Giorno: 12 novembre 2010

Chiara Daino – Poesie inedite (post di natàlia castaldi)

Chiara Daino

Da qualunque prospettiva la si osservi, Chiara Daino è un’artista pronta a mettersi in gioco e “mutare” se stessa in primo luogo; forgiandosi come metallo incandescente, battuto, Chiara incide la sua poesia con una lama tagliente, mettendosi a nudo e offrendosi carne tremula in pasto. Chiara Daino è un mistero di dolcezza rapace: attrice, scrittrice, poeta, Chiara è sempre arte.

Nel leggere i suoi testi ho provato le sensazioni forti del volo libero, della caduta, del grido nello schianto, della risalita caparbia e volitiva. Sensazioni fisiche, che mi rimandano al surrealismo carnale della Mansour, ai collages di Pierre Moliner, alle visioni di Luis Buñuel.  Non mi resta che augurarvi una buona lettura (con la metafora del “chien andalou”)

nc

***

20 febbraio 1967

[da: Ginnungagap]

.

pensieri di ragno nei corpi

al sapore di sperma antico

vomito d’incenso la chiesa

.

è nella culla della carne

la molla cancrena del dubbio

abbi cura di chi non parla

.

nel come narcoma pretende.

ti chiedo solo se ricordi

quali letti sporcavi mentre

quel miele tramontò nel rosso?

è meno caldo di un bicchiere

.

tanto tu sprecavi parole

quando per piacere del buco

l’intarsio del cranio dipinse

.

di nero che goccia quel muro

è un paradiso di scuse

le parole che non ti deve

.

*

Pierre Molinier

 Poetallica
 

 

 

Ave Poeta con forza Poeta la folla ti chiama – che cazzo! Poeta – Ave Poeta m’inchino Poeta dai fammi godere – in gola Poeta ingoia Poeta la lama Poeta si rima di pietra di un finto PoetaPoeta Poeta ti predica l’anima! Ansima ancora – masturba il Poeta!  la sega segreta sistema che spaccia Poeta Poeta: che prassi! che  piaccia!

PoetaPoeta! Poeta il Profeta Poeta l’amico/il mago/l’esteta Poeta PoetaPoeta! ognuno Poeta la vacca Poeta la strega Poeta chirurgo? Poeta! la nonna Poeta il capo Poeta il matto Poeta la santa Poeta la stronza Poeta il gatto Poeta il figo Poeta la merda Poeta – chiunque Poeta

Poeta di strada Poeta che vada Poeta più dada Poeta che rida Poeta di moda Poeta che vana Poeta puttana Poeta mignatta Poeta mignotta Poeta la muffa Poeta la mischia Poeta qualunque Poeta comunque Poeta – la vena  che munge la scena di sperma la sirma Poeta che schiuma che spuma la firma Poeta che sborra stronzate di lusso Poeta che lecca dei culi con gusto! Poeta di gesso di polvere grasso! Poeta più spesso la triste bambina Poeta l’ostile che ancora si ostina Poeta la vittima – la più vicina Poeta che pena! succhiar la sestina

Poeta il poema e Poeta di Crono Poeta tutto – il tuo quotidiano Poeta giallo rosso Poeta Cirano! Poeta in greco latino e quale! fottuto destino? Poeta ignaro Poeta più piano Poeta sì no Poeta Figaro Figaro! Poeta di corte Poeta la morte Poeta del sesso Poeta pupazzo Poeta che in metro – ti misuri il cazzo….

Poeta che palle che versi che stelle Poeta la luna la donna la mamma Poeta fantasma Poeta che dramma! l’alba la gemma l’alma la strenna Poeta la crisi di letto di lemma Poeta che palla che parla che palle Poeta che basta! friggere l’aria diaria per dire Poeta per dirti Poeta rivolta la sacca: tintinna moneta? rivolta la secca che munta ti mieta Poetapoeta ti mangia la lupa Poeta minuto m’al Poeta cazzuto non serve che un dito! Poeta del gesto nel gesto ti dico Poeta mi basta esto tierzo dito Poetapoeta al volo ti dico ‘fanculo Poeta ‘fanculo  Poeta ‘fanculo – che sono


Heavy Metal

*

*

.

Novella dalla fossa dell’orchestra

[da: Ginnungagap]

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nei timpani dipingevo lettere

per la cornice delle mie catene.

poi – scrissi del basso che mi leggeva

quei suoni che viscera per le folle:

la vecchia chitarra senza più pubblico

ha troppe corde per un impiccato

che scelse il cappio come cravatta.

ho sviluppato tutte le stranezze

che posso che non posso più – davvero

farmi finta solo per farmi forza

di quella nuova farmacia di turno.

