Giorno: 11 ottobre 2010

Giovanni Raboni: una dichiarazione d’amore

Ogni sera leggo almeno una sua poesia. Spesso in questi anni ho trovato conforto nei suoi versi,  la scialuppa di salvataggio per giornate di mare molto grosso. Molte volte per il piacere e basta. Molte altre per colmare una mancanza e per cancellare altre orribili letture. Giovanni Raboni è il mio poeta preferito in assoluto. Gli voglio bene. Gliene voglio così tanto che spesso lo chiamo alla napoletana “rabboni” con due bi. Perciò qui sotto non leggerete un saggio critico. Questo è un omaggio, una dichiarazione d’amore.

Gianni Montieri

Da Le case della Vetra (1955 – 1965), in Tutte le poesie, Garzanti

***

NOTIZIA

Solo qualche parola,
solo una notizia sul rovescio del conto
sbagliato dal padrone.
Forse è tardi, può darsi che la ruota
giri troppo in fretta perché resti qualcosa:
occhi squartati, teste di cavallo,
bei tempi di Guernica.
Qui i frantumi diventano poltiglia.
E anch’io che ti scrivo
da questo luogo non trasfigurato
non ho frasi da dirti, non ho
voce per questa fede che mi resta,
per i fiaschi simmetrici, le sedie
di paglia ortogonali,
non ho più vista o certezza, è come
se di colpo mi fosse scivolata
la penna dalla mano
e scrivessi col gomito o col naso.

***

RISANAMENTO

Di tutto questo
non c’è più niente (o forse qualcosa
s’indovina, c’è ancora qualche strada
acciottolata a mezzo, un’osteria).
Qui diceva mio padre, conveniva
venirci  col coltello… Eh sì, Il Naviglio
è a due passi, la nebbia era più forte
prima che lo coprissero… Ma quello
che hanno fatto , distruggere le case,
distruggere quartieri, qui e altrove,
a cosa serve? Il male non era
lì dentro nelle scale, nei cortili,
nei ballatoi, lì semmai c’era umido
da prendersi un malanno. Se mio padre
fosse vivo chiederei anche a lui: ti sembra
che serva? è il modo? A me sembra che il male
non è mai nelle cose, gli direi.

***

ABBASTANZA POSTO

Passa il tempo, ci sentiamo
più grandiosi ogni giorno: però
siamo sempre la gente che tira su il sopracciglio
o si gratta la punta del naso, continuiamo
a pensare che tipi così (quello
che striscia e non ha palbebre quello che fa
l’amore con le forchette e con la corda) siano,
rispetto a noi, qualcuno – a non capire
che c’è abbastanza posto per ciascuno di loro
in ciascuno di noi.

*

Da A tanto caro sangue (1956- 1987), in Tutte le poesie, Garzanti

***

IMBARCADERO

I pochi che aspettano, pochi
per volta, pochi e sempre, che il traghetto
torni dall’altra riva
filando piatto, silenzioso
tranne i colpi da sotto, sordi,
dell’acqua scolorita
nel furioso nevischio di dicembre
e alla Salute, a San Tomà nessuno
che parli, solo uno
che si raschia la gola,
bestemmia, tende la mano all’obolo – oh diletti
vi ho ritrovati, vi ravviso
sotto ombrelli e cappucci, è il vostro corpo
stranamente visibile
che ancora migra, si riunisce
di là dopo la terra,
a tanto caro sangue…

*

Da Barlumi di storia, Mondadori

***

Mai davvero felice e mai del tutto
infelice – oh, l’ho capito; e mi regolo.
Ma pensare la gioia, almeno quello:
pensarla! e qualche volta , senza farsi
troppe idee, senza montarsi la testa,
annusarla, sfiorarla con le dita
come se fosse (non lo è?) l’avanzo
della vita d’un santo, una reliquia…

***

O forse la felicità
è solo degli altri, d’un altro tempo,
d’un’altra vita e a noi non è possibile
che recitarla come viene viene,
a soggetto, ostinandoci a inseguire
la parte di noi stessi
in un vecchio, bizzarro canovaccio
senza capo né coda…

(altro…)

Paolo Fichera, “nel respiro” (L’arcolaio, 2009). Lettura privata, parte prima

tu sei il germoglio,
il figlio caduto nel grembo
in trapasso di battito, mano e vena.

