Mese: novembre 2010

Il fantasma di una gioia selvaggia ammicca sul bordo della follia – Poesie di Daìta Martinez

(ma poi è domenica)

.

è nato spiaggia
l’avorio che asciuga i piedi
nel sussurro che contiene
 
foulard
il sonetto privato
 
: solo all’alba
 
e la carne rimasta nel sangue
tra l’imprudenza e il salmo
selvaggia successione degli orari
 
: lingua
 
come masticano le parole delle donne
dallo scialle inclinato e gli occhi insorti
 
: placenta
 
così è istante
quel luogo che non principi
 
: doglia
 
(ma poi è domenica)
 
e non di sillaba
la piena scorza
del solfeggio
 
ed è sultana la pelle
stelo di una distrazione corporale
 
come un pentagramma musicale
il mare
 
: nella sera
 
assenza alloggia
quasi velario di versioni
tra i tendini accennati delle onde.

 .

.

(quattordici a novembre)

.

infila logica
corrente degli spilli
filato il cancello
 
: recondito ritaglio :
 
quando non vestirono
uterina prosodia
l’improvviso squarcio
 
sulle dita
 
(quattordici a novembre)
 
come veduta
di fragori spenti
i rintocchi nel cassetto
 
: liturgica mossa del papavero :
 
quel fiorire silenzio
nella scheggia che ci fodera
indugiando accenti
 
o forse ombra.

 .

.

(adesso)

.

no.
non ora.
non qui
 
questa cerniera
interna parentesi frana
sotto vertigine di cotone
lo scatto che infilza domani la pelle.
 
     perché l’odore si chiude
     dove precipita lo specchio in quel
     punto sulla credenza.
 
no.
non ora.
non qui
 
questo polso
allentata grafia cede
sopra gli indici nutriti
fotogramma di ieri la schiena.
 
     perché la parola si apre
     dove brucia l’incenso in quel
     piatto che al margine cade
 
(adesso)
 
la sedia: incauta flessione del contorno.

 .

( alla finestra)

.

è una scossa
la marmitta nel pendolo
zigano contrafforte
quella corda
di schiena.
 
è un tono
 
la pelle nel boccale
sua confidata spiga
quel canto
di spezie
 
(alla finestra)
 
infula | aderente | impronta
 
     e il succo
     uncino
     per la caccia
     del tempo
 
crudo | istinto | nudo
 
io
 
di unghia sequela
precipito
tuo arco violato
diaframma del seme.
 
     e le guance
     arrostite
     : di ni-ente
 
piagano specchio
che della donna non dice
quel moto dell’acqua
 
– con flesso prelievo solitario. –

 .

.

(la bottega di via alloro)

.

salsedine
era questo l’odore.
 
rolla la pagina:
 
– manica
imprevista parentesi delle alghe
 
| graffe
 
vermiglie mani.
 
non ho pelle
fino all’arrivo del rigo
sopra i capelli
guardo
 
       (la bottega di via alloro).
 
un titolo
era questo il passo.
 
abbozza il davanzale:
 
– bus
puntellato squarcio del disturbo
 
| strappato
 
angolo mancino.
 
non ho ombra
fino all’interno della sedia
sopra i seni
sospendo.

(c’era il lenzuolo)
insidia
 
: ginocchio :
 
la collisione della gonna.
 
come il pendolo che annuncia l’intento
il respiro fascia l’accento degli incisi
 
– sigaretta d’acqua rossa
quella statua scolpita
appena sotto –
 
dentro
 
: contorno :
 
il pasto cerato della lingua.
 
e
(c’era il lenzuolo).
 

   

 

Poesie di Simona Menicocci

Poesie di Simona Menicocci* 
 
 
 
 

 
[Con Simona Menicocci prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino e Domenico Ingenito. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]
 
 
 
 
 
 
***

le conseguenze sono a vista d’occhio
il bacino spostato o le rotule oltre l’asse
(sistematica decostruzione ossea
attuata con scientifica accuratezza).

un ciuffo, uno
solo separa
almeno novemila
chiusure della palpebra,
i contorni ammorbanti dei conti
che non tornano, come tutto il resto.

Trova la patologia che spieghi
e stai storto poi col vocabolario,
reggi le scapole ancora un po’.
 
 
***
 
va e non viene, va
né il treno e la salita,
fatiche riproposte, fare posto
dopo la deglutizione,
faccia a faccia con le farine
le panature delle dita, i palmi.

prendi adesso questo flesso,
(il gorgoglio vacante) e vai.

va poi fino alla fine la polemica
la mollica sciapa, il ciarpame,
pretendere a rischio a dopo
caso mai vadano via, alla fine,
i contratti, le rifiniture, gli zittiti.

***

in tutte le bocche dei lupi
i baci di saluto gli àuguri che sentono
le sentinelle che si avvicinano
a volumi a stanziarsi dove
lo strato permette, il mirino
la messa del fuoco a straziare
le messi, sentire che dove
si assetano si stagliano le frecce
le facce rosse delle mire
colpire non a caso, fare caso
alle sbavature, le mietiture
delle bocche, i lamponi
marci, marciando a fil di pelle
i peli che piegano l’andatura
del vento, i piedi che pregano
coi lampioni sbarrati
– fare piano, sparire –
lo scoppio dell’ultimo spavento
dove batte il ventre mentre si entra
a non chiedere scusa
usando il bossolo e la bocca
a trangugiare ferite sgranate
lucciole che abboccano e spengono.

***

alle cose alle stesse
qualcosa in quanto qualcosa
nel mondo nel non del mondo
e stare fuori e stasi. Emerge
senza niente attorno
uno stare perso, ciò che era là
era già là, raro nell’esserci
un “tra”.

***

a pungolare il caso
il mai detto, il tanto
a rifare la conta
(quello che poi
le cuticole rialzate
non sanno),
il gioco dello stare
– se ci si riesce –
ad allontanare l’andare
a finire sui groppi
(che poi non servono
le mani ferme),
a tenere i punti, le serrature,
si accumula il continua,
l’antipolvere sullo straccio
(poi proprio quello
che rifà i bordi),
le screpolature dei forse
con le montature
da cambiare, ogni passo
a proiettare meglio.
 
 
 
 
 
*Nota biobibliografica
Simona Menicocci nata a Canosa di Puglia il 09/03/1985, vive a Roma da 11 anni. Selezionata per la pubblicazione della poesia “Soldato” nell’Antologia 2008 della I Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Quaderni di línfera”; selezionata con Menzione d’onore alla 23°edizione del premio “Lorenzo Montano” 2009 con la raccolta poetica “Nessunsenso”; finalista alla II edizione del premio “Cose a Parole” 2010 della Giulio Perrone Editore con la raccolta poetica “Il tempo che di notte non c’è”. Laureanda in Lettere, sta preparando la tesi sul Tiresia di Giuliano Mesa. In vista di pubblicazione presso la Camera Verde.

Roberto Saporito – Il rumore della terra che gira

Roberto Saporito – Il rumore della terra che gira – ed. Perdisa Pop – 2010

Oggi è il primo giorno di vero silenzio, il primo giorno senza i muratori, e le loro voci troppo alte e sempre presenti, dopo i primi giorni di lavoro meno ruomorosi. Oggi l’unico vero rumore è quello dei tasti premuti sulla tastiera del mio piccolo computer. E quando alzo le mani dalla tastiera del computer, silenzio e l’ovattato suono delle colline che mi circondano sempre più verdi e gravide d’estate, e il rumore della terra che gira.

Senza avere la pretesa di salvare il mondo, ci sono libri che in qualche maniera ti salvano. Prima di cominciare a parlare del romanzo devo due grazie a Roberto Saporito. Il primo è per avermi salvato dalla monotonia di un viaggio in treno, con il carico da undici della pioggia fuori dal finestrino. Il secondo per aver appagato un mio bisogno di leggerezza. Non perché “il rumore della terra che gira” sia un libro leggero ma perché lieve è l’approccio mentale alla scrittura dell’autore. Saporito secondo me si diverte proprio quando scrive e il risultato è restituito agli occhi del lettore.

