Giorno: 17 ottobre 2010

Quando dal mare arrivano parole

Vi regalo 3 perle, per me lo sono, di una persona che ho ritrovato, dopo tanto e che amavo leggere, quando scrivevamo nello stesso multiblog.
Di lei so che vive vicino al mare, che è una sirena dalle parole sottili, ma che incidono l’anima.

Anna Montesanto, per chi fosse curioso/a di leggere altro, questo il suo blog: http://fingerprint.splinder.com/

(morfea)

***

 
Cocoatango traverso
.

Ti perdono
morbida di bianco quando il sonno ti ha appena lasciato
braccia da deglutire e
un battito in meno cuore misero d’abbaino
come un cocoatango da suonare traverso
tasti bianchineri tutti da evitare
piano lungo con camera a stringere
occhi di luce verde trafitta
raccolta nel rosso di una coppa salata
oro scomposto
quel sorriso amniotico di lenzuola
tra pazze polveri colorate
quel fondo vita da cianotico boduar
letti di specchi a baldacchino
incomprensioni di spalle
quel pianto lungo appena sconnesso
.

Appesa o crux decussata

.

Amo
quel ramo eretico che
si spezzerà e amare
spero rimanga vezzo di mandorle
negli occhi
della gratitudine arsa
ma ora ci trema
a vita .laparola. sempre
fiori che allontano
mentre cado Giuda di me
bacio
e rimorso compresi
dubbi dell’appena in tempo
.mi butto. e
via

.

Tu il mio peggior difetto

.

Oramai  è un’abitudine questa mia. Tenere due dita sulla bocca così come fumassi il niente. Come mettere in galera le parole. Dare loro la sola possibilità di sospirare l’orizzonte a perdere, la grandezza di un cielo vuoto. Queste scale di legno segnano ogni volta le mie sedute e le mie gambe potrebbero allungarsi. Sì potrebbero. Ma si acquattano ad ascoltarsi, ancora. Mentre tu parli impegnato ad infilare gli occhi in una fessura del mobile, tra due ante. Come fosse la cosa più importante del mondo, una questione in bilico da salvare scardinando le asole. E poi usi i passi fino alle curiosità minime, quelle che indagano la mia vita. Quella privata. Il letto, la dispensa, i luoghi stretti in cui creo spazi tra le costole. Fotografi l’igiene del cuore e la stanchezza delle anche. Io con due dita sulla bocca continuo a guardarti parlare di come ti quadrano i conti del futuro. Di come nella somma c’è anche qualcuno che mi sarà vicino e tu che l’hai già messo in conto. La tua convinzione più grande è, sradicando gli occhi, la consistenza delle parole che mi dici a pochi centimetri dal lobo. Tutto diventa vero se lo ascolto io. Io che tengo le due dita sulle labbra per non far uscire i suoni. D’improvviso mi domando se sia il caso di fare l’appello dei denti. Gli incisivi sono ancora incompatibili, ma i canini, quelli sì che ci inchiodano alla porta. Ti dico di aspettare. E aspetti. Tra il legno e il velluto. Che poi è un modo per lasciarti due minuti di silenzio. Il tuo. Corredo della mia non presenza. Forse. Ci aiuta l’acqua che scorre a notte fonda. Qui potremmo chiamare l’alba. Sì, potremmo. Ma non ci concediamo mai un sogno così lungo. Io ne posso solo sorridere. La tua aria sorpresa segna la fine degli eventi perché stasera io, almeno, non ho toccato pelle. Io. Se quando ti chiedo qual è il mio peggior difetto, tu riesci anche a rispondermi – parli troppo -.