Kenneth Koch – Variations at Home and Abroad

Variazioni a Casa e all’Estero

Ci vuole così tanto della vita di una persona
per essere francesi, inglesi, americani
o italiani. E per avere una certa età. E vivere in un certo tempo, qualunque esso sia.
Chi di origine polacche vive a Manhattan non è solo un rappresentante del
genere umano
e non lo è nemmeno questo pescatore siciliano che lega l’amo
o per essere maschio o femmina, per nascere un giorno, da qualche parte
Betty che tiene un grande piatto
Karen che accavalla le sue gambe da secondo dopoguerra
e sorride da una parte all’altra del tavolo
questi tre ragazzi italiani sulla ventina che gesticolano e parlano
e ridono dopo essere scesi dal treno
sembrano per un cinquanta percento italiani e per il resto più semplicemente
razza umana.
Oh il mistero di diventare adulti! Oh la storia di andare a scuola!
Oh amanti, Oh incanti!

Il soggetto non è finito perché è finita la foto.
Il fotografo si siede. Murnau fa il film.
Tutto è un po’ fuori, eppure ha una sua nazionalità.
Le ostriche non aiuteranno i profughi a scendere dalle barche,
altre creature umane lo faranno. Squilla il telefono e il nazionalista
albanese si siede.
Quando si alza non è diventato un émigré russo né un clown del circo
tedesco
una donna porta una cesta – una bella vista! È in
tutto e per tutto del Madagascar.
Il poliziotto malese in divisa fiuta il barile di birra che i fratelli di
Ludwig gli avvicinano.
A tutti gli uomini piace ubriacarsi! Le differenze allora sono tutte in superficie?
Ma anche ogni superficie si riscalda
al sole. Può darsi che la superficie sia ciò che ci rende simili!
Ma uomo e donna dimostrano che non è vero.
Ce la caveremo, dopotutto. Il treno sbuffa in stazione
ma la stazione non sbuffa in treno. Questa differenza rende possibile un senso
di comunità
come quando le persone sono davvero felici di avere cani e gatti
e alcuni persino qualche topo nel camino. Non siamo soli
nell’universo e la diversità è motivo di conforto oltre che di difficoltà.
Per essere italiani ci vuole mezza giornata. Per essere cinesi ce ne vogliono i sette ottavi.
Solo di sera quando Chang Ho, a fine pasto, si siede a fumare
è esclusivamente umano, nella maniera in cui il treno è esclusivamente il treno quando è
in movimento.
Quando ci si innamora si può tornare, diciamo, di un venti percento indietro
verso l’universalità, anche se è tutto probabilmente. Quando poi l’amore è finito
cresce la propria nigerianità o la qualità di essere del Nepal.
Un americano potrebbe cominciare a desiderare
di essere tutti o che tutti siano uguali
il che per almeno l’ottanta percento ne fa un americano o un’americana. Dixit Charles
Peguy, circa 1912,
“Il buon Dio ha creato i francesi così che certi aspetti della Sua creazione
non passassero inosservati.” Come il sapore del frumento, canaglia! O il giapponese.
Così che da qualche parte sulla terra ci fosse gente
a scrivere haiku. Ma pensa al corpo umano con le braccia
il naso, gli occhi, il cervello spesso in preda a preoccupazioni
pensa a quanta energia, quanto tempo e lavoro lo hanno attraversato,
per darci un così variegato genere di umanità!
Ci vogliono quindici secondi stamattina per essere un uomo.
Venti per essere un vecchio, quattro per essere un americano,
due per essere un diplomato e quattro o cinque ore per scriverlo.
E in più, ti amo! Mezzora di ogni singola ora per settimane o mesi per
questo;
Novecento secondi per essere un estimatore della pittura rinascimentale italiana,
sedici ore per essere uno sveglio.
Si è riconoscibilmente americani, maschi, e di una certa generazione. Niente
cancella questi segni.