La trama. Siamo ad Alba, un nonno muore e lascia in eredità, oltre a un bel mucchio di denaro, tre case ai due nipoti e alla figlia di uno di questi. I tre non si vedono da vent’anni. Compito affidato dal testamento alla nipote, famosa scrittrice, è di ritrovare il fratello (che fa il pittore a new york) e la figlia di quest’ultimo, per riportarli ad Alba, ed esaudire il desiderio del nonno di vederli ognuno in una delle case e forse di riunire (salvare) la famiglia. Comincia il viaggio di ricerca e un viaggio nel tempo fra i flashback che Saporito ci regala. Non sono semplici i protagonisti di questo libro ma assolutamente contemporanei. Gente con cui si potrebbe tranquillamente avere a che fare.

Mi è piaciuta la storia, come sono tratteggiati i personaggi, come raccontano. E’ interessante, ogni volta, vedere la scena con gli occhi di uno di questi. Roberto Saporito ha un bel modo, che è quello che preferisco, scrive un po’ come un americano ma si sente che è la penna di un italiano. E’ una scrittura in movimento la sua, attuale ma allo stesso tempo precisa, ricca e mai banale. Il libro scivola veloce e piacevole verso un finale, in un certo senso inevitabile ma non prevedibile. Lo consiglio.

@ gianni montieri

Nota biografica: Roberto Saporito è nato ad Alba, in provincia di Cuneo nel 1962. Ha pubblicato: Harley Davidson, racconti (stampa alternativa, 1996); H.D. Harley Davidson deserti e moderni vampiri (stampa alternativa, 1998); Anche i lupi mannari fanno surf (robin, 2002); Eccessi di realtà. Sushi bar (gruppo editoriale Marche 2003); Millenovecentosettantasette. Fantasmi armati (besa, 2006); Carenze di futuro (zona 2009).

Lay out |Daniele Gennaro

Lay out.

Dispongo le parole pronte in lay out di stampa,

Dispongo di poche impertinenti ore per lambire

Col giudizio la necessità della fuga.

Nell’apprendere purtroppo di te che non dormi,

Neppure un barlume di casa basta a sorprendere

Lo sguardo anchilosato nel verde angolo della

Solitudine ; coperta tirata sugli occhi per non

Vedere la neve che cade – prevista- quindi già

Assimilata allo spettro di Marley del Racconto

Di Natale- dopo di lui ecco i tre Natali: presente,

Passato e futuro-

Quale dei tre fa più paura?

Certo il futuro, nell’insospettato verificarsi delle

Cose spazio-ombra, con il suo esserci al netto di percentuale

Spazio-tempo, per dare consistenza alla nuda pro-

Creazione inattesa, per l’età di rimessa ,che spinge

A dorso di mulo le imprecisioni, le scarlatte dune

Le serpiginose dune, le velate dune.

Come Assiri alle prese con il problema della

Scrittura ricapitoliamo tutto un mondo alle spalle.

Debole fermezza , scuro in volto, particolato fine

Frammento di friabile stella il valore delle parole,

Ma di questo abbiamo già molto scritto e discusso.

Piuttosto con malandrini pistacchi ad uno ad uno

Ingollati per fregare il tempo sì, alla lettura dell’ultimo

McEwan , che traballa speranzoso negli occhi brillanti

Della perfezione sintattica ( per quando almeno metà

Del merito, come sempre, vada al traduttore).

Mi diverto e aspramente mi corteggia la delicata ambiguità

Della poesia.

Non ho muri, fossati o altro attorno.

Mi mostro a te come si deve, con l’indeterminata bellezza

Di un campo di tulipani dipinto, che a distanza potrebbe

Sembrare un campo di battaglia, una Waterloo senza

Cadaveri, una Marengo vittoriosa dove la erre francese

Rimane nelle cantilene degli scolari.

1965.

Seduto sulla tazza del water il mattino del primo giorno

Di scuola pensavo, ansioso, a chi mi sarei ritrovato accanto.

Da allora penso sempre a chi mi potrei trovare come

Compagno di banco, forse un rettile, uno scoiattolo,

un ragno femmina, tessitrice di speranza.

Posso guidare per ore nella bufera, con la lucidità e la

Precisione semantica di uno che ha studiato linguistica.

Studiare , ripetere, verificare con le mani la consistenza

Dell’invisibile.

Quello che mi annoia nella poesia è il verso che pretende di

Nasconderne un altro, quando in realtà fa capolino fin

Dall’inizio della pagina.

Il rosso era sangue, non tulipani.

I fiori rossi sono sempre i più belli, i più pericolosi e astuti:

sono la perfezione, che rende la verità  preda, stanata dal sole.

***

Inedito, 2010.

Don Paterson |Daniele Gennaro

Prologue

A poem is a little church, remember,
you, its congregation, I, its cantor;

so please, no flash, no necking in the pew,
or snorting just to let your neighbour know

you get the clever stuff, or eyeing the watch,
or rustling the wee poke of butterscotch

you’d brought to charm the sour edge off the sermon.
Be upstanding. Now: let us raise the fucking tone.

Today, from this holy place of heightened speech,
we will join the berry-bus in its approach

to that sunless pit of rancour and alarm
where language finds its least prestigious form.

Fear not: this is spiritual transport,
albeit the less elevated sort;

while the coach will limp towards its final stage
beyond the snowy graveyard of the page,

no one will leave the premises. In hell,
the tingle-test is inapplicable,

though the sensitives among you may discern
the secondary symptoms: light sweats, heartburn,

that sad thrill in the soft part of the instep
as you crane your neck to size up the long drop.

In the meantime we will pass round the Big Plate
and should it come back slightly underweight

you will learn the meaning of the Silent Collection
for your roof leaks, and the organ lacks conviction.

My little church is neither high nor broad,
so get your heads down. Let us pray. Oh God

 

 

Prologo

Una poesia è una piccola chiesa, ricorda,
si, voi la sua congregazione, io, il suo cantore;

quindi per favore, niente flash, non pomiciate sulle panche,
non sghignazzate solo per far capire al vostro vicino

che la sapete più lunga, niente occhiate all’orologio,
e basta con quel fruscio di caramelle scartate

che vi siete portate per render meno pesante il sermone.
Sii onesto. Ora: eleviamo un po’ questo cazzo di tono

Oggi, da questo luogo santo dell’alto linguaggio
ci uniremo agli autobus che si avviano

a quel pozzo senza sole di rancore e d’ allarme
dove il linguaggio trova la sua forma meno prestigiosa

Non temete: questo è il trasporto spirituale,
anche se non del genere più elevato;

mentre la vettura zoppica verso l’ultima fermata
al di là del cimitero innevato della pagina,

nessuno potrà lasciare i locali. Nell’inferno,
il test formicolio è inapplicabile,

anche se i più sensibili fra di voi potranno avvertire
i sintomi secondari: sudorazioni, bruciore di stomaco,

quel brivido triste alla parte morbida del collo del piede
quando allungate il collo per calibrare un calcio lungo.

Nel frattempo, faremo girare il Piattone
e nel caso tornasse sottopeso

imparerete il significato della parola Raccoglimento
perché il tetto fa acqua, e l’organo non è convinto

La mia piccola chiesa non è né alta né ampia,
quindi abbassate il capo.. Preghiamo. O Dio

***

The Wreck

But what lovers we were, what lover,
Even when it was all over –

the deadweight bull-black wines we swung
towards each other rang and rang

like bells of blood, our own great hearts.
We slung the drunk boat out of port

and watched our unreal sober life
unmoor, a continent of grief;

The candlelight strange on our faces
like the silent tiny blazes

And coruscations of its wars.
We blew them out and took the stairs

Into the night for the night’s work,
stripped off in the timbered dark,

Gently hooked each other on
like aqualungs, and thundered down

To mine our lovely secret wreck.
We surfaced later, breathless, back

To back, then made our way alone
up the mined beach of the dawn.

