Giorno: 16 ottobre 2010

Piccole poesie per l’autunno. |Daniele Gennaro (inediti 2010)

Voliere.

semplicemente per dire che sei

dentro di me tutto il giorno

anche quando non sei dentro

allora c’è sempre un fuori che ricalca

il contorno del tuo viso.

c’è un sorriso di parallasse che è

sempre un sorriso

non  un errore di posizionamento

è la prospettiva che crea

illusioni vere.

questa notte il mio tavolo

è anche un letto dove riposano

felici le mie braccia

le dita intrecciano separazioni silenzi

voliere celesti vuote d’uccelli.

*

 

 

 

where have all the squirrels gone?

Con la loro coda argentata,

dove saranno andati tutti

gli scoiattolini?

Consegno alla bassa luna

la domanda di prima, levo dal

tavolo l’ incerta prosecuzione

del giorno in sera notte:

oh, che sollievo!

Finalmente respiro e cammino

nella nebbia nascondo cartoni

per farci una casa, casomai

decidessero di ritornare.

Sotto il noce li aspetto, sotto

la precoce insistente pioggia

piccola e bruna attendo un passaggio

di scivolose zampette ambrate.

Ricordo quand’ero bambino

l’edera rossa che rampicava pensosa

contorta colorava d’attesa la

fiamma, il cerino bruciava le dita,

il mio babbo masticava una gomma

guardavo le sue scarpe

erano grandi e marrone-caffè.

Guardo ancora bollire il latte

stando attento di spegnere il fuoco

prima che travalichi il bordo,

che sia ben caldo, che sia morbido

e che faccia piacere alla gola.

Mi siedo con pensieri legnosi

intravedo un’ombra nell’erba

la metà della vita è passata

pesci nuvola gialli nel cielo.

Un ticchettio all’incontrario

batte il tempo, batte piano,

butta tremulo le ore pensate

alle vacanze del giorno.

***

dove sono finiti gli scoiattolini

che danzavano il mattino arrampicandosi

fin dove l’edera rossa scompare nel prato?

nessuno sotto il noce ne’ sul sentiero dell’acqua

la pioggia nemmeno li ha visti scompare nei fossi

tristi  tremenda è l’attesa del cane che fa slalom

nell’erba pur di svanire in un sogno di caccia alla volpe;

sorrido pensando alle mie scarpe marroni al primo

caffè profumato il mattino – sequoia la vita che origlia –

dal presente ostinato rivoglio pennute sequenze di

perfezione veloci pensieri bagnate occasioni.

posso ora tranquillo cominciare la poesia che volevo

scrivere e che non ho ancora pensato.

*

Nero e luna.

ora il paese dorme il mondo è scuro

nero di notte inchiostrate parole

anche la stanza è scura.

un lattiginoso blu occupa

tutto lo spazio fino a che lo spazio

recupera tutto il tempo che nero rimane.

il respiro avrebbe potuto prendere il

posto delle parole come spesso ho sentito

(silenzio e respiro)

pochi suoni di gola trattenuta poesia

di schiena meglio pensare al tremore

unito al saccheggio di ogni pulsante minuto

ogni tempo che cresce angola e inclina

le spalle intuite nel grigio.

conosce a memoria pur avendo frequentato

con ozio le scuole ogni piccolo dettaglio del

suo corpo azzurro -immaginato con il buio

degli occhi – da ogni parte si inizi con umiltà

e tenerezza damascate carezze disegnano

nell’aria la sagoma ritagliano le poche ore

di sonno rimaste quando l’alba tracagnotta

dispettosa scardina tutto il nero e espolde

con il giorno accoccolato sul primo gradino

dell’ombra.

allora è un posto senza lacrime il mondo?

è un posto dove attendere una qualche

vera diramazione di bellezza?

è l’incantevole tremolante stella del mattino?

c’è ancora un po’ di luna la vedo qui

diafana  ( presente però )

aspetta il prossimo treno

la prossima avventura nel nero.

*

Un piccolo spazio per le poesie.

Eccomi a meditare un po’ sulla strada del bosco,

uno scheletro o un minuscolo cristallo mi stanno

davanti: il cristallo riflette la luce ( perchè è giorno),

lo scheletro ricorda strati di rocce e terra.

Potrei semplificare al massimo -credo- con  parole crude.

Ho ancora il tuo viso tagliato dal giallo, qui,

a pochi centimetri, sfoglio il tuo coriandolato pensiero,

carbonizzo il minuto prigioniero del buio.