Anche se vivo in Indonesia come un indigeno in una capanna, qualcuno verrà fuori
da lì
e certo ansimando dirà Perché sei un americano!
Il mio ottimismo, la mia apertura, la mia mancanza di senso della storia,
i miei muscoli facciali così caratteristici, pronti a farmi sembrare arrabbiato o triste o comprensivo
fra un attimo e non so affatto dove andare;
il mio assumere che è tutto possibile, il mio profondo senso di superiorità
ed inferiorità allo stesso tempo; la mia mancanza di cultura,
eccetto quella libresca; il mio modo di recitare col cane, vieni qui
Spotty! Dannazione!
Tutto questo e centinaia di altre cose dichiarano che sono quello che sono.
È gravoso ma è anche inevitabile. Penso di si.
Gli espatriati hanno avuto un certo successo con la chirurgia plastica
dell’assenza e della partenza. Ma non è mai assoluta. E poi devono sopportare
anche la nuova identità.

Irlandesi o russi, in loro l’individualità è spesso scambiata per nazionalità.
Il russo che trova un’anima nell’ufficiale dell’esercito, l’irlandese che in lui trova
qualcuno con cui bere.
Considera il barcaiolo sul Volga? Si può solo tirare a indovinare
ma probabilmente russo per circa il novanta percento, ottanta percento uomo e trenta
percento barcaiolo, russo, uomo e barcaiolo,
una persona giusta per quel lavoro, un uomo russo del fiume.
Questo cane è per due quinti un lupo e per meno di un millesimo un marito o un
padre.
I cani resistono alla nazionalità essendo razze. Questo è semplicemente alsaziano.
Anche se in futuro potrebbe essere padre di un cucciolo
che sembra totalmente qualcos’altro se per esempio lui (l’alsaziano) è attratto
da un barboncino con un potente DNA. Il cucciolo corre incontro ai ragazzi italiani
che sorridono
pensando che sarebbe divertente portarlo a Taormina
dove lavorano in un albergo e addestrarlo.
Una donna francese si stupisce davanti a questa scena.
La donna si abbassa verso il cane e gli parla in francese.
È incoraggiante e divertente. Per il cane tutte le lingue umane sono una nebbia
profumata.
Scodinzola e si alza sulle zampe posteriori. Un ragazzo italiano lo elogia, “Bravo!
Canino!”
Sotto passa il boato della metropolitana. Il ragazzo guarda
la donna.
La vita offre loro questi momenti intricati come – chi? – passa in bicicletta
davanti.
È un congolese con la savana sulle spalle
e il cielo nel cuore, ma le sue parole quando passa sono in francese—
“Bonjour, m’sieu dames,” e va via sempre più veloce con la sua identità,
la sua congolese, millennale individualità che cambia e ricambia posto.

Variations at Home and Abroad

It takes a lot of a person’s life
To be French, or English, or American
Or Italian. And to be at any age. To live at any certain time.
The Polish-born resident of Manhattan is not merely a representative of
general humanity
And neither is this Sicilian fisherman stringing his bait
Or to be any gender, born where or when
Betty holding a big plate
Karen crossing her post-World War Two legs
And smiling across the table
These three Italian boys age about twenty gesturing and talking
And laughing after they get off the train
Seem fifty percent Italian and the rest percent just plain
Human race.
O mystery of growing up! O history of going to school!
O lovers O enchantments!