 

  

Il relitto

Ma che amanti, che amanti siamo stati,
anche quando tutto era finito –
i fardelli di vini sfusi nero toro oscillanti
l’uno verso l’altro davano suoni ripetuti
come campane di sangue, i nostri grandi cuori
guidando la barca ubriaca fuori dal porto
guardammo la nostra vita irreale sobria
mollare gli ormeggi, un continente di dolore;

La luce delle candele strane sui nostri volti
come i roghi silenziosi piccoli
E i bagliori delle sue guerre.
Le spegnemmo con un soffio e prendemmo le scale

Nella notte per il lavoro della notte,
ci spogliammo nel buio coperto di legno,
Delicatamente agganciati a vicenda
come respiratori, ci tuffammo come tuoni

per cercare il nostro dolce segreto relitto.
Più tardi tornammo a galla, senza fiato, schiena
contro schiena, e facemmo la nostra strada
nella spiaggia minata dell’alba.

***

The Trans-Siberian Express

One day we will make our perfect journey-

the great train smashing through Dundee, Brooklyn

and off into the endless tundra,

the earth flattening out before us.

I follow your continuous arrival,

shedding veil after veil after veil-

the automatic doors wincing away

while you stagger back from the buffet

slopping Laphoraig and decent coffee

until you face me from that long enfilade

of glass, stretched to vanishing point

like facing mirrors, a lifetime of days.

 

Il Trans-Siberian Express

Un giorno faremo il nostro viaggio perfetto-

 un grande treno sfreccia veloce a Dundee, Brooklyn

e poi via nella tundra infinite

la terra che si acquatta davanti a noi.

Seguo il tuo arrivo continuo,

che cade velo dopo velo dopo velo-

un indietreggiare di porte automatiche

mentre tu torni barcollando dal buffet

rovesciando Laphoraig e un caffè non male

fino a che mi sei di fronte da quella lunga infilata

di vetro, allungata che quasi scompare

come uno specchio di fronte all’altro, una vita di giorni.

***

Poetry

 

In the same way that the mindless diamond keeps
one spark of the planet’s early fires
trapped forever in its net of ice,
it’s not love’s later heat that poetry holds,
but the atom of the love that drew it forth
from the silence: so if the bright coal of his love
begins to smoulder, the poet hears his voice
suddenly forced, like a bar-room singer’s — boastful
with his own huge feeling, or drowned by violins;
but if it yields a steadier light, he knows
the pure verse, when it finally comes, will sound
like a mountain spring, anonymous and serene.

Beneath the blue oblivious sky, the water
sings of nothing, not your name, not mine.

Poesia

Allo stesso modo in cui il diamante smemorato trattiene
una scintilla dei precoci incendi del pianeta
intrappolati per sempre nella sua rete di ghiaccio,
non è il calore dell’amore che la poesia possiede,
ma l’atomo di quell’amore che tirò fuori
dal silenzio: così se le braci luminose del suo amore
cominciano a covare sotto la cenere, il poeta ascolta la sua voce
obbligata all’improvviso, come un bar-room singer – vanagloriosa
con il suo enorme sentimento, o sommersa dai violini;
ma se appare un piano di luce, lui sa che
il verso puro, quando arriva, infine, suonerà
come una sorgente di montagna, anonimo e sereno.

Sotto il cielo azzurro immemore, l’acqua
canta di nulla,  non il tuo nome, non il mio.

***

 Don Paterson, poeta, scrittore, musicista jazz, nato a Dundee in Scozia nel 1963, a mio avviso una delle voci più interessanti della poesia contemporanea, assolutamente non classificabile, spiazzante e libero nelle sue modalità espressive. Mi ha colpito sin dalla prima lettura, per me è davvero una rivelazione. Spero che le mie traballanti traduzioni siano gradite, mi sono molto divertito e, umilmente, riconosciuto nella sua poetica.

 

Critico e testimone | Daniele Maria Pegorari

 

Critico e testimone, Daniele Maria Pegorari, Moretti&Vitali 2009

 

 

Critico e testimone
(storia militante della poesia italiana 1948-2008)
di
Daniele Maria Pegorari
Moretti&Vitali Editori 2009


Il lettore mi riconoscerà che è arduo il tentativo di recensire un storia della poesia in forma di manuale: si rischia di cadere nella noia dell’elenco, nella descrizione certosina, in una pomposa apologia critica, nell’interpretazione faziosa.
Ma, scrivendo su Critico e testimone (storia militante della poesia italiana 1948-2008) di Daniele Maria Pegorari, io questo rischio sono disposto a correrlo, fiducioso – come sono – che la natura stessa di quest’opera mi guida verso un’analisi obbiettiva, imparziale. Il libro in questione infatti percorre la strada di una critica come testimonianza, e non come interpretazione.
Leggiamo nell’introduzione dell’autore:

Il critico “partigiano”[…] specie quando aspira a farsi storico e antologista, scambia un principio di poetica per un parametro ermeneutico e storiografico. Il rischio – è evidente – è tanto più alto se il critico è egli stesso un poeta […]
Il critico come testimone si compromette con la sua materia vischiosa, attraversa le strade e gli incroci dei suoi autori e non sceglie preventivamente “da che parte stare”: tutt’al più, dopo aver registrato la molteplicità delle voci e delle presenze, procederà a esaltare le proprie facoltà visive, proponendo inquadrature più ampie e comprensive, utili ai fini dell’orientamento dello studioso e del lettore e funzionali a una riflessione valoriale e ideale che riconquisti alla letteratura il terreno della storia collettiva e dell’etica che le compete. Per questa via, semmai è pure possibile trovare alcuni – pochi – denominatori comuni a tutta la ricerca poetica contemporanea che mi pare di poter individuare nelle tre nozioni di statuto fonico, referenzialità e invenzione linguistica.

 

Un’ecologia della critica dunque – mi piace dire. Pegorari rimarca la necessità di una visione della letteratura «secondo una finalità esplicativa, rappresentativa e di adesione al vero».
L’autore, quindi, si adopera nell’affrontare e ricostruire la
visione, la testimonianza della storia poetica italiana dal 1948 al 2008, documentando con passione le «radici della post-modernità» e la loro influenza sulla poesia contemporanea.
Ci restituisce così l’immagine di un Novecento
vischioso e discontinuo che

 

[…] fa rimbalzare da una generazione all’altra estetiche del silenzio, parole-verso, pre- e post-grammaticalità […], prosaicizzazioni, orfismi, magmi mass-mediali e pubblicitari, citazionismi, astrattismi concettuali e materici, purismi e sincretismi

 

con una verve più narrativa che manualistica, che rende questo testo un’avvincente avventura nella poesia del secondo Novecento.Un’avventura della poesia Dopo la poesia (R.Galaverni), delle conquiste della lirica Dopo la lirica (E.Testa).
Mi piacerebbe elencare cinque recensioni: una per ogni capitolo del volume, ma la sua mole non me lo permette in questa sede.
Tuttavia, prendendo in prestito un link dal sito della rivista
Anterem, v’invito a vedere l’indice a questo indirizzo.
L’explicit è anche un limen temporale alla storia poetica: Aprile 2008.
Una roccaforte bastionata di frontiera pronta ad affrontare una nuova avanguardia, una nuova storiografia, una nuova critica – pronta ad affrontare e a lasciarsi affrontare.
L’explicit è un vallo d’Adriano che non poteva che esserà
al di là della stessa critica letteraria e delle sue ragioni, delle sue geometrie.
Sono due poesie:
Si dice di Lino Angiuli e Il sogno del maestro di Gianni D’Elia.