Vorrei distrarmi da questo commento, badare al sodo,

scivolare leggero leggero per odori mai visti, scaffali

profumati di librerie -adorabile severa mi guardi- con

poco riguardo per la forma direi, vorrei perdere il metrò

tutte le volte possibili.

Sfollare da un bombardamento sarebbe riempire uno spazio

dove le poesie potrebbero garantirsi un posto sicuro,

farebbero a pugni per la poltrona migliore, per il bicchiere

più buono, il sigaro vecchio, la finestra sul fiume.

Per lo più non baderebbero a noi, non credo proprio

che gliene importerebbe nulla del fatto che stiamo là sotto.

La notte arriverebbe addobbata di demoni, paradisi e viole.

Mi mancherebbe quel viso denso e probabile, mi mancherebbero

le mie piccole fortunate poesie sole. Sul velluto asciutto del

sedile posteriore ci stringiamo per ridere un po’ e mi tieni la mano.

E’ un’isola la nostra memoria e, sfinge distratta, recupera

l’iimmobilità di un tempo.

*

Tempo e serrature.

Ho snellito quanto di troppo la serratura

lasciava filtrare, un troppo di luce, fumo,

erba appassita.

Ho regalato un piccolo aereo di carta

al mio breve sogno svampito, con quello

prendo svogliatamente a cambiare le ore

in minuti.

Perchè  sono stanchezza, ozio, fame, perdono.

La chiazza di vita che abbozzo (solitaria vita),

ha il colore della fragola.

Un’orchestra di labbra, spumeggiante ouverture

di mezza stagione, sussurra in pose di gatto

la perfetta, astrale, chiusura del tempo presente.

Tempo e serrature, sposto i contrasti.

Dentro e fuori,

smonto le indecisioni, i dubbi e le apprensioni.

Più o meno.

*

Riserve

Ho personali riserve per quanto riguarda l’amare,

nel senso che  ho quantità d’amore nascoste.

Rifletto discretamente appagato dal tuo dire solo

se c’è un posto nel mondo dove poterti incontrare.

Non ho bisogno di traversate montane con scale

picozze , ramponi e tutto il resto, no. Bastano

scarpe buone, ne ho di nuove sai?

Ho personali , ricche, disposizioni proteiformi

dell’anima. Non continuare a chiedermi dove, quando,

oppure in che maniera soccorrere l’ombrosa quiete.

Sarà con sorriso d’alpe che avvicinerà

il pomeriggio, fra il faggio e il lillà ,in un maestrale

piovoso di parole che bloccherà la poesia in un

ovale di labbra.

Ho personali dimore, restrizioni, passaggi segreti

dove perdersi è possibile , traffico a scorrimento lento.

Non indirizzare lettere in posti consueti,

non ne varrà proprio la pena sai? Quando alzerai

gli occhi dall’abbraccio – così a lungo desiderato –

accarezzerai  il legno del tavolo dove si è posata

la mano e il calore sentito sarà quello che resta.

*

Massimo Botturi – Poesie

by F.Monteiro

Un poeta che scrive di strade percorse che ancora oggi non perde di vista, intento a cogliere nell’alito attuale un respiro passato e profondo. Una conferma d’amore ripetuto, la salvezza individuale che lui interpreta senza smarrirsi in orpelli inutili.
Nelle sue liriche il posto d’onore è riservato ai sentimenti, quelli di poche parole e mai sprecate, quelli taciuti il più delle volte ma afferrati e conservati come fiori o foglie custoditi tra le pagine di un libro per farsi ritrovare, intatti, con lo stesso stupore che sanno suscitare le poesie di Massimo Botturi.
Emozioni mai scordate, che lui disegna in versi armonici e di ottima fattura, oltre che idealmente odorosi, con tratti brevi e asciutti che non tendono al raggiungimento dell’immediatezza ma trattengono e pretendono attenzione per poi schiudersi a ripresentare mondi, momenti e profumi spesso da ognuno di noi conosciuti eppure, non si comprende come, dimenticati.
La sua tessitura poetica è aperta alla positività e raramente si attarda al dolore o all’autocommiserazione. Si concede, invece, accostamenti che porge in balzi temporali, scatti coraggiosi che difficilmente restano incompresi ma piuttosto arricchiscono il concetto espresso.
Termino, affermando che leggere i versi di Massimo Botturi commuove e risveglia echi di un vissuto che accomuna e si fa bene prezioso.





