Giorno: 18 ottobre 2010

Paolo Fichera, “nel respiro” (L’arcolaio, 2009). Lettura privata, parte seconda

Non sarà forse un azzardo parlare di resilienza innanzi a questa raccolta. La poesia è la reazione al dolore della perdita. La poesia è la risposta agli interrogativi sulla nuova vita. L’uomo-io dispone i molti tasselli di questo percorso sui versi frantumati, con un procedimento assimilabile alla corrente neo-orfica (con i dovuti distinguo).
Il primo movimento, che dà il titolo all’intera raccolta, abbiamo visto aprirsi con un passaggio di consegne che è un vero e proprio rito di passaggio: la vita nella morte, prima ancora della vita dopo la morte («Padre, un altro padre e un battito / che la mano incarna / nel legno che non arde la distanza / si piega alla foce del respiro la fonte / si adagia al pensiero, cibo che affossa / la carne in aliti fissi, in respiri scelti»; p.  11); e in questo rito di passaggio assistiamo alla presa di coscienza dell’io-padre non più figlio («un altro padre e un battito / che la mano incarna / nel legno che non arde la distanza») dove si fa notare qui e altrove il ricorso a un immaginario biblico (sia vetero-, sia neotestamentario) piegato all’umano per raggiungere una sacralità laica del momento-evento (poco più sotto il passo citato troviamo «il perdono creduto ombra caduta / il pane fatto dimora»).
È una rappresentazione del dolore che ha la smorfia michelangiolesca di una Pietà compiuta:

la figlia bacia la fronte del padre
nell’ultima sera, poi la notte
impone il vento grigio, il fiato aperto
il respiro, la distanza tra i respiri
il solco di silenzio che il respiro
impone e pone il respiro in un respiro
[…] l’incesto bianco di fiato
[…] la maglia bianca
definita dalle costole del padre
bassorilievo di marmo umano
e umano silenzio nelle costole
rese alla mano vicine e il battito. (pp. 12-13).

E in questo procedere vertiginoso, più che circolare, compare la madre a chiudere un quadro aperto dalla figlia-sorella; a compensare un primo tempo tutto maschile, quasi patriarcale (padre/figlio-padre/figlio). Ed è la centralità della figura materna a offrire la via della rinascita, perché è in lei che viene annunciato (inconsciamente?) l’imminente figura muliebre, la compagna di vita, la madre del nuovo figlio, in un susseguirsi si epifanie, precedute dalla rappresentazione della morte nella sua totalità, gesto per gesto, dove (finalmente?) il dolore viene battezzato voce (p. 14).

Scarnato il padre, il sacro
è racchiuso in rami d’avvento
che brucio
l’acqua feconda la pelle,
la fa armonia, flusso.

Ora posso dirti morto
nella sazietà della maceria

ogni morte alimenta la luce
e ci rende due volte orfani e organi. (ibidem).

Avviene così il passaggio: il rito di consegna alla nuova vita, descritto in ogni suo minimo dettaglio (che può essere riassunto con il rischio di banalizzarlo), annulla ogni divario e ogni opposizione:

figlio mio, soave vigore,
battito di vagito
figlio mio, padre mio
non morte né vita
flusso che nel flusso resta (p. 20).

Paolo Fichera ci obbliga a rivedere i nostri pregiudizi sulla malattia; ci obbliga a sgravarci si strutture che non ci appartengono e che ci impongono di vivere prima la malattia, e poi la morte, come stadi dell’abbandono. Fichera ci indica una strada possibile per fare di una tragica esperienza, dolorosissima, il punto di partenza di un percorso che dia vita a un uomo altro, se non nuovo. Questo flusso che non si arresta trova il suo pendant nella concatenazione dei verbi, nella sintassi serrata, nell’abbondante ricorso alla figura della ripetizione. Fichera contrappone una loquacità apparentemente incontrollata al fantasma dell’urlo di dolore che paralizza e conduce all’afasia (e a una possibile agrafia).

Continua…

© Fabio Michieli