 


Si dice di Lino Angiuli


che dall’uno sbuca il due poi il tre e così via
in cerca di qualcosa che somigli a una curva
fino a quando puntini puntini fino a quando
si cade nel mal/destramente dal cavallo perdente
inciampato in qualche dente storto della storia

e ti tocca da capo il gioco del lotto prima
di essere giunto ad adocchiare il tale punto
verso il quale ti spingeva il desiderio forte
di cambiare la scenamadre del déjà vu
mettendo a posto qualche vocale consonante


pertanto nel day after ti tocca scancellare
le iniziali antenate del futuro semplice
dagli almanacchi dei sondaggi di turno
calare il piede nello zero centrale dell’alba
come si fa col mare ad ogni prima volta

e pensare che il bello ha da avvenire ancora
specialmente se piovono notizie a dirotto
dietro la finestra del televisore onnipotente
specialmente se la grandine che non aspettavi
ti ha già dato appuntamento nella pancia


lì dove è rimasto lo spazio giusto perché
sbuchi dal fondale un’altra specie di gioco.

 


Il sogno del maestro di Gianni D’Elia

Mentre andavamo, apparve il sogno un astro
sopra il muretto di un gentile brolo,
faccione rosso e crine bianco, il Mastro:

«Ma vivere in Italia si può solo
avendo coscienza del disastro,
come quando già si schiantò sul suolo

l’areo di Mattei, che voller guasto.
Finì l’autonomia del nero oro,
prima che cominciasse per la nostra

politica, un periodo di decoro,
visione mediterranea e proposta.
Schiacciato Pasolini e ucciso Moro,

le tre tappe della Loggia Nascosta,
Dipendenza, Omertà, Gran Concistoro,
raggiunsero il governo ed ogni posta.

Di questa storia militante loro
non c’è traccia nella nostra risposta,
il testo a fronte del fango, il bell’oro

dell’arte luccica, ma solo in mostra.
Silenzio nostro al gran silenzio loro,
per ogni delitto, un’opera opposta!»

La crisi, dentro noi, faceva il coro.

 


Daniele Maria Pegorari (1970) divide da quindici anni il suo impegno scientifico e didattico fra la Letteratura italiana contemporanea e la Filologia dantesca nelle lauree specialistiche delle Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari e di Foggia. Cofondatore nel 2000 di «incroci» e curatore scientifico di una sezione dell’annuario internazionale «Dante», dirige collane di ricerche e testi (“Officina” di Stilo; “Le ciliegie” di Palomar; “Le Diomedee” di Sentieri Meridiani), collabora con numerose riviste accademiche e militanti ed è consulente di alcune case editrici nazionali. Ha pubblicato fra l’altro: Dall’«acqua di polvere» alla «grigia rosa». L’itinerario del dicibile in Mario Luzi (1994), Vocabolario dantesco della lirica italiana del Novecento (2000), Metrici dei giorni. Poesie per un anno (2000), Mario Luzi da Ebc a Constant (2002), Contesti della “Commedia” (con F. Tateo, 2004), Non disertando la lotta. Versi e prose civili di Mario Luzi con l’omaggio di 41 poeti (2006), Dal basso verso l’alto. Studi sull’opera di Lino Angiuli (2006), Puglia in versi (2009), oltre ad alcuni saggi su Dante e sul dantismo di Gozzano, Montale, Pasolini e Luzi. Nel 2001 e nel 2007 ha curato due numeri speciali di «incroci» dedicati rispettivamente a Innocenza e neodialettalità e a un Confronto sulla critica. Dal 2002 è membro della giuria del premio nazionale di poesia “Lorenzo Montano” e dal 2005 presiede il premio di narrativa “Vico del Gargano”.

Gianluca Corbellini – Poesie

by Egor Ptakh

La sua poesia rimbalza tra la disillusione e una pressante forza vitale, l’osservazione e la repentina fuga dallo sguardo stesso che già è altrove.
Ho conosciuto in Gianluca persona gentile e attenta. Regala pochi sorrisi, poche parole e poco di sé.
Accoglie la solitudine e in quella si attarda per ampliare le sensazioni che poi lo porteranno a scriverne.
Un percorso poetico assai impervio, il suo, che non si ferma alla composizione in quanto trattamento estetico del dire e sentire, ma buca, verso a verso, l’oscurità e denuncia l’amarezza di ciò che solitamente preferisce di tacere.
Strada facendo spoglierà l’ombra a scoprire la luce indubbia che già conosce e sa fare ben leggere nella sua poetica.
Buona lettura.

clelia pierangela pieri




Il ponte a chiang mai


Siamo stati nidi e foglie
appesi al cambio delle stagioni
a dondolare le venature
come su quel ponte a chiang mai
dove le gambe si sfioravano
in bilico sulle corde.

Di me ricorda i silenzi assorti
nei sottoscala degli androni
dove gli amori si toccavano nel buio
tra le sottane delle vecchie stronze
e le ringhiere che tremavano.

Di me ricorda le risposte mute
riparate in fretta a coprire i lutti
nei freddi letti di parole
che poi sanguinano per sempre
e ti ci devi abituare.




Ogivali


Come angoli di volte a crociera
che si riflettono nelle cattedrali
dove le distanze
si cullano nelle incensiere
e le vie delle colonne
incontrano i rimpianti.

E poi le ellissi dei compendi
mi saldano i fondi delle caviglie
che non riesco a scuotere
sciogliendo la certezza di un’impronta
cauterizzata nella carne.

A volte non basta ferire le lapidi
inciderle
con stanchi avverbi di tempo
che spezzano le dita
dove il freddo non può arrivare
e le gambe si piegano
nelle piume nere
dell’ultimo Origami bruciato.




Pensieri di plastica


Mi penso spesso la notte
perché non amo i sudari di pile
che poi si bagnano
come le puttane metropolitane
matrioske svuotate
amanti di boschi avviliti
presi a calci in culo dalle ruspe.

Non ho mai amato le carezze dei proiettili
dove i vetri si piegano
perché premeditate
come i ferri di Tienanmen
che fagocitarono sorrisi liberi.

Riconosco la mia razza
perché ha un pedigree scaduto
come il latte
nelle ginocchia dei turisti
che sembrano ciechi
alle oscurità delle chiese.




Ti cerco


Succede che a volte provo a chiamarti
per dare un senso al peso delle assenze
che mi trascino dietro.
Perché il libro che ora sfoglio non ha titolo
una non storia che vive di Nemesi e cordogli.

-Lo sai che non riesco più a trovarti-

Ti cerco tra i rivoli di una lapide bagnata
dimora per germogli di mancanze
affogate dentro lacrime cadenti
come cascate umiliate dalle piogge.

Ti cerco tra le tinte sbiadite di una vecchia foto
assaporando quel che rimane della vita
una maleducata lama
che recide senza chiedere il permesso.

Ti cerco tra le incertezze di questi versi
come le fronde dei Salici piangenti
offrono riparo da una luce armata
che fende quel poco d’anima che resta.

Perché vedi non è il buio che spaventa
ma è la mancanza di calore
è quel rimanere sospesi tra le linee
mascherati da fantasmi erranti
entità che si rincorrono fra le pieghe dei ricordi.