Padre, un altro padre e un battito
che la mano incarna
nel legno che non arde la distanza
si piega alla foce del respiro la fonte
si adagia al pensiero, cibo che affossa
la carne in aliti fissi, in respiri scelti

(nel respiro, p. 11).

La morte del padre e la nascita del figlio racchiudono come in un cerchio tutta la materia della nuova opera di Paolo Fichera, “nel respiro” (il titolo in minuscolo è scelta d’autore e come tale andrà sempre rispettata), uscita nell’autunno del 2009.
“nel respiro” (pp. 11-27), “nel sangue” (pp. 29-36), “nel battito” (pp. 37-47) sono i titoli dei tre rispettivi movimenti che compongono questo poemetto di impianto vagamente neoclassico (e giustamente Viola Amarelli rievoca la figura di Foscolo). Il verso eroso è la forza dirompente di questa poesia, che cerca di superare l’invalicabile dolore della perdita attraverso lo stupore della nascita: tutto ha inizio dove c’è una fine, si potrebbe sintetizzare. Ma è forse forzare il dettato di Fichera? «nulla è naturale manca il padre / che alimenta l’impasto del figlio / l’organo uomo chiamato Paolo / caviglie sottili, occhio chiaro // la mano il battito mano e il respiro / la vista nel respiro, solo il petto / si alza, si distende e alza il petto / e il fiato di chi guarda / e l’ombra non è più vergine / il corpo non più corpo / organo indifeso agli abbracci» (p. 12). Il figlio che è divenuto a sua volta padre cerca nell’eredità del proprio padre i segni da percorrere («insegnami padre la vena / che segna il tuo seno», p. 15). Ed è un percorso ribadito nelle costanti riprese lessicali, come fossero colpi che percuotono l’intero corpo; e così le parole ritornano in un sottile gioco di ripetizioni e non semplici richiami (respiro, mano, petto, madre, silenzio, figlio, notte; e la serie potrebbe continuare).
La poesia di Fichera non è certo di facile presa, nel senso che non si fa chiara da subito per ammissione dello stesso poeta, il quale nella prosa che chiude il volume – vera e propria dichiarazione di poetica – afferma che «ogni parola aggiunta è una sottrazione» (“l’urto il flusso la fame il nido”, pp. 49-50, p. 49); sicché è evidente quale sia l’impegno richiesto al lettore. Allo stesso modo è altresì evidente la dolorosa fase di gestazione di tale poesia (del logos farsi poesia) che tende a estremizzare l’astrazione della parola, negando ogni dualità; non c’è padre e non c’è figlio se le due figure coincidono nell’unica che si identifica nell’io narrante («i-o» con forza verrà due volte ribadito nel secondo movimento). E come si nega questa dualità altre ancora se ne negano: «figlio mio, soave vigore / battito di vagito / figlio mio, padre mio / non morte né vita / flusso che nel flusso resta», p. 20; «non più sapere o non sapere», p. 25; «non più orfano o non orfano // non più mondo o realtà appesa», p. 26).
Il superamento del dolore (o il suo tentativo) avviene là dove si implora il figlio di sorgere («fatti dove ha termine la notte figlio […] preghiera che scava, / carne che scava l’ombra del trapasso»; p. 13): «Idillio è sceso in una vergogna linda / tutto è scarno nulla crudele / il dolore che si perde sprofonda / il mio dolore che battezzo voce» (p. 14).

 

Continua…

© Fabio Michieli