The subject is not over because the photograph is over.
The photographer sits down. Murnau makes the movie.
Everything is a little bit off, but has a nationality.
The oysters won’t help the refugees off the boats,
Only other human creatures will. The phone rings and the Albanian
nationalist sits down.
When he gets up he hasn’t become a Russian émigré or a German circus
clown
A woman is carrying a basket—a beautiful sight! She is in and of
Madagascar.
The uniformed Malay policeman sniffs the beer barrel that the brothers of
Ludwig are bringing close to him.
All humanity likes to get drunk! Are differences then all on the surface?
But even every surface gets hot
In the sun. It may be that the surface is where we are all alike!
But man and woman show that this isn’t true.
We will get by, though. The train is puffing at the station
But the station isn’t puffing at the train. This difference allows for a sense
of community
As when people feel really glad to have cats and dogs
And some even a few mice in the chimney. We are not alone
In the universe, and the diversity causes comfort as well as difficulty.
To be Italian takes at least half the day. To be Chinese seven-eighths of it.
Only at evening when Chang Ho, repast over, sits down to smoke
Is he exclusively human, in the way the train is exclusively itself when it is
in motion
But that’s to say it wrongly. His being human is also his being seven-eighths
Chinese.
Falling in love one may get, say, twenty percent back
Toward universality, though that is probably all. Then when love’s gone
One’s Nigerianness increases, or one’s quality of being of Nepal.
An American may start out wishing
To be everybody or that everybody were the same
Which makes him or her at least eighty percent American. Dixit Charles
Peguy, circa 1912,
“The good Lord created the French so that certain aspects of His creation
Wouldn’t go unnoticed.” Like the taste of wheat, sirrah! Or the Japanese.
So that someplace on earth there would be people who were
Writing haiku. But think of the human body with its arms
Its nose, its eyes, its brain often subject to alarms
Think how much energy, work, and time have gone into it,
To give us such a variegated kind of humanity!
It takes fifteen seconds this morning to be a man,
Twenty to be an old one, four to be an American,
Two to be a college graduate and four or five hours to write.
And what’s more, I love you! half of every hour for weeks or months for
this;
Nine hundred seconds to be an admirer of Italian Renaissance painting,
Sixteen hours to be someone awake.
One is recognizably American, male, and of a certain generation. Nothing
takes these markers away.

Even if I live in Indonesia as a native in a hut, someone coming through
there
Will certainly gasp and say Why you’re an American!
My optimism, my openness, my lack of a sense of history,
My distinctive facial muscles ready to look angry or sad or sympathetic
In a moment and not quite know where to go from there;
My assuming that anything is possible, my deep sense of superiority
And inferiority at the same time; my lack of culture,
Except for the bookish kind; my way of acting with the dog, come here
Spotty! God damn!
All these and hundreds more declare me to be what I am.
It’s burdensome but also inevitable. I think so.
Expatriates have had some success with the plastic surgery
Of absence and departure. But it is never absolute. And then they must bear
the new identity as well.

Irish or Russian, the individuality in them is often mistaken for nationality.
The Russian finding a soul in the army officer, the Irishman finding in him
someone with whom he can drink.
Consider the Volga boatman? One can only guess
But probably about ninety percent Russian, eighty percent man, and thirty
percent boatman, Russian, man, and boatman,
A good person for the job, a Russian man of the river.
This dog is two-fifths wolf and less than one-thousandth a husband or
father.
Dogs resist nationality by being breeds. This one is simply Alsatian.
Though he may father forth a puppy
Who seems totally something else if for example he (the Alsatian) is attracted
To a poodle with powerful DNA. The puppy runs up to the Italian boys
who smile
Thinking it would be fun to take it to Taormina
Where they work in the hotel and to teach it tricks.
A Frenchwoman marvels at this scene.
The woman bends down to the dog and speaks to it in French.
This is hopeful and funny. To the dog all human languages are a perfumed
fog.
He wags and rises on his back legs. One Italian boy praises him, “Bravo!
canino!”
Underneath there is the rumble of the metro train. The boy looks at the
woman.
Life offers them these entangling moments as—who?—on a bicycle goes
past.
It is a Congolese with the savannah on his shoulders
And the sky in his heart, but his words as he passes are in French—
“Bonjour, m’sieu dames,” and goes speeding off with his identity,
His Congolese, millennial selfhood unchanging and changing place.