Breve presentazione dell’autore:


Sono nato a Roma, nel ’73, in un quartiere “difficile” dove luce e oscurità si fondono e confondono facilmente ancora oggi. Appassionato lettore fin dall’infanzia, ho compreso quanto i libri siano la migliore chiave per aprire la mente e uno stimolo continuo a pormi domande.
Ho cominciato a scrivere relativamente tardi, per lenire un’irrequietezza che mi segue da sempre, sviscerando tutto quello che non riesco a esternare. I primi versi sono stati per lo più dei pensieri affidati alle pagine segrete di un quaderno, in seguito ho frequentato dei siti di scrittura, dove mi sono in qualche modo confrontato e, soprattutto, abituato all’esposizione dei miei versi in pubblico.
Al momento pubblico solo ed esclusivamente sul mio blog:

http://gianlucacorbellini.wordpress.com


Gabriella Gianfelici

Gabriella Gianfelici risiede a Roma dove lavora e dove è nata nell’ottobre del 1954.
Ha al suo attivo cinque libri di poesie di cui l’ultimo:” Essere lo spazio vuoto tra due righe”, Pascal Ed. Siena 2007, presentato alla Fiera del Libro di Roma il 7 dicembre 2007.
Gli altri volumi sono: “Scrivo,ti scrivo” ed.Galzerano Salerno 1989; “Come le radici dell’albero” ed.Fermenti Roma 1999; “La notte innocente”,ed.Pascal Ed. Siena 2005; “L’angolo della vita”, ed.Pascal Siena 2006 da cui è stato tratto uno spettacolo dallo stesso titolo.
Ultimamente è stata pubblicata una “plaquette” numerata in edizione bilingue dall’Ass.ne Torii, Roma/Assisi dal titolo: “Poche note soltanto ma note d’incanto”,(italiano-francese).
Si occupa di critica letteraria, svolge laboratori e seminari di scrittura, soprattutto poetica.
Fondatrice, insieme ad altre quattro poete, nel 1989 dell’Ass.ne Culturale “Donna e Poesia” di Roma, ne cura il premio annuale giunto alla XVIIma ed. Spesso invitata a parlare di poesia presso scuole, Università, centri culturali crede nella poesia come spinta alta e vera di comunicazione.
Ha svolto laboratori presso il Monastero di Camaldoli, l’Ass.ne Griselda di Certaldo, l’Ass.ne “Smeriglio” di Smerillo (AP), Università Roma Tre etc.
Collabora a varie associazioni e centri culturali, coordina il progetto del Municipio XVIII per la scrittura rivolto ai giovani, curando oltre agli incontri anche un concorso letterario annesso.
Suoi scritti sono reperibili in rete presso i siti: www.lucaniart.mondo.blogs.com; www.viadellebelledonne.wordpress.com;
www.chiaradeluca.com;
www.realtano.it;
www.larecherche.it

Gabriella Gianfelici: Gabriella.gianfelici@tin.it
cell. 349 87 57 498

Qui ogni attimo

Qui ogni attimo
è eterno.
Andarmene così
scivolando
nell’ignoto silenzio.
Precipito
nel desiderio di stelle
e nella bramosia
delle linee
cerco in fuga da me
le ragioni
della vertigine.
Poeta e pittore
cercano sponde
a rischiarare le
pupille e a confondere
il buio.
Noi siamo
nella luce e nello sguardo
a far brillare te, anima.

BALLATA PER FADWA TOQAN E JOSE CRAVERINHA

A volte
la fiammella accompagna la mia notte
un vezzo
perché io ho luce
accanto a me
e penso a voi
poeti di luce
che luce non avevate mai.
A volte
la fiammella accompagna la mia notte…
ma cercami ancora tra le cose
che per amore si danno
e che per amore si prendono
nel tramonto sanguigno
e nelle nubi sempre in rivolta.
A Fadwa
che da Nablus
non andò mai via
e a Josè
che morì
nello stesso letto di sempre.
Lottare con le parole dicevi
e con l’esempio
scacciare violenza e potere.
Tra le pieghe
di un minuto disfatto
il canto della cicala
le viole il tamburo
il sorriso di chi
non conosco.
Tu, Josè, dicevi
cercami tra le cose
che per amore si danno
e che per amore
si prendono.
Fadwa
raccontava negli ultimi mesi
di non avere carta e penna
macerava dentro sé immagini
e ferite.
Josè scriveva il dolore della schiavitù
della tristezza
dei canti meravigliosi
con cui i suoi amici lo accoglievano.
Il perdono non è per dimenticare
dicevi
è per vivere giorni nuovi.
Cercami tra le cose
che per amore vivono
e che per amore
si donano.
Maputo è bella
diceva Josè
e intanto scriveva le sue storie
mostrando vividi occhi:
così vorrei i poeti io
sognatori della realtà
senza soffocare il tempo per vivere.

Tiziano Fratus – Nuova poesia creaturale

TIZIANO FRATUS, NUOVA POESIA CREATURALE, MANIFATTURATORINOPOESIA, 2010

Reclamo che il mio peso
Venga valutato in radici

È una cosa sola con l’uomo la poesia di Tiziano Fratus. Dell’uomo possiede: il corpo, la mente, le gambe stanche dopo una lunga giornata di lavoro, le mani vive, sporche di terra, disposte a toccare. La poesia di Fratus ha occhi. Occhi spalancati a stanare l’orizzonte e occhi chiusi quando è tempo di sognare.
Sono trecento pagine di fatica e pazienza quelle che ospitano i testi di Nuova poesia creaturale di cui Fratus è anche editore (Manifatturatorinopoesia). Fatica e pazienza perché in ogni singola poesia emerge ben chiaro il lavoro di martello e cesello. Verso spesso lungo, testi che hanno un incedere lento, preciso che scava nel lettore, lasciandolo stupefatto e con addosso una certa urgenza di prendere uno zaino e partire.

“Dopo tanto parlare l’hanno fatto: se ne sono liberati,/ di quelli, di quelli che venivano nella loro terra/ soltanto per vendere sottocosto, per spellare/ vivi gli agricoltori, rastrellando il mercato e/ vendendo a poco quello che non poteva essere / prodotto che al di sopra del prezzo di vendita:/ hanno detto basta e hanno agito …” (pag. 29 e 30)

L’autostrada di Fratus, fa Pavese/Carver da casello a casello. Gli svincoli, le curve, le tappe, la scelta delle soste appartengono, però, soltanto a Tiziano.

“Una piccola capanna conteneva un uomo seduto/ su uno sgabello, certamente scomodo, una radiolina/ a batterie trasmetteva le note di una canzone dalla/ vicina stazione della riserva: l’uomo mostrava tutti/ i segni che lo indicavano come indiano: giacca con/ stringhe di cuoio, cappello con piuma di falco” (pag. 87)

Il libro è ben curato in ogni dettaglio. Belle le foto di alberi scattate dall’autore stesso. Bella la carta riciclata della copetina.Tiziano Fratus è poeta della campagna piemontese così come lo è degli spazi sconfinati d’America. Da una parte la tenacia, l’attaccamento alla terra, la riservatezza, la voce bassa, le poche parole. Dall’altra la libertà,  la voglia di valicare i confini, esplorare le vite, le storie degli altri. Si legge come un romanzo questo libro che contiene tutta l’opera del poeta. Si legge come un romanzo perché del romanzo ne richiede i tempi, le soste, ma è libro di poesia. Poesia d’amore, d’umore. Poesia che sta a terra e che sta in volo. Poesia che osserva, racconta. Poesia come dovrebbe essere e che poesia è.

@ gianni montieri

 

I segreti dei portieri d’albergo

Che sia a Nuova York, a Chicago,
a San Francisco, i portieri portano
con sé, nella tasca dei pantaloni,
nel panciotto, nella giacca,
una foglia imprigionata in una

moneta d’ambra: dicono che è
per non perdere la strada di casa,
un filo d’Arianna per immigrati:
non dimenticare dove si è nati,
dove si è cresciuti: sussurrano

L’inferno è opera dell’uomo,
non di un Dio dispotico.

 

A denti stretti

A quest’ora la calle emette il solito
dizionario di passi e voci, si trascinano
contro le pareti e salgono di piano in piano
e si rincorrono come gatti sulle tegole
vecchie e sui camini: Mi hai persa

è tardi, mi hai persa: una donna concitata
al telefono mentre alcune paia d’occhi si
allungano stetoscopici dalle finestre aperte
alle evoluzioni sonore delle lingue indoeuropee:
Cosa potevo dirgli, che sono qua che muoio

Che soffro come una bestia, che mi manca
da impazzire recita come in un perfetto
romanzo francese, in una commedia del
Goldoni, i pugni stretti e frullati in aria,

le anche appoggiate all’intonaco dei muri,
le gambe lunghe e sottili a sostenere
l’intera impalcatura dei sensi.