Fiore di vetro

Quella magrezza corse nei campi
io l’ho amata.
E la tenevo in pugno
le volte che partivi, foulard
per non sciuparti la santità
e le calze
anche d’estate, come di vetro fossi fatta.
Un vetro cristallino nel quale erano pioppi
e barche costruite coi fili
e la pazienza.

E te attraverso, nuda, vedevo i monti
e il lago
perché la donna è come una sporta di bellezza
di ori da calare alla mano buona
e storia.
Di quelle che non leggi nei libri
ma nel fuoco
in ciò che resta ai bordi di pentole annerite
sul fondo ben raschiato
della farina dura.



Fratello

Ci porta, il vento, serafiche imposture:
montagne così brevi di mano
che noialtri, ci sembra d’esser stati su un treno
nottetempo
dormiti come certi soldati senza odio
tra le città che cambia il dialetto
stesse madri
sull’uscio con le scagne di paglia.

Certe nebbie
ormai ce le raccontano i padri
dì, fratello
te le ricordi quelle serate appiccicose?
Sembrava che le strade spugnassero i colori
e come barche a melma di prora
poi s’andava
a sparigliarsi giacca e gambali.
Siamo terra, ce lo ricorda il modo
con cui affrontiamo il passo
la meraviglia dentro negli occhi
a un campo arato,
il gusto di tenere dell’erba tra le mani.

Ma siamo tutta terra viaggiante
siamo mare
lo stomaco che prende difetto
siamo umore; due mani aperte a tutto che viene.
Sì, fratello
dovessimo affrontare una scena a muso duro
tu tireresti come quel vecchio
e io quel pesce;
il gioco della vita e la morte
una balera
un pianto o una giornata di scuola.
E poi, più niente.
Terrazze, forse, dove scaldarci ossa e pane
guardare le bagnanti tornare
e farci belli.



Danzica 1939

Fuori dai muri più alti del collegio
io e Yoric si giocava al rumore degli aerei,
duecento file d’angeli e trombe
e poi le voci
di quelli che scappavano
pigiati alle cantine.

Distesi tra le vigne
nel nostro letto d’erba
lontani un telescopio dal lucido dei vetri,
gli mostravamo il culo ridendo come scemi
due microbi alla lente del tempo
in acqua e sale.



Da così lontano

Qualcuno non l’ha detto
ma io conosco il mondo d’azzurro che verrà:
perché sarò una foglia d’acquatica ventura
e guarderò le cose da una panchina in cielo
e anche oltre
dove finisce il suo soffitto;
tra pezzi di lamiera vaganti
e rocce fredde.
E carte per tenere le stelle tutte in tasca
nel senso di sapere ogni attimo la luna
la posizione esatta del circolo vizioso
del luogo dove tutti gli dei si danno incontro
a far teorie su cosa significhi esser stato
venuto da un bell’utero elastico
mangiato
andato a letto presto
e qualche volta
amato.



Massimo Botturi è nato il 31 marzo 1960 in un piccolo comune della provincia milanese, dove tutt’ora risiede.
– La prima traccia della sua presenza nell’editoria si trova in un libretto edito da I miei colori editore, Pontassieve Firenze, “L’infinito di un verso” anno 2001, raccolta poetica di autori vari, con il contributo iniziale di Alda Merini.
– In seguito pubblica un racconto in prosa dal titolo “Emilia” vincitore, con altri diciannove racconti, dell’omonimo concorso, per Marsilio.
– Nel 2003 pubblica il suo primo libro: “Frutto Acerbo”, raccolta di poesie per la OTMA Edizioni di Milano.
– Per l’editore Liberodiscrivere collabora alla stesura dell’antologia poetica “Anatomia di un battito d’ali” pubblicandovi tre testi.
– Ha partecipato, sempre per l’editore Liberodiscrivere, con tre prose e una poesia, alla pubblicazione collettiva “Il volo dello Struffello” frutto di collaborazione intensa, e felicissima, con altri autori di Firenze, ma non solo.
– Ha concluso la sua collaborazione con Liberodiscrivere nel 2007, pubblicando un libro di poesie “Musicalia”.
– Per l’editore “Il filo” ha pubblicato una poesia in “Navigando nelle parole n. 14”
– Nel 2009 ha pubblicato, ritornando alla OTMA edizioni di Milano, “Scena madre”, raccolta poetica di circa duecento testi.