Traduzione di Giovanni Catalano

 

Variazioni a Casa e all’Estero

 

Ci vuole così tanto della vita di una persona

per essere francesi, inglesi, americani

o italiani. E per avere una certa età. E vivere in un certo tempo, qualunque esso sia.

Chi di origine polacche vive a Manhattan non è solo un rappresentante del

genere umano

e non lo è nemmeno questo pescatore siciliano che lega l’amo

o per essere maschio o femmina, per nascere un giorno, da qualche parte

Betty che tiene un grande piatto

Karen che accavalla le sue gambe da secondo dopoguerra

e sorride da una parte all’altra del tavolo

questi tre ragazzi italiani sulla ventina che gesticolano e parlano

e ridono dopo essere scesi dal treno

sembrano per un cinquanta percento italiani e per il resto più semplicemente

razza umana.

Oh il mistero di diventare adulti! Oh la storia di andare a scuola!

Oh amanti, Oh incanti!

 

Il soggetto non è finito perché è finita la foto.

Il fotografo si siede. Murnau fa il film.

Tutto è un po’ fuori, eppure ha una sua nazionalità.

Le ostriche non aiuteranno i profughi a scendere dalle barche,

altre creature umane lo faranno. Squilla il telefono e il nazionalista

albanese si siede.

Quando si alza non è diventato un émigré russo né un clown del circo

tedesco

una donna porta una cesta – una bella vista! È in

tutto e per tutto del Madagascar.

Il poliziotto malese in divisa fiuta il barile di birra che i fratelli di

Ludwig gli avvicinano.

A tutti gli uomini piace ubriacarsi! Le differenze allora sono tutte in superficie?

Ma anche ogni superficie si riscalda

al sole. Può darsi che la superficie sia ciò che ci rende simili!

Ma uomo e donna dimostrano che non è vero.

Ce la caveremo, dopotutto. Il treno sbuffa in stazione

ma la stazione non sbuffa in treno. Questa differenza rende possibile un senso

di comunità

come quando le persone sono davvero felici di avere cani e gatti

e alcuni persino qualche topo nel camino. Non siamo soli

nell’universo e la diversità è motivo di conforto oltre che di difficoltà.

Per essere italiani ci vuole mezza giornata. Per essere cinesi ce ne vogliono i sette ottavi.

Solo di sera quando Chang Ho, a fine pasto, si siede a fumare

è esclusivamente umano, nella maniera in cui il treno è esclusivamente il treno quando è

in movimento.

Quando ci si innamora si può tornare, diciamo, di un venti percento indietro

verso l’universalità, anche se è tutto probabilmente. Quando poi l’amore è finito

cresce la propria nigerianità o la qualità di essere del Nepal.

Un americano potrebbe cominciare a desiderare

di essere tutti o che tutti siano uguali

il che per almeno l’ottanta percento ne fa un americano o un’americana. Dixit Charles

Peguy, circa 1912,

“Il buon Dio ha creato i francesi così che certi aspetti della Sua creazione

non passassero inosservati.” Come il sapore del frumento, canaglia! O il giapponese.

Così che da qualche parte sulla terra ci fosse gente

a scrivere haiku. Ma pensa al corpo umano con le braccia

il naso, gli occhi, il cervello spesso in preda a preoccupazioni

pensa a quanta energia, quanto tempo e lavoro lo hanno attraversato,

per darci un così variegato genere di umanità!

Ci vogliono quindici secondi stamattina per essere un uomo.

Venti per essere un vecchio, quattro per essere un americano,

due per essere un diplomato e quattro o cinque ore per scriverlo.

E in più, ti amo! Mezzora di ogni singola ora per settimane o mesi per

questo;

Novecento secondi per essere un estimatore della pittura rinascimentale italiana,

sedici ore per essere uno sveglio.

Si è riconoscibilmente americani, maschi, e di una certa generazione. Niente

cancella questi segni.