 

Sintetica nota biografica di Tiziano Fratus:  Tiziano Fratus è un uomo radice, vive in una casa con cinque gatti ai piedi delle alpi. Ha pubblicato libri di poesie in nord e sud America, in Europa ed in Asia. Crede che la poesia sia un prodotto della terra. Il suo ultimo libro è Homo Radix. Appunti per un cercatore di alberi”, che presenta insieme all’omonima esposizione fotografica.

Enzo Campi – “Per disunite latenze” – segue nota di lettura di Marzia Alunni

PER DISUNITE LATENZE

. 

Juan Genovés - hombre solo

Quali ibridi di sema

laviche implosioni e disincanti

si aggirano circonvolando

i margini di questo bianco

da cui tracima il seme

della programmata apocalisse?

. 

Si direbbe perpetuo

il moto della sapida spuma

che deterge e ricopre le nude caviglie

nell’andirivieni delle alghe

che narrano di un mondo sommerso

in cui rendersi all’evento del silenzio.

. 

Si direbbe immoto il passo

che si offre al circolo

e cerca l’algida pietra

espunta dall’arco primigenio

che un tempo designava l’accesso

per carpirne la radianza e il riflesso.

. 

Per quanti ascessi

dobbiamo ancora differirci?

. 

Quali fasci di fibre slabbrate

dobbiamo ancora immolare

al peso del verbo?

. 

Quante sfumature di luce

da attraversare

prima dell’abbacinamento?

. 

Si difetta la parola

e giunge tronco il suono

l’occhio cieco

si consegna all’erranza

e guida la mano

a incidere il segno

dell’amigdala

nell’incauto solco

che divide la duna

dall’oasi in cui vanirsi

all’avvento dell’inconosciuto.

. 

Non è viltà

quella che mi spinge

a praticare le anse al limite

non è follia

frequentare ambedue le rive

dell’aporia

né ribadire carta su carta

e rilanciare tre volte la posta

in fiumi d’inchiostro

può alleggerire la soma

delle bordature

in cui inscriversi e quietarsi.

. 

Se l’eco dell’utopia si affievolisse

se le formiche cessassero

di sfilare in processione

sul nudo costato

tatuato dall’incedere del tempo

se la violenza d’una lingua

che non può appartenere

all’incoscienza dell’immediato

urlasse la sua innata mancanza

se la foga del nostro inesausto girovagare

ci costringesse al riposo

sotto quell’arco di duro granito

riusciremo forse

a urlare il senso dell’attesa

soffiandone l’essenza

come un grano di sabbia

dal palmo di una mano

che svanisce nel momento stesso

del suo più intenso splendore.

. 

_____________________________

Il LOGOS RICREANTE DI ENZO CAMPI

di Marzia Alunni

 

Una lettura critica della poesia di Enzo Campi rappresenta sempre un’esperienza affascinante, per le aperture cosmiche evocate, per i silenzi che svelano scenari d’apocalisse, nell’attimo che precede lo splendore balenante dell’ultima favilla di luce.   Adeguarsi alla sottigliezza delle metafore di questa poesia, riscoprirle, come stupore d’incanto primigenio, è fondamentale alla comprensione di ogni elemento, evocato perché occupi uno spazio, lo riempia con la sua presenza, denotando tutto il resto come alterità sfuggente. L’analisi diviene un’occasione per ripensare la parola stessa, collocarsi, rispetto alla propria dimensione esistenziale, entrare in rapporto con quella  dal poeta.   E’ un porsi in ascolto, senza operare vivisezionamenti nel corpo del testo, ma cogliendone l’ologramma d’insieme.  La parola si presenta dunque quale mediazione, il sogno del medium più perfetto che l’uomo aspirerebbe mai a guadagnare, ammesso che il tentativo sia nelle possibilità umane, non un volo di Icaro.  Da questa fiducia assiologica nella parola, nasce il senso ultimo del valore ineliminabile della poesia. Campi, che non possiede mai il suo obiettivo splendido, ma si avvicina a rimirarlo, sfiora, denota, indica, come se potesse focalizzare l’attenzione su un orizzonte, lontano, eppure lungamente agognato.

Il testo “Per disunite latenze” respira questo clima, suscita “…il senso dell’ attesa…”, c’è un graduale crescendo di emozioni, raffinate e filtrate, attraverso la rete dei rimandi, impliciti ed espliciti, alla tradizione culturale filosofica.

La sensazione residua che lascia nel lettore è quella di un’urgenza che spinge a salvare la scrittura dall’aggressione del nulla, dal disastro, anche linguistico, delle troppe apocalissi paventate, ma, forse in un certo senso, pericolosamente oggetto di fascinosa contemplazione.  La parola è quindi il luogo metafisico, anche terapeutico, dell’incontro periglioso e impossibile, essa commuove perché non aspira dichiaratamente a farlo.  Lascia infatti al corpo, presente in raffinate suggestioni, l’arduo compito di rappresentare la fisicità mancata dell’incontro, dell’unione appagante, simbolica ed umana.  La si attende come un miracolo, che dia significato all’esistenza, ben sapendo che si procrastinerà all’infinito la fusione impossibile.

Gli scenari evocati meritano perciò di essere al centro dell’analisi, vi compare il senso di un umano peregrinare, incessante, ai margini di continenti tellurici, o tra le onde fluttuanti che insidiano i passi… La terra, metonimicamente ricreata nei versi, è corpo primordiale, proteso verso i propri confini, nello slancio di comunicare, sorprendere, con i termini di un linguaggio non adusato, intenso ed elegante,  nei suoi esiti formali, si veda, ad esempio, questa breve citazione: “se le formiche cessassero / di sfilare in processione / sul nudo costato / tatuato dall’incedere del tempo…”

Parola e suo limite, uomo e donna, finito e infinito, dialogano, ma senza il contatto, in una tensione rarefatta, eppure a suo modo intensa e viva.  Perciò si direbbe che il destino di questa voce contemplante, sullo sfondo dell’assoluto, sia svanire “nel momento stesso / del suo più intenso splendore”.  Un perdersi,  finalizzato a raggiungere “in fieri” il proprio confine, secondo la più pura tradizione metafisica, ma per scoprire, infine attoniti, che questo è solo uno dei milioni di mondi paralleli dei quali essere Logos ricreante.

Poesie di Domenico Ingenito

Poesie di Domenico Ingenito*

 

 

[Con Domenico Ingenito si inaugura ufficialmente la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. Benché non sia stata formalizzata prima, sostanzialmente è il prosieguo di pubblicazioni su Poetarum Silva di nomi già abbastanza significativi nel panorama della poesia italiana contemporanea. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi e Chiara Daino. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: La dimora del tempo sospeso per Mazziotta e La poesia e lo spirito per Catalano. ]

 

Dalla raccolta inedita “Il Basilisco”:
  
 
Pervenire alla visione in milioni d’anni,
una sola notte basta
per staccare i piedi dal suolo
perdere la grazia
di una qualche consacrazione.
 
 

 
 
 
Poveri uccelli schiavi del pane bagnato,
vogliamo mani per nutrirci,
vogliamo pane, vogliamo acqua.
Voliamo alti con le mani.
 
 
 

 
 
Dicono di zampe e di balene,
si schiaccia al suolo nel suo peso.
Lentamente l’acqua
invade il legno.
E il ferro non sostiene.
 
 
….
 
Non ho braccia larghe abbastanza
per sorreggere le armi che mi porgi.
Dovrò farmi strada
col silenzio di chi assassino guarda.
 
