Giorno: 8 ottobre 2010

[contaminazioni e misture] – Kayleigh – di Vincenzo Bagnoli (post di Natàlia Castaldi)

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Il testo di Vincenzo Bagnoli, che qui segue, è tratto da “FM – Onde corte” (Bohumil 2007), e consiste in una riscrittura-remake di “A Silvia” , remixata con canzoni dei Marillion, di David Bowie, dei Joy Division e degli Area.

[ NdR: cliccando sulle parti del testo evidenziate, si apriranno in una seconda finestra i brani musicali di riferimento ]

nc

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Kayleigh (do you remember)

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Silvia ricordi ancora i giorni strani

persi per strada e poi le barricate

irose del tramonto e poi la rabbia

urlata nel deserto dei tuoi anni

le solitudini di cielo vuoto

negli autobus nei treni suburbani

le notti con gli occhiali scuri i fuochi

di sodio e cesio in alto sulle strade

lunghe tangenti di fughe colorate

ripari alle stazioni di servizio

E ti ricordi le Albe lavate

dai sogni e senza luce le gelate

stelle cadenti di tutti gli eroi

bruciate all’orizzonte dei decenni

le ceneri cadute su di noi

saremmo sempre stati tutti amici

il sabato disteso a mezzogiorno

e dopo le lezioni il vuoto in casa

nel buio della camera al ritorno

alle diciotto il disco che gira

E ti ricordi il panorama incerto

disteso fuori dalla tua finestra

nel buio scintillante delle strade

il cielo declinante di occidente

quello sereno dopo le tempeste

la tenera bellezza della sera

la città che nel vento si addolciva

e in fondo azzurra Appena intravista

l’ombra leggera di altre distanze

sorriso di radiose lontananze

E silvia ti ricordi le canzoni

in piazza verdi le aule occupate

la scia delle voci in via zamboni

le attese e le tristezze in fotocopia

sonno di maggio sui libri di studio

il freddo del metallo negli accordi

elettrici riflessi senza volto

nel vetro e nel vuoto che si apre

nel cuore delle nuvole di aprile

disteso sull’asfalto e sui cementi

E ti ricordi le strane correnti

nei larghi viali attorno a mezzanotte

fiumana che portava alla deriva

i passi adolescenti nel suo corso

verso Un cuore di tenebra dentro

le lunghe ore a parlare del mondo

dei giorni A venire e le speranze

le lunghe confidenze il crepacuore

la libertà impensata di sguardi

vista all’ombra del sole del mattino

E ti ricordi la luce negli occhi

che ci bruciava le frasi non dette

le stanze I perimetri i confini

ancora da esplorare e lo spazio

fra i bordi della pelle e le parole

l’onda sul viso la fiamma dell’altro

la trasparenza di voglie e di giorni

le tese sfumature del crepuscolo

le posizioni di venere e gli altri

pianeti sull’orlo delle colline

E silvia dopo tutta questa strada

non credere alle amare conclusioni

su quello che potrebbe essere stato

meritavamo in tanti più fortuna

ma adesso non c’è spazio per rimpianti

e Io non rivorrei indietro niente

e no non salverei proprio nessuno

lo vedi che non c’è in queste parole

la storia triste e bella il detto saggio

ma solo l’aria e il vuoto del paesaggio.

(altro…)

Giunge la sera

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È l’ora in cui le ombre s’allungano

artigliando le cime, i tetti, le strade a tornanti,

le cupe boscaglie tra collina e città.

I pensieri come rami spogli nel crepuscolo,

il sorriso di una vecchia che sdentata

annega nel cappuccino,

e un anziano uomo di barba e capelli grigi,

con un libro in mano, quasi celestiale nella postura,

che passa in strada in bicicletta.

Poi Bob Dylan con la chitarra mi allieta le orecchie,

mentre il bar prepara il caffè del pomeriggio;

la televisione è muta là in fondo,

il bar desolato ma fiero, porta in sé

i resti delle urla e delle bestemmie della partita.

Ma la donna sdentata è andata via, l’uomo anziano

volteggia verso il basso, il libro in una mano,

una garbata tristezza nell’altra.

La solitudine di un pomeriggio settembrino

e due ciclisti che bevono sorsate di liquido arancione,

alla fontana. I muri non dicono nulla,

l’automobile arranca sui tornanti

e nessuna donna passa, qui, sul marciapiede.

La sera sta già sbadigliando e la sua bocca inghiotte

la malinconia, il suono di una chitarra,

un libro mai scritto, un altro mai letto.

Fa freddo e non è nemmeno un tramonto da incorniciare;

ma è quello che c’è, stasera, in attesa della luna

e delle nuvole che arriveranno a circuirla.

La vecchia sdentata torna a casa strascicando i piedi

e rievocando vecchi amori proibiti col rosario in mano;

l’uomo anziano chissà dov’è, forse non esiste,

è stato solo un intermezzo di nostalgia

tra il caffè e la brioche della merenda.

Le coperte sono calde, il resto è freddo,

la casa si annerisce con gentilezza,

e i pensieri, a volte, nel silenzio,

sanno scaldare anche quando il sole manca.

THE LOOK IN THE MIRROR

 

“L’irripetibilità della realtà
si macchia di menzogne
d’accogliere senza sfratti se consapevolmente
raccontate a se stessi.”

Si, lo so,
è spartano
scrivere in questo modo,
da tondo poeta
dove all’interno della parola
pare si nasconda
un qualcosa d’altamente
non semplice,
ma è in questo grembo di memoria
ispirata
che non si cela mai nulla
d’incompleto
a meno che non ci si voglia
fingere di losche tinte
per raffigurare
un mostro d’ingenerosità
da ammazzare.

E’ suicidandomi così,
nel dimenticarmi in quest’attimo d’un poco fa
già trans/andato,
che le mie dita avranno perso la bussola
non scivolando nella necessità
di terreni opachi consumati d’altri tempi, d’altri passi.
… _ ma ecco che uno specchio… avanza _…
m’aggrappo ad un punto espressivo, ad uno sguardo,
mi rapisce dis/conoscendomi in un free- climbing
d’un violento “cosa vuoi da me?”

Dalla mia pelle stonata d’un non essermi riconosciuta
impaurita raccolgo perle di cuori geometrici
e l’imperfezione del ritmo che avanza lascia
al vento uno schiaffo morbido
che sveglia impazzita lo spacco del vetro urlante
rotto dall’abbandono dei (miei) sogni mai sognati
o forse dai (miei) desideri mai avverati
per una semplice apertura di porta mai collaudata.