 

Anche se vivo in Indonesia come un indigeno in una capanna, qualcuno verrà fuori

da lì

e certo ansimando dirà Perché sei un americano!

Il mio ottimismo, la mia apertura, la mia mancanza di senso della storia,

i miei muscoli facciali così caratteristici, pronti a farmi sembrare arrabbiato o triste o comprensivo

fra un attimo e non so affatto dove andare;

il mio assumere che è tutto possibile, il mio profondo senso di superiorità

ed inferiorità allo stesso tempo; la mia mancanza di cultura,

eccetto quella libresca; il mio modo di recitare col cane, vieni qui

Spotty! Dannazione!

Tutte questo e centinaia di altre cose dichiarano che sono quello che sono.

È gravoso ma è anche inevitabile. Penso di si.

Gli espatriati hanno avuto un certo successo con la chirurgia plastica

dell’assenza e della partenza. Ma non è mai assoluta. E poi devono sopportare

anche la nuova identità.

 

Irlandesi o russi, in loro l’individualità è spesso scambiata per nazionalità.

Il russo che trova un’anima nell’ufficiale dell’esercito, l’irlandese che in lui trova

qualcuno con cui bere.

Considera il barcaiolo sul Volga? Si può solo tirare a indovinare

ma probabilmente russo per circa il novanta percento, ottanta percento uomo e trenta

percento barcaiolo, russo, uomo e barcaiolo,

una persona giusta per quel lavoro, un uomo russo del fiume.

Questo cane è per due quinti un lupo e per meno di un millesimo un marito o un

padre.

I cani resistono alla nazionalità essendo razze. Questo è semplicemente alsaziano.

Anche se in futuro potrebbe essere padre di un cucciolo

che sembra totalmente qualcos’altro se per esempio lui (l’alsaziano) è attratto

da un barboncino con un potente DNA. Il cucciolo corre incontro ai ragazzi italiani

che sorridono

pensando che sarebbe divertente portarlo a Taormina

dove lavorano in un albergo e addestrarlo.

Una donna francese si stupisce davanti a questa scena.

La donna si abbassa verso il cane e gli parla in francese.

È incoraggiante e divertente. Per il cane tutte le lingue umane sono una nebbia

profumata.

Scodinzola e si alza sulle zampe posteriori. Un ragazzo italiano lo elogia, “Bravo!

Canino!”

Sotto passa il boato della metropolitana. Il ragazzo guarda

la donna.

La vita offre loro questi momenti intricati come – chi? – passa in bicicletta

davanti.

È un congolese con la savana sulle spalle

e il cielo nel cuore, ma le sue parole quando passa sono in francese—

“Bonjour, m’sieu dames,” e va via sempre più veloce con la sua identità,

la sua congolese, millennale individualità che cambia e ricambia posto.

 

 

 

 

Variation at Home and Abroad

 

It takes a lot of a person’s life

To be French, or English, or American

Or Italian. And to be at any age. To live at any certain time.

The Polish-born resident of Manhattan is not merely a representative of

general humanity

And neither is this Sicilian fisherman stringing his bait

Or to be any gender, born where or when

Betty holding a big plate

Karen crossing her post-World War Two legs

And smiling across the table

These three Italian boys age about twenty gesturing and talking

And laughing after they get off the train

Seem fifty percent Italian and the rest percent just plain

Human race.

O mystery of growing up! O history of going to school!

O lovers O enchantments!

 

The subject is not over because the photograph is over.

The photographer sits down. Murnau makes the movie.

Everything is a little bit off, but has a nationality.

The oysters won’t help the refugees off the boats,

Only other human creatures will. The phone rings and the Albanian

nationalist sits down.

When he gets up he hasn’t become a Russian émigré or a German circus

clown

A woman is carrying a basket—a beautiful sight! She is in and of

Madagascar.

The uniformed Malay policeman sniffs the beer barrel that the brothers of

Ludwig are bringing close to him.