 
 

 
Mi sento scalfito dall’ala che si
fa strada tra la scapola e la spina.
Le prime piume,
roventi, scarlatte, pungenti,
con i piedi ancora nel fango.
 
 

 
 
Ci basta un’arida lingua di terra:
saremo noi gli arbusti
consumati dal sale,
genuflessi dal vento.
 

 
 
E negli anni per lui
la poesia diventò
l’atterrito esercizio
di un coraggio senza fine.
Nemmeno gli alberi ormai
parlavano più
la sua lingua.
Si fece vergogna minerale
ancestrale pudore,
crepa nel terreno
quando il ghiaccio lo spezza.
 
 
Dalla raccolta inedita “Delle occasioni amorose”:
 
Radice
 
L’abbiamo chiuso troppo presto,   
                                                  amore
il libro dei giorni, le pagine vere delle stagioni
e delle mille cose che adesso    
–  raggianti di maggio –  aprono al cielo.
Ho una foglia per dentro       che mi trema
nell’aria di sentire un po’ di mare,
dove invece nella fossa tua
il sangue fermenta per spingere a vita 
la ragione dei campi.
Là dov’era la fede di stringerti la bocca
e sperare che       mai più       si aprisse
nell’addio alla mia stanza (tua figlia
miele negli occhi,
                             piangeva e non vedeva)
sei rimasta in silenzio.        E a volte ritorni
come rosa d’inverno
a spianarmi la strada in quelle mille
e mille altre forme che solo adesso
mi cominciano addosso, e dalle tue ossa
una polvere amara che non tiene
perfora la terra, e ci racconta di quel delta
dove solo il tempo della notte accarezza
la vita felice delle radici.
 

 
A lei che forte ha il cuore
 
La scienza nera delle stelle,
la carta bianca degli incontri,    
o forse solo le dita tremanti
e la voce di noi che non ci siamo.
 
Ti ho vista come Nina, volare via
dove la corda si spezza,            
dove il mondo non tiene la vita non resiste
il cuore crolla in alto,
e la strada ti concede piccoli fiori esangui.
Tra un palpito e l’altro si fa giorno
e si spacca la notte
nel fiato di chi intende.
 
E con misura allora ti fai tutta profilo
                                                     tutta sguardo
                    tutta memoria a destinarsi,
           canzone di un respiro
il soffio al petto, la grazia ineffabile
                              di chi sa
come e quando          e con che rigore
guardarti ed elevarti        fin su nel profondo.
         Ma lenta resisti,
il piede affonda là dove l’anima riposa,
e dello spirito sappiamo che ancora un poco     
e saremo maestri
                   d’ispirazioni,
                              e sentimenti,
                                          teorie per i millenni.
 
Metafora o simbolo non importa,
tra un ponte e l’altro
sottili le tue mani come fiumi in tumulto
e leggère le gambe tra le luci.
 
Sensazione prima del mattino,
con un po’ di nero ti copri le spalle
e gli occhi, per il troppo fuoco
che ti sfiora.
 
 
 

Hai fatto presto
 
Hai fatto presto ad andartene,
prima che del buio prendesse l’odore
il fiore delle tue mani,
e faccio presto a ricordare
come avevo lasciato le cose
                                 quel mattino
che di corsa da qui son partito.
E solo adesso ritorno nella casa abbandonata
dalla memoria, dove anche l’aria
è andata via con te,
e quel profumo nero di chi presto
                                   nel sonno scompare.
Raccolgo le tazze,
il fondo del tè dopo una settimana
                            addolorata,
                                 la frutta morta che piange
e si disfa nella stanza del cuore,
                                    i bicchieri di una festa finita
troppo in fretta.
         Respira,
                   respira ancora ti dicevo,
                           pregandoti di non parlare,
implorando che non una parola ancora
uscisse da quelle labbra che tanto
mangiarono la terra che un po’ uomo m’ha fatto.
Respira,            dònati ancora tutta l’aria
che un piccolo spazio nel tuo petto
può accogliere. Io no,
non ho mai visto il tuo sangue,
solo allora ci pensavo, mentre sotto la mia mano
il calore tuo crollava verso lo zero
di chi all’ossigeno rinuncia
per accogliere in un’altra costa
il fiato del silenzio.
La chiamano pace questa forma del corpo
che si offre al pianto, e all’appassire dei fiori sul letto,
è del sangue tuo invece la pace
che nella notte si è raccolto
d’un sol fiato mentre sei scivolata
aggraziata e distratta.
Con forza ho potuto metterti
una pietra sulla fronte, ma non posso
adesso sapere come afferrare
la pietra da ripormi  sul cuore.
 
 
 

 
 
Nel Volto del Messia
 
Con cura l’hai lanciata nell’acqua
la rosa di legno
e il regno degli amori terribili
si è tutto aperto a mezzanotte
come improvvise s’aprono al mattino
le tue mani forti.
Lo sai che una salvezza d’altri tempi
ti sta cercando, gialla nella morte
e azzurra se in cammino ti pensi
per l’anello che ti attende.
Scriverò i versi più ferventi
stanotte, al pensiero che non è il Messia
la luce che t’infiamma le lacrime nel vento,
non è la prima volta che degli infiniti amori
raccogliamo le sottili pietre
e ingoiamo il peso oscuro della luce.
Per te, lo sai, metto questa mano
e questa mano sul fuoco, entrambe accese              
adesso come in qualche modo, in qualche forma
frenavi il sangue che versavo dagli occhi
nel cuore dell’inverno.
Questa vaga intuizione         – sai –
come se non del tutto reali fossero i dolori,
se ancora sappiamo dell’umano essere amici,
o di qualcuno che del vasto campo
ci accoglie a tarda sera.
Ci deve essere 
              – ci diciamo voce su voce –
una forza infinita in te,
una magia 
meravigliosa.
E senza limite. 
 
 

 

 

*Nota Biobibliografica
Domenico Ingenito, (Vico Equense, 1982) poeta, traduttore e fotografo, dottorando in lingua e letteratura persiana presso l’Università “L’Orientale” di Napoli, insegna lingua persiana presso la Harvard Summer School in studi ottomani.Da due anni collabora all’organizzazione della Biennale della Traduzione E.S.T., (Napoli 22 – 29 novembre 2010) ed è redattore della rivista “Il Porto di Toledo – testi e studi intorno alla traduzione”. Ha pubblicato sue poesie su diverse riviste e blog on line, tra cui Poesia, Poeti e Poesia, Imperfetta Ellisse, La dimora del tempo sospeso, Daemon. E’ stato ospite in diversi festival letterari, tra cui la Biennale degli Artisti del Mediterraneo e Silenzi in forma di poesia. E’ stato recentemente selezionato per il premio Miosotìs e alcuni suoi testi sono stati pubblicati nel terzo registro a cura delle edizioni D’If. Vincitore di numerosi premi letterari, traduce da persiano, portoghese, catalano e spagnolo, ha tradotto per Orientexpress “La Strage dei Fiori – Poesie persiane di Forugh Farrokhzad” e ha ideato il progetto “Riscrivere Hafez”, proponendo ai poeti italiani la rivisitazione del massimo poeta persiano di tutti i tempi. Alle traduzioni dal poeta persiano Hafez ha inoltre dedicato uno studio d’impianto ermeneutico pubblicato sulla rivista “Oriente Moderno”. Ha rilasciato interviste di carattere scientifico-divulgativo sulla lirica persiana classica sia alla European School of Translation che alla Radio svizzera. Al momento lavora alla traduzione delle canzoni d’amore della poetessa persiana medievale La Dama del Mondo (Jahan Malek Khatun), considerata la maggiore voce poetica femminile dell’area islamica.
 