.

scusa questo mio malato rifiuto

quando mi guardo sono perché scalpito

così mi trotto, m’invento un altro

specchio del ritmo per dirti che no!

quel tricotico mio dire turchino

non puoi gestire come più ti pare:

impugno pennelli come conigli

per le orecchie d’un matto velluto.

.

ma certo che puoi ridere. tu devi

ridere di tutto quello che stono

[ ci sono prima di tutto perché

tu rida, perché tu rida più forte

di questo non senso che mi natura ]

.

ho scelto di vivere come punto

in alto – sulla lettera straniera

mi moltiplico nel senso cipolla

di sette veli più sette peccati

che se non ti dico tutto del sette

significa che per ora mi basto

per ora basta parole, ma sono

.

le sette vite di chi graffia bene

dove l’anima poggia la rotula

m’inchino per il perdono dei santi.

.

non sono l’atleta meraviglioso

della tua porta per il paradiso

sono solo – il pagliaccio più stanco

della gorgiera che mi strozza piano.

è solo l’inferno: fingersi sani

.

mi  vampiro nel canino più lungo

perciò ti tocca: darmi della piccola

Carmilla – la signora della pelle

ha smesso tutte le mani del mondo

.

più fondo quel che resta nel contagio

senza bere ti ho fatto stupore

vittima dell’aiuto che volevi

mi volevi salvare dal. Domani

torno nel mio cammino di paguro

io mi rubo dal cesto [ perché puro

è un attributo troppo pesante

tu non credere – me ne rendo conto ]

.

*

.

des Mondes et des Anges

[da: Ginnungagap]

.

essere viola, sottile, cantare

quel brutto impatto di lividi,

altera la chiara forza del darsi

.

baci; mal’interprete che traduci

nei vuoti liquidi della paura –

non sei un campione di fedeltà

.

portami morsi nei grani più rossi

poi versami tre tumulti dèi – dìspari

piani [nel vecchio cappello da uomo]

.

fiàbami drago, chi scopa col fuoco?

chi radica quel panico latino

è chi manco per capriccio di Crono.

.

attacco la frusta, amore ti schianto

dal muro ti scendo – come sipario

l’applauso più lungo si fotte l’eco

.

nel muto mio già detto tutto tace

tace se tutto – refusa cemento

se mi trucco d’egitto per quell’ibrido

.

carnificare nomi – che non dici

quanto siamo: esausti di colore,

ma ti stropiccio – nell’abbraccio:

.

la generosità da complemento,

brindo l’addio che mi mùsico

per una capricciosa fine blu

.

*

in ea re pudendum[da: Ginnungagap]

Un chien andalou – Luis Buñuel

. 

spremuta d’occhio che gonfio ti godi

quanto pianto per un pugnale – corto

di parole da taglio che ti manca

.

girare nella carne per gramòlare

la stracciatella rossa dell’eterno

è talento del poeta chirurgo

.

è compito di chi macella bene

dirti quanto poco riesca la morte

con il coltello del cosmopavone

.

è quello che non si può ignorare

è la dama rossa dello scrittore:

ne ha trentadue – armati a dovere

di bocche che lambicco di veleno

non fosse che sono, forse potrei

avere – un senso di colpa – sano

.

*

GO RIMBAUD! 

[tradotta d’altro Arthur]

I

A filo d’onda calma e nera dove dormono le stelle,
Ofelia bianca è quasi un grande giglio in altalena,
che tanto lenta ondeggia, distesa nel lungo tulle…

–  si tendono da selve lontane grida per la preda.

È qui e più di mille anni: la triste Ofelia
passa, spettro bianco, sulla lunga riva nera.
È qui e più di mille anni che la dolce follia
mormora il suo rumore nel soffio della sera.

Il vento, se bacia il suo seno, dispone a corolla
i grandi veli nella culla mite della fonte;
di salici è il fremito di lacrime sulla sua spalla,
inchini di rami nel sogno largo della fronte.

.
Le ninfee sfiorate, in corona di fiati;
e qualche volta veglia, nell’ontano che dorme,

in qualche nido dove fugge, in un batter d’ali:
–  mistero di astri in oro, un canto che a terra piove.

***

II

O tu, tenue Ofelia! la bella nel modo di neve!
Ora sei morta, una bambina, dal flutto rapita.

