigate le une dal mare e le altre da acque lacustri o fluviali). E sono particolari che riflettono subito una sorta di osservazione dal basso come del figlio che guarda alla madre insieme con rispetto e reverenza, ma anche con quell’interrogativo costante di chi da sempre cerca di comprendere ciò che non ci è dato sapere: il suo pensiero (come nella poesia “Zolla” di Antonella Taravella).
È un cerchio che non si chiude il racconto che si sviluppa attraverso i componimenti inseriti nel Diario; è una narrazione per frammenti che non può conoscere la parola fine perché non è finito ancora il rapporto tra la Poesia e la sua Terra, tra il cantore e la sua terra, come sono infinite le mille storie che si generano e si rigenerano, pur mutando e sconvolgendo la materia, come recita “Prima dell’alba” di Marco Annicchiarico:

La nonna raccontava storie
seduta intorno al braciere
tra scorze d’arance e bambini svogliati.

Era sempre la stessa storia,
di padre in figlio.

“Il paese, visto dalle ali di un aereo,
diventa un serpente di luci gialle,
un pensare alla rovescia.
Senza le televisioni,
l’uomo si misurava in ettari,
si colorava del verde attorno alla casa,
tra la strada di ghiaia e la polvere”.

Oggi, è dimenticato tutto. Si resta
senza memoria e l’uomo si misura in carati,
al collo, alle dita, altre volte nella bocca.
L’oro è nel masticato, non più nel parlato.
Marradi ora è lontana, come mia nonna.
Senza baciare terra chiuse gli occhi
prima dell’alba, quando una farfalla
sul davanzale posò le ali. E di quella storia,
ancora oggi, non so la fine.


Fabio Michieli