 

I costruttori di vulcani | Carlo Bordini

 

I costruttori di vulcani | Carlo Bordini

Carlo Bordini, I costruttori di vulcani (Tutte le poesie 1975-2010), a cura di Francesco Pontorno, 496 pagine Prezzo € 20,00

 

I costruttori di vulcani | Carlo Bordini
(Tutte le poesie 1975-2010)
Luca Sossella Editore 2010
a cura di Francesco Pontorno

Questo è un libro «cresciuto, stratificato, ingrossato con redazioni e versioni differenti, titoli che si ripetono, titoli di sezione che sono anche titoli di poesie», è «l’oggetto più emblematico del percorso poetico di Bordini; l’uso di tutte le proprie poesie come se non fossero proprie o come se fossero nuove – per esempio, spostandole […] da una sezione all’altra» (dalla prefazione di F.Pontorno). E Bordini così si pronuncia sulla quarta di copertina: «Per cominciare non ho rispettato l’ordine cronologico. Ho cercato di creare una struttura musicale, e con questo criterio ho montato il libro. Ma c’è qualcosa di più; ho cercato di dare forma a un libro nuovo, indipendentemente dal fatto che esso sia formato dalle poesie che ho scritto nella mia vita».
I costruttori di vulcani
appare quindi come una ricostruzione autobiografica dell’opera omnia del poeta, come il tentativo di ricreare una stratificazione della memoria.
Ma non è quel genere di rimaneggiamento che fu di Umberto Saba, è piuttosto un tentativo sincero di ricostruire i moti della memoria, con le sue sovrapposizioni, capovolgimenti, innesti, con il suo magma informe – ma formato da forme costanti. Un tentativo di registrare le sue misteriose forze telluriche.
L’io del poeta non è preponderante nella poetica di Bordini, tanto piuttosto lo sono quelle forze invisibili che agiscono, strisciando: sono i démoni della terra.
Non sbagliamo seguendo il consiglio di F.Pontorno, che ricerca le cause prime della poetica di Bordini nei dati biografici. Il curatore del volume cita una memoria del poeta:

Era come se mi sentissi un intruso. Era come se non sapessi esattamente dove dovevo stare e cosa doveva fare. Da bambino ero quasi catatonico. Era come se sentissi il bisogno di scusarmi per il fatto di esistere. […] Conosco uno scrittore abbastanza noto che non cammina, striscia; io strisciavo. Dopo imparai a ribellarmi strisciando.

Un’io che striscia, insicuro. Un’identità sociale “debole”. Un “macchiavellismo fragile” di cui Bordini parlerà in Manuale di autodistruzione. Un’adolescenziale volontà di annullarsi che diventa poi il fuoco della rivolta:

Suicidio (da Sasso)

Nulla di ciò che è vivo mi interesserà
Sarà come non essere mai nato
Che è il mio sogno di sempre
Non ricorderò nulla.
Non ricorderò nemmeno di essere morto
Non saprò mai di essere stato vivo
E non saprò
Si averti amata
Gli altri si meraviglieranno
Si chiederanno perché.
Non capiranno.
Se sarò bravo
non mi accorgerò nemmeno del passaggio
Non ricorderò nemmeno di aver scritto questa poesia.

 

Forse è una sofferta morte dell’io, un morire a sé stessi (ma con qualche insicurezza, qualche remora) che rende il poeta «spietato, ironico cronista del vero». Ma è anche, addirittura, la poesia che muore a sé stessa, e morendo rivela la sua vera vita.
Forse rispondendo a Giorgio Manganelli (una sua cara lettura giovanile) – che si interrogava sul «perché scrivo?» e rispondeva «perché da piccolo non sapevo allacciarmi le scarpe» –, Bordini dice «io non scrivo, io sono scritto». La poesia scrive il poeta.
C’è in Bordini un grande Senso che manca a tanti poeti della sua generazione, spesso impregnati di ideologismo o nella ricerca di aride sottigliezze stilistiche, di autoreferenziali giocolerie del ricordo.
C’è in Bordini un vivere puramente la poesia, anzi – pardon! –  un lasciarsi vivere da essa.
Mauro Fabi scrive su Pericolo di un linguaggio «stupefacente che Bordini ha creato e che non ha riscontri nel panorama poetico italiano, un linguaggio piano, asciutto, pulitissimo».
Già Olivier Favier – che è anche traduttore di Bordini in francese – ha parlato di semplicità e oscenità nella poesia di Bordini, trovando interessanti legami con T.S.Eliot. Qui vorrei riuscire a mostrarvi un poeta «sgradevole, come solo la grande poesia sa esserlo» (T.S. Eliot parlando dei versi giovanili di W.Blake).
C’è in lui un’ ingenuo artigianato del verso, lì dove l’ingenuità è la virtù più grande che possiamo attribuire a un poeta; lì dove l’ingenuità è quella caratteristica che permette al bimbo di cogliere in flagrante l’oggetto, in tutta la sua pienezza e vitalità.
Così lo sguardo del bimbo scruta la vita in tutte le sue forme, con acuto ma misurato senso del gioco, con velocissima capacità sintetica e dialogica, con «irresistibile vocazione alla polifonia», dove persino le maiuscole e le minuscole – private del loro senso grammaticale – assumono valore semantico e tonale: sono gli alti e i bassi (F.Pontorno).

Spiegazione di me stesso (da Effimere)

Certo
mio padre
cercò
di fare di me un uomo
vale a dire
uno
capace di disprezzare gli altri
sei un poeta! – (mi diceva) …

io però
non sono mai diventato un uomo
e quindi sogno
quanto segue:
verrà
l’età della donna e del bambino
l’umanità femminile-infantile

questo non è il sogno di un poeta
state sicuri

 

D’altro canto c’è anche qualcosa che spaventa, che inquieta il poeta, in questa tenerezza infantile. L’ingenuità non è sempre virtuosa. L’osceno e la semplicità – come ha scritto O.Favier.



C’è qualcosa di osceno
(da Città)

Noi che
siamo tutti rannicchiati nei nostri sogni
sappiamo che
C’è qualcosa di osceno nei sogni altrui
C’è qualcosa di osceno
che consiste nel fatto che i sogni altrui sono / assurdamente / e spaventosamente

uguali ai nostri
e svelano la vergogna
dei nostri sogni privati
[…]

 

oppure:

(da Mangiare)

odiamo i topi
perché sono
i nostri fratelli

 

Se di ecologia della letteratura si può parlare (per citare Giulio Ferroni in La passione dominante), mi piace scrivere di Bordini come di un’ecologia del verso, come d’un cercatore di verità in rotta verso un’ecologia del verso.
«Bordini impiega per i suoi testi materiale estraneo, scorie e altra scrittura apparentemente insignificante. Collage, innesto, inserto» (F.Pontorno): in questo ritrovo un tentativo di sintesi, di semplificazione, anche emozionale. Gli strumenti di questo tentativo sono le reti per il il colino della coscienza; sono la lentezza e la pigrizia.
Una lentezza contrapposta a una Città fatta di gesti sbagliati, abitudinari, goffi, maldestri, fatta di tic un po’ ridicoli, una pigrizia di chi è troppo solitario, / troppo introverso / troppo poco pratico / troppo poco sociale (da I gesti).
C’è nei collages di Bordini un desiderio di pulizia, una paura dei rumori.

 

(da Mangiare)

Mangiare troppo rende brutti e
grassi
ma c’è qualcosa di peggio
mangiare troppo rende laidi
perché
si imitano i topi e chi mangia troppo
è come un gigantesco
roditore
che consuma inopinatamente e senza
ragione
come un vigliacco
le risorse della terra
e la vita
altrui.
Consuma
cereali,
erbe
e per ultimo consuma inopinatamente
e senza ragione
le carni, gli altri, animali,
come un gigantesco sozzo roditore
e
questo
siamo noi
uomini dell’Occidente
grassi e ingrassati a
ingrassare, rodi-
tori enormi che
troppo mangiano
che tutto
mangiano
e condannano tutto il resto
della vita a
finire
nei loro stoma-
ci