–  il vento di Norvegia nel verso che depone
diffuse piano, per te: franchigia è fatica;

e un soffio tortura la tua forte chioma,
a tono di sogno nell’anima ritratti strani suoni;
e il tuo cuore era speso al verde che chiama
nel pianto dell’albero, e nei sospiri scuri;

e la voce di mari folli, immane gemere,
troncava il tuo seno acerbo; troppo umano e troppo dolce,
e un mattino di aprile, un pallido e bel cavaliere,

un puro folle, alle tue ginocchia si pose, senza voce!

.
Cielo! Amore! Libertà! Che sogno, e povertà di Folle!
Tu ti fondevi in lui come una neve al fuoco:
la tua mera pupilla mutò le tue parole
–  e il blu del tuo sguardo sgranò l’Infinito tragico.

***

III

.
–  e il Poeta dice: alla luce di stella
i fiori che hai colto, la notte, li vieni a cercare;
e io ho visto sull’acqua, cinta nel lungo tulle,
un grande giglio, Ofelia bianca, e dondolare.

.

[Ophelia, Arthur Rimbaud]

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Chiara Daino: http://www.chiaradaino.it/curriculum.asp

Just kids – Patti Smith – feltrinelli 2010

PATTI SMITH – JUST KIDS –  ED. FELTRINELLI 2010

Cos’ è l’anima? Che colore ha? Temevo che la mi anima, dispettosa, potesse sgattaiolare via mentre sognavo e non fare più ritorno. Mi sforzavo di non addormentarmi per tenerla dentro di me, nel luogo a cui apparteneva.

Non è una biografia “just kids” di Patti Smith. E’ un racconto di un viaggio dell’anima. Patti ci apre la porta sugli ultimi anni sessanta e i primi anni settanta. Sullo squarcio di anni dove le cose succedevano e si intuivano quelle che sarebbero successe di lì a poco. L’arte cambiava, l’arte (ri)nasceva. A New York. A Brooklyn, al Chelsea Hotel. La Smith e il suo grande amico/amore Robert Mapplethorpe (pittore, artista visivo, fotografo), muovono i loro primi passi verso il futuro. Un domani che non conoscono ma al quale per nulla al mondo rinuncerebbero. Un percorso di dolore, di rinunce, stenti, incontri e tanta volontà. L’amore dell’una per l’altro li sosterrà sempre. Ogni disegno, verso, accenno di qualcosa, foto, pensiero, sarà sempre condiviso da Patti con Robert e viceversa, fino alla morte per Aids di quest’ultimo.

Patti Smith scrive benissimo, questo libro lo si divora, sospesi fra ammirazione verso il talento e la cieca determinazione ad assecondarlo. Si prova un po’ d’invidia per quegli anni, per quella vita, per quei luoghi. Insomma, al bar attaccato al Chelsea Hotel, contemporaneamente a far colazione c’erano Hendrix, la Joplin, le loro band. Un altro bar dove si ubriacava Kerouac, quello dove tutti i giorni potevi scambiare due chiacchiere con Burroughs. Ad esempio leggete qui:

Presi il vassoio e introdussi le monetine ma lo sportello non si aprì. Ci riprovai ma senza fortuna e allora mi resi conto che il prezzo era salito a sessantacinque centesimi. Restai delusa, se così si può dire, ma poi sentii una voce chiedere: “Posso aiutarti?” Mi voltai ed ecco Allen Ginsberg. Non ci eravamo mai incontrati, ma quello era senza dubbio il viso di uno dei nostri poeti e attivisti più grandi. […] Allen aggiunse i dieci centesimi che mancavano e mi mise davanti anche una tazza di caffè.

Succedevano cose così. Naturalmente Ginsberg aveva scambiato Patti Smith per un ragazzo da portarsi a letto. Si scusarono entrambi per l’equivoco.   Patti e Robert erano artisti, desideravano esserlo, ma erano due ragazzini (just kids). Non sapevano il come e il quando ma sentivano che sarebbe accaduto. Il momento chiave per Robert Mapplethorpe fu l’incontro con la polaroid, per Patti Smith quello di aggiungere le note alle sue poesie. Riempiono il racconto moltissimi momenti indimenticabili e la forza di certi incontri. Lo consiglio a chi ama la musica e la poesia. A chi crede ai propri sogni.

Mi gustavo quei piccoli lussi, lasciavo scivolare un quarto di dollaro nel jukebox e ascoltavo Strawberry Fields tre volte di seguito. Era la mia liturgia privata e le parole e la voce di John Lennon mi davano la forza se vacillavo.

@ gianni montieri