“Poesie per un no” di Roberto Rossi Testa

Poesie per un no di Roberto Rossi Testa

di Anna Maria Curci

Sei poemetti – Non solitario, solo; Esse Erre Elle; Canzoni di prima del risveglio; L’amore del tempo; Sarà; Sciocchina – e una nota dell’autore cadenzano, come in una sinfonia  di singolare concisione e garbata noncuranza dell’articolazione  ‘classica’, i movimenti del volume di versi di Roberto Rossi Testa Poesie per un no.  Offrono a chi legge più di un motivo per proseguire,  con piglio ‘soavemente caparbio’, sempre lucido, tuttavia, e consapevole di legami e richiami di natura multiforme – intertestuale, intratestuale,  ovvero semplicemente e profondamente affettiva –  un cammino di ricerca.

La direzione del cammino è esplicitamente indicata nella prima strofa del primo poemetto,  Non solitario, solo:

Risvegli con sorrisi
non più che immaginati,
con le parole giuste
non dette o dette male:
alla lunga scavarono
cunicoli lunghissimi,
che all’inizio sembravano
di sicurezza ma
quando franò la sabbia
più nessun spazio per
un avanti o un indietro;
soltanto per un dentro.

Roberto Rossi Testa raccoglie il testimone che Rainer Maria Rilke porge nelle sue Lettere a un giovane poeta,  laddove  Rilke consiglia al giovane Franz Xaver Kappus, nella lettera del 17 febbraio 1903: “Gehen Sie in sich”. L’invito di Rilke è stato tradotto con l’espressione “Guardi dentro di sé”, ma proprio di un cammino si tratta, ché il verbo gehen significa ‘andare’;  una traduzione più aderente al testo originale, del quale fa tesoro la poesia di Rossi Testa, sarebbe dunque “Si inoltri dentro di sé”. Come raccomanda l’autore stesso nella nota al volume Poesie per un no – nota che previene, nel duplice significato di anticipazione e prevenzione,  letture superficiali e categorizzazioni sbrigative –   è opportuno  astenersi da “facili accuse di  ‘ombelichismo’ .  L’ombelico è un affollato canale che può mettere in comunicazione esseri e mondi diversi, è ciò che i nativi americani chiamavano nierika e i fisici contemporanei  chiamano worm hole; ed è una soglia, esattamente come le stelle in astronomia spirituale. Soltanto il nostro atteggiamento complessivo lo fa diventare un buco della serratura o una porta regale”.

Sempre nella nota si rivela la genesi dell’opera: “proprio da un verso de Il corno magico del fanciullo captato al volo alle sei di mattina a Radio3 quest’opera è stata d’un tratto concepita”.  Non sembra affatto casuale, allora, che proprio nei versi di uno dei due autori – mi riferisco a Clemens Brentano, che insieme ad Achim von Arnim si lanciò nell’impresa – della celeberrima raccolta, tappa fondamentale della Spätromantik tedesca,  si colgano affinità profonde,  anche nella scelta di immagini e termini . “Solitario” e “solo”  sono infatti due concetti dominanti e distinti anche nelle poesie di Brentano (si leggano Tu, 25 agosto 1817 e Soffiano i venti della sera), la sabbia è anche in Brentano (Sono passato per il deserto) costante presenza e inevitabile sbarramento, ostacolo alla prosecuzione del cammino. Quando si legge, poi, nella seconda delle 33 Canzoni di prima del risveglio di Rossi Testa:

Attento, pescatore,
il fium e è quasi immobile
ed il sole martella.
I tuoi occhi si chiudono
e dall’acqua si leva
una nebbia di sogni:
i tuoi morti ti chiamano,
miagolando insidiosi
come gatti o pallottole

si avverte forte  la parentela con il pescatore di Sul Reno di Brentano.  Al di là, tuttavia, di qualsiasi caccia alle analogie, oltre l’individuazione delle parentele di spirito additate in parte dallo stesso autore nella nota, è una voce dal timbro meditato, ma non monocorde, a prevalere e a dare alla poesia di Roberto Rossi Testa forma e sostanza  uniche nel loro fondersi.  Ne nasce una melodia  che accosta sul pentagramma note e accordi antichi, che non hanno esaurito la loro forza espressiva,  a combinazioni nuove e inclusive di tutti gli alfabeti,  come si legge nella nona delle Canzoni di prima del risveglio.

Tutto ciò che ricordo
è la tua gonna aprirsi
a ruota su di un prato
in una danza estiva,
e il ricadere molle
di un ricciolo ribelle
dai capelli rialzati
sulla tua nuca bianca.
Ma dietro al tuo ricordo
vengon colori d’albe
e di tramonti, orbite
di stelle e di pianeti;
e il canto delle lingue,
sul pentagramma ondoso
di tutti gli alfabeti.

I richiami e i legami di natura affettiva sostanziano la raccolta e lasciano un segno indelebile in chi legge:

La mia Sciocchina è via.
Qui sono tanto in alto
che non posso capire
da che ulteriore altezza
tanti fiocchi di neve
angelici sfarfallino.
C’è legna nel camino,
e in alte pile intorno;
per un milione d’anni
il caldo è assicurato.
Si sta bene quassù;
ma Sciocchina mi manca.
Si è avventurata in basso,
così in basso che non
si riesce a capire
da quale mai bassezza
ulteriore risalgano
gli esseri che la cingono
d’ogni parte d’assedio.

(da Sciocchina)

Anch’essi, tuttavia, non si fermano mai al compiacimento del dolore, ma compiono sempre un passo ulteriore, il passo verso quella speranza che non è torpida attesa, ma consapevole ancorché laboriosa ascesa . Ne L’amore del tempo questo tratto emerge con chiarezza indiscutibile:

Aprendomi le braccia
con quel sorriso dolce
che l’inesperto equivoca,
mi sussurrasti un “no”
che non potevo ancora
udire né comprendere.
Un “no” che è risuonato
poi in parole durissime
ed in più dure azioni
durante malattie
e lungo fallimenti,
rendendomi più solo
ma più forte e pietoso;
tanto che ti ringrazio
per ciò cui m’hai costretto:
dall’affettar cipolle
il dono delle lacrime,
dal mondare insalate
l’intuizione di Dio.
Questo “grazie” farei
scivolar nella bara
in cui ti sei rinchiusa,
non avessi il timore
di aggravarti la terra.
Ma coltivo speranza
che avrò modo di dirtelo
nel nostro incontro prossimo,
nello sguardo che tutto
ha guardato per sempre.

Roberto Rossi Testa,  Poesie per un no, Nino Aragno Editore, Torino, 2010
Collana: Licenze poetiche

5 comments

  1. “Gehen Sie in sich”: “Guardi dentro di sé”, o meglio “Si inoltri dentro di sé”.
    Ma sperabilmente per vedere altro, per andare oltre, onde placare infine la smania del vedere e dell’andare. Quando il lungo lavoro di (ri)costruzione della casa a partire da macerie e frammenti è terminato, si è forse pronti a prendere dimora al di fuori, nell’Aperto.
    Ancora grazie, cara Anna Maria, e un abbraccio,
    Roberto

    Mi piace

  2. Un saluto riconoscente a Gianluca Corbellini. A Roberto scrivo: sì. ‘prendere dimora’ (o se vuoi ‘piantare le tende’) fuori e con, nell’Aperto, dopo il deserto, oltre le macerie. Questo ‘passa’, eccome, dai versi a chi li legge.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.