All humanity likes to get drunk! Are differences then all on the surface?

But even every surface gets hot

In the sun. It may be that the surface is where we are all alike!

But man and woman show that this isn’t true.

We will get by, though. The train is puffing at the station

But the station isn’t puffing at the train. This difference allows for a sense

of community

As when people feel really glad to have cats and dogs

And some even a few mice in the chimney. We are not alone

In the universe, and the diversity causes comfort as well as difficulty.

To be Italian takes at least half the day. To be Chinese seven-eighths of it.

Only at evening when Chang Ho, repast over, sits down to smoke

Is he exclusively human, in the way the train is exclusively itself when it is

in motion

But that’s to say it wrongly. His being human is also his being seven-eighths

Chinese.

Falling in love one may get, say, twenty percent back

Toward universality, though that is probably all. Then when love’s gone

One’s Nigerianness increases, or one’s quality of being of Nepal.

An American may start out wishing

To be everybody or that everybody were the same

Which makes him or her at least eighty percent American. Dixit Charles

Peguy, circa 1912,

“The good Lord created the French so that certain aspects of His creation

Wouldn’t go unnoticed.” Like the taste of wheat, sirrah! Or the Japanese.

So that someplace on earth there would be people who were

Writing haiku. But think of the human body with its arms

Its nose, its eyes, its brain often subject to alarms

Think how much energy, work, and time have gone into it,

To give us such a variegated kind of humanity!

It takes fifteen seconds this morning to be a man,

Twenty to be an old one, four to be an American,

Two to be a college graduate and four or five hours to write.

And what’s more, I love you! half of every hour for weeks or months for

this;

Nine hundred seconds to be an admirer of Italian Renaissance painting,

Sixteen hours to be someone awake.

One is recognizably American, male, and of a certain generation. Nothing

takes these markers away.

 

Even if I live in Indonesia as a native in a hut, someone coming through

there

Will certainly gasp and say Why you’re an American!

My optimism, my openness, my lack of a sense of history,

My distinctive facial muscles ready to look angry or sad or sympathetic

In a moment and not quite know where to go from there;

My assuming that anything is possible, my deep sense of superiority

And inferiority at the same time; my lack of culture,

Except for the bookish kind; my way of acting with the dog, come here

Spotty! God damn!

All these and hundreds more declare me to be what I am.

It’s burdensome but also inevitable. I think so.

Expatriates have had some success with the plastic surgery

Of absence and departure. But it is never absolute. And then they must bear

the new identity as well.

 

Irish or Russian, the individuality in them is often mistaken for nationality.

The Russian finding a soul in the army officer, the Irishman finding in him

someone with whom he can drink.

Consider the Volga boatman? One can only guess

But probably about ninety percent Russian, eighty percent man, and thirty

percent boatman, Russian, man, and boatman,

A good person for the job, a Russian man of the river.

This dog is two-fifths wolf and less than one-thousandth a husband or

father.

Dogs resist nationality by being breeds. This one is simply Alsatian.

Though he may father forth a puppy

Who seems totally something else if for example he (the Alsatian) is attracted

To a poodle with powerful DNA. The puppy runs up to the Italian boys

who smile

Thinking it would be fun to take it to Taormina

Where they work in the hotel and to teach it tricks.

A Frenchwoman marvels at this scene.

The woman bends down to the dog and speaks to it in French.

This is hopeful and funny. To the dog all human languages are a perfumed

fog.

He wags and rises on his back legs. One Italian boy praises him, “Bravo!

canino!”

Underneath there is the rumble of the metro train. The boy looks at the

woman.

Life offers them these entangling moments as—who?—on a bicycle goes

past.

It is a Congolese with the savannah on his shoulders

And the sky in his heart, but his words as he passes are in French—

“Bonjour, m’sieu dames,” and goes speeding off with his identity,

His Congolese, millennial selfhood unchanging and changing place.

 

2 comments

I commenti